La ricerca della verità

L’anziano professore d’arte possedeva  la capacità di risolvere razionalmente ogni problema che gli si presentasse nella vita quotidiana. Con raziocinio e con spiccato equilibrio era sicuro di poter delineare la soluzione per evitare futili incomprensioni con i colleghi, con i dirigenti, con i conoscenti che incontrava di buon grado durante l’abituale passeggiata pomeridiana.

Andando a ritroso nella sua vita non scorgeva nessuna macchia riguardante il suo comportamento, in quelle azioni dettate dal buon senso e da un’innata cordialità che lo rendevano agl’occhi della società un professore particolarmente apprezzato da studenti, famiglie e dai colleghi, sempre pronti ad affidargli amorevolmente nuovi incarichi, nuove ore da aggiungere alla sua attività lavorativa. E così per anni, per decenni, era proceduta in modo lineare la sua vita, i suoi rapporti sociali, il suo operato all’interno della realtà scolastica. Mai uno screzio, mai un’incomprensione. Alcuni colleghi addirittura si rivolgevano a lui per qualche strategia didattica o per ricavare dal suo modo flemmatico e paziente di relazionarsi qualche suggerimento per affrontare con equilibrio le varie modalità comunicative.

Tutto quindi così perfetto, tutto così semplice, così ammirevole…

Fino a quando comparve ad un risveglio uno strano malessere, pronto a dissuaderlo dall’affrontare gli impegni quotidiani per allungare la permanenza nel letto e cancellare lo strillo della sveglia divenuto  improvvisamente così gracchiante, fastidioso all’udito. Per alcuni giorni sentì annidarsi dentro di sé uno strano malessere, una sorta di tristezza indefinibile, vaga, assurdamente irrazionale. Tentò di ascoltarlo, di comprenderne le cause magari nascoste in qualche remoto strato dell’inconscio(termine che fino allora aveva sempre rinnegato). Ma non riuscì a decifrarne il significato, a individuare il motivo dell’insoddisfazione che lo coglieva al risveglio. Forse era necessario solo assecondarlo e continuare a svolgere scrupolosamente le semplici abitudini mattutine prima di recarsi al lavoro.

Ecco, era pronto!

Lo sguardo sormontato da due spessi occhiali racimolò lo spazio visivo della stanza: gli abiti erano disposti sopra il letto, sul comodino era già predisposta la valigia con i libri da portare a scuola. Iniziò a leggere la lista degli impegni scolastici della settimana, rammentò che quest’anno con la Buona Riforma della scuola avrebbe dovuto organizzare nei minimi dettagli i percorsi di studio per gli alunni,le prove oggettive, tutto doveva essere magistralmente predisposto per creare un nuovo individuo adattabile alla moderna società, ad un futuro nuovo, cancellando quindi ogni inutile legame con la storia di un vecchio e nostalgico passato. Tutto parve tornato alla normalità! Rimaneva solo da eliminare la peluria che delineava una barba cresciuta da giorni, attività che al massimo avrebbe richiesto due, tre minuti… Poi  si sarebbe avviato a compiere la sua encomiabile giornata lavorativa.

Ma il volto smarrito allo specchio tranciò ogni inutile rassicurazione e le domande s’imposero  prepotentemente: “Quali pensieri potrà dedicarmi la gioventù che mi aspetta ogni mattina?  Io, vecchio uomo abitudinario, entrerò in qualche loro ricordo? E come?” Stanche lacrime solcarono lo sguardo mentre l’anziano professore, divenuto consapevole della sua solitudine, tentava inutilmente di comporre una possibile risposta. Ma con il passar dei giorni sentì di avere una grande responsabilità nei confronti di sé stesso e nei confronti dei giovani che lo attendevano a scuola. Doveva raccontare la verità, nient’altro che la verità della sua vita e per far questo era necessario ricomporre il mosaico della sua esistenza ricordandone i momenti decisivi . Libera, dirompente, piombò la frase decisiva di sua madre, pianista, frase che pronunciò alla fine di uno dei suoi ultimi concerti: “Ricorda…solo l’arte coglie l’essenza della vita, vi è un’intima complicità tra l’arte e l’essenza di noi”.

Improvvisamente per il vecchio professore diventò indispensabile sradicarsi dalle abitudini, scardinare quella finta e apparente tranquillità per avvicinarsi a un uomo che più di ogni altro aveva compreso l’intimo rapporto con la vita: Antonio Ligabue

