Ora vedo… vedo solo con i tuoi occhi

ragazza con orecchino di perla1

Una piccola fessura, l’entrata di uno spiraglio di luce…

Basta solo una manciata di luce per trasformare un uomo in un orco.

Ora lo vedo, nascosta dietro alla porta, lo vedo…

Il quadro è inquietante, angosciante: è in preda di nuovo alla sua rabbia, la prende a calci, urla sul suo bellissimo volto parole che non voglio nemmeno capire.

Ti prego, non ammazzarla!

L’orco è mio padre.

L’orco sbraita ancora, di più, di più…

Trionfante del suo potere, della sua forza.

Accanto a mia madre c’è Cornelia, mia sorella.

La tira per i capelli, la trascina furioso per la stanza.

Poi…

“Aiutatemi!! Aiutatemi!!” sono le uniche parole che riesco a dire.

Ora sono fuori sulla strada e corro, corro gridando che mio padre questa volta vuole uccidere Cornelia.

Qualcuno, Johannes, mi ascoltava?

Nessuno, tragicamente nessuno. Nei loro sguardi viveva il più ostinato silenzio, la più fredda indifferenza.

La piccola Catharina, a soli otto anni, riuscì comunque a compiere un’impresa incredibile, perché ogni bambino possiede una particolare “volontà artistica”,  decisiva per la sorte della sua vita.

Sì, perché mio padre mi odiava Johannes.

Ripudiava il volto di mia madre, il volto di mia sorella Cornelia, i miei primi passi nel mondo degli adulti.

Amava solo e unicamente William, il suo unico figlio maschio.

Viveva solo con lui e fiero proclamava a William che l’uomo doveva far sottostare la donna ad ogni forma di assoluta obbedienza, quell’assurda obbedienza vincolata dal marchio della violenza, cruda, devastante.

Per mio padre quell’attimo di pura violenza si sarebbe perpetuato all’infinito.

Ma la piccola Catharina fermò il tempo.

Fui in grado di rendere immobile la sua rabbia, la resi inanimata senza più il volto di mio padre.

La rabbia finalmente si smarriva in un eco senza ritorno.

Scomparvero nella mia mente le scene di violenza, confinai ogni dettaglio, ogni sopruso, in luoghi della mente in cui decisi di non accedervi mai più.

Dissimulai quella realtà così violenta e, come nei tuoi quadri non esistono né grida, né dolore,

anche io, Catharina, iniziai a vivere nel mio mondo senza più urla, senza più odio.

Stavo preparando i miei occhi a vivere delizie e meraviglie che avrei scoperto più tardi nei tuoi quadri, nella nostra storia d’amore, nel tuo magico silenzio.

Tu, mio amato compagno, nella tua perfezione, con i tuoi quadri hai reso reale l’illusione, ti sei preso gioco della vista altrui con il disegno e il colore e per far questo hai compreso la natura delle cose così bene da capire esattamente in che modo questo senso meraviglioso della vista venga ingannato. E grazie alla tua sublime arte sei riuscito a fermare il tempo.

 

Delft

 

Amavi il silenzio e il tuo silenzio era il primo segreto che mi ostinavo a scoprire.

Il tuo silenzio era il tuo mondo fatto di ombre e di luci.

Quel mondo che già in tenera età consideravi il tuo rifugio segreto.

Creavi il silenzio scegliendo accuratamente quella zona ben definita dello studio, l’oasi della tua felicità dove la luce entrava dalla finestra. Con pazienza disponevi la scena da rappresentare sulla tua opera. Collocavi ogni cosa come in una perfetta scena teatrale, così sublime che realtà e finzione si compenetravano l’una nell’altra.

Niente poteva fermare la tua magia, nemmeno l’odore maleodorante del canale che sferzava la visione dalla finestra, nemmeno i venditori ambulanti che s’addossavano sulle strade per racimolar scarne monete, per elemosinare una misera dignità.

Ma il tuo non era il silenzio funerario che accompagna la morte, quel silenzio che si ostina a tradire la vita, il tuo era il silenzio della ricerca.

Il silenzio del discepolo nei confronti del proprio maestro.

Il tuo Messia era l’arte, eri nato per ascoltarne la voce e il tuo destino si celebrava solo in quell’ascolto.

Monaco, asceta del colore e della luce. Per rendere sempre più fedele ogni minuzioso dettaglio alla rappresentazione assoluta e vera della scena, ti trasformavi anche in un oculato astronomo. E allora il tuo dipinto diventava un pianeta nell’universo dei tuoi colori. Quel pianeta che appariva per approfondire le tue riflessioni sulla sua rappresentazione nello spazio della tua scena, per misurarne le proporzioni, i passaggi di luce.

l'astronomo

Con la tua arte riuscivi a sfidare l’illusione del nostro sguardo, perché i tuoi dipinti non imitavano la realtà, erano realtà loro stessi.

A casa tra le risa festose dei nostri figli, apparvero le tue insolite creature: strumenti ottici, lenti, scatole misteriose…meraviglie per le tue creazioni.

“Magia della magia” erano le parole della piccola Maria che accompagnavano le tue scoperte.

E si manteneