Ritratto all’opera

all'opera

 “Camille, da dove comincio?
“Inizia dalla mia morte
Ma trovami tu qualcosa Claude

Magari attimi da vivere tra le ali di una farfalla, questo è il tempo del nostro ricordo”

ritratto di camille

 

Arranco, lentamente, supplicando l’ombra di dissetarmi per l’insopportabile calura estiva. Troppo densa di malinconia è la luce per potermi allontanare dall’interpretare la morte. Rapidamente l’inquieta stanza prova a sedare la folla dei miei ricordi, specchiando il senso dell’agghiacciante silenzio. I miei pensieri navigano senza essere in grado di esplorare nemmeno un vago eco sonoro, una semplice traccia della tua voce, labile impronta della tua identità. Perché dimora la morte nell’assenza dei variegati suoni che ogni voce possiede. Da sempre nel gioco delle nostre abitudini, il fluir della tua voce rappresentava la trama del nostro racconto giornaliero, svelando la nostra complice intimità. Ma oggi, forse, il temperamento del colore può ancora legarci a quel gioco complice dei sensi che fino alla tua morte ha tessuto la nostra vita.
E s’inorgoglisce il carattere supremo del mio sguardo, lo sento: un’inquieta eccitazione è pronta ad indagare i colori che solcano minuziosamente il tuo volto. Rimane comunque una nota introduttiva: l’assenza della tua voce e il tuo dolcissimo volto soffuso ma ancora ricco della tua bellezza. Qualche domanda s’insinua in questo mio, forse delirante, atto esplorativo: quanti dettagli carpiti da questo mio maledetto occhio riusciranno a trasformarti in un ritratto immortale?
Il mio sguardo, il mio occhio, dovrà essere capace d’una raffinatissima tecnica d’osservazione. Sono sicuro che il destino non sarà avverso a questo mio unico scopo di vita: renderti immortale. Improvvisamente la screziatura dell’ora, rivelata dalla luce, m’offre il tuo volto, la tua morte, in una diversa armonia. E così il mio sguardo inizia a scandagliare lo sfondo del colore che appare sul tuo volto, a tracciarne ogni intimo strato per scoprire l’evoluzione sulla trama della tua pelle. In un inedito gioco d’ombra sento in me affiorare l’istinto originario della perfezione visiva. Mentre ti osservo nasce con la mia prima impressione un sortito piacere destinato ad imprimere la tua morte nel vigore della tela, per farti rivivere nella condizione del ricordo trasformato in un infinito presente attraverso il ritratto. Rimane drammatica quest’unica verità: forme e colori non muteranno più con i tuoi lineamenti espressivi, con l’avventura della vita, e implacabile il tempo potrebbe allontanare il ricordo di quest’avventura dalla mia mente. Ma oggi la tua morte sarà riscattata dall’abbandono dell’oblio, in un ritratto all’opera. Ora il mio occhio assorbe i colori della tua morte fondendoli in impressioni distinte, in grado di sedare la rappresentazione dei miei giorni futuri senza di te. Lo sguardo isola i colori, ne scopre il volume, la loro posizione sul tuo volto e il loro ritmo perfetto. Tu, mia dolcissima Camille, lo chiamavi il mio “magico occhio chirurgo”. E, nell’autentica esperienza del colore, l’occhio riesce a godere anche dello spettacolo della morte. Perché solo rimanendo fedele a quest’ occhio il tuo ritratto potrà migrare nel tempo destinato al futuro.
Sono pronto…il primo sguardo, il primo tocco impresso sul pennello…
mentre appaiono sui tuoi solitari lineamenti espressivi, dei toni diversi, più caldi, ideali per far rimanere ancora latente il tuo passaggio dalla vita alla composizione della morte. Vi sono ombre distinte da pigmenti unitari che nel tempo frazionato in secondi si uniformano alla rappresentazione di un tema azzurro. Rimane il tremolio della luce sul tuo volto che si mescola con varie particelle disposte in una tessitura ad arazzo. La perfetta simmetria del tuo volto si sta modellando in una sorta di calligrafia della morte. Ad un tratto vivo con le mie mani ogni strato tattile del tuo delicatissimo volto, ogni pigmento della tua pelle è immerso in colori che fluiscono in un’unica sostanza primordiale, perché da sempre il prodigar della vita scorre nell’esistenza della morte. Anche se per te, mia splendida compagna, il dolce consenso alla morte nasceva proprio con l’atto della vita, senza mai dimenticare che il giorno era un’istantanea, un attimo di luce accreditato nel presente, unico e irripetibile.

camille giappone

E finalmente nel progredir delle linee di questo fertile ritratto si schiude un punto di contatto tra la vita e la morte. Il tuo dolcissimo volto, arenato nella morte, migrerà nel tempo. Nel tuo volo migratorio i sensi dell’osservatore si sorprenderanno a contemplare la natura visibile e invisibile del tuo volto. Immerse le linee all’avvampar del desiderio, saranno esposte al richiamo dello sguardo e i desideri di ogni spettatore viaggeranno dentro al corpo del colore, il tuo corpo.
Finalmente si scioglie la morte, fissando con l’alchimia delle mie mani il tuo volto.
E un’antica eredità lascerà la sua firma sul ritratto del tempo.

Per sempre,
il tuo Claude Monet, devoto compagno

 

Montale, dalla raccolta Xenia

Avevamo studiato per l’aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
Che tutti siamo già morti senza saperlo

 

L’opera della vita

l'opera della vita

Dalle lettere di Claude Monet

Honfleur 15 luglio 1864- a Bazille

Qui, mio caro, è adorabile, ogni giorno scopro cose sempre più belle. C’è da diventare pazzo, talmente ho voglia di fare tutto, la testa mi scoppia. Decisamente è terribilmente difficile fare una cosa completa sotto tutti gli aspetti e credo che vi siano quasi esclusivamente persone che si accontentano del pressappoco. Ebbene mio caro, io voglio lottare, rischiare, ricominciare perché si può fare ciò che si vede e si capisce e, mi sembra, quando vedo la natura, che sto per fare tutto, scrivere tutto…quando si è all’opera…Ed è a forza di osservare, di riflettere che si trova. Così sgobbiamo continuamente. Sarebbe meglio essere soli e, tuttavia, vi sono molte cose che da soli non si possono intuire. Insomma, tutto questo è terribile ed è un’ardua impresa.

 

 

A Bazille, 12 agosto 1867

Non so davvero che cosa dirvi, siete stato così cocciuto nel non rispondermi, vi ho inviato lettere su lettere, non è servito a nulla, eppure voi conoscete me e la mia situazione meglio di qualsiasi altro. Mi sono dovuto rivolgere ancora una volta a estranei per avere un prestito, e ricevere degli affronti, oh, ce l’ho proprio con voi, non pensavo che mi avreste abbandonato così, è molto brutto. Vi chiedo per l’ultima volta questo favore, mi trovo in una situazione angosciosa, sono dovuto tornare qui per non contrariare la mia famiglia, e poi anche perché non avevo abbastanza denaro per spenderlo a Parigi mentre Camille soffriva. Ha partorito un bel maschietto e soffro al pensiero che sua madre non abbia da mangiare. Ho potuto avere a prestito lo stretto necessario per il parto, ma né io né lei abbiamo un soldo.

 

A Bazille 29 giugno 1868

Mio caro Bazille, vi scrivo due righe in fretta per chiedervi di aiutarmi molto rapidamente, se vi è possibile, sono decisamente nato sotto una cattiva stella. Sono stato messo all’albergo dove ero, nudo come un verme, ho trovato per Camille e il povero Jean un tetto in paese per qualche giorno. Ero così sconvolto ieri che ho fatto lo sproposito di gettarmi in acqua, fortunatamente non è successo nulla.

 

Ad Arsene Houssaye

Egregio Signor Houssaye, quando ho avuto l’onore di vedervi e chiedere il vostro appoggio per ottenere il permesso di lavorare al Salon, mi avete dato il consiglio di venire a stabilirmi a Parigi. A Le Havre, Gaudibert ha avuto ancora la cortesia di mettermi in grado di stabilirmi lì e di far ritornare la mia piccola famiglia. Ci siamo sistemati e io sono in ottime condizioni e pieno di voglia di lavorare, ma su quella mancata ammissione al Salon mi toglie quasi il pane in bocca e, malgrado i prezzi certamente non elevati, mercanti e collezionisti mi voltano le spalle. E’ soprattutto deprimente vedere lo scarso interesse che si ha per un oggetto d’arte che non ha prezzo. Ho pensato, e spero che mi scuserete, che poiché avete già trovato una mia tela di vostro gusto, vorrete forse vedere le poche tele che ho potuto salvare dai pignoramenti e che sarete tanto gentile da venirmi un po’ in aiuto visto che la mia situazione è quasi disperata.

 

A De Bellio Vetheuil 5 settembre 1879

Caro Signor De Bellio, la mia povera moglie è morta questa mattina alle dieci e mezzo dopo aver sofferto terribilmente. Sono costernato nel vedermi solo con i miei poveri bambini. Vi chiedo ancora un altro favore, ossia di far ritirare dal Monte di Pietà il medaglione di cui vi allego la polizza. E’ il solo ricordo che mia moglie aveva potuto conservare e vorrei poterglielo mettere al collo prima che se ne vada. Spero di ricevere un rigo da voi domani mattina
Il vostro amico tanto infelice e tanto da compiangere

 

A P. Durand Reul

Tutto mi tormenta e, nella mia solitudine, mi faccio tanto cattivo sangue. Oggi c’è un tempo spaventoso e altri avrebbero lasciato già da tanto, ma io ci tengo a non perdere ciò che ho iniziato. E’ questa speranza che mi fa rimanere…
il 1 settembre 1914, Claude Monet tormentato dai problemi alla vista e dal dramma di una guerra incombente, lascia all’amico carissimo Geoffrey il testamento della sua vita.

Poter scrivere ad un amico come voi è un conforto che aiuta a sopportare queste angosce.
Molti dei miei sono partiti senza che si sappia dove sono. Quanto a me resto ugualmente qui, a Giverny, e se dovessero uccidermi ciò avverrà in mezzo alle mie tele, davanti all’opera di tutta la mia vita.

 

Nel 1887 Durand Reul inaugura una galleria a New York dove espone anche lavori di Monet. A Parigi Monet riscuote un grande successo da Georges Petit.
Nel 1889 Georges Petit espone Monet e Auguste Rodin ottenendo grandissimo successo. Monet organizza una raccolta di fondi per acquistare dalla vedova di Manet l’Olympia e donarlo al Louvre.

Nel 1921 grande retrospettiva presso Durand Reul

 

Ps: vi chiedo gentilmente di scusarmi, se ho voluto trasformarmi in una leggerissima farfalla. Custodita dentro ai miei amati colori, finalmente sono riuscita a volare per raccontare quest’occhio magico che ci ha donato il ritratto immortale.

Perché si può vedere il mondo ascoltando la voce di un quadro.

camille e i papaveri

 

Questo mio scritto è dedicato a chi mi ha fatto scoprire queste indimenticabili parole
“Sogniamo grandi sogni perché sappiamo di esistere”
A presto
Adriana Pitacco

 

quadri: Camille Monet sul letto di morte, 1879- Ritratto di Camille Monet, 1867- Camille Monet con un costume giapponese, 1876- Campo di papaveri ad Argenteuil, 1873

Foto: Monet in atelier con il Duca De Trevise

musica:  Ravel “Pavane pour une infante defunte” suonata da Sviatoslav Richter

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un dolce segreto

i primi passi 1

Vorrei fermare l’attimo, prima del suo scorrere…sarà possibile?

Riuscirò a cogliere quel tempo prima che passi? L’istante,  prima della sua fine?

Ritornano come perle sgargianti parole che il tempo mi ha concesso di vivere.

“Io catturo la luce del mio tempo vivibile e la proietto sulla tela con tocchi rapidi e vibranti”

il pittore a passeggio

 

MARZO 1981

“Il blu è la tenda del cielo, il verde le nostre praterie, il rosso il sangue della nostra vita sempre in viaggio”. Così ogni Rom racconta, alla propria donna, i colori innalzati al vento della bandiera.

Quale colore dei tre sono io, per Igor? Qualsiasi colore va bene, basta che lo scelga lui. Solo il grande cipresso si è appropriato del confine che passa tra lo spazio orizzontale della lussuosa villa di papà e lo spazio verticale dei violini che furoreggiano in danze trascinanti.

Mi sveglio sempre prima, trangugio la colazione nel tempo record di due minuti, indosso sotto la mia gonna preferita e sopra la solita gonna idiota della scuola.

Ho tagliato anche il collo di una maglia, le maniche le ho accorciate di dieci centimetri: così sono proprio l’azzurro del cielo di Igor! Camuffo il  mio splendido abito con uno dei soliti, noiosissimi maglioni invernali. Operazione raggiunta, piano perfetto! Bacio le guance di mamma dicendole che tornerò per l’ora di pranzo e fingo di ricontare i fogli che userò per la lezione di matematica, così tutto assumerà le sembianze di un vero film. A scuola, l’unica alla quale ho confidato il mio segreto è Danielle, perché di lei posso veramente fidarmi. Le ho affidato l’incarico di raccontare ai professori che l’ultima influenza mi è piombata addosso senza concedermi via di scampo. Anche il professor Claude crederà a questo racconto? Ma chi se ne importa?

Corro, corro perché il vento freddo mi conduca subito a baciarlo. Non ho difficoltà a farmi aprire le porte del loro mondo, non c’è nessuna chiave per entrare nel campo:basta solo spostare con il vento il centro di questo quadro, e mi trasformo nella selvaggia, dolcissima donna di Claude. Rubo già l’ebbrezza del tempo che vivrò con Igor: ogni suo sguardo diventerà il mio paesaggio. Sarò “vagùs”, senza fissa dimora, vagabonda per le vie del mondo.

“Basni, mia rombri rakav il gràste!” Riesco a decifrare la sua parlata e a tradurla in tempi moderatamente rapidi: “Colomba, donna mia, guarda il cavallo”. Lo cavalca senza staffe, tenendo leggermente le redini, correndo intorno al campo brulicante di ciuffi d’erba. I suoi occhi vedono terre sconfinate.

 Da alcuni mesi, sono diventata particolarmente brava a dialogare con le parole dei Rom.  Possiedono un ritmo speciale! Sicuramente  papà le imiterebbe con il pianoforte: accenti, suoni vigorosi, respiri brevissimi tra le frasi, brucianti, forti, come il sangue che scorre nelle vene di Igor.

“Dai, nas, nas” Al suo richiamo salgo sul suo “fururò”, il suo puledro, e lancio al vento il maglione impolverato dall’aria di scuola: ora sono proprio la sua basni! Anche l’aria ha un ritmo incalzante e la sferziamo vibrando assieme nell’unica pausa che c’è, che esiste: la musica del suo bacio.

Quanti punti d’incontro! Toccate e fughe tra due lingue danzanti! E finalmente vivo la mia libertà.

Ma improvvisamente il suo udito guardingo, vigile, gli porta l’eco dei lamenti di Nermina.

Cosa vuole Nermina, seduta con la sua pancia prorompente?

Non oso avvicinarmi, il rispetto per una donna rom si misura nell’intervallo di spazio. Ma Igor sembra stravolto… è solo: tutti si sono recati per barattare cinque purosangue giunti in un altro campo.

Io e Igor siamo diventati così gli unici spettatori della più grande forza della natura. Nessun libro mi ha insegnato come calmare il respiro di Nermina, nemmeno i dipinti di Claude possono bastare a tanto! In un minuto, da purosangue ribelle, Igor si trasforma, diventa docile. I miei occhi lo osservano al rallentatore. Mi accorgo che possiede una pacata lentezza, quasi estenuante: io non la reggo più. Il sangue sta accelerando, impazzito, in un ritmo innaturale, fuori misura. Cosa ci faccio io qui? Perché non ho il potere magico di Igor, di calmare le urla di Nermina?

L’adagio sopra ad una piramide di coperte: qui nella tenda non fa più freddo da quando Nermina soffia il suo respiro caldo dalle narici e pronuncia fieramente: “Jilo…Jilo…Jilo!” Poi la sua voce arriva all’orizzonte, al cielo. Ci sono parole, a noi incomprensibili, che toccano il cielo. Tutto sta, così, precipitando.

Nermina, compiendo l’ultimo sforzo, inarca la schiena e, scovato l’unico appiglio, riesce a sedersi.

Tende le mani, invoca quella testina già rotonda e perfetta che cerca di uscire con prepotenza dalla sua luminosa pelle. Poi esce come un boato, come il fragore di un tuono, come la lava incandescente….

e il primo suono accende la terra….Non ho più parole, sono inutili o forse non ci sono parole per raccontare quest’attimo, l’inizio del rosso, del blu, del verde, di Jilo.

Quanti colori esplodono nell’attimo della vita!

 

Una cascata di colori scende in una tela senza più nessun confine.

Poi apri le tue piccole  braccia, fino a formare un grande arco: con la tua magica, indistinguibile bacchetta dirigerai l’orchestra della tua vita.

Sei riuscito a scoprire questo mio dolce segreto…

E’ un segreto custodito in questa  nascita che si rinnova ogni giorno, in ogni attimo,  unico e irripetibile di questa nostra vita.

E forse è una semplice questione d’amore se desideriamo tanto vivere in una nascita perenne,

in quell’attimo impresso sulla tela della vita,

dentro al rosso, il verde, il blu

Per sempre 

Adriana

 

Da “I versi del capitano”

Pablo Neruda “Il figlio”

Ahi figlio, sai da dove vieni?

Da un lago di gabbiani bianchi e affamati.

Vicino all’acqua d’inverno

io e lei sollevammo un rosso fuoco

consumandoci le labbra

baciandoci l’anima

gettando nel fuoco tutto,

bruciandoci la vita.

Così venisti al mondo.

E per vederti un giorno

attraversò i mari

ed io per abbracciare il suo fianco sottile

tutta la terra percorsi,

con guerre e montagne,

con arene e spine.

Così venisti al mondo.

Da tanti luoghi vieni,

dall’acqua e dalla terra,

dal fuoco e dalla neve,

da così lunghi cammini verso noi due,

dall’amore terribile che ci ha incatenati

che vogliamo sapere come sei, che ci dici,

perché tu sai di più

del mondo che ti demmo.

Come una gran tempesta

Noi scuotemmo l’albero della vita

fino alle più occulte fibre delle radici

Ed ora appari

cantando nel fogliame

sul più alto ramo

che con te raggiungemmo

 

I colori della nascita: Vincent Van Gogh

ritratto azzurro di vincent

Nei suoi dialoghi poetici con Gauguin, Vincent sostiene di battersi per un’arte in cui i colori possano suggerire idee poetiche.

Idea poetica per eccellenza, per Vincent, da sempre, rappresenta la nascita, da lui stesso definita “un frammento dello specchio della vita”.

Dalle lettere di Vincent Van Gogh

Sain Rémy ottobre 1890

Caro Théo

Ora certo tu sei nel bel mezzo della natura, poiché scrivi che Jo sente già vivere il suo bambino- è anche molto più interessante del paesaggio, e sono molto lieto che tutto ciò sia così cambiato per te. Quant’è bello il Millet, i primi passi di un bambino!

 

St.Rémy febbraio 1890

A Wilhelmina

Ciò che mi scrivi del parto di Jo mi commuove molto, sei stata molto coraggiosa e molto buona ad assisterla. In circostanze del genere, quando mi prende il terrore, io sarei come un pulcino bagnato.  Ma infine il risultato è che è nato il bambino, e l’ho anche scritto a sua nonna, che mi sono messo a dipingere in questi giorni per lui un grande azzurro cielo sul quale si staccano dei fiori bianchi. E’ possibile che lo veda presto, verso la fine di marzo. Domani proverò ad andare ancora una volta ad Arles per vedere se sopporto il viaggio.

ramo di mandorlo

 

Alla madre

Fa sempre bene vedere come viene al mondo un essere umano ed è cosa che ha portato più d’uno ad una verità e calma più grandi…

A Théo e Johanna

…ho paura che il bambino soffrirà in seguito ad essere stato cresciuto in città: Jo trova questo esagerato, lo spero, ma bisogna essere prudenti. E io dico quello che penso, perché voi capite che il mio nipotino mi interessa e che ci tengo al suo benessere, dato che gli avete dato il mio nome, vorrei che avesse l’anima meno inquieta della mia…

sfinito 1

 

Maggio 1890

A Théo

Ah, se avessi potuto lavorare senza questa maledetta malattia, quante cose avrei fatto, isolato da tutti, seguendo ciò che il paese mi ispirava! Ma sì, il mio viaggio è proprio alla fine. Comunque ciò che mi consola è il grande desiderio di rivedere te, tua moglie e il bambino, e tanti amici che si sono ricordati di me nella mia disgrazia…

reparto

La vista delle stelle mi fa sempre sognare, come pure mi fanno pensare i puntini neri che rappresentano sulle carte geografiche città e villaggi. Perché, mi dico io, i puntini luminosi del firmamento ci dovrebbero essere meno accessibili dei punti neri della carta di Francia? Se prendiamo il treno per andare a Tarascon, possiamo prendere la morte per andare in una stella.

notte stellata1

Da Respighi “Notturno”

Nel 1962, l’amato nipote di Vincent, rispondendo all’iniziativa dello stato olandese, che proponeva la costruzione di un museo dedicato a Van Gogh,  donò  le opere di sua proprietà alla Fondazione Vincent Van Gogh.

Nel 1973 è lo stesso nipote del grande Vincent, a presiedere all’inaugurazione del RIJKSMUSEUM VAN GOGH ad Amsterdam

Questo mio scritto è dedicato a tutti coloro che vivono il dolce canto di una nascita quotidiana, attimo dopo attimo, così unico e irripetibile.

In ricordo di Nermina, al miracolo della nascita del piccolo Jilo, testimonianza, ancora oggi, della mia vita

Adriana Pitacco

Quadri di Vincent postati: “Contadini con una bambina-primi passi”(1890)-  ” Il pittore che si avvia al lavoro” (1888)  “Autoritratto” ( 1888)  “Rami di mandorlo in fiore” (1890)  “Alle soglie dell’eternità” ( 1882) –  “dormitorio di Saint Paul” (1889) – “Rami di mandorli in fiore” (1890) – “Notte stellata” (1889)

Le parole dei miei dialoghi con Igor, sono parole vere,  che ho amato fin dal suo primo sguardo

 

 

L’ infinito oltre il finito

infinito

Dimora il mio sguardo nell’opacità della morte.

Nude, le ultime rose del giardino mi svelano la loro inesorabile fine, in una solitaria giornata autunnale.

Stanche, implorano un’ultima fioritura, ma la richiesta è vana.

Petali come lacrime del cielo, mi riconducono a vegliar domande che da anni sembravano assopite.

Lo sento…

Da giorni si è risvegliata quella misteriosa compagna così attenta a custodire i miei dubbi, le mie domande, a decifrare i miei ostinati silenzi e a lusingarmi con la sua premurosa pazienza.

“Ti aspetto…vedrai…non preoccuparti…ci conosciamo da tempo immemorabile….IO e te intimamente siamo legate da un’unica certezza….scorre il tempo mentre un attimo di questa vita ci sta abbandonando per sempre…Vita e morte dentro ad un’unica verità”

Questa mia compagna ha un nome insolito.

Si chiama semplicemente Malinconia…

 è con lei che io venni al mondo…

è con lei che iniziai a muovere i primi passi, a intonare la mia tristezza nel cantar la vita, alla mirabile conquista di quell’attimo che non sarebbe mai più tornato.

Perché fuggevole è il tempo, misteriosa la sua testimonianza…

Con lei sono venuta al mondo con la consapevolezza della fine.

Oggi, senza nessun pudore, racconto la verità della mia malinconia, vera e profonda come questa mia ostinata domanda: “Cosa rimarrà di me quando il mio tempo volgerà alla fine?”

Mi chiedo se sia proprio necessario porsi questa domanda.

O forse il mio è un bisogno ancestrale?

Improvvisamente mi ritrovo a leggere parole piene di allegria in un invitante messaggio

Sei pronta per la nostra caccia al tesoro? Prova a indovinare oggi dove sono?”

Noto che sotto al messaggio, mi fornisce una labile traccia….

La smilza inquadratura di un vecchio edificio

arles

Questo è l’unico indizio proposto da questo figlio così imprevedibile nel farmi scovare il suo particolarissimo tesoro.

Un tuffo nel cuore!La mia risposta è immediata  “Sei alle soglie dell’eternità… dentro al colore del nostro Vincent…nel cortile del vecchio ospedale di Arles, dove Vincent stava ascoltando  il passo di una strana morte…la morte dei sogni, dei desideri negati”

Così, amato figlio, hai voluto esplorare i luoghi dei racconti che ti dedicavo ogni sera prima che ti addormentassi.

Venivi cullato con le storie sul nostro amico Vincent e prima della buonanotte sceglievi il quadro dal grande libro magico. Era il quadro pieno di colori che ti avrebbe accompagnato durante il sonno.