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L’ARTE CHE IMITA LA VITA

La vicenda umana di Antonio Ligabue si innesta nella dolorosa odissea dell’emigrazione italiana della fine del diciannovesimo secolo. Egli infatti nacque a Zurigo nel 1899, il 18 dicembre alle ore 21.40 nell’ospedale delle donne e fu registrato come Antonio Costa, assumendo così il cognome della madre, che non era sposata. Allora Maria Elisabetta Costa abitava nel cantone di Turgau e si recò a Zurigo per l’imminente parto, forse per far nascere questo figlio senza che troppi pettegolezzi continuassero a diffondersi, forse perché se ne voleva disfare. Chi fosse il padre rimase comunque un enigma mai risolto. Nel 1900 Bonfiglio Laccabue sposò Maria Elisabetta Costa e legittimò il piccolo Antonio dandogli il proprio cognome (che nel 1942 il pittore cambiò in Ligabue). La vicenda di Antonio non si collega in alcun modo con quella della sua vera famiglia, che egli praticamente non conobbe perché a nove mesi fu affidato ad una coppia svizzera-tedesca : i Gobel , presso la quale rimase fino al 1919. Antonio era un bimbo gracile, con il gozzo, e nel primo anno di vita era stato colpito da rachitismo, che aveva determinato una malformazione cranica. Tra il piccolo e la donna, madre adottiva, si sviluppò un attaccamento eccessivo, straordinario. L’uno aveva bisogno dell’altra e viceversa. La Gobel , chiusa in sé stessa e con una frustrante ansia di maternità, riconosceva nel piccolo Antonio l’unico essere umano che ella amava con un affetto viscerale. Per la “madre” il fanciullo aveva degli slanci improvvisi di affetto, quando ne era separato le scriveva lettere, eppure era anche lunatico, indomabile; anche così manifestava il suo affetto morboso per la Gobel.  Di Antonio disse : “Questo figlio non ama le bibite, i divertimenti, la sua soddisfazione è giocare con le bestie che sente come fratelli e riesce a parlare con loro”. Sin da piccolo Antonio aveva una sensibilità particolare che purtroppo a scuola non venne capita. Il maestro lo dichiarò “debole di comprendonio” e lo fece inserire in una classe differenziale senza accorgersi della straordinaria abilità nel disegno del piccolo allievo. Antonio a scuola diceva parolacce, bestemmie(forse aveva appreso queste abitudini dal padre adottivo che spesso rientrava a casa ubriaco). All’età di undici anni  la famiglia adottiva, forse per difficoltà economiche o per una reazione violenta di Antonio, affidò il ragazzo ad un istituto per giovani non normali di Tablat.  Nel maggio del 1913 Antonio Ligabue, venne trasferito nell’istituto di Marbach. Anche nei profili annuali tracciati in questo istituto non si trova nessuna annotazione relativa alla sua straordinaria abilità pittorica; si trovano solo appunti riguardanti una forte carenza nell’ortografia e nella numerazione.  Di quel periodo vissuto a Marbach, rimarrà in Antonio, il ricordo ossessivo del suono delle campane. Molti anni dopo, nelle notti insonne trascorse nei fienili, immerso in un buco scavato nel fieno, nel quale si calava in modo da rimanere in piedi, il pittore avrebbe ripetuto ad alta voce i rintocchi di quelle campane, ricostruendo un suono che lo rassicurava, lo calmava, lo allontanava dalle sue paure.

Un mistero che non sembra ancora risolto

Prima ancora che Antonio entrasse nell’istituto di Marbach, a pochi chilometri di distanza, si era consumata l’orribile tragedia che aveva distrutto la sua famiglia d’origine escluso il padre Bonfiglio Laccabue. Al mattino del sabato del 25 gennaio 1913 furono scoperti  i cadaveri dei figli di Laccabue: Amedeo, Bonfiglio, Maria Elisabetta, in un ambiente di miseria, denutrizione, con a capofamiglia il padre definito dai giornali locali “diavolo della grappa”, i corpicini erano sul letto ancora vestiti. Stupì l’atteggiamento distaccato e apatico della madre. Si sospettò subito del padre accusato di aver avvelenato i figli, ma ci fu anche chi insinuò che la morte dei bambini poteva essere opera della madre che, colta da una crisi di disperazione per la miseria in cui viveva la famiglia, aveva deciso di farla finita uccidendo i piccoli con uno spillone conficcato nel cervello. La donna aveva poi accusato dei forti dolori, per cui era stata ricoverata all’ospedale di San Gallo, mentre il padre veniva trattenuto fino a quando le indagini non avessero appurato la verità. La madre morì dopo pochi giorni per sopravvenute complicazioni circolatorie. Fu eseguita l’autopsia sul corpicino della piccola Maria Elisabetta che concluse che la famiglia Laccabue era stata annientata da avvelenamento causato da grasso guasto con il quale era stata condita una frugale cena. Il padre fu liberato, questi rientrò in Italia, dove andò girovagando in estrema miseria. Solo nel 1917 Antonio venne a conoscenza del triste destino che aveva travolto la vera madre ed i fratelli, che del resto non aveva mai conosciuto. Alla fine degli anni Trenta, Antonio nell’ospizio di Gualtieri, dove si recava per  dormire e  mangiare ogni tanto, vide arrivare un vecchietto ingobbito e senza un soldo: era il vecchio padre Laccabue. Antonio si rifiutò di incontrarlo e se per caso  il vecchio padre gli capitava davanti si infuriava dandogli dell’assassino.

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L’attimo del presente:

Nel periodo della sua adolescenza Antonio viveva esclusivamente nel presente, nella sensazione che dominava il suo animo, attimo per attimo nel rapporto intimo con il mondo. Egli si sentiva libero solo disegnando ed esplorando il mondo magico della natura. Spesso lo troviamo vagabondare lasciando in estrema  apprensione la madre adottiva ed è lei stessa che si reca in municipio a Romanshorn, chiedendo che colui che aveva “allevato per diciannove anni come un vero figlio” fosse rimandato in Italia. Questa donna che per anni aveva vissuto nell’incubo che questo “figlio” le venisse tolto, non si rendeva conto delle implicazioni che il suo gesto avrebbe prodotto in Antonio. Ella  pensava che in questo modo Antonio si sarebbe spaventato, avrebbe capito l’importanza di vivere con lei e non avrebbe più compiuto i suoi lunghi vagabondaggi.

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La mia vita in Italia, Antonio racconta:

Scendo dal traghetto, finalmente metto il piede a terra: sono a Gualtieri, in Italia…quei due, carabinieri pieni di boria, fanno finta di essere i miei custodi. La gente mi guarda perplessa! Chi è ? Chi è ? Rispondo, ma non capiscono niente di quello che dico! D’altra parte l’unica lingua che conosco è lo svizzero-tedesco.  I “due angeli custodi”, mi portano da una vecchia che mi ospiterà nella sua locanda. Dormo per venti ore, ma quando mi sveglio non riconosco il posto dove mi trovo…guardo le persone come se fossero dei marziani. Un vecchio si accende una sigaretta e inizia a tossire…Non può !non può farlo!! Lui non capisce, ma la tosse per me è segno di debolezza, lacera l’aria, le mie orecchie, è insopportabile….Mi calmo solo quando vedo un ragno che scende dal soffitto. Io ho l’abitudine di parlare con gli animali, li conosco tutti, solo loro mi capiscono.

Passano i mesi e vivo solo di elemosina, per fortuna che ho adottato un povero cane, bastardo come me. La matrigna mi scrive  e io piango, piango, perché la odio per quello che ha fatto, ma nello stesso momento sento la sua mancanza, solo che nessuno mi riporta da lei. L’ultima volta che sono scappato avevo quindici conigli, quel bastardo del patrigno voleva ucciderli! Solo tu mi capisci…povera bestia…anche tu senza mamma! Io a scuola la disegnavo sempre la mia mamma con le povere bestie e gli alberi. Solo che i bambini erano invidiosi dei miei disegni: uno me l’ha strappato! E io, dalla rabbia, mi sono sporcato coi colori dalla testa ai piedi. Ero già grande più degli altri, sentivo già il richiamo del sesso. Ero curioso, tanto curioso, e quando vedevo un nudo di donna, mi mettevo a toccarmi. Mi hanno espulso dalla scuola per “immoralità”. Valli a capire sti fottuti insegnanti!

La vecchia padrona della locanda, oggi, mi ha buttato fuori!! Adesso sono qui, dentro la barca,  con questo vecchio barcaiolo che quando mi ha visto mi ha urlato: “Vecchia bestia!! Che ci fai qui?” Io non me la prendo perché le bestie sono meglio degli uomini!Se passo il fiume riesco a tornare a casa.

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Mi trovo in campagna tra Piacenza e Pavia, ho trovato da mangiare perché lavoro in un circo. Sì! Il padrone del tirassegno mi ha fatto dipingere il suo cartellone:  ho dipinto anche una grande tigre, l’ho dipinta così bene che sembra viva! Prima di dipingerla ho ruggito come fa lei, mi sono sentito una tigre. Una zingara mi ha chiesto di farle il ritratto; in cambio mi porta da mangiare per una settimana e mi concede di vedere gli spettacoli che fa al circo. Non ho più soldi per tornare a casa.

Ho trovato un nuovo lavoro: faccio lo scariolante in mezzo al fango, ma quando non ce la faccio più sogno di essere in una foresta. Solo che i due stronzi che lavorano con me, si divertono a lanciarmi di peso e a farmi cadere nella cava dove l’acqua è più profonda. Loro non lo sanno, ma quando fa tanto caldo faccio il bagno vestito, poi corro nel bosco e mi ruzzolo per terra: così divento bello pulito.

Ho trovato finalmente una casa: vivo in un casotto lungo l’argine. Quando il fiume si arrabbia, non esco dalla mia tana e sto con i miei animali: cani, conigli, porcellini d’india, topi, uccelli e rettili. Ho imparato a parlare come loro e conosco ogni loro comportamento. Li dipingo sui quadri e faccio statue con l’argilla. Devo diventare come loro, il mio corpo deve diventare potente! Con le orecchie devo cogliere gli ultrasuoni, voglio un naso come quello dell’aquila perché solo l’aquila riesce a vedere il sole! Ecco perché spesso mi batto il naso con un sasso, devo farlo diventare come  l’aquila.

E’ venuto a trovarmi un pittore, un tale che si chiama Mazzacurati. Era venuto con una donna, ma l’ho mandata via! Mi ricordava la mia “matrigna”. Comunque a quel tale ho combinato proprio un bello scherzo… Aveva lasciato lì la sua tela e io ho cancellato quell’aborto di disegno che aveva fatto e ho dipinto la figura di un cane. Poi mi sono nascosto e ho sentito dire:” Questo è un uomo che sa dipingere!”

 Il Mazzacurati mi vuole a casa sua. Lui mi ha promesso che non tossirà mai! Perché se uno tossisce mi si ferma il pensiero e devo toccarmi i coglioni. Gli ho promesso che farò il ritratto di Elba, quella povera bambina che è caduta in un paiolo di acqua bollente. Era l’unica bambina che mi era amica, anche lei amava le bestie e colorava con i colori della terra.

E’ proprio bella ! Quasi bella come una donna! Per averla ho dato al meccanico tre quadri. Li vale proprio!! E’ una moto rossa che ruggisce come una tigre, oggi monto su e assieme andiamo a farci vedere in paese; ci lego anche i miei quadri.

 Quel figlio di puttana stamattina  ha ucciso uno dei miei cani. E’ una guardia, con tutte le mie bestie sono andato dal podestà; solo che nessuno mi faceva passare. Mi sono proprio incazzato e ho lanciato il vaso di fiori contro quei cretini. Poi sono caduto a terra, è arrivato il Kaki, l’unico mio amico, che mi ha detto di alzarmi, ma non ce l’ho fatta. Ho sentito solo dire che mi portavano nel manicomio di Reggio.

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Qui in manicomio mi permettono di dipingere. Un  medico, un tale Bertolini, quando ha visto il mio autoritratto, si è commosso. Mi ha detto che tra un mese potrò uscire. A me basta avere la mia moto rossa. Dicono che fuori sono pronti per far scoppiare la guerra! Sono tutti matti! La chiamano la seconda guerra mondiale.

Mi sono sistemato vicino al cimitero, qui non viene nessuno mentre dipingo. Finito questo quadro, vado con la moto a vendere i miei gioielli: sono i quadri con più colori.

E’ proprio vero che i tedeschi sono duri di “comprendonio”! Stamattina in osteria ho fatto il ritratto di un tedesco su un foglio, questo stronzo ha strappato il disegno! Gli ho rotto la bottiglia sulla testa! Il kaki mi ha detto di scappare, io sono rimasto a finirmi la birra. Dopo un’ora sono arrivate le brigate nere. Ho visto solo le lacrime del kaki mentre mi portavano di nuovo al manicomio.

Sto diventando come l’aquila, me l’ha detto anche il kaki. Lui ha capito …perché solo l’aquila può guardare in faccia il sole! Lo sa anche il barbiere, il Primo, che non può toccarmi il naso mentre mi fa la barba. Il Primo mi ha detto che in cambio di un mio quadro, posso vivere a casa sua. Al Primo farò un quadro con un’enorme vedova nera che sembra che esca fuori dalla tela. Voglio anche imparare a suonare l’organo, ieri in piazza ho suonato il  pianoforte :  anche Beethoven amava la natura. j

Sono sicuro che la Cesarina mi vorrà sposare. La farò vivere in un castello perché sono diventato famoso. Un regista ha fatto un documentario  sul “grande Ligabue” e hanno fatto pure la mostra a Gonzaga. Ho vinto anche una medaglia! La Cesarina la vado a prendere con la mia automobile. La faccio guidare dall’autista, e quando passo tutti devono dire: “Signor pittore Ligabue, lei è diventato proprio importante!”

Qui, alla mostra a Guastalla, mi chiedono come ho fatto a fare questi quadri; semplice…ogni quadro è un forte ricordo, una forte sensazione. Oggi chiederò alla Cesarina di sposarmi.

 Solo gli animali capiscono il mio dolore! La Cesarina mi ha detto: “Ci ho già uno …lo sanno tutti!” Le ho promesso un castello, due automobili, i miei quadri… Voglio solo sentire la musica di Beethoven.

Il dolore che mi ha lasciato quel maledetto no della Cesarina, ha fatto uscire di testa anche il mio braccio destro! D’improvviso non si è più mosso…Queste parole le ho fatte scrivere dal Kaki. Per mesi ho provato a dipingere con il braccio sinistro, il Kaki piangeva e io gli dicevo che non doveva preoccuparsi perché il Toni ce l’avrebbe fatta! Il Toni è come l’aquila: riesce a guardare in faccia il sole.

 

 

Il 27 maggio 1965 Antonio si spegne al ricovero Carri di Gualtieri. La cronaca di allora racconta che in quella fine di maggio il tempo fu burrascoso, pioveva spesso fittamente, ma il cielo talora veniva aperto inspiegabilmente da improvvisi squarci di luce.

Breve annotazione:  Al Toni, diventato un’aquila che continua a volare nella sua piena libertà, a guardare in faccia con orgoglio e coraggio il sole…

chiedo solo di avere un po’ di pazienza, se ho voluto raccontare la sua meravigliosa avventura documentandomi su vari libri per poi cimentarmi nell’arte del racconto. Così ho continuato a sognare, a scrivere fingendo di essere il Toni, il grande Ligabue…

Finalmente anch’io ho guardato in faccia il sole!

Adriana Pitacco

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Una promessa

” Camminerò, vedrai…tra quattro, cinque mesi ritornerò a camminare, tu non ti preoccupare!”

Esiste ancora la parola Amore?

Poi mi fa un cenno per farmi capire di leggere quel misto di rifiuti(sì! Ci sono anche rifiuti di parole) con il quale la premiata ditta che ha sentenziato il suo esilio lavorativo, risponde alla nostra richiesta di documentazione, di carte, per denunciare quel falso denigrante mondo lavorativo all’apparenza perfetto, così encomiabile e generoso con i suoi lavoratori, pronto a gratificarli in ogni occasione…   Pronto a rispondere, dopo vari solleciti, in un tono così amichevole: “La informiamo che tutto nella nostra azienda è perfettamente a norma! Collaudato con adeguata certificazione. Se lei dovesse continuare con le sue richieste saremmo costretti a richiederle ingenti danni per la nostra immagine”

Parlano della loro immagine, così patinata, lustrata da una miriade di pubblicità.

 “Salviamo la salute dei vostri bambini! I nostri prodotti sono adatti ad uno stile di vita sano! Con noi la crescita dei vostri “Cuccioli ” sarà perfetta!”  Mi domando quale “stile di vita” potrà avere quest’uomo, questo compagno, questo valoroso “guerriero” che mi sta di fronte.  Ci osserviamo come al tempo del nostro primo incontro: esiste uno sguardo complice che da anni ci accompagna.

“Il diritto a camminare” mi annuncia il suo sguardo

“Il diritto a lottare” aggiungo mentre gli avvicino la macchina, la nuova compagna, che lo aiuta a raccattare qualche lembo di movimento.

Certo, un uomo disteso, immobile da mesi, secondo loro, non è sicuramente degno di lavorare all’interno di una ditta così piena di virtù, il cui compito essenziale è quello di abbinare alla crescita prodotti salutari, pieni di vitamine, senza particolari additivi, senza…insomma  è  una premiata ditta che rappresenta la famiglia serena!

Ma noi siamo una famiglia serena? A dir la verità non mi sono mai posta questa domanda( non era necessario) inferocita dall’invidia me l’ha chiesto quella che si definisce la “psicologa della situazione”.

“Vi sentite una famiglia serena?”

La sento ancora quell’invidia così debolmente nascosta che si annida dentro a vite sterili, inappagate e quindi pronte a dettar “sentenze”, a giudicare la serenità altrui.

“Io sono felice con il passo della mia esistenza” le rispondo.

“Sono felice perché il mio compagno, finalmente, potrà iniziare a fare cicli di fisioterapia. Sono felice perché riesco ancora a lottare, perché anche oggi continuerò a richiedere carte, documenti che la ditta sta nascondendo, o forse ha già distrutto in qualche “banale” incendio di origine “sconosciuta”. Mi guarda come se guardasse una pazza al culmine di un delirio…sono un nuovo caso da studiare, da analizzare.

Le nascondo un segreto…

Sono felice perché ho ritrovato mio padre.

Per troppo tempo abbiamo diviso le nostre esistenze in spiagge solitarie. Eppure qualcuno dice che sotto, sotto, ci assomigliamo.

Così diversi, così perfettamente uguali nell’amare l’arte.

Mio padre, cantante lirico, dotato di quella che i “grandi maestri” definivano una “voce sorprendente, passionale e drammatica”. E drammatica diventava la sua continua ricerca del canto perfetto, dell’intonazione sublime; assurdo era quel rito maniacale nel fasciare la gola contro gli “attentati”   delle intemperie stagionali perché ineccepibile doveva essere ogni suo concerto. La voce al pari di un’amante capricciosa gestiva i suoi umori, la sua tremenda paura di non farcela, di non essere all’altezza delle aspettative del pubblico.

 Poi durante  rari periodi di riposo, quel canto mi accompagnava fin da piccolissima, quando Raffaello, questo è il nome di mio padre, spingeva il passeggino fino all’estrema diga della spiaggia, per poi fermarsi ad osservare il mare nell’inquietudine che permeava la sua consapevolezza della finitudine, dell’estrema precarietà dell’esistenza umana. E così  si componeva la sua frase: “Vedi…mia piccola, viviamo…e mentre viviamo sta morendo un attimo di noi” Anche quella era arte? Perché tumulare la vita alla ricerca della perfezione?

L’ho amato troppo, amavo troppo la sua voce per aiutarlo nella sua lotta contro il tempo, nei suoi traguardi ossessivi e forse in quella sua fottuta consapevolezza che tutto prima o poi sarebbe finito. Quel duello tra eros e thanatos era il tratto distintivo della sua vita.

L’arte nella mia esistenza di donna è il sorriso dei miei figli, le loro prime parole, le loro conquiste e quest’uomo, questo guerriero che mi onora di amarlo.

L’arte e il passo della mia esistenza.

Come lo squillo del telefono che svela la voce squillante di mio padre e la sua ferma decisione di starmi accanto, di ritrovarci. Entrambi per anni abbiamo svincolato le nostre esistenze, ma ora ci troviamo nella stessa sinfonia, l’accordo di note per iniziare il fluire delle parole è lo stesso.  E’ un amore ancestrale, un canto lontanissimo formatosi nel primo atto del concepimento che modula le nostre voci. E oggi, mio padre, nel passo finale della sua esistenza, desidera conquistare ogni attimo della vita, senza più nessun duello.

A mio padre, finalmente, posso fare questa promessa…

oggi ci ascoltiamo, ci ritroviamo…

io bambina, tu giovane e splendido uomo.

Ascoltiamo la tua voce.

“Cosa rimarrà di me?” mi chiede il tuo sguardo malinconico.

Ecco vuoi che si sleghino tutti i nodi, le questioni riguardanti l’ereditarietà, quel tocco magico che ogni padre vuole lasciare ai propri figli.
“Non preoccuparti papà, la tua splendida voce  è diventata la voce dell’infinito…non mi lascerà mai!”

Non servono altre parole per questo lungo abbraccio.

Finalmente la vecchiaia ci onora di un’unica e inconfutabile verità

Tua figlia per sempre

Adriana

 

DEDICATO A TE : dalle romanze senza parole di Mendelssohn 

 

 

L’ARTE E LA VECCHIAIA

Ritratto di Degas all’amato padre: “Hilaire de Gas”, 1857. olio su tela

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DALLA RACCOLTA “FINE DEL MONDO” DI PABLO NERUDA:

 

LO STESSO

Mi costò molto invecchiare,

accarezzai la primavera

come mobile appena comprato,

in modo odoroso e liscio,

e nei suoi cassetti nascosti

accumulai il miele selvaggio.

 

Per questo suonò la campana

portandosi via tutti i morti,

senza che l’udisse la ragione:

ci si abitua alla sua pelle,

al suo naso, alla sua bellezza,

finché per tante estati

muore il sole sul suo braciere.

 

Guardando il saluto del mare,

la sua insistenza nel tormento

rimasi a volare sulla riva

o seduto sopra le onde:

di questo apprendistato conservo

un aroma verde e amaro

che accompagna i miei movimenti

 

 

UN ABBRACCIO UNIVERSALE, IN MUSICA!

L’orchestra dell’Opera  di Edgar  Degas 1868-1869

La verità nella frase di Degas “Per viaggiare da soli bisogna percorrere paesi nei quali pulsa la vita, oppure dove ci sono molte opere d’arte!”

 

A presto,  Adriana Pitacco

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inizio anno scolastico: il teatro dell’assurdo

quadro famiglia di saltimbanchi

Sono tutti  fuori dalla grande aula magna, perfettamente in ordine come in un formicaio. Qualcuno in febbrile trepidazione sta attendendo l’inizio del pluripremiato corso di aggiornamento, regalato in premio agl’insegnanti da questo giovane governo; in fin dei conti sono mesi che si parla della “Buona scuola”, della scuola del fare, della scuola della meritocrazia.  Questa bellissima  favola scolastica incanta qualsiasi ascoltatore perché l’eroe, il governo, il “Buon Salvatore”, ha deciso di salvare le povere insegnanti, cadute nella trappola malefica dell’inedia, offrendo a loro momenti di purificazione con corsi specifici di aggiornamento ultra-moderno, ultra-extra-intra, curriculari. 

E il formicaio aspetta, attende paziente l’entrata del grande, “Sommo Sacerdote”. Ma il silenzio dell’attesa viene interrotto da una flebile vocina.  E’ una pluripremiata insegnante della scuola dell’infanzia che imperterrita continua a chiedere: “Allora è nato?”  E cosa ti puoi aspettare?…Certo ti aspetti che sia nato un bel bambino! Ma no! Cosa dico! Si riferisce al corso di aggiornamento “decorato” con tante medaglie per le ore dedicate alla ricerca per quei poveri insegnanti che ben poco  comprendono la società attuale. Insomma, dopo tanti anni di lavoro dovremmo pure far qualcosa di diverso, soprattutto per progettare le indicazioni fornite dalla “Buona Scuola”, indicazioni che ti informano che a febbraio vi sarà una speciale settimana dedicata allo sport. E come? Semplicissimo! Basta chiedere ai genitori la disponibilità di far trascorrere ai loro figli una settimana in montagna a sciare.

Qualche dubbio può sorgere all’individuo comune, in grado di possedere una dose minima di logica, così necessaria  per differenziare ciò che è reale da ciò che è frutto di insana follia.                                                                                                                                            

   “E chi paga ?” chiede l’ennesimo cassaintegrato. “Noi siamo una semplice famiglia: un capofamiglia in cassaintegrazione, due figli a carico, mia moglie si destreggia a far poche ore di pulizie in qualche casa…Chi può pagare questa settimana? Noi soldi non ne abbiamo, anche la mensa scolastica per i miei figli  diventa un lusso che non ci possiamo permettere”.

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 “Scusate ?…Ma è il caso di porre questa domanda?…Si vedrà, lo dicono tutti…quando siamo lì, in montagna, si saprà, la questione sarà risolta”.

  Risponde qualche alto Dirigente. 

