La purezza del sogno della gioventù

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Oggi…io, semplice donna, semplice madre, provo a scrivere a mio figlio lasciando da parte le futili incomprensioni, i banali contrattempi che ci infastidiscono nelle abitudini quotidiane.

Ti ho fatto nascere nel pieno compimento dell’esistenza, nel supremo sforzo delle mie energie. Il giovane medico era troppo indaffarato per dedicarci una minima attenzione. Era la prima volta che in quella piccola stanza d’ospedale dovevano attrezzarsi per assistere a due nascite, che da lì a pochi minuti sarebbero avvenute.

Un’esile tenda, fragile come una foglia accartocciata, ci separava dall’altra giovane madre che invocava, implorava l’ostetrica e il giovane medico affinché le togliessero dal corpo quel dolore che l’attanagliava, che rendeva il suo respiro affannoso, che lanciava ripetutamente un’unica frase:  “Non ce la faccio…non ce la faccio più..” 

Al di là di quella tenda, distesi in uno straccio di letto, io e te, eravamo nella fase decisiva di quel travaglio che aveva spiazzato il giovane medico e l’inesperta ostetrica, perché non avevano certo immaginato che nell’arco di soli venti minuti tu avresti deciso così prepotentemente di conquistare la tua nascita, di issare la tua bandiera per conquistare il tuo e nostro pianeta. Ma insieme avevamo dedicato qualche parola di incoraggiamento alla giovane madre che si sentiva tormentata dal dolore.

“Stai tranquilla…vedrai… tra  un po’ nascerà la tua bambina…prova ad immaginartela!”   Mi chiedi perché sto parlando al plurale? In fin dei conti, mi stai dicendo che tu eri ancora nel mio grembo materno e quelle parole le potevo pronunciare solo io. Ma in quel momento, di fronte al dolore della giovane madre, si stava realizzando un miracolo prodigioso tra noi due, tra le tue piccole mani che si muovevano come ali di una farfalla e il mio corpo che ascoltava i tuoi battiti. Quei leggeri  movimenti si erano trasformati in un dolcissimo alfabeto così chiaro e preciso nel dirmi che tutto sarebbe andato alla perfezione e che noi due dovevamo trovare anche il tempo per infondere coraggio a quella giovane mamma.

Hai aspettato che nascesse Martina, hai voluto ascoltare il suo pianto, poi hai deciso che in breve tempo sarebbe toccato a te appoggiare il primo passo nel nuovo mondo. E in quel momento mi risultava così nitida e precisa l’immagine del primo astronauta che solcava il suolo lunare. Come mi affascinava negli anni dell’infanzia, il racconto di quell’incredibile scoperta. Assaporavo continuamente la frase che ripeteva il nonno: “Era un piccolo passo per l’uomo, ma un grande passo per l’umanità!” Ecco! Tu mi ricordavi quel piccolo e grande passo…io e te avremmo scoperto il nostro pianeta.

Eri troppo indaffarato a conquistare il nuovo mondo che non avevi, fortunatamente, udito le parole del giovane medico. Questa volta era lui che mi implorava di raccogliere tutte le mie forze per farti nascere! Ogni mio movimento doveva tendere a spingere sempre di più, a creare una forza dirompente che ti potesse spingere a varcare il “suolo lunare”. Lui, povero medico, con la fronte gocciolante di sudore, continuava a ripetere che non avrebbe potuto fare nient’altro…per il parto cesareo era ormai troppo tardi! E poi, com’era nata Martina, saresti nato anche tu.

Ed è in quel momento che ho avuto la piena consapevolezza di come Eros e Thanatos si fondano l’uno con l’altro nella vita di ciascun individuo. Mentre stavo raggiungendo il traguardo della vita, il compimento della tua nascita, sentivo il leggero passo della morte. Rapidamente avevo compreso di avere in mano il tuo destino, il tuo divenir uomo, i passaggi della tua incredibile vita.

Ed è in quel momento che una forza ancestrale, sublime, è riuscita a sconfiggere ogni dolore, ogni paura, sicura di vincere.

Sicura del nostro trionfo! Della nostra meravigliosa vittoria! Quanti colori si sono accesi nella tua nascita…colori nitidi, precisi, superbamente trionfanti.

Siamo sempre stati orgogliosi di questa nascita, di questa impresa trionfante. Ed è forse per questo che il tratto che ti ha sempre contraddistinto è sempre stato il tuo carattere orgoglioso, a volte testardo, ma incredibilmente battagliero.

Il primo libro che hai voluto prendere in prestito in biblioteca era un libro che parlava dei diritti dei bambini.

Era un tuo diritto inviolabile ribadire a scuola il tuo diritto ad esprimerti, a vivere la tua curiosità, le tue scoperte. E questo diritto si rispecchiava anche nel ribadire come ognuno di noi è diverso e questa diversità è fonte di ricchezza.  “Vedi “- mi dicevi – “Quante cose riusciamo a fare io ed Erich?”

Erich era il tuo compagno affetto da paresi e da mutismo e tu, mi dicevi, riuscivi a comprendere quello che lui desiderava, lo comprendevi con lo sguardo.

Forse questa tua “magia” ti è stata donata dal nonno che ti diceva sempre: “Ricorda piccolo che lo sguardo parla. Gli uomini, i veri uomini, sanno cogliere il linguaggio dello sguardo.”

Guai a chi dei tuoi compagni non capiva Erich! Ti incazzavi tremendamente ! Perché quella tua magia era un dono che poteva essere donato ad ogni bambino, bastava volerlo.

Quante volte mi hanno chiamato le “povere” insegnanti dicendo che non capivano perché tu rimanessi tanto vicino ad Erich, soprattutto durante l’intervallo, quando i tuoi compagni uscivano in giardino.

Le ascoltavo mentre mi immaginavo le fantastiche avventure, le meravigliose storie che tu ed Erich vi stavate raccontando. Ecco…avrei voluto essere una farfalla, posarmi su un pezzettino del tuo grembiule, per ascoltare le vostre storie senza aver bisogno di volare.

Poi con il passar del tempo, nel pieno della tua adolescenza, nel cammino della tua gioventù, mi hai sempre detto:  “Mai rinunciare ai nostri sogni! Chi non sogna è un uomo fallito!”  E come potevo dirti che non era vero?  Io continuo sempre a sognare, anzi, il perno della mia vita è riassunto in questa frase: “Sogniamo grandi sogni perché sappiamo di esistere!”

E così hai continuato a sognare dedicando ore e ore di studio per diventare cittadino del mondo, perché solo scoprendo il segreto insito in ogni lingua, saresti riuscito a scoprire il vero concetto di cultura, quello scambio di conoscenze con il più puro mezzo espressivo che ogni uomo possiede: la parola.

Ma oggi?

io, semplice donna, semplice madre, come posso alleviare la tua tristezza? La tua implacabile delusione? Sono giorni che sei tremendamente incazzato. E solo oggi, mentre una lacrima scendeva sul tuo volto, mi hai detto : “Vedi! A noi giovani stanno togliendo il diritto a sognare!”

Poi il silenzio…nessuna parola…ma spesso il silenzio racconta più di un’infinità di parole.

Ed è dal tuo silenzio che ripercorro a ritroso la tua rabbia, quell’urlo che cerchi di trattenere.

Ricordo ancora quando orgoglioso mi avevi “annunciato” che finalmente il governo aveva fatto qualcosa per i giovani, per il loro inserimento nel mondo del lavoro.

“Ecco! Finalmente qualcuno pensa a noi giovani” alla tua frase ho solo aggiunto: “Forse questo è un governo che infonde coraggio ai giovani!”

A dirti la verità, tu non hai mai avuto bisogno che qualcuno ti infondesse coraggio! Sei sempre stato battagliero, mai hai rinunciato alla dignità dei tuoi valori, alla ricchezza della tua esistenza.

Ma poi cos’è successo? Strada facendo, l’elenco delle ingiustizie è lungo, forse interminabile.

Le umiliazioni sono tante, troppe!