Mi chiedo se desideri conoscere quella malinconia così struggente e violenta che ti conduce alla disperazione.

dolore

Cosa  sono io agli occhi della gente? Una nullità, un uomo eccentrico e sgradevole; qualcuno che non potrà mai avere una posizione sociale, in breve, l’ultimo degli infimi. Ebbene anche se ciò fosse vero, vorrei sempre che le mie opere mostrassero cosa c’è nel cuore di questo eccentrico, di questo nessuno” scrive Vincent a Theo durante il ricovero nell’ospedale di Arles.

reparto

 

Ma si può nascere….

E si può nascere di nuovo

seminatore

Caro Theo, la vita passa così, il tempo non torna. Ho il timore di perdere l’unica cosa che mi rimane ancora. Mi accanisco nel mio lavoro. Voglio assolutamente guarire e mi sento come uno che avendo voluto suicidarsi e avendo trovato l’acqua troppo fredda, cerca di riguadagnare la riva”

Solo che a volte il destino non ti concede il dono di questa nuova nascita…

Nel fulgore della mia adolescenza vidi mio padre accecato dal delirio della follia.

Mio padre, cantante lirico, dalla voce impossibile da dimenticare, nel pieno della sua carriera decise di consacrare il tempo alla ricerca del canto perfetto, sublime…

Forse per lui Divino…

“Quando tornerai?” erano le mie uniche parole prima del suo rapido saluto, prima di quella rituale risposta:  “Tu non puoi ancora capire, ma ho bisogno di assoluto silenzio! Niente può distrarmi…Devo trovare quel canto…”

“Quale?” continuavo a chiedergli

Ma non poteva concedermi altro tempo perché iniziava il suo lungo esilio, il suo peregrinare da un grande Maestro ad un altro, dimenticando in fretta di avere una figlia.

E un giorno scordò pure di esistere.

Nel groviglio delle mie domande mi ritrovai a tentar di districare qualche sua parola nel vano tentativo di riconoscermi.

Forse l’unico barlume di lucidità di mio padre rimaneva il movimento stranamente ossessivo e improvviso delle sue mani. Ero sicura che quel battere compulsivo della mano destra servisse ad accompagnare ritmicamente un canto lontanissimo, da lui solo conosciuto.

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Ritornai puntualmente dentro all’ora riservata alle visite, ma scoprii una maledetta pazzia pronta a recidere il flusso sanguigno dei ricordi, a sradicare mio padre da ogni intimo rapporto con il quotidiano.

Quel canto sublime, quel canto destinato a un unico abbraccio con il mio mondo si dissolse in lacrime senza voce.

Mio padre non parlò più per lunghi e interminabili mesi.

Un’ unica domanda forgiò i miei giorni:  “Come avrei potuto aiutarlo?”

Tormentati dubbi, rabbia e amore divisero le nostre strade…nessuno dei due riuscì a consolare la propria solitudine.

Poi improvvisamente scomparve l’odore acre della morte, si defilò ogni mio tentativo di risposta…

La regia di un misterioso destino mi librò nell’aria il vero ritratto della musica: mio figlio.

Splendido figlio che sei capitato a me, a tuo padre…

A noi nell’impeto della nostra giovinezza

Sei capitato tu! Un angelo caduto dal cielo,

un angelo in grado di suonare la vera musica.

Perché ogni tuo suono si staglia nitido e fiero nel bagliore della vita concepita come nascita perenne, nella fioritura di desideri vissuti profondamente nel chiarore d’ogni attimo vitale.

E suoni!

Suoni ogni sospiro dell’esistenza desiderando l’armonia del presente, senza vagabondar invano nel tradimento dell’esistenza.

E suoni…

Suoni…felice di esistere!

Assieme io e te, ogni giorno, accordiamo la tastiera della vita con questa nostra intima promessa:

Promettimi Anima che racchiuderai una sola delle mie parole

In uno dei tanti suoni dell’aria.

Promettimi che diventerò l’impronta del tuo bacio sonoro.

Promettimi che quando salirò a te

io ascolterò il richiamo del tuo dolcissimo pianto.

Io ti prometto che ritornerò tra le tue mani

ad essere quel dolce istante disegnato nel tempo

E’ una dolce promessa

 

Perché finalmente so cosa rimarrà di me…

Al di là della mia morte

 

Questo post è dedicato a mio figlio Gianluca, pianista dell’anima…

Perché all’ultimo sguardo con la vita, sgranerò gl’occhi e con lo sguardo di un bambino velato di meraviglia, offrirò alla morte, l’ultimo bacio, l’ultimo consenso, sicura di aver vissuto, grazie a te, nel gioco sapiente della vita.

Grazie!

 

 l’infinito in Vincent Van Gogh

notte stellata1

 

Dalle lettere di Vincent

Fratello caro, talvolta so così bene ciò che voglio. Nella vita e nella pittura posso bene fare a meno del buon vino, ma non posso, io che soffro fare a meno di qualcosa di più grande di me, che è la mia vita, la potenza creativa. E con un quadro vorrei poter esprimere qualcosa di commovente come una musica.

Vorrei poter dipingere uomini e donne con un non so che di eterno, di cui una volta era simbolo l’aureola, e che noi cerchiamo di rendere con lo stesso raggiare, con la vibrazione dei colori…

 

…Perciò sono sempre fra idee contrastanti, le prime, le difficoltà materiali di girarsi e rigirarsi per crearsi un’esistenza, le seconde, lo studio del colore. Spero di scoprirci sempre qualcosa lì dentro. Esprimere l’amore di due innamorati con l’unione di due colori complementari, le loro combinazioni, le vibrazioni misteriose dei toni ravvicinati. Esprimere il pensiero di una mente con il raggiare di un tono chiaro sul fondo più scuro. Esprimere la speranza con le stelle. L’ardore di un essere con la luce di un tramonto.

Qui, ad Arles vorrei fare il ritratto di un amico artista, che sogna i grandi sogni, che lavora come l’usignolo canta perché è questa la sua natura. Vorrei mettere nel quadro la stima e l’amore che ho per lui.

Lo ritrarrei dunque così com’è, più fedelmente possibile, per cominciare. Ma il quadro non sarebbe terminato così. Per finirlo farò il colorista arbitrario. Esagererò il biondo dei capelli, arrivando ai giallo cromo, al limone pallido.

Dietro la testa, invece di dipingere il muro banale del misero appartamento dipingerò l’ infinito

Attualmente crediamo ancora che la vita sia piatta e che vada dalla nascita alla morte. Solo che la vita è probabilmente rotonda e molto più vasta in estensione e in capacità dell’emisfero che noi attualmente conosciamo.

…E’ veramente un fenomeno strano che tutti gli artisti siano materialmente degli infelici. Ciò riporta a galla l’eterno problema: la vita è tutta visibile da noi, oppure noi ne conosciamo prima della morte solo un emisfero?…

A presto

Adriana Pitacco

 

Io ti vivrò

albero amore 2

Una grondante nebbia s’inerpica lungo l’aria e l’umidità zittisce i miei passi stanchi, terribilmente stanchi.

 Non preoccuparti…. tra qualche giorno non sarai più solo.

Rispondo ancora garbatamente alla giovane infermiera preoccupata che una povera vecchia affronti ogni giorno questo viaggio per ritrovare il tuo sguardo, il tuo respiro, qualche tuo cenno. Ma, anche a due poveri vecchi, la vita ha concesso il dono di vivere questo amore e di viverlo sempre, decisamente sempre.

E’ la mia piccola impresa quotidiana essere qui, vicino a te. E impetuosa ora la luce sverna lungo la stanza spolverando le poche foto che ti hanno concesso di tenere accanto a te. Foto sbiadite, dai contorni non ben definiti, dalla datazione non chiara… così le potrebbe definire qualche infermiere di passaggio. Per noi, poveri vecchi, sono i nostri trofei, le nostre piccole gioie dell’esistenza. Con la tua inseparabile macchina fotografica, che chiamavi la macchina della meraviglia, ti divertivi a fissare il racconto del nostro diario quotidiano. “Che banalità!” potrebbe commentare qualche buon pensante, senza comprendere che desideravi rappresentare quello che tu definivi “L’attimo dell’esistenza”, unico e irripetibile.

Ma oggi? Dove troverò quest’attimo irrinunciabile?

Anche oggi ti hanno lasciato dentro al tuo piccolo feudo circondato dalle antiche mura che impediscono la tua rovinosa caduta sul pavimento. Il feudo, quel misero letto, transennato da un’invalicabile ossatura di ferro. Beffarda la malattia si diverte a oltraggiare  il tuo corpo, le tue esili forze. Singhiozzano i tuoi scarni movimenti assediati dalla fase finale della malattia. Secondo i medici nessuna parte del tuo corpo ora potrà ammutinarsi contro la tua inesorabile fine. Agguerrita la morte sta posando sul tuo corpo la sua dannata calligrafia, manca solo la sua firma nell’atto finale.

Continuo a scovare le loro parole; sono convinti che una povera vecchia non possa comprendere nulla delle loro sentenze. Dicono che hai smarrito l’abilità dell’uomo di riconoscere gli eventi giornalieri, di modellare i lineamenti del tuo volto sulla base dell’armonia delle emozioni. Per gli altri sei un vecchio, un maledetto vecchio, con un volto di selce, un volto pietrificato con uno sguardo assente, terribilmente senza memoria.

Provo a lacerare il dolore, ad annientarlo fino a trasformarlo infinitamente nel nulla…

Vedo le tue mani da mesi intorpidite da una rancida artrosi, impazienti nel rispondere alle mie carezze. Le osservo mentre si  trasformano in minuscole ali nel tentativo di librarsi in aria per far aderire l’innato istinto comunicativo al cenno del saluto.

Qualche attimo, io aspetto…

Ma friabili, delicatamente friabili, le tue minuscole ali di farfalla vengono recise da ogni intenzione comunicativa. Insopportabilmente ferme non sono più in grado di far confluire lo sguardo al movimento. Mentre asciugo le tue silenziose lacrime, che si sgranano come perle sul tuo volto usurpato dal dolore, riprendo la mia, la nostra abitudine quotidiana: appoggio le mani sulle tue e assieme accompagniamo gli occhiali a rivestire il tuo sguardo che implora ancora il mio volto.

Ora lo so! Lo sento…

Comprendi ancora le mie parole, i miei pensieri…

Ma non aspetto il levar delle tue risposte…

Non sforzarti! E’ un sacrificio che ora non ti puoi permettere.

Voglio solo stringere i giorni che ci rimangono come una nostra solitaria opera d’arte.

E improvvisamente sgombra da ogni tristezza, avvampa la stanza della luce dei nostri ricordi, s’allarga lo spazio veleggiando in nuovi mari, ad ogni tratto di costa approdiamo in nuove terre, conquistiamo un po’ di tempo, un gruzzolo di giorni senza l’assillo della fine.

Rivedo germogliare la melodia del tuo volto per custodire il lievitar delle nostre ore. In volo, attorno a te, divento l’unico pianeta in grado di compiere un viaggio attorno alla tua immagine. E il viaggio vive, prosegue nella cosmologia del quotidiano. Abbandoniamo l’urlo malinconico, mentre assieme viviamo il desiderio di rintracciare il tenero olfatto delle nostre abitudini, il nostro intimo racconto. Ma cos’è per noi due l’infinito se non una serie di unici istanti vissuti nel progredir di dolci abitudini? Come la nostra irrinunciabile abitudine di leggere il nostro inseparabile giornale. Perché mai e poi mai abbiamo tradito il nostro diritto inviolabile alla conoscenza per poter comprendere i cambiamenti di un mondo così tremendamente veloce a idolatrare false notizie, ma soprattutto a rappresentare i cambiamenti attraverso una scrittura che fluisce in false notizie degne di un’opera buffa. Ma noi, anche da vecchi, quell’opera buffa, abbiamo il dovere di dissacrarla, di scoprire le cause di quelle assurde mistificazioni. “Anche da vecchi vogliamo essere liberi di conoscere, di comprendere” Queste tue parole erano semplicemente l’overture prima d’iniziare il lento processo della lettura. Lento e spesso insopportabilmente faticoso.

Durante la scarna decifrazione delle parole scritte, i nostri occhi cercavano di rimanere ancora frizzanti nel temperamento. Qualche attimo d’illusione… La vecchiaia ci concede anche questo.

Poveri sguardi! Continuavano ad annaspare nel tentativo di definire rapidamente ogni tratto visivo che si potesse configurare in un’immagine nitida e precisa. Ma l’ostinata testardaggine fa parte di quella regalia che il tempo, con l’avanzar degli anni, si è premunito di offrire in dono a due poveri vecchi. E così, come un’opera paziente, degna della più nobile musa, univamo ogni frammento, ogni minuta lettera, e durante il laborioso procedere lo sguardo si riappropriava della capacità di leggere, di esplorare la scrittura e finalmente poter affermare la nostra libera testimonianza.

Siamo considerati vecchi e malati di malinconia, ma con la tua dolce malinconia mentre scrutavi il cielo mi rivelavi questo segreto: “Ricorda…c’è un inizio e una fine nella trama ordita dal tempo, ma non dimenticare mai il nostro minuscolo pezzo di cielo….solo così il tempo non avrà il senso della fine.” Poi il sorriso e la tua mano alla ricerca della mia, perché io sapevo esattamente cosa rappresentava per te questo minuscolo pezzo di cielo: era semplicemente ogni attimo unico dell’esistenza, unico e irripetibile di questa nostra lunga storia d’amore.

Sei stato il mio ambasciatore di gioia. Ma oggi naviga il nostro pianto mentre s’accarezzano le nostre parole al passo della memoria.

Era la carezza dei tuoi occhi che conosceva ogni mio desiderio.

Io ti guardo…

Anche se per gli altri il mio è solo lo sguardo di una povera vecchia, così assurda perché follemente innamorata.

Io ti guardo….e mi sento un Dio pronto a varcare il suo nuovo pianeta, la sua nuova creatura.

Un passo verso di te e un infinito sguardo per la mia storia di donna.

Sai…sento di nuovo il suono dei tuoi passi nel naufragio della morte e ti rivedo nel nostro ritmo giornaliero.

Scorgo i tuoi sorrisi, formidabile patrimonio genetico nel grembo del nostro giorno.

Corpi celesti nell’intima pausa di noi.

Le mie parole si scontrano con la voce gracchiante della capo reparto che annuncia la fine del mio viaggio giornaliero.

Ma non preoccuparti…domani il mio viaggio continuerà, sarò ancora qui.

Un altro bacio…

E ora lascia riposare il silenzio.

Noi due assieme ritorneremo a vivere il nostro piccolo pezzo di cielo.

E vivremo come lo spirito di una farfalla…

mentre il tempo ci concederà un po’ di tregua sancendo un armistizio con la morte.

Esco…

Con passi pallidi m’incammino a riprendere il nostro intimo racconto.

Ma scoppia il cuore in un silenzioso pianto.

 

 

L’ARTE DI AMARCI PER SEMPRE: Bella e Marc Chagall

 chagall e bella

 Ci sono parole che rispecchiano la vera essenza della vita, il mistero di quell’incanto poetico che compie miracolosamente l’atto dell’amare

” Tu ti getti sulla tela, che trema tra le tue mani, afferri il pennello, premi il colore dei tubetti: rosso, azzurro, bianco e nero. E mi trascini nel torrente dei colori. Improvvisamente mi sollevi dal suolo e tu stesso ti dai lo slancio con un piede come se la piccola stanza fosse troppo angusta per te. Tu balzi su, ti stendi in tutta la tua lunghezza e voli verso il soffitto. Ti pieghi al mio orecchio e mi mormori qualcosa…e tutti e due insieme saliamo leggeri, leggeri e voliamo via tenendoci per mano…

Giungiamo alla finestra e vogliamo passar fuori. Dalla finestra ci chiamano una nuvola ariosa e un pezzo di cielo azzurro. Le pareti, addobbate con i miei scialli variopinti, ondeggiano intorno a noi e fanno girare la testa. Noi voliamo sui campi fioriti e case di legno con le persiane chiuse, su campagne e chiese.”

Sono le parole di Bella Chagall, parole che al pari di un quadro, rendono visivamente la pura ebbrezza dell’amore.

i due innamorati

E’ la formula magica dell’amore che Marc Chagall intuisce fin dal primo incontro con Bella. “Il suo silenzio era il mio, i suoi occhi i miei. Sentii che mi conosceva da sempre, vedeva la mia infanzia, la mia vita presente e quella futura…”

E l’incanto prosegue nella cosmologia della vita quotidiana…

“Bastava che aprissi la finestra della stanza” scrive Chagall ” e subito entravano d’impeto insieme a lei l’azzurro, l’amore e i fiori. Vestita tutta di bianco o tutta di nero, già da tempo s’aggira come uno spirito nei miei quadri, come ideale per la mia arte”

in volo

Arthur Rubinstein suona di Franz Liszt, “Liebestraum”, sogno d’amore

Questo post è dedicato a Lorena, al viaggio incantevole della nostra amicizia che approda ogni giorno nei luoghi magici delle nostre parole…

luoghi…attimi del nostro divenire dentro al paesaggio dell’anima

A presto

Adriana Pitacco

foto lorena

La ricerca dell’eternità

la zattera della medusa.jpg

A Emma, che con la sua risata cristallina e con il suo coraggio mi conduce alla vera essenza della vita e mi ricorda queste parole: “Questa vita insieme intera, piena e indivisibile in ogni senso, che inerisce all’essere….ed è nell’essere di ogni individuo l’eternità che cerchiamo”.

Secondo quanto riferito dalle autorità locali, il nuovo centro d’accoglienza per immigrati si trova in una zona ridente, particolarmente adatta a far vivere gli ospiti in un clima gioviale finalizzato alla collaborazione, a far crescere in loro il desiderio di vivere assieme. Un luogo definito dai quotidiani locali come “oasi di pace”, nel silenzio celebrativo della multiculturalità. Mi ostino comunque a non tralasciare mai i miei dubbi: non ho perso l’abitudine di mettere a soqquadro idee, giudizi così ben architettati, costruiti abilmente…Ma per chi?

Riesco ancora a mascherarmi da persona avveduta, ossequiosa verso chi continua a osannare quel fertile e caritatevole amore per il prossimo che rapidamente si sta diffondendo dentro al campo, dentro a quel grande grembo materno nato per accogliere i desideri di vite finalmente non più tradite. E il centro, questa madre attenta e premurosa, si prodigherà in tutti i modi, perpetuando immensi sacrifici per soddisfare amorevolmente l’esistenza della sua nutrita prole. Oggi, questa fertile madre, ci concede il dono di poter ammirare le sue doti organizzative, unite a un sano spirito d’abnegazione. Trionfante, decisamente trionfante, decide di accoglierci, sicura che assieme festeggeremo le sue grazie materne. Mi travesto, implorando a me stessa di scovare qualche verità.

Entro, il calore divampa nell’aria mentre le corolle fiammeggianti guizzano viscide dentro l’aria stagnante.  Arranco grondante di sudore, alla ricerca di un lembo d’aria fresca.

E alla luce delirante del sole si ricompone il silenzio del mio sguardo.

Gli occhi rapaci cercano di rapire nel più breve tempo possibile quello scorcio di paesaggio umano mutilato, orrendamente deturpato, privato della sua dignità. Corpi violati dalla fame rantolano brevi passi per mendicare del cibo senza il brulichio di insetti.

Poi spuntano come germogli stanchi i volti di giovani donne, mentre sciamano in un impietoso silenzio i loro desideri. Sferzati dalla solitudine inaridiscono i loro pensieri. Sono volti che si muovono con sgomento e orrore. Le sentinelle del campo arrivano come scimmie abilmente ammaestrate, iniziano a fischiare, a sibilare come serpenti nella sabbia, pronte ad adocchiare nuove prede.

Si annidano davanti ad ogni recinto, intente a falciare ogni passo di chi possiede ancora l’istinto della fuga.  Lo chiamano “semplice istinto animalesco”, di chi non possiede nessuna dose di raziocinio, nessuna dose di gratitudine. Il loro è un compito particolarmente oculato: rintracciare i passi di chi cospira contro il rigore educativo del campo, contro l’amore caritatevole offerto a quei poveri selvaggi. Ben presto saranno educati a rispettare le regole di convivenza, a non tradire il loro dono quotidiano.

Tutti, compresi donne e bambini.

E così si sfregia la vita nell’urlo silenzioso del campo.

 

sorrow 2

Scialba la natura è costretta a non rivelare nessuna traccia del loro dolore.

Cammino, sostituendo i pali di filo spinato con alberi dalla chioma rigogliosa, rammentando che ad ogni ora il sole sicuramente mi offrirà i suoi colori, dentro ad ogni attimo di luce, dentro all’attimo vivo dell’esistenza.

Ma rimangono ancora da contare le innumerevoli gabbie che ospitano chi ha deciso di arrendersi. Volti vitrei, corpi terrosi, naufragati qui, nell’isola della morte, sono rannicchiati in angusti scheletri metallici con la vaga parvenza di letti. Nell’oblio della letargia rimangono ancora in posizione fetale. Perché?

Sono volti, corpi snidati dalle loro case, dalle loro intime abitudini quotidiane.

Ma anche in una vita smembrata della sua linfa vitale rimane ancora il respiro della nascita. E così mi trasformo in una venditrice ambulante di sogni per trasportare questi corpi senza più identità nell’istinto della vita. Prima di vendere qualche sogno, provo a cullarli teneramente.

Poi aspetto che qualcuno mi ascolti, mentre una luce giocosa vibra fremente in due piccole mani che mi invitano a seguirle.

“Vieni…la mamma ti vuole vedere! Ti ha riconosciuta sai! Lei vuole farti vedere la nostra tenda…mamma dice che nella nostra tenda si vedono i colori del cielo”

Occhi vispi, chioma arruffata, sembra un piccolo gatto selvatico che si districa abilmente dentro al reticolo del campo.

Ancora qualche passo e finalmente l’infanzia del giorno si svela in una risata giocosa che mi offre il suo saluto: “Oh, non hai perso l’abitudine di cacciarti nei guai!” Provo a scovare ogni minimo dettaglio.  Mani ossute spostano ciuffi di capelli neri ormai pronti a languire col tempo che avanza, il volto tradisce la sofferenza dei giorni vissuti al centro, ma la sua voce rimane fiera a tributar domande: “La vedi, dolce amica? Anche qui, in questo merdaio, ho saputo costruire la mia tenda blu, verde e rossa…perché blu è il nostro cielo, verde la prateria degli uomini liberi e rosso…Sì! Rosso…il sangue della nostra vita sempre in viaggio! Ma qui… in questo grande centro d’accoglienza?” Qui i bambini possiedono come unico gioco quello di contare questi fottuti scarafaggi che si inzaccherano dentro questa merda d’acqua. Ma almeno gli scarafaggi possono lavarsi, asciugarsi di nuovo al sole… Qui in questo merdaio, le fottute bastarde, le mosche, l’odore della specie umana lo trovano sempre più invitante.

Spariscono le lacrime dagli occhi rimasti ancora splendidamente intensi. Non riesco a staccare lo sguardo dal suo, penetrante, incredibilmente ravvivato dal flusso dei ricordi.  Osservo le sue mani appoggiarsi dolcemente sul suo grembo, riconosco quella voce squillante che raduna la sua ciurma per andarsene verso il marciapiede sventrato dal sole. Perché alle sette in punto gli ospiti vengono chiamati dalla dolce madre per il dono giornaliero: una manciata di infima brodaglia. Inflessibile rimane ancora la sua rabbia, come il suo indomito coraggio: “Siamo considerati dannati! Sporchi dannati! Ma noi da questo posto ce ne andremo… Anche questo figlio nascerà con lo sguardo verso il cielo! Ricorda….Siamo solo passeggeri del mondo….a volte partiamo, ce ne andiamo in luoghi lontani”.

Un vivo silenzio piomba tra i nostri complici sguardi.

Volano i ricordi come rondini.

Riconosco il tuo coraggio abituato a scovare nel buio notturno ogni sentiero che ti guidava fino al piccolo ospedale da campo. Rivedo ancora quell’ombra che si dileguava nell’oscurità, perché solo di notte potevi evitare di essere identificata per poi essere arrestata. Che colpa avevi?

La chiamavano “pulizia etnica”….

E prima di annientare la tua vita, ti concedevano il dono di scegliere come sarebbe avvenuta la tua morte: machete? Colpi di arma da fuoco? Bastoni chiodati?

Un dono concesso anche a tuo padre…

 Una regalia che non aveva dimenticato vecchie malandate come tua madre….Un modo per eliminarle il dolore della malattia, così era stata definita la sua uccisione.

D’altra parte non potevi certo far parte della “forza civilizzatrice del mondo!”

Al primo controllo dei documenti, per le giovani donne che appartenevano alla tua etnia, lo stupro diventava il preludio inesorabile alla morte.

Ascolto di nuovo le tue lontane parole, lì, al piccolo ospedale, mentre ti battevi i pugni sul ventre: “Guarda! Guarda questo figlio! Non sorride più!! Gli è rimasto solo un occhio per guardare, l’altro si è chiuso! Non cammina più….”

E oggi?…

Vedo nei tuoi occhi l’eternità che cercavo.

S. Rachmaninov, Cello Sonata op. 19, terzo movimento

 

Pablo Neruda,  “Il popolo vittorioso”

 

Il mio cuore è qui, in questa lotta.

La mia gente vincerà. Tutte le genti a una a una vinceranno.

Queste pene si spremeranno come fazzoletti per asciugarsi di tante lacrime

sparse sui pozzi e sulle tombe del deserto, sopra i gradini del martirio umano.

Ma è vicino il tempo vittorioso.

Che serva l’odio perché non tremino le mani del castigo,

e che l’ora giunga precisa nell’istante puro,

e empia il popolo le vie vuote con le sue fresche e ferme dimensioni.

Sta qui, per quell’ora, la mia dolcezza.

La conoscete, non ho altra bandiera

 

 Théodore  Géricault:  il coraggio e l’eternità nell’arte

 

vecchia

Erano giorni che quell’idea martellava continuamente la mente di Théodore; in fin dei conti la sua fama di pittore avrebbe potuto realizzarsi attraverso un quadro dalle dimensioni imponenti: un quadro sbalorditivo in grado di suscitare emozioni forti, violente, magari anche contrastanti, magari anche ripugnanti, ma nessuno di fronte al quadro sarebbe rimasto indifferente, distaccato dalla tragicità della visione. Un quadro, quindi, in grado di raccontare la forza inestimabile del coraggio dinanzi all’angoscia della morte.

Poteva essere considerata solo un semplice caso fortuito la notizia raccapricciante che i quotidiani stavano diffondendo con una certa dovizia di particolari macabri? Allo stremo delle forze, in una zattera pullulante di cadaveri, erano stati ritrovati alcuni superstiti del naufragio della fregata francese avvenuto il 2 luglio, davanti alle coste della Mauritania. Le testimonianze dei superstiti erano andate al di là di ogni possibile deduzione….Travolti dalla disperazione avevano violato un tabù insito nella dimensione umana: negli ultimi giorni, prima del ritrovamento, avevano alimentato il loro corpo con la carne dei cadaveri.

Vita, morte, totale disperazione….elementi che il destino stava offrendo a Théodore perché la sua arte li rappresentasse in un dipinto che avrebbe consacrato alla storia le sue doti.

Prima di tutto, era necessario far trasmigrare la realtà spietata dell’evento sullo spettro cromatico, quell’abito misterioso che la tela avrebbe indossato. Un tono tragico avrebbe fornito, fin dall’inizio della visione, l’impatto emotivo del dramma.

Rintracciò due superstiti per appurare la veridicità delle informazioni lette e scovare ogni tassello utile a fornirgli quel vortice di emozioni che aveva travolto i naufraghi.  Ascoltando il loro racconto, Théodore scoprì come la  morte, la disperazione, dentro alla zattera confabulassero con l’istinto della sopravvivenza.

Fin dall’inizio della testimonianza dei due superstiti, Théodore decise di non farsi intimorire da nessuna paura che avrebbe potuto emergere dal suo inconscio; paure rimaste finora latenti, come la paura della morte. Ascoltò con la massima dose di raziocinio, paragonandosi ad un investigatore in cerca di indizi per scoprire il colpevole, in realtà era semplicemente un oculato investigatore affamato di ogni dettaglio per poter rendere visivamente, con la propria opera pittorica, la tensione emotiva che aveva flagellato la vita dei naufraghi dentro la zattera.

L’incubo del cibo che mancava, dell’acqua imbevibile, dell’odore putrido che si radicava  dentro il corpo dei morti, del sole che friggeva ogni lembo di pelle, si mescolavano con un incredibile coraggio, con l’intento di sconfiggere fino all’ultimo respiro la sorte avversa.

Avrebbe iniziato il dipinto scrivendo sulla cornice un’unica verità

” L’unico eroe in questa toccante storia è l’ umanità”

la-zattera-della-medusa-1

 

A Emma, vera passeggera del mondo

 

A presto,

Adriana Pitacco

 

La tela del crepuscolo

la danza crepuscolare

L’ultima lettera per gli amici….

ultime parole scritte, perché forse questo Dio da me finora rinnegato mi concederà la grazia di lasciare a te, caro amico, il mio ultimo dipinto, questa volta scritto.

I miei occhi da giorni stanno vivendo una solitudine crepuscolare. Frammenti di luce svelano le ultime esili ombre, di figure, di volti in strade ormai troppo lontane. E vecchio, tristemente vecchio, sorretto solo dalla malinconia del colore, tento di conferire a questi frammenti una fisionomia riconoscibile alla mente, alla memoria. Lo sforzo è immane, caro Valéry e spesso, troppo spesso, vano, perché il buio disorienta anche la mente mentre il più triste dei pensieri si annida dentro ad un ostinato silenzio. Non penso che alla morte, mio caro amico, niente di più triste della degradazione di una così nobile esistenza ad opera della vecchiaia. Niente di più assolutamente vero! Dov’è finito il tempo in cui mi sentivo forte, quando ero pieno di progetti? Sto scendendo la china molto alla svelta, rotolando non so dove mi trovo avvolto in moltissimi pastelli, come in una carta d’imballaggio. Tu sei l’unico in grado di condurre questa lettura, di cogliere il vero ritratto delle mie parole. E oggi la vecchiaia consola la mia solitudine offrendomi il desiderio di svelare alle persone amate l’intimo sguardo della mia esistenza. Senza che nessun timore, nessun dubbio sulla mia incapacità d’amare, possa tradire questo desiderio. Perché chi ama, non si prodiga alla ricerca di rendere perfetto il suo amore, di lavorarlo e architettarlo quasi alla stregua di un dipinto, secondo i più puri canoni estetici. Ama, ubriaco dell’imperfezione.

Ubriaco di quel corpo che folgora il suo desiderio; ama mentre lo sguardo della donna amata rivela il mistero dell’esistenza. Ogni innamorato possiede quel fertile dono che rappresenta il tratto distintivo del poeta. Come un canto le parole si trasformano in verità inconfutabili, volte a raggiungere un abbraccio universale…

Forse anche con Dio.

Io, povero vecchio, follemente cieco d’occhi e di novità, m’intenerisco al pensiero di non averti mai rivelato quanto le tue parole, la tua leale amicizia, sia stata così fertile per la mia vita. Oggi, mio caro amico, mi rimane solo questa compagna: la memoria. L’unica compagna che possiede ancora il dono di non tradire ciò che l’occhio nella mia lunga vita ha registrato, vissuto. Ma fino a quando?

Ssssh…non offrirmi nessuna risposta

Anche oggi desidero da me stesso una perfetta solitudine, ma diversa da quella solitudine che esigevo nella mia età feconda, fermamente sicuro che solo la solitudine mi avrebbe donato il tempo necessario per giungere alla perfezione dei miei dipinti. D’altra parte la solitudine ha spesso accompagnato i protagonisti dei miei quadri, come la malinconica figura femminile di quel dipinto che tu rinnegavi per la sua struggente solitudine. “Lascialo da solo quel quadro! Sì, quel quadro che hai chiamato l’assenza!  Non vedi che quella povera donna l’hai inebetita dall’alcool della tua tristezza !”

l'assenzio

Queste erano le uniche parole sferzate dalla tua rabbia, perché per te l’arte era ed è puro ed esclusivo giovamento, mai solitudine. Oggi questa solitudine è  solo la consapevolezza della mia esistenza… quel senso di intimo raccoglimento che si svelava solo quando il mio sguardo s’appoggiava delicatamente su quel volto per sfiorare la melodia delle linee e cogliere con un’unica carezza le tonalità dell’incarnato. E allora lì, in quel preciso momento, si compiva un miracolo al quale non ho mai posto nessuna rivelazione, nessun possibile chiarimento. Perché quel miracolo c’era, esisteva, e se avessi posto la mia mente a tributar domande forse sarebbe scomparso per sempre e mai più si sarebbe rigenerato. In quell’incontro scoprivo che quel volto apparteneva alla vita e omaggiava il mio sguardo dei suoi eventi giornalieri, della sua storia. E il ritratto che si raffigurava già nella mia mente, nell’ardore delle mie mani, si mescolava alla vita!

Diventava assoluta la mia commozione quando il mio occhio riusciva a fermare nel modo più preciso e convincente un particolare atteggiamento del corpo, quello che tu chiamavi l’impronta del cuore, per comprenderne l’anima. Prima di tradurre in espressione artistica quest’attimo inconfutabile, mi assillavo a comprendere quanto di questa verità sarebbe rimasto impresso in modo indelebile nella memoria.  Comunque, sovrano incontrastato dell’atto creativo rimaneva sempre il mio occhio, intento ad osservare ogni percettibile movimento, ogni modulazione di linee, pronto a vestire di storie, di vita, il volto che avrei ritratto, il corpo che avrei rappresentato. Trasformavo la tela grezza della mia esperienza visiva in un processo d’esplorazione.

il mercato del cotone

Tu, mio caro amico, lo chiamavi “disposizione dell’anima”, io oso definirla semplice disposizione dell’occhio,  che mi accompagnava sempre, dal primo albore della mia giornata.

Parole leali erano le tue, quando mi dicevi che riuscivo nei miei quadri a compenetrare il soggetto come un poeta. Io, comunque, non mi sono mai raffigurato nella veste di un poeta, non possiedo il tuo dono.

Figuriamoci nella veste sacrale di un genio! Ogni mio quadro era il frutto di una lunga e sofferta meditazione. Il lungimirante confronto con la mia ancora esile arte e le opere dei grandi maestri, mi portava a non accontentarmi mai delle mie opere. Perennemente insoddisfatto ci ritornavo sopra, qualcuno osava dirmi in modo ossessivo.

Spesso quando andavo a trovare qualche acquirente dei miei quadri notavo con solerte aria divertita che i quadri non erano appesi alle pareti. Come un’aquila nasconde le sue prede, il povero acquirente nascondeva le opere del maestro.

Le mie opere…

che al mio sguardo sarebbero apparse ancora incompiute, quindi opere che avrebbero acclamato a gran voce di ritornare a casa per un semplice ritocco. Ma forse, con il passar delle ore, il ritorno si sarebbe moltiplicato in infiniti ritocchi, perché il mio sguardo era avido di verità insite nella perfezione. La chiamavi, caro Valery, pittura laboriosa, a volte noiosa…. Ma se non fosse stata noiosa non sarebbe stata divertente!

Impietoso con me stesso, sempre….?

Forse era già insita nella mia vita di giovinetto, la sfida di immortalare con sguardo impeccabile la realtà. La visione doveva trasmigrare nell’eterno. E oggi mi chiedo se questa suggestiva idea, si sia provvidenzialmente insediata già nell’età feconda degl’anni giovanili germinando il suo seme, per sconfiggere negli anni a venire la mia paura della morte e quel dolore che s’avventa ancora nei miei ricordi, come la tormentata perdita della mia adorata madre. Sai….mi chiedo se tutto sommato sono stato meno coraggioso di quanto sperassi.

Ho sempre pensato che l’arte sia il dominio sul dolore attraverso la bellezza…

Ma ora? Oggi? Dopo?

Quale bellezza potranno cogliere i miei occhi? Da quale differente condizione di luce potrò ricostruire la mia vita?

Esco….esco lo stesso dentro alla mia abituale passeggiata quotidiana….

Mi sostengono le mie mani diventate i miei occhi.

Per sempre Degas

la passeggiata

Da Erik Satie, Gymnopedie n.1

Lo  sguardo architetto di Edgar Degas

la mendicante

Fin dagli anni giovanili Degas è stato un artista solitario, totalmente assorbito dalla sua arte, sua unica compagna, a scapito delle relazioni umane e degli affetti. Tale inclinazione lo condusse nell’età matura, a chiedere il perdono dei pochi amici che avevano colto sotto il carattere duro e scontroso la grandezza dell’artista integro, incorruttibile, mai disposto a sottomettere la sua arte alla moda del momento. Ed è proprio il poeta Paul Valéry, amico dell’artista,  che  dedica al pittore un saggio che intitola”Degas danza e disegno”, che ha il merito di svelare l’intimità di Degas.

E’ sempre Valéry che racconta come il padre di Degas, Auguste de Degas, dopo una prima resistenza alla decisione del figlio di dedicarsi alla pittura, ne asseconda la volontà, intravedendo in Edgar l’immenso talento. Egli avrà cura di indirizzare il figlio a quella profonda meditazione sui maestri della tradizione italiana che conosceva e amava. “Hai osservato bene gli adorabili maestri, te ne sei colmato lo spirito? E Giorgione l’hai bene analizzato nei suoi mirabili toni accompagnati da un così bel disegno di grande eleganza?” Sono le parole che tessono amabilmente i dialoghi, quegl’incanti poetici  tra il padre e il giovane figlio.

il padre

A dir poco commovente è la lettera che Auguste spedisce all’amato figlio, dopo aver ricevuto alcuni disegni preparatori del ritratto della famiglia Bellelli. “Hai fatto un passo immenso nell’arte! Il tuo disegno è forte e il tuo colore è giusto. Lavora tranquillamente, continua su questa strada, e stai certo che farai grandi cose. Hai un bel destino davanti a te, non scoraggiarti, non tormentare la tua anima.”

Giunto in Italia nel 1856,  Degas può finalmente contemplare le opere di Giotto. Si entusiasma talmente tanto per gli affreschi di Giotto che si rifiuta di copiarli per poter mantenere intatta nella memoria l’emozione ricevuta. Nel 1860 il giovane Degas ha eseguito più di settecento copie, soprattutto di opere del primo Rinascimento italiano e del classicismo francese. Lo sguardo si rivolge tutto ai movimenti, agli arabeschi che richiamano la sua attenzione. Lo sguardo architetto del giovane Degas isola figure separandole dall’intero contesto e, studiandone gli atteggiamenti del corpo e dell’espressione, si crea un archivio di forme al quale ricorrerà ogni volta ne avrà bisogno. Già nel 1853, a Parigi, si è iscritto come copista al Louvre. Qui ha luogo la sua formazione artistica nel modo che egli stesso ha scelto, secondo la sua massima:   “Bisogna copiare e ricopiare continuamente i grandi maestri, perché tutta quella gente, quei maestri sentivano la vita e non la rinnegavano”

Dalle parole scritte all’amico  Moreau si comprendono le sue convinzioni sulla complessa e accurata formazione di un pittore:   “Non è forse vero, mio caro amico, che c’è la possibilità di creare luce, bellezza, sentimento, disegno, con un grande amore per quel che si fa? Con la voglia d’imparare e una profonda convinzione dell’eccellenza della pittura?”

Lo sguardo meraviglioso di Degas, fin da subito, è in grado di penetrare l’ampia gamma di possibilità espressive insite nel ritratto. In una lettera all’amico Paul Valéry,  Degas registra le sue annotazioni mentre ritrae:

“Caro Valéry, mentre ritraggo persone in pose tipiche, familiari, il mio occhio, le mie mani, si preoccupano di rendere nel loro viso la medesima espressione dei corpi. Perciò se è il viso che caratterizza una cara persona, farla ridere. Ci sono ovviamente sentimenti che non si possono rendere per decenza, non essendo i ritratti destinati solo a noi pittori! Quante fini sfumature da rendere!”

la toletta

 

Attraverso il ritratto, l’occhio fotografo di Degas è in grado di scandagliare le qualità luminose dei colori, l’architettura raffinata delle linee, la gestualità dei corpi,  per trovare la chiave misteriosa e poter accedere alla vita quotidiana, ai pensieri profondi vissuti da uomini e donne che l’artista fissa per sempre nei suoi ritratti. Ma questa sua straordinaria capacità di rappresentare la realtà umana, non è esente da critiche sarcastiche. “E’ un povero deviato oftalmico! Un lezioso voyeur” grida qualche emerito studioso alla vista dei quadri di Degas che raccontano giovani donne nude nel momento della toeletta. Donne riprese in una quotidianità fino allora mai rappresentata. Ma nessun critico serio poteva certo tralasciare l’abilità predatrice di quell’occhio in grado di scovare ogni minuziosissimo dettaglio visivo, di isolare ogni pigmento coloristico, e infine di predare in pochissimi istanti l’ambita preda: quel mutamento quasi impercettibile della luce, la leggerissima sfumatura di un arazzo visivo, trama di forme nell’alchimia dei corpi femminili. Accalappiata la preda, l’occhio si trasforma rapidamente in un occhio impietoso volto a denudare le miserie del corpo umano, a dissacrare quel corpo femminile che la pittura fino allora aveva idealizzato. Non più quindi carne piatta e liscia, sempre nuda delle Dee, ma carne svestita, reale, ripresa nel rituale di abitudini intime. Donne che Degas racconta all’amico Valéry: “Le mie figure femminili sono degli esseri umani semplici, ma sinceri; si limitano ad accudire il loro corpo. Anche la pelle umana vive di una propria vita espressiva! Mi chiedi perché non mi sono mai sposato? Ecco! Ho sempre avuto paura che mia moglie potesse vedere uno dei miei quadri e dire : “Mm…carino..” una cosa è l’amore, un’altra è la pittura. E abbiamo soltanto un cuore.”

 

Ma quell’occhio fotografo, nell’ultimo decennio della vita di di Degas, ha un declino inesorabile.

I disturbi alla vista che lo avevano preoccupato fin dalla gioventù si aggravano tanto da far spegnere lentamente i suoi occhi. Nonostante l’avverso destino, non è raro trovare ancora Degas, ombroso e solitario, vagare per la città in cerca di situazioni ancora da osservare, da scoprire e da trasformare in soggetti per nuovi quadri.

Negl’ultimi anni della sua vita quegli occhi non possono più nulla ma le sue mani cercano ancora forme….

Le sue mani diventano i suoi occhi, intente a modellare fino alla fine l’essenza della vita.

creo finchè vivo

Colto da un aneurisma cerebrale, Degas muore il 27 settembre 1917 e viene sepolto nella tomba di famiglia nel cimitero di Montmartre. Secondo il suo stesso volere, davanti alla tomba, viene pronunciata soltanto la seguente frase: “Amò molto il disegno”

nudo

Ps: vi chiedo di scusare la mia innata voglia di travestirmi…

Perché dopo essermi seriamente documentata, ho voluto migrare in un quadro di Degas, e raccontare con la mia scrittura il rapporto con la sua unica compagna di vita: l’arte…

testimonianza profonda del suo amore per questo meraviglioso viaggio.

Questo post, questa mia lettera scritta con la voce di Degas, è dedicata a mio figlio Gianluca, a quel suo “Concerto al buio”, evento organizzato nell’ambito del Progetto Lions Kairos con lo scopo di migliorare l’integrazione sociale delle persone che per timori o pregiudizi troppo spesso sono considerate “diverse”. Il concerto, svolto completamente al buio, ha avuto come obiettivo quello di far  vivere ai presenti la ricchezza del suono del pianoforte senza l’ausilio della vista, proprio come solo i non vedenti riescono a fare.

A mio figlio, il mio inestimabile maestro

A presto

Adriana Pitacco

 

 

Ciao! Ti presento te stesso

guardando

 Persiste il trend di crescita per l’uso di antidepressivi e ansiolitici in Italia; in aumento il mercato della “falsa felicità”

Striature grigiastre solcano i muri; densa la polvere si è annidata in questo spazio che qualcuno  amorevolmente definisce “Casa Serena” per i lunghi giorni destinati al tempo dell’ozio. Qualche bravo infermiere ti sta ricordando che “essere qui” è un onore,  perché finalmente consacrerai la tua vecchiaia alla fase contemplativa della vita; senza comunque dimenticare la provvista giornaliera di medicine che scandiscono inflessibilmente lo scorrere del tempo.

Sei adocchiato continuamente dal sorvegliante di turno, pronto a dirigere il traffico dei tuoi pensieri, a dirottare le tue parole in un ordine logico, consequenziale agli eventi del giorno. Poi con ossequiosa calma, ti invita ad addentrarti verso la ronda giornaliera….

Qualche passo ancora, perché si rinnova l’ora delle visite.

 E finalmente oggi ti ritrovo…

Ma non ho bisogno di presentarti me stessa, anche se tanti anni ci separano dall’ultimo incontro. Avidi i nostri sguardi sanno già ricordare…

Ma ora dimmi… da dove vuoi che racconti quel tuo modo insuperabile di spiazzare ogni pregiudizio? Quelli che tu chiamavi “Il buon costume della medicina ufficializzata”.  Ho capito, mi stai dicendo che prima di essere un medico, sei stato un uomo e solo grazie ai tuoi pazienti, ti sei presentato al mondo. E così, oggi, testardo fino alla fine dei tuoi giorni, vuoi presentarti come abile narratore, vuoi spodestarmi per un po’.

Ti ascolto volentieri, toglimi pure lo scettro della scrittura. Sicuramente, sarai ancora così abile a smascherare l’ignobile ricettario fornito dalla provveduta società sulle miracolose cure per la felicità. L’ultima offerta è a dir poco commovente :  “Ti aiutiamo a conoscere te stesso,  a presentarti al mondo e a conquistare la felicità nel giro di due settimane, ad un modico e conveniente prezzo”.

Ora racconta, perché voglio ritornare da dove siamo partiti : “dal Mondo delle idee”.

Quel mondo che hai presentato come un figlio in quella clinica prestigiosa, dove eri stato invitato come relatore sul tema : “Psicopatologia delle depressioni-casi di guarigioni quasi impossibili”. L’avevi deciso fin dall’inizio che non sarebbe stata la solita relazione costruita dagli “addetti al lavoro”, sarebbe diventata, man mano, una lunga conversazione, dentro ad una sala gremita non solo da medici, ma soprattutto da uomini e donne alla ricerca di conoscere se stessi.

Londra 1980

 “Non vi parlerò di nessun caso di depressione impossibile da guarire! Affermare che vi sono casi impossibili, la cui guarigione sarebbe a dir poco eccezionale, sarebbe come affermare che nell’Uomo esiste solo la ricerca del piacere della felicità. Senza il dolore, senza che piacere e dolore si amalgamino tra di loro, l’uno nell’altro.

Siamo sicuri di conoscerci, ci paragoniamo a degli alberi che aprono i rami sempre più su…alla ricerca di luce…in alto! Poi giunge un momento in cui ci chiediamo se quell’individuo che cammina sia veramente il nostro Io che abbiamo da sempre conosciuto, o un altro che guardiamo senza riconoscerlo. E’ un albero che improvvisamente si piega per ritrovare la sua abituale posizione…. ma poi questo albero si sradica impietosamente. E allora intuiamo di aver avuto un unico difetto: quello di esserci sempre rifiutati di procedere al di là delle apparenze. Fino allora siamo rimasti dentro, come schiavi, in una caverna, costretti a guardare sul fondo di essa le ombre della nostra esistenza. Dentro scambiamo queste ombre per realtà perché non abbiamo mai voluto conoscere quelle vere. Schiavi di noi stessi, schiavi di una realtà ingannevole! Ma finalmente decidiamo di uscire dalla caverna .

Incominciando ad abituarci alla luce forte del sole, dovremo gradualmente scorgere le idee: non più realtà apparenti! Come uno schiavo finalmente libero, proveremo ad esplorare il mondo che ci circonda, ma ci prende l’angoscia di non farcela; ci chiediamo se sia opportuno ritornare dentro la caverna, incatenarci nuovamente. La vita non è più un albero che sale, ma linfa che scorre! Sempre più giù, fino alle viscere di un inferno e di un paradiso.

Scendiamo….è una discesa che ci travolge! E’ una guida dell’anima verso il mondo dell’essere. “L’idea della nostra reale esistenza alla quale l’anima partecipa” così direbbe Platone.

E questa è la vita! Dolore e Amore assieme: l’uno dentro all’altro.  E  in questo viaggio finalmente libero, ogni uomo, ogni donna si presenta al mondo”

 

E così continui a parlare con quello che chiamavo “il linguaggio degli Dei”.

Io ho ancora il privilegio di amare i tuoi sguardi struggenti divenuti parole nel paesaggio della tua memoria. Perché nessuna malattia, nemmeno quella acida vecchia dal nome Alzheimer che ti hanno affibbiato addosso, violerà la tua presentazione.

Perché quando io parlerò di te…

Ti ricorderò ancora così!

Per sempre…

 

Dalla raccolta “Ossi di seppia” di Eugenio Montale

 

Portami il girasole ch’io lo trapianti

nel mio terreno bruciato dal salino

e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti

del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,

si esauriscono i corpi in un fluire di tinte: queste in musiche.

Svanire è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce

dove sorgono bionde trasparenze

e vapora la vita quale essenza;

portami il girasole impazzito di luce.

 

Mi conosco perché ti amo: Salvador Dalì e Gala

 

il ritratto

 

“Ogni mattina, al risveglio, provo un piacere supremo: quello di essere me stesso, quello di essere Salvador Dalì. A sei anni volevo diventare cuoco, a sette anni Napoleone; da allora la mia ambizione non ha smesso di crescere: non voglio più essere che Salvador Dalì e nient’altro!”

Ma la vera presentazione di se stesso al mondo Dalì la compie con la prova indiscutibile dell’amore; nel 1929 il grande artista scopre in Gala il grande amore della sua vita.

la preghiera

Questo incontro storico avviene all’insegna della follia. Innanzitutto Dalì si trova in uno stato di esaltazione per cui ogni volta che vuole parlare a Gala viene preso da un riso irrefrenabile. Ogni volta che lei si allontana non fa in tempo a voltargli la schiena che Dalì si contorce dal ridere fino quasi a cadere a terra. E’ difficile quindi per Dalì riuscire a dichiarare il suo amore tra scoppi di riso nervoso. Non è cosa facile perché, oltre ad essere affascinante, Helena Devulina Diakanoff, figlia di un funzionario di Mosca, da tutti soprannominata Gala, manifesta una sicurezza che non manca d’impressionare il giovane Salvador. Resta il fatto che all’epoca Dalì aveva avuto con le donne solo delle esperienze limitate; sosterrà sempre che era ancora vergine quando ha conosciuto Gala.

 “Anche le vittorie hanno il viso incupito dal dolore. Non bisogna stuzzicarle” racconta Dalì.  “Ciononostante stavo per farlo, per serrarle la vita, quando la mano di Gala prese la mia. Era il momento di ridere, e risi con un nervosismo tanto più violento in quanto la cosa doveva risultare più fastidiosa per lei in quella particolare circostanza. Ma, invece di sentirsi ferita dal mio riso, Gala se ne inorgoglì. Con uno sforzo sovrumano, mi strinse la mano ancora più forte. E grazie alla sua intuizione medianica aveva colto il senso preciso del mio riso, così inspiegabile per gli altri. Il mio riso non era allegro come quello della gente normale, non era scetticismo o frivolezza, ma fanatismo, cataclisma, abisso e terrore. E quello che le avevo appena fatto sentire, che avevo gettato ai suoi piedi, era il riso più catastrofico, più terribile di tutti.  “Tesoro” disse ” Non ci lasceremo più”

Sempre durante uno dei loro primi incontri, Dalì chiede a Gala : “Cosa vuole che le faccia?”e Gala, con il volto trasformato, divenuto duro e tirannico, risponde:  “Voglio che mi faccia schiattare!”   “E se la gettassi dalla cima della cattedrale di Toledo?” S’interroga Dalì.  Sempre il grande artista racconta: “Gala mi distolse dal mio crimine e mi guarì con il suo amore. Grazie! Voglio amarti! Ti sposerò… questa fu la mia risposta. E i miei sintomi isterici scomparvero gli uni dopo gli altri come per incanto.   Ridivenni padrone del mio sorriso, del mio riso, dei miei gesti. Lei mi guarì grazie alla potenza indomabile e insondabile del suo amore. La sua profondità di pensiero e la destrezza pratica di questo amore surclassarono i più ambiziosi metodi psicanalitici.  E finalmente una nuova salute mi sbocciò nella testa come una rosa”

 

gala e la bellezza

 

E così, come racconta Dalì, ci presentiamo al mondo con la forza dell’amore: l’unico vero specchio della nostra esistenza!

E finalmente…

Ciao! Ti presento te stesso…

o me stesso!

i volti di gala

Questo post è dedicato a tutti coloro che hanno avuto il coraggio di uscire dalla caverna, finalmente liberi, di essersi presentati al mondo con la ricchezza inestimabile delle proprie idee, della propria diversità, ricordando il grande insegnamento di Galileo Galilei
“L’ Uomo è artefice del proprio destino”.
A presto
Adriana Pitacco

titoli dei quadri di Salvador Dalì: Giovane donna in piedi alla finestra(1925)- Autoritratto (1921)-  Studio per la Madonna di Port Lligat (1950) Leda atomica(1949) Tre visi di Gala appaiono su delle rocce

 

 

 

 

 

lotta come non ci fosse un domani

incidenti sul lavoro in Italia : 30.000 all’anno, con danni permanenti/morti per infortuni nei primi mesi del 2017: numero 85

palazzo-ducale

“In data odierna, come da protocollo, le comunichiamo che le sue suddette dimostranze nei nostri confronti per non aver ottemperato alla vigente legislatura inerente la sicurezza del lavoratore, risultano infondate. Inoltre la documentazione da lei inoltrataci risulta inattendibile e incompleta”.

Leggo rapidamente, cercando di nascondere la rabbia, l’ennesima burla dell’amorevole ditta che si rincresce così tanto per non aver ricevuto ancora la necessaria documentazione medica. Sono genitori avveduti, attenti ai loro lavoratori, e quindi non si accontentano di una semplice cartella clinica nella quale l’ospedale ha documentato la seria operazione che hai subito, il difficilissimo piano di recupero abilitativo che ti hanno sottoposto…

Desiderano conoscere più dettagli possibili. Siamo proprio fortunati perché sono dei veri genitori.

Tu ascolti in silenzio…

Ma è il tuo sguardo che rivela l’essenza di questi mesi, l’unica verità di questa esistenza.

“Lotta come non ci fosse un domani” sono le parole che ripeti a ogni risveglio

D’altra parte il combattimento è uno degli sport più antichi dell’uomo.

Sorrido, mentre vorrei solo aggiungere che è uno sport che qualcuno non vuole nemmeno iniziare, o nel quale si arrende al primo insuccesso, alla prima delusione. Ma la tua è quella che io chiamo una “nobile arte”, che richiede ai suoi praticanti una notevole dose di coraggio, forza e volontà nello sconfiggere l’avversario.

Ma forse il termine avversario devo volgerlo al plurale.

Perché di avversari da sconfiggere ne hai parecchi: prima di tutto, in alto alla vetta, è il tempo reale che si addensa in minuti e ore, che si rivela inesorabilmente ad ogni controllo medico. Perché sotto, stampato alla fine del foglio diagnostico, ogni volta, troviamo una scritta minuta, ma per noi preziosissima  “tra quindici giorni si ripetono raggi, controllo medico per la deambulazione e funzionalità  della gamba. Si considera eventuale nuovo intervento chirurgico”. Ecco, il tempo qui è precisamente stabilito! Quindici giorni e in questi quindici giorni devi sconfiggere il tempo. Non devi lasciare che nessun minuto possa addentrarsi nella fitta vegetazione della malinconia e che nessun pensiero tortuoso si annidi dentro di te per sentenziare che non ce la farai, che hai esili speranze di guarigione.

Hai deciso che il tempo lo devi dominare…Strana cosa per un essere umano! L’hai paragonato ad un cavallo selvaggio, e  nei quindici giorni che ti rimangono hai deciso di imbrigliarlo e di addestrarlo assieme al tuo corpo, assieme a questa “maledetta” gamba, per recuperare l’istinto ancestrale del cammino, dell’allineare i piedi, del poter stare in equilibrio eretto. Finalmente nella posizione trionfante per  volgere il tuo sguardo anche dall’alto, superbamente maestoso, senza che venga imprigionato dalla lacerante posizione orizzontale a cui il tuo corpo è stato costretto per mesi.

Ma il tuo pensiero mai!

Nemmeno la tua rabbia.  E non certo contro le “avversità” della vita, ma rabbia implacabile contro quella  frase scritta dalla “grande azienda”, dal famoso datore di lavoro. “Le chiediamo di non interloquire più con noi, dal momento che, a causa della sua prolungata assenza dal lavoro, il contratto è stato reciso”.

Nessuna lettera dell’alfabeto è stata allineata per decifrare l’espressione “incidente sul lavoro”. C’è solo una serie di numeri accanto alla parola archiviazione. Per loro non hai più un nome, un cognome, sei stato marchiato per essere mandato al macello. Ormai sei carne da macellare, identità inutile.

Ma forse, e questo oggi mi diverto a pensare, sei considerato una specie di Untore, al pari di un personaggio manzoniano e, se non ti fermano in tempo, potresti cospargere i luoghi dell’azienda contagiando gli altri lavoratori con il morbo della giustizia. Morbo che rapidamente diffonderebbe  nei lavoratori strani sintomi, quali: il diritto a tutelare la propria salute, a rivendicare un salario adeguato…insomma ad affermare la dignità dell’uomo.

La voce gracchiante dell’ipocrisia fa parte di quell’infame esercito che abilmente hai deciso di sconfiggere.

E’ un combattimento a pugni nudi, senza tregua…Non c’è tempo!

L’accademia dove ti alleni, io la chiamo sorridendo, “L’Accademia della vita”. L’abbiamo inaugurata con la bellissima frase di Galileo Galilei “L’uomo è artefice del proprio destino”. Qualcuno potrebbe sicuramente chiederti : “Qual è il tuo codice di disciplina?”  Resistenza, incassare i colpi del dolore, e considerare come unico arbitro la tua implacabile fiducia nella vita, perché quest’ultima ti offre decisamente, già all’inizio, punti di vantaggio.

E così oggi rinnoviamo la nostra visita al grande ospedale. Ormai sono mesi che il grande ospedale mi diverto a chiamarlo “Palazzo Ducale”, il grande Palazzo ducale di Venezia. Il motivo? Semplice!

Un giorno, scenderemo per l’ultima volta dalla Scala dei Giganti, scala che collega il cortile alla loggia interna del primo piano, e in quel luogo deputato alla Cerimonia dell’incoronazione Ducale, Noi celebreremo la nostra vittoria!

Entriamo, questa volta sei tu che mi porti con te

Sei tu che mi osservi teneramente mentre ascolto nuove parole

Sei tu, che come un vero equilibrista, rimani incredibilmente fermo, deciso a vivere ogni attimo

mentre cerco di trattenere parole trasformate in veri aquiloni…

Sono quelle del giovane medico

“Lo so che non potrei dirlo, io uomo di scienza, ma i suoi progressi sembrano miracoli”

E così hai vinto l’ennesimo Round

Quale titolo hai vinto?

Il titolo della VITA !

E allora portami con te…

Io ti seguo…

il-ballo

dal poeta Paul Eluard

la grande luce

Vieni, sali. Presto le piume più lievi, scafandro dell’aria, ti terranno alla nuca.

La terra reca appena il necessario e i tuoi uccelli di varietà tanto belle, sorriso. Là dove sei triste, come un’ombra dietro l’amore, il paesaggio copre ogni cosa.

Vieni presto, corri. E tu hai corpo più veloce dei pensieri, e nulla capisci? nulla ti può oltrepassare

 

La Vittoria nell’arte : Pierre Auguste Renoir

la-festa-dei-canottieri

Gli ultimi tre decenni della vita di Renoir sono ottenebrati dall’amara sorte di una grave malattia, contro la quale dovette duramente combattere.

Nell’estate del 1898 si recò spesso ad Essoyes, la città natale della moglie, ed è proprio durante il soggiorno ad  Essoyes che comparvero i primi sintomi di una grave affezione reumatica, che lo costrinse a trascorrere l’inverno al sud, in Provenza.

Nell’ultimo periodo della sua vita, la grave artrite reumatica gli creava grandi difficoltà. Le sue ossa si deformavano, la sua carne si inaridiva. Nel 1904 pesava appena 48,5 kg e non riusciva quasi  più a rimanere seduto. Dopo il 1910 non era neanche più in grado di muoversi con l’aiuto delle grucce e rimase costretto sulla sedia a rotelle. Le sue mani si erano contratte e somigliavano agli artigli di un uccello. Delle fasciature di garza erano necessarie per impedire che le unghie, crescendo, si conficcassero nella carne. Gli era ormai impossibile prendere in mano il pennello, che doveva essere incastrato tra le sue dita irrigidite. Egli continuava a dipingere in questo modo giorno per giorno, instancabilmente, quando gli acuti attacchi di dolore non lo costringevano a letto, dove un sostegno di fil di ferro proteggeva il suo corpo dal contatto con le lenzuola di lino. Di tanto in tanto rimaneva quasi completamente paralizzato. Si fece costruire un cavalletto sul quale poteva arrotolare la sua tela come un panno tessuto sul telaio; così poteva affrontare anche le opere di discrete dimensioni, benché fosse legato alla sedia a rotelle ed i movimenti del braccio gli consentissero di eseguire soltanto brevi, energiche pennellate. “Vedete” disse  al commerciante Vollard che lo osservava guidare il pennello con i suoi artigli ricurvi “La mano non è affatto indispensabile per dipingere! Indispensabile è l’occhio e il cuore!”

In questo periodo Renoir diventò anche scultore; trovò delle mani che plasmassero la creta sotto la sua guida. Il giovane artista spagnolo Richard Guino si rivelò un sensibile assistente. Dopo aver accostato la sua sedia a rotelle, Renoir dirigeva i lavori con una bacchetta: “Togli qualcosa lì…di più…così! ” I due erano talmente affiatati che bastavano brevi cenni, piccole esclamazioni, per intendersi.

Mai e poi mai, il vecchio Renoir lasciò che un’ombra di disperazione, di tedio, di dispiacere o di invidia affiorasse nella sua arte; desiderò solo che le opere create negli ultimi anni fossero un inno alla vita felice, un unico arcadico sorriso.

vittoria

“Faccio ancora dei progressi”, disse pochi giorni prima della sua morte, e si racconta che l’ultima parola pronunciata dalle sue labbra il 3 dicembre 1919 si sia riferita alla disposizione di una natura morta che intendeva dipingere.

“Fiori…” fu l’ultima sua parola.

renoir

Questo post è dedicato al mio compagno, splendido padre dei miei figli

A presto

Adriana Pitacco

 

infanzia tradita

arlecchino-1

“Quando avevo l’età di questi bambini sapevo disegnare come Raffaello, ma mi ci è voluta tutta una vita per imparare a disegnare come loro.”

Pablo Picasso

E se Picasso, bambino, vivesse ai giorni nostri? Domanda insolita?

Quale realtà tremendamente assurda potrebbe spezzare il suo volo? Il suo atto creativo?…

Oggi, troppo spesso, qualche “saggio” medico si diletta ad esiliare con saggi e apparenti realtà scientifiche il  mondo dell’infanzia estirpandone le domande, i perché, l’innata curiosità volta alla scoperta. Per troppo tempo sono rimaste chiuse in un oblio storie di vite offese ed umiliate, circondate da un’assurda indifferenza. IO, semplice donna, insegnante, ho raccolto le loro testimonianze e oggi cerco di raccontarle come se le raccontasse la voce limpida e spontanea dell’infanzia, senza dogmi…senza timore del racconto

 fiaba tratta da una storia di ordinaria follia

C’era una volta un grande medico che scriveva tanto, tanto, qualcuno diceva anche troppo. Dall’altra parte della città esisteva una mamma che si recò dal grande medico, per giunta psichiatra in una grande azienda sanitaria, perché il suo figliolo di soli sei anni parlava troppo, troppo e suonava sempre, sempre. Questo gliel’avevano detto le maestre. Mi chiedete se è una storia vera? Povera me! Sono costretta a dirvi di sì! La storia ha un numero di protocollo, un foglio scritto dal grande medico che nel suo miracolo temporale scrive di formule magiche nei totem di psichiatria. Il mago in soli dieci minuti pronuncia alla mamma il verdetto speciale: “Un caso particolarissimo! Sindrome di autismo intellettivo! Sindrome rara…” Inoltre disse che il povero bambino parlava tanto perché non capiva e non avrebbe mai chiesto il perché delle cose che vedeva. Il medico quindi propose alla mamma una strana pozione magica: due anni di psicoterapia da concordare con una psicologa di sua fiducia, un flacone al giorno di caramelle psicofarmacate e il timbro nell’apposito modulo per mettere il bambino in una provetta per la ricerca. Ma quando il bambino si mise a piangere, chiedendo alla mamma perché il mago non avesse pronunciato la parola bambino, la mamma lo prese tra le braccia e riascoltò la sua bellissima musica….

Dal mago medico non ci tornò più!

Mago od orco?….

 

Perché non accada più…

Afferma il filosofo Emmanuel Kant:

“Ci sono dei medici che pensano di scoprire una nuova malattia ogni volta che trovano un nome” E forse è proprio così che nel corso degli anni aumentano le pagine del famoso D S M cioè il Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi mentali. Ogni nuova malattia mentale viene stabilita attraverso discussione e voto di gruppi di esperti. Il DSM quindi si fonda su ciò che gli psichiatri chiamano consenso che in realtà è una votazione dei membri dell’American Psychiatric  Association e non una procedura scientifica. Col passare degli anni, i compilatori del famoso DSM, si sono accorti che potevano estendere la propria influenza nei riguardi di una quantità pressoché infinità di atteggiamenti e problemi mentali. Vi ritrovate da qualche parte nella lista ?  Perché tra l’elenco dei disturbi troviamo: il disturbo del calcolo- la brutta calligrafia- timidezza-snobismo-goffaggine-bere troppo caffè-aver piacere nel fumo di tabacco-incapacità di dormire dopo aver bevuto troppo caffè(questi “importanti” disturbi mentali li troviamo nelle pagine numerate con tanto di etichettatura) .

E se un bambino è distratto, magari indifferente alla voce così eloquente e riflessiva dell’insegnante? Ecco pronta la diagnosi! Basta sottoporre gli sprovveduti genitori ad una lista di domandine, così semplici e innocue. Ecco alcune domande del formulario magico:1-muove spesso mani e piedi 2-è distratto facilmente da stimoli esterni-3-spesso sembra non ascoltare quanto gli viene detto-4-spesso chiacchiera troppo-5-spesso spiattella la risposta prima che abbiate finito di fare la domanda-

Scusate… se vi sono sei risposte affermative, la diagnosi è pronta!! Dal formulario magico viene estratta la formula di: Deficit di attenzione e iperattività! Il caso è risolto!! A qualche genitore, il test può sembrare come quelli che appaiono in alcune riviste femminili dove ci divertiamo a rispondere ad una serie di domande chiuse per sapere, ad esempio, se siamo gelosi, timidi…Ma il dubbio, il confronto, viene subito tacitamente eliminato. D’altra parte, il test al quale sono stati sottoposti, è stato presentato da medici illustri, accademici, primari di rinomata fama. In tempi rapidi e precisi, gli insigni studiosi, hanno individuato come nella moderna società sia diffuso un “disturbo mentale” causato  probabilmente da uno strano squilibrio biochimico. Certo, i poveri genitori possiedono ben poca  dimestichezza  con l’appropriata terminologia medica. Gli studi, le varie comparazioni, parlano di possibili squilibri nella condizione chimica del cervello, di possibile trasmissione genetica. Magari a qualcuno potrebbe ritornare utile qualche nozione di diritto,  studiata ai tempi del liceo, perché se l’onere delle prove spetta a chi afferma tale conclusione, dovrebbero essere tracciati test biologici, esami clinico-strumentali. Comunque qualche saggio medico, consiglia loro di non inoltrarsi nello studio della psichiatria….si perderebbero in breve tempo! Deve essere solo una semplice questione di fiducia!!

E se il disturbo si trasformasse in una specie di virus contagioso verso gli altri figli? In effetti, secondo le ultime statistiche, almeno il 10% della popolazione scolastica ne è afflitta, ma per fortuna esiste un’innocua  cura preventiva. Insomma, se al soggetto affetto da disturbo di attenzione e iperattività (siglato come ADHD) il dosaggio delle caramelle psicofarmacate è di quattro dosi giornaliere, ai fratelli, portatori sani, basterà dargliene la metà. Il nome poi, della potente ed energica caramella psicofarmacata ha un nome semplice, che presto diventerà familiare a tutti i membri parentali.

bibliografia

E’ uno psicofarmaco, precisamente un anfetaminico (in voga tra  alcune comunità di tossicodipendenti negli USA negli anni Settanta) la vendita di  questa pozione magica negli ultimi anni è aumentata da 2,8 tonnellate nel 1990 a 20 tonnellate nel primo decennio del 2000.

Ecco alcuni effetti collaterali :

problemi cardiaci(tachicardia, aritmia, arresti cardaci)- manie, psicosi e allucinazioni, depressione, aggressività, crisi di pianto, stati confusionali, comportamenti ossessivi, anoressia, insonnia, perdita di elasticità nel ragionamento, incapacità a esprimere emozioni, a stupirsi, a porre domande, tendenza a comportamenti passivi e sottomessi, ritardi e disfunzioni nella crescita ….

E…

IL BUCO NERO

  fatali suicidi?

Alcuni studi hanno individuato come il suicidio sia la principale complicazione nell’astinenza dallo stimolante usato per “curare” il disturbo di attenzione e altri disturbi simili. La Drug Enforcement Administration americana, nel rapporto sugli psicofarmaci somministrati in età giovanissima scrive: “L’alta percentuale di tentati suicidi è compatibile con l’alta frequenza di depressione associata all’uso dello stimolante”

La mamma del piccolo Raymond  racconta: “Mio figlio era un ragazzo intelligente, ci voleva una buona dose di intelligenza per stare al passo con lui. Essendo dotato intellettualmente, questo lo portava ad annoiarsi a scuola. A febbraio mio figlio venne classificato come “iperattivo” e gli vennero prescritti dei farmaci come trattamento. Quattro mesi più tardi Raymond si uccise, impiccandosi. Io non ero mai stata avvertita sugli effetti collaterali legati all’astinenza.”

Colombe disegno a matita su carta 1890-le-colombe Pablo Picasso

E cosa risponderebbe qualche saggio medico psichiatra ad una delle frasi più suggestive di Pablo Picasso, “Se uno sa già esattamente cosa vuol fare, perché poi lo dovrebbe fare davvero? Dato che lo si conosce già, è del tutto privo di interesse. E’ meglio fare qualcos’altro”  ?

Forse potrebbe iniziare da qui un breve e circostanziato dialogo tra il piccolo Pablo e un saggio ed esperto studioso di bambini .

POVERO PABLO…

“Ecco…tipico modo di procedere senza una reale considerazione con la realtà. Il bambino è convinto di sapere far tutto…si individua già la tipica sintomatologia di una deviata personalità narcisista, che lo conduce ad interessi futili e superficiali. Sintomatica è la frase “dato che lo si conosce già”. Si evidenzia quindi una patologia dello sviluppo della personalità. Deduzioni semplici, chiare e precise che lo studioso dovrà rivedere nel corso dell’età adolescenziale che vivrà il giovane paziente.

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Con il passar del tempo, il sommo esperto riesce ad  affinare ulteriormente la tecnica necessaria per ricercar domande adeguate da sottoporre al giovane paziente. E considerata la storia pregressa, l’adolescente rientrerà sicuramente nei nuovi casi di disturbo della personalità. Due, al massimo cinque minuti, e la questione sarà risolta.

In fin dei conti è necessario solo iniziare con qualche rituale domanda per comprendere il suo dominante, non più latente, istinto compulsivo.  Comunque un tono di rispettosa e benevola educazione non guasta mai! Pragmatico il dialogo, senza dimenticare di dare del “lei” al  giovane paziente.

“Lei , mi dice che continua a dipingere, ma c’è un momento in cui pensa di aver concluso il suo lavoro?”

Rapida la risposta del giovane Pablo: “Non viene mai il momento in cui puoi dire: ho lavorato bene e domani è domenica. Appena hai finito, ricominci di nuovo da capo. Puoi mettere da parte un quadro e dire che non lo tocchi più, ma non puoi mai scriverci la parola fine”

Compiaciuto, decisamente compiaciuto di sé, del suo innato intuito nel risolvere rapidamente anche i casi più complessi, il saggio medico non formula più nessuna domanda. Non è proprio necessario! La sindrome rientra esattamente nel grande Totem della psichiatria: quel povero bambino narcisista, nell’età adolescenziale evidenzia i tratti tipici di uno spettro autistico- compulsivo. Si veda l’ elemento compulsivo nell’espressione “appena hai finito, ricominci da capo”. Si deduce quindi che il mezzo pittorico è utilizzato per “risolvere” apparentemente forti conflitti interiori.

Ma i dipinti parlano da soli…

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olio su tela-scienza e carità -dipinto da Pablo a soli sedici anni

Le frasi sopracitate sono state realmente dette da Pablo Picasso

Passa il tempo e ridivento fanciullo…

invento e trasformo con lo sguardo di un bambino

 Pablo Picasso : Idillio a Vallauris

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A Parigi, durante l’occupazione, Picasso conobbe la giovane pittrice Francoise Gilot, che in seguito prese a fargli  spesso visita nel suo atelier. La giovane intellettuale piacque sempre più al pittore e divenne la sua compagna. Nel 1948 l’artista si trasferì con lei a Vallauris, antico centro di arte vasaia della Francia meridionale, nella villa “La Galloise”. Francoise è spesso presente nelle opere di quel periodo ed è interessante osservare le trasformazioni, proprie di un fanciullo, a cui l’artista la sottopone, attraverso una serie di metamorfosi che ce la restituiscono sotto forma di fiore.

 

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Nel 1947, Francoise mise al mondo Claude e due anni dopo Paloma. Nel quadro olio su tela” Claude che disegna”, Picasso ritrae i suoi due figli più giovani, intenti ai loro giochi, mentre la madre li avvolge con un gesto che trasmette un senso di sicurezza.

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 La recente riscoperta del mondo dei bambini viene rielaborata da Picasso in numerose rappresentazioni metaforiche, ma anche molte sue divertenti sculture materiali degli anni Cinquanta sono state sollecitate dai giochi per bambini. Elaborò un’automobile giocattolo che suo figlio aveva ricevuto in regalo, trasformandola in una scultura raffigurante la testa di una scimmia, con i due fari al posto degli occhi.

L’infanzia in musica: di C. Debussy : children’s corner

pianista: Arturo Benedetti Michelangeli

 

Questo mio post è dedicato al piccolo Michael, orfano dei genitori, che continuava ad uscire nel giardino della scuola per ricercare nidi di uccelli. A quel momento indimenticabile nel quale afferrò tutto il suo coraggio per chiedermi con voce ferma e decisa: “Scusa…ma secondo te, chi è più bravo a dipingere?  Vincent van Gogh o io?”

 

per chi fosse interessato ad approfondire ecco la bibliografia dei più recenti studi

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Con la speranza di aver dato un contributo per qualche riflessione su storie troppo spesso nascoste

A presto

Adriana Pitacco