“E’ così sicuro?”

“Chi l’ha mai detto!! Il governo ci ha informato che risponderà al momento ritenuto opportuno”

Finalmente il fiducioso genitore intuirà che il buon governo non è nient’altro che la Divina Provvidenza e lui, “ex lavoratore”precluso alla pensione, riceverà dall’alto un’eterna e inconfondibile illuminazione.                                                                                                       

Ma dopo qualche giorno? Il  buon padre tirerà ancora un sospiro di sollievo? Qualche dubbio potrebbe sorgere?  

 Comunque, per il formicaio questa non è  certo  una situazione rilevante : il problema non è di loro competenza. Li osservo, mentre si confidano gli ultimi consigli su come affrontare didatticamente, con nuovi percorsi cognitivi, il nuovo anno scolastico. L’evento oggi è particolarmente eccezionale, anche gli abiti che indossano sono confacenti allo stile riflessivo che offrirà il corso.

All’ottavo rintocco scocca l’ora!! Inizia il  magnifico sacerdote: “Ho iniziato presto nel mondo della scuola…a dir la verità non avrei mai pensato di fare l’insegnante perché i bambini li detestavo!!”  UAOO!!! CHE ESORDIO! Poi tenta di fornire alcune “dritte scolastiche” come:

– durante l’acquisizione della strumentalità della scrittura far riconoscere al bambino il suono delle parole. Ma non l’aveva già scoperto Wolfang Amadeus Mozart? Oh! Dimenticavo…lui è un compositore, con la didattica, secondo i grandi esperti, c’entra ben poco.

-Comprendere l’importanza della padronanza lessicale di ogni alunno. A questo amorevole consiglio, le insegnanti della scuola dell’infanzia annuiscono ripetutamente.  Ma non erano quelle che continuavano a dirmi che mio figlio aveva un patrimonio linguistico troppo ricco e che alla fin fine diventava noioso?…    

Poi scoppia  una risata generale! Viene narrato dal sacerdote l’aneddoto di un piccolo studente che continuava a dire che a scuola “si parla di cose che non ci sono”.  Una sorta di tenerezza quasi materna svolazza nell’aria. E se fosse capitato alla sottoscritta? Le famose esperte della didattica avrebbero annunciato: “Bambino con pochi stimoli, la patologia potrebbe essere una forma accentuata di egocentrismo, o ancora meglio, il bambino non riconosce nessuna realtà se non quella che vive nella sua mente, nel suo ristretto cerchio ambientale!”

 Finalmente con la frase decisiva della “relatrice- sacerdote” il finale si rivela  a dir poco entusiasmante: “Se oggi avessi parlato con termini tecnici, vi avrei già perso, avreste compreso ben poco! ”     

Ma allora siamo  proprio  deficienti?

  Oh Dio!! Come sono contenta di essere così stupida!  

  QUI, AL TEATRO DELL’ ASSURDO

 

Unica consolazione: l’arte e il senso profondo dell’infanzia

   E’ Virginia Woolf che rivela il mondo  meraviglioso dell’infanzia nella lettera scritta all’amata nipote Angelica

    Carissima  Angelica ,

la  vita è un affare da bambini

Virgi a Angi

 

Da :  “Le cose che accadono” lettere ( 1912-1922)

Carissima Margaret, non è spaventoso rendersi conto di come sono intelligenti le nuove generazioni? Una mente vergine ha un qualche cosa che ti fa rabbrividire di fronte alla degradazione degli esseri umani. A dire il vero, io credo che l’unica speranza per il mondo consista nel radunare tutti i bambini di tutti i Paesi su di un’isola e lasciare che ricomincino daccapo, ignari dell’odioso sistema che noi abbiamo inventato qui. Tutte le cose per cui dimostrano interesse mi sembrano sensate e genuine, non false come lo sono le nostre per la maggior parte.

Virgi e Angi 3

A Vanessa,

Non preoccuparti, i bambini stanno benissimo. Giocano in salotto quasi tutta la mattina, e dopo pranzo andiamo a fare una passeggiata; sembrano assorbiti nei loro giochi e nelle loro idee che si accordano perfettamente con le mie.

Virgi e Angi 1

Ed è sempre Virginia che con la leggera ironia di un bambino affibbia il nome di un animale alle persone che ama…

Leonard… Mia cara mangusta

 Vanessa… mio simpaticissimo delfino  

 L’ amica Vita …Carissimo bradipo 

La compositrice Ethel… all’ amata volpe

 

 

Guardando il mondo con gli occhi di un bambino: Pablo Picasso

Come cambiano le forme…puro divertimento!

foto di Pablo: al posto delle mani?

quadro-picasso

 

Ci sono verità che solo gli artisti riescono a scoprire…

Così il poeta Paul Eluard intitolò una conferenza tenuta a Londra nel 1951

“Picasso, il più giovane pittore del mondo, compie oggi novant’anni”.

picasso anziano 1

 

Nel 1956 Picasso rifletteva: “Quando avevo l’età di questi bambini sapevo disegnare come Raffaello; ma mi ci è voluta tutta una vita per imparare a disegnare come loro”

 

“A differenza che nella musica, in pittura non esistono bambini prodigio. Ciò che si ritiene genialità precoce è la genialità dell’infanzia che scompare con gli anni. Può darsi che da un simile bambino venga fuori un giorno un pittore, addirittura un grande pittore.”

paulo da piccolo

Nella letteratura critica viene considerato un importante indizio della genialità di Pablo Picasso, il fatto che egli nell’infanzia disegnasse e dipingesse come un adulto e che da adulto conservasse nella sua arte un che di fanciullesco.

Racconta Pablo:  “La mia sfortuna e probabilmente la mia gioia più grande è che utilizzo gli oggetti come mi suggeriscono le voglie e l’inclinazione del momento. Che tristezza per il pittore da biondine non poterle mettere nei suoi quadri perché non stanno bene nel cesto della frutta! E che atrocità per il pittore che non sopporta le mele doverle mettere perché stanno bene con la tovaglia! Nei miei quadri uso tutte le cose che mi piacciono. Come per questo se la passino le cose mi è indifferente. Sono loro che si devono rassegnare.”

 

A soli quindici  anni dipingo come Raffaello

quadro la prima comunione 4

 

quadro la prima comunione 3

Qualche storia curiosa  sull’infanzia di Pablo Picasso

Già la sua nascita è avvolta dalla prima di innumerevoli storie fantastiche. La levatrice credette che Picasso fosse nato morto e rivolse subito le sue cure alla madre. Soltanto la presenza di spirito di Don Salvador, uno zio che era medico specializzato, salvò il bambino dalla morte per soffocamento, con un metodo tanto semplice quanto efficace, soffiando cioè in faccia al futuro genio il fumo del suo sigaro, per cui il piccolo Pablo cominciò ad urlare. Ciò avvenne a Malaga il 25 ottobre 1881, alle undici e un quarto di sera.

Picasso aveva dunque incontrato già nei primi istanti della sua vita la morte, e l’aveva sconfitta, sia pure grazie ad un aiuto esterno. La vitalità che ancora stupiva in Pablo novantenne e senza la quale la sua opera davvero unica sarebbe inconcepibile, si era affermata in maniera impressionante fin dalla nascita.

Fu il padre, pittore, ad incoraggiare il talento del figlio, anche se inizialmente era preoccupato per i risultati scolastici di Pablo. Picasso raccontava anni più tardi che a scuola gli interessava solo il  modo in cui l’insegnante disegnava i numeri  alla lavagna; lui copiava soltanto la loro forma, il problema matematico era per lui secondario, e si meravigliava anzi di come avesse imparato a far di conto.

Il genio rifiutò dunque l’istruzione di tipo tradizionale e si occupò personalmente del suo sviluppo artistico. All’inizio fu ancora il padre l’esempio da seguire, ma a soli dieci anni aveva già acquisito la capacità del padre. Con una frase laconica Pablo racconta questo evento decisivo fra lui e il padre: “Allora mi diede i suoi colori e i suoi pennelli e non dipinse mai più!” E dire che il compito di Pablo era stato semplicemente quello di finire di dipingere le zampe delle colombe in un quadro del padre. Ma queste gli erano riuscite in modo talmente naturale che il padre gli consegnò gli attrezzi del mestiere, riconoscendo l’incredibile talento di Pablo.

A presto,

Adriana Pitacco

quadri postati: I giocolieri – Poveri in riva al mare – Paul che disegna- La prima comunione – Scienza e carità

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                

                                                                                                                                                                                                                                                                 

 

                                                                                                                           

 

 

NATI PER VIVERE

Perché questo titolo? Cosa c’entra con l’arte, si chiederà  qualcuno…

Potrei magari argomentare il titolo come un titolo dato a uno dei tanti esami di maturità: “Nati per vivere, l’arte profondamente legata all’esistenza”.

Sarei quindi costretta a spostare la sede del tempo nel luogo del mio liceo; stilerei una scaletta di punti sui quali si svilupperà il tema:

-connubio tra arte e vita

-il bisogno di comunicare attraverso l’arte il significato profondo dell’esistenza

-analisi di questo rapporto nell’arte di vari pittori e scrittori.

Poi aggiungerei un tocco di filosofia, quel tanto che basta per argomentare razionalmente la necessità del rapporto tra arte e vita e, per far questo, qualche sillogismo deduttivo sarebbe perfetto!

Ma rimane comunque un nodo fondamentale da risolvere …

non riesco a scrivere a comando, se lo facessi mi sentirei senza voce, un’inutile scribacchina in cerca solo di tessere le parole di una trama ordita meccanicamente. Scriverei in modo sterile, non sono fatta per soppesar parole, per renderle affine ai gusti altrui. Esiste una verità che mi appartiene da tempo, da quando una voce che ora non c’è più, prima di andarsene per sempre, mi disse: “Quando scrivi raccontando te stessa, sei realmente ancorata alla vita, a questa inestimabile esistenza”. E allora parto da qui.

Racconto il perché di questo strano titolo, nato proprio dalla vita dei miei giorni, dentro ad un viaggio doloroso e indiscutibilmente vero…E lo racconto in un breve diario

11 luglio-  E’ incazzato, tremendamente incazzato questo giovane che mi sta di fronte. Sono mesi che tenta di “afferrare”, in qualche assurda lista, qualche offerta di lavoro, ma ormai l’andare in cerca di qualche “traccia lavorativa” diventa un lavoro da investigatore. Cosa si nasconde dietro alle inutili proposte? Agli stage “Creati su misura” per la gioventù? Confezionati abilmente, secondo gli organizzatori per insegnare ai giovani, così inesperti, competenze lavorative precise e strutturate, indispensabili per entrare nel mondo del lavoro. Oggi, poi l’investigar tracce diventa alquanto assurdo! L’offerta sembra uscire da un canovaccio di un’opera buffa “Parte il corso di formazione receptionist nel mondo della “giocalizzazione”  “Lo vedi ?” mi dice “Perché prenderci in giro?” L’incazzatura  negli ultimi giorni è tremendamente aumentata perché i progetti per i giovani hanno un lungo elenco di obiettivi che, dopo una fuggevole visita dal datore di lavoro, finiscono in risate beffarde; in fin dei conti ogni giovane nel “Paese dei balocchi” si dovrà trasformare in un burattino, sempre pronto a far ciò che gli compete, a lavorar sodo…qualcuno dice a lavorare “umilmente”. Insomma! I tre euro all’ora dovrai pure guadagnarteli! Anche a costo di saltare la pausa pranzo, anche a costo di pulire il pavimento cento volte, mentre dovevi stare in tutt’altro luogo.

Ma oggi, quel fulcro della vita chiamata gioventù, ha deciso di rivendicare la dignità dell’esistenza, di ogni singola esistenza.

Lo accompagno, aspetto fuori, aspetto quel sorriso complice della nostra vita.

Non c’è più nessuna rabbia sul suo volto, fiero della sua gioventù, della sua forza, mi conduce fuori regalandomi queste parole: “Sai…c’è gente come te, come me…che non fa parte del sistema…gente normale che chiede giustizia sociale e libertà”.

Come posso dirgli che amo la sua meravigliosa lotta ? E’ decisamente un onore essere sua madre!

 

E’ sera.

La casa si tinge delle abitudini quotidiane.

Per completare l’intimità familiare manca solo l’arrivo di Tiziano, cinque minuti ancora poi inizierà il volo delle conversazioni serali.

Ma il fragore della telefonata, il tuono che squarcia, che dilania ogni attesa, ci catapulta in ospedale a supplicare di avere qualche notizia sul compagno, sul padre, a tentare di comprendere la dinamica, mentre mi sento anestetizzata dal dolore.

Cala l’oblio dell’attesa, il nostro peregrinare da una voce all’altra degli infermieri, perché qualcuno ci possa rassicurare, dire qualche parola che aspettiamo da ore.

Forse è una consuetudine dell’ospedale trattare di incidenti sul lavoro.

 

12 luglio – si trasforma in una sinfonia il suo respiro affannoso, e leggo, rileggo, dieci, cento, mille volte la vera poesia che rappresenta il nostro lungo incontro

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, né più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.

 

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue.

Eugenio Montale

Rimane solo un’unica domanda : riuscirà a ritornare a camminare?

 

13 luglio – la ” faccenda”, così è stata chiamata dal gran giurì della premiata ditta, è stata risolta in fretta. L’imputato, chiamato in modo inopportuno “paziente”, è stato condannato all’esilio lavorativo.

In fin dei conti, ora, il tale è un numero che deve essere gestito dalla sanità. L’ultima frase del gran giurì è stata così laconica: “A noi serve un individuo con due gambe, due braccia, rapido e veloce nei movimenti”.

Il numero, o presunto paziente, è stato quindi cancellato rapidamente, non è stato nemmeno messo nella “riserva” dei numeri da ricollocare in caso di qualche nuovo “imprevisto”.

 

19 luglio – è il mio compleanno.

Desidero solo comporre questa breve lettera a una cara amica, perché a volte vi è un certo pudore nell’esprimere ciò che sentiamo.

Cara Emma, scusa se ti scrivo, ma a volte le parole scritte sono più alleate di chiunque altro.

Questa sera continuo a riflettere su alcune frasi che ho ascoltato da tuo papà riguardanti la situazione di Tiziano: “Pensa che ti considerano un numero e di questo fai la tua decisiva lotta”

Mentre ascoltavo il significato di questa frase rivivevo i tragici momenti della morte di mio suocero.

Ecco, mi dicevo, per gli altri lui rappresenta un numero, un’altra morte da tumulare in fretta, da annoverare nell’elenco dell’ennesimo scomparso, o degl’ultimi anonimi senza identità.

Ma a me?

a me, a noi, mancava un colore nitidamente preciso, superbamente realistico.

Mi mancava il rosso! Colore primario che non potevo creare miscelando altri componenti!

In quella frase di tuo papà ho rivissuto il nucleo fondamentale di ogni singola esistenza: il rosso, l’atto così originale di ogni vita e la certezza che per questo dobbiamo lottare!

Ps: ora riascolto il concerto per la mano sinistra di Ravel, concerto dedicato all’amico pianista Wittenstein che perse il braccio destro

Perché anche con la mano sinistra si ricomincia a suonare l’incredibile tastiera della vita!

 

 

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L’ ARTE E LA CONQUISTA DELLA VITA :

dalle lettere di Virginia Woolf -le cose che accadono(1912-1922); Cambiamento di prospettiva(1923-1928); un riflesso dell’altro (1929-1931); Falce di luna(1932-1935)

FOTO virginia

Ci sono poeti, artisti che si sono  mantenuti vicino alla terra, alle cose, al senso della voce umana, al ritmo sorprendente della vita.

Vi è nell’arte una franchezza di sentimenti senza compromessi.

Non vedo come si possa scrivere un libro senza delle persone…è attraverso le parole scritte che tentiamo di dare una visione della vita, che mettiamo in moto delle persone, che tentiamo di penetrarle dando loro consistenza e volume.

Detesto che la gente sia infelice, perché adesso voglio che tutta la mia vita sia calda, bruciante di felicità.

Caro Quentin, sono incline a pensare che dovresti lasciare le tue montagne, cogliere l’occasione giusta e arrischiare le tue doti umane con amicizia, conversazioni, relazioni, i semplici rapporti di ogni giorno.

Voglio dire che la vita va deposta come una pelle, va confrontata, va respinta e poi accettata con entusiasmo a ogni nuova condizione.

Attraverso la scrittura comunichiamo squarci di vita.

 

DALLE LETTERE DI VINCENT VAN GOGH A THEO

ritratto di vincent

L’amore è qualcosa di così positivo, di così forte, che per chi ama soffocare il proprio sentimento sarebbe come togliersi la vita.

E’ l’emozione, la sincerità del senso della natura, che ci guidano, e queste emozioni sono così forti che le pennellate vengono giù una dopo l’altra e i rapporti tra i colori sono come le parole in un discorso o in una lettera…solo così sento la vita!

La vita e l’amore : un mistero all’interno di un altro mistero. Indubbiamente non resta mai uguale in senso proprio, ma cambia come il flusso e il riflusso delle maree che lascia il mare inalterato.

Con un quadro vorrei poter esprimere qualcosa di commovente come la musica. Vorrei dipingere uomini e donne con un non so che di eterno, come le vibrazioni dei colori.

L’arte è un movimento che esprime lotta, stupore e amore.

Non potrei apprezzare la vita, se non ci fosse in essa qualcosa di profondo, d’infinito, di reale. Voglio lasciare di me un qualche ricordo sotto forma di disegni o di dipinti, non eseguiti per soddisfare un certo gusto in materia d’arte, ma per esprimere un sincero sentimento.

Mauve mi disse: “Ricorda Vincent, troverai te stesso se ti metterai a dipingere, se penetrerai nell’arte, nella vita in modo sempre più profondo. Solo così la tua opera diventerà un passo sulla vita!”

A presto

Adriana Pitacco