Ti hanno fatto acquistare dei vestiti per farti vestire come un pinguino addobbato a festa, come richiedeva l’albergo di gran categoria, ti aspettavi di poter sfruttare le tue approfondite conoscenze linguistiche…Pura illusione! Ti hanno solo detto che ogni giovane deve imparare ad essere umile e senza darti nessuna spiegazione la cara Direttrice ti ha mandato a fare le “doverose” pulizie, senza nemmeno preoccuparsi delle più elementari norme igieniche. Avevi la speranza che quello straccio di contratto fosse tutelato, insomma, ci doveva pur essere qualcuno che tutelasse i giovani…. Ma il buon governo, il buon papà, non contempla nei suoi “grandi progetti” questa futile richiesta . Ogni giovane è quindi costretto a tutelare se stesso… Ma come? Hai afferrato di nuovo il tuo sogno, ancora caparbiamente orgoglioso non hai voluto fartelo scappare via, magari in qualche grande aula di retorica, dove i saggi portano ad ogni udienza, ad ogni loro convocazione, i sogni che sono riusciti a decimare. Entusiasti li appendono nella grande sala, chiamata Parlamento, come nobili trofei. Ti sei sistemato quei pochi indumenti che il peso della valigia consente. D’altra parte il vero peso è sostenuto dai tanti libri che hai deciso di portare con te, in qualche luogo dove esiste il merito di essere giovani. E solo il tuo sguardo ha trasformato in parole la tua rabbia: “Ma non è la stessa costituzione italiana che ribadisce il diritto al lavoro e quindi il diritto alla dignità di ogni giovane nel proprio Stato?” Quando me lo rammentavi riuscivi a cogliere sul mio volto un lieve tratto di malinconia.

Queste parole mi rievocavano la perdita di quella coppia di partigiani, un uomo e una donna, legati da indissolubile amore, che convinti della ricchezza straordinaria della gioventù hanno dedicato durante la loro vecchiaia la crescita della mia adolescenza. Quante volte ti ho parlato dei tuoi bisnonni, di Adriana ( alla quale la nonna ha dedicato la mia nascita)  e del tuo bisnonno, il partigiano, il Mario che non si arrendeva mai.

Sono sicura che nel primo atto del tuo concepimento, nel primo istante della tua vita, hai portato con te quella testimonianza di coraggio, di lotta, che fa parte della nostra storia, di una lontana memoria. Qualcuno lo chiama albero genealogico, io non riesco a dare etichettature, definizioni linguistiche. E’ semplicemente quell’alchimia di coraggio, di indissolubile amore per la vita che ha sempre legato i tuoi nonni, i tuoi bisnonni, quella lontana donna che solo la perdita dell’adorato compagno aveva fatto perdere lentamente il desiderio di vivere.

Giorno dopo giorno, aveva deciso di andarsene, di lasciarsi andare.

E quel giorno, qualche ora prima della sua morte, aveva chiesto di indossare il suo abito da festa. Mamma l’aveva vestita, aveva raccolto i suoi lunghi capelli in un elegante crocchio, poi aveva lasciato la stanza.

Eravamo rimaste solo io e lei…era quello che aveva chiesto perché era fermamente convinta che solo i giovani riescono a cogliere la vera testimonianza di chi se ne sta andando, di chi non potrà più lasciare l’impronta della sua voce.

E così, caro Alvise, queste sono state le sue ultime parole: “Io ritornerò sposa dal mio Mario…E sono felice sai…perché non ho tradito nessun sogno. Ricorda piccola, il coraggio è la forza della nostra esistenza”.

Quando leggerai questa mia lettera, so che non mi dirai nulla, non abbiamo bisogno di parole: siamo abituati a cogliere la forza dello sguardo.

Sono sicura che i tuoi grandi occhi neri continueranno a lottare, a rivendicare il diritto della gioventù a sognare e a far vivere la voce di ogni esistenza, anche quella di una lontana memoria.

A mio figlio

ai giovani, vero fulcro dell’esistenza

di Pierangelo Bertoli , “A muso duro”

 

L’ arte e il merito di essere giovane : Raffaello

 

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6 aprile 1520, al venerando Papa Leone x, il qui presente Pandolfo Pico, ambasciatore di  Isabella d’Este porta la notizia della morte di Raffaello d’Urbino, durante la notte passata che fu quella del Venere santo, lasciando questa corte in grandissima e universale mestizia per la perdita della speranza delle grandissime cose che si aspettavano da lui.

 

Povero ambasciatore, ancora ingenuo o investito troppo della sua onorata carica.

Ma egli non ricorda che al Papa è permesso di mandare tutti gli emissari che desidera, in ogni luogo e in ogni momento, per arrivare a scoprire prima di ogni altro la morte dei suoi amati fratelli. E io, ne sono venuto a conoscenza, giusto il tempo necessario al mio cameriere di percorrere i pochi metri che distanziano la basilica di San Pietro al palazzo Caproni.

E’ morto lo stesso giorno della sua nascita.

E forse basta solo questa notizia per poter iniziare il racconto del suo breve e illuminante viaggio terreno. Perché a nessun uomo comune, il giorno del suo lascito terreno, è dato coincidere con il giorno della miracolosa nascita. Ogni nascita è un puro miracolo e con Raffaello il miracolo si è perpetuato tutte le volte che ha creato le sue opere, pura nascita nel divenir della sua esistenza.

Non potrei dirlo, ma qualcuno attribuisce la causa della sua morte all’eccessivo ardore con il quale, nei giorni precedenti , ha carpito alla giovane Fornarina il segreto della sua bellezza. Quel segreto, il giovane Raffaello, ha cercato di trasportarlo in quel ritratto di universale bellezza nato come la “Fornarina”, donna che l’ha condotto alla vera biografia dell’arte; donna voluta addirittura accanto a sé mentre ha disegnato la loggia del nobile Chigi. Il giovane maestro ha desiderato rapirle il fascino e fissarlo per sempre in un’eterna bellezza. Ma il quadro, alla sua morte, è rimasto ancora in lavorazione. E sono sicuro che egli desiderava finirlo accanto a Dio.

A noi rimane solo la gioia di contemplare la sua universale bellezza, in pura estasi…

la-fornarina

Anche se questa gioia si scontra con un forte dolore.

Voglio fermare il tempo, mio Dio, e vergare su questo foglio il ricordo di questo giovane amico, questo mio amico fraterno.

Perché anche il Papa ha l’antico bisogno di avere un amico…un amico pittore, architetto, scenografo che ha creato immagini di sconvolgente bellezza. C’era tutto il creato nelle sue mani. Erano mani divine le sue, mani che esprimevano la purezza del sogno della gioventù.

Mani che interpretavano la rinascita dell’umanità da realizzare attraverso le opere pittoriche e gli studi letterari.

E senza di lui, io, forse, non avrei potuto contemplare la grazia divina dell’arte.

Senza dimenticare che la sua era pura passione, quel fervente atto creativo che solo i giovani possiedono. In ogni attimo della sua esistenza era felice.

Felice di esistere.

A volte penso che questo sia il vero motivo che mi fa amare così tanto le sue opere, senza aver la necessità di analizzarle con studi analitici, compendi di pittura.

Quale grazia inestimabile gli hai donato?

Il miracolo era già insito nella sua nascita, nel grande amore della giovane madre, nei tratti decisivi e sapienti del padre terreno: il grande Giovanni. Quel padre, padrone superlativo di molteplici tecniche pittoriche, che con maestria accolse come un gran dono il talento precocissimo del figlio.

Sovente egli mi raccontava che nella bottega del padre, adorava soprattutto l’autunno così malinconico e riflessivo. Stagione che lo conduceva a studiare pazientemente, sotto la guida di Giovanni, la fisionomia dei paesaggi in armonia con la fisionomia di uomini e donne, fino ad arrivare ad una precisissima cura del dettaglio. Era convinto di aver ereditato dall’amato padre quella misteriosa capacità di far affiorare sulla tela l’anima di uomini e donne.

Gli rimase sempre riconoscente, anche dopo la sua morte, quando a soli diciassette anni il giovane Raffaello stipulò un contratto con Andrea Borani per una pala all’altare della chiesa di Sant Agostino, nella città di Castello.

A volte mi raccontava dei suoi colori, come un padre parla dei suoi figli. E li accudiva come vere e proprie creature.

Con il passar del tempo, egli migrò con i suoi colori, il suo fervore creativo, la sua gioventù, nelle sedi prestigiose che acclamavano i suoi tratti, la precisione assoluta delle sue linee, il mistero del suo sguardo. Perfetta era la sua comprensione ottica.

Ma chi poteva trovare a Firenze se non un’anima a lui affine? A Firenze trovò Leonardo  e la presenza dell’altrui genio suscitò in Raffaello un’ondata di ammirazione. Di Leonardo riuscì a vedere alcuni cartoni preparatori della battaglia di Anghiari, e deliziato fu lo sguardo nel cogliere il furore vivo dei cavalli.

Carpì il segreto dell’uso rivoluzionario della matita nera e la sanguigna, tanto amata da Leonardo. In effetti questa tecnica gli permise di sfumare meglio le ombre.

Ma di Leonardo amò anche il sorriso inafferrabile nel ritratto di Ginevra de’ Benci, l’impostazione obliqua che diede alla figura femminile. E mai, dico mai, fu sedotto dall’invidia.

ginevra-de-benci

Il giovane amico, si calò talmente con entusiasmo nel mistero di Leonardo, che durante la decorazione della stanza della segnatura diede a Platone il volto del maestro.

E ogni giorno la sfida divenne sempre più ardua, ma incredibilmente prodigiosa.

Come il suo arrivo a Roma.

E a Roma riuscì a creare il Paradiso in terra.

Ed è nei quadri, nelle opere dell’amico fraterno Raffaello, che ogni uomo coglie quell’immutabile eternità della vita, data dalla purezza del sogno che solo i giovani possiedono.

Papa   Leone x

In ricordo

la-stanza-della-segnatura

 

Ps: vi chiedo di scusarmi, di scusare la mia innata voglia di travestirmi…

perché dopo essermi seriamente documentata e aver peregrinato da una biblioteca ad un’altra, ho voluto migrare in un teatro pirandelliano, per indossare l’abito di Papa Leone x,  e raccontare con la mia scrittura il rapporto profondo che lo legava al mio amato Raffaello.

 

A presto   Adriana Pitacco

 

29 pensieri su “La purezza del sogno della gioventù

  1. bellissima la lettera a tuo figlio … bel post..se posso permettermi una piccola critica.. è un po’ troppo lunghetto, sarebbe meglio staccare e pubblicare più post.scusami..

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    1. ti ringrazio sinceramente, perché sono fermamente convinta che i giovani siano il fulcro dell’esistenza, ma purtroppo oggi vi è un’estrema indifferenza nei loro confronti. Ho voluto far vivere la mia amata figura di Raffaello e come in quel periodo esisteva una vera meritocrazia

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  2. Questo post merita mille stelline di mi piace . La canzone di Bertoli non lo conoscevo e l’ho ascoltata con attenzione e ho scoperto che il testo é una magnifica poesia sempre attuale . Un sorriso ❤🤗

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  3. Adriana la tua lettera è davvero bella ma il riuscire a capirsi attraverso uno sguardo è davvero importante. Mi dispiace per la rabbia di tuo figlio. Spero passi presto! Un abbraccio di cuore!

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  4. Adriana, ancora una volta mi sorprendi per quanta poesia e creatività sai mettere nelle parole al punto da saper catturare l’attenzione fino all’ultimo punto.
    Riguardo la bellissima lettera a tuo figlio, credo che quando la leggerà non potrà che essere orgoglioso di avere una madre come te, che non capita certo a tutti. E capisco appieno le sue frustrazioni per ciò che concerne il lavoro perché è una realtà con la quale prima o poi bisogna avere a che fare e sulla quale bisogna testare tutta, ma proprio tutta, la propria tenacia. Concludo allora anch’io con una citazione, la mia preferita, attribuita, oltretutto, ad un personaggio da te citato nel post dedicato a Raffaello, ossia il mitico Leonardo: Ostacolo non mi piega, il rigore lo distrugge…il rigore ostinato, il rigore destinato.

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  5. Pagina che mi ha colpito profondamente per la forza, pacata ma emotivamente intensa, che emerge da ogni parola. Una lettera che non ha bisogno di commenti ma di condivisa empatia. Una forza impressionistica, la tua, che non si può non far propria. Tuo figlio ha dalla sua l’appartenenza, la meravigliosa connessione di “amorosi sensi” che è radice, dimostrazione, famiglia. Alla quale si rimane legati oltre ogni tempo e battito d’orologio. Oltre ogni malinconia o arrabbiatura. E proprio in quella “coppa” saprà abbeverarsi trovando nutrimento. Sarà la forgia delle “piccole cose”, quelle che poi creano le grandi cose. Radice che saprà come germogliare ancora, abbellendo una nuova strada, una strada fatta di sangue e geni, di amore ed esempi. Virtù che riusciranno a trovare fondamento e vita.
    Un abbraccio commosso.

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  6. Mi emoziona molto leggere questa tua lettera. E capisco la rabbia di tuo figlio.Il mio è emigrato in Germania, torna solo per le feste di Natale e poi un mese in estate. L’ho incoraggiato ad andare, è giusto che si costruisca la sua vita, ma è dura saperlo solo e lontano da noi.Ti abbraccio, coraggio per tutto, per te e per tuo figlio.

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    1. Sono tanto felice e onorata delle tue parole. Vorrei che la scelta di un giovane di andare all’estero fosse una scelta e non, come succede in molti casi, una costrizione dettata da una società indifferente verso la meritocrazia sudata con impegno
      Un forte abbraccio

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  7. Questo post ci conduce davanti all’ineffabile, al silenzo generato dallo stupore della realtà. La mia amata Simone Weil ricorda spesso che vivere significa penetrare la realtà con occhi acuti come tutta la fenomenologia aiuta a fare, dare senso di ciò che viviamo. Il tuo post non solo affonda il coltello nella realtà di un paese che esiste solo nel cuore di chi è capace di provare quello che descrivi ma che in fondo solo attraverso questo sentire ha senso tutto quello che in passato è stato costruito con la fame e la lotta. Il lavoro, la vita oggi più che mai in una nuova forma di resistenza, oserei dire resilienza, divengono stralci di un inevitabile passo “a muso duro” per andare avanti. Senza mai perdere la speranza, come la bellissima scena finale del film Le ali della libertà. Sono i giovani capaci di credere ancora la speranza, siamo noi, noi che abbiamo ancora dentro accenni di brace che basta un soffio e torna il fuoco. Siamo noi che possiamo ancora credere a qualcosa che non esiste più. Complimenti Adriana, il tuo post mi ha trafitto…

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  8. Un post fortemente coinvolgente, una lettera in cui si coglie tutta l’intensità dell’amore di una madre. Capisco la delusione, la rabbia di tuo figlio, aveva sognato una realtà diversa, creduto in una società che rendesse merito alle sue capacità, invece è costretto a fare conti ogni giorno con l’insoddisfazione in un paese che non gli sa offrire tutele, un futuro promettente. Qualcosa deve cambiare, i giovani non devono essere costretti ad andare all’estero, ma essere liberi di scegliere! Purtroppo considerazioni ancora difficili da comprendere per molti. Ciao Adriana, Stefania

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    1. Sono tanto felice delle tue parole! La delusione di mio figlio è la delusione di tanti, troppi, giovani. Delusione e rabbia che colgo quando rivedo dopo vari anni i ragazzi che io ho avuto l’onore di vivere in classe. A volte, mi dicono che quando sentono questa forte delusione, cercano di “assaporare”nuovamente i valori inestimabili dell’arte. Ecco perché ho voluto mettere sul post la figura di Raffaello.
      Un forte abbraccio e un grazie sincero

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  9. Mi piace la tua prosa accorata, argomentativa, ma scorrevole, hai un tuo stile. Prima di vincere il concorso ho lavorato come precaria fra umiliazioni e situazioni orribili e anche pericolose. digli di non mollare, e non proteggerlo troppo. a mia madre, lontana, dicevo che andava sempre tutto bene, e infatti occorre mantenere la fiducia e intanto accumulare esperienze che serviranno molto 🙂

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    1. Ti ringrazio tanto per quello che hai scritto. Mio figlio ha un carattere molto deciso, forte.
      Come scrivo nel post è quel “testamento ” che gli hanno lasciati i miei adorati nonni.
      Il mio intento, attraverso questo post, è di ” denunciare” la completa assenza del nostro governo, e di una certa parte della società, nei confronti dei giovani, e non solo….

      Un caro saluto
      Adriana

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  10. Mi associo hai complimenti, sai esprimere pensieri ed emozioni in un modo unico, inarrivabile! Anch’io quando ho assistito in sala parto la nascita travagliata del mio primo figlio ho capito che nascita e morte sono due facce della stessa medaglia, anzi credo che si muoia nascendo e viceversa. Poi una madre capisce ben oltre cosa significhi ciò. Riguardo al futuro: lo stanno cancellando in modo minuzioso e senza ritegno. Ma proprio perché la verità ci rende liberi consiglio a te e tuo figlio due libri scritti da persone luminose,un economista e un magistrato. Uno è L’Italia può farcela di Alberto Bagnati. L’altro è La Costituzione nella palude di Luciano Barra Caracciolo. Entrambi sono una speranza per il futuro, danno perlomeno gli strumenti per non far perdere la memoria dei nostri diritti in mezzo al mare di menzogne che ci propinano. Ciao e a presto. Roberto Nicolini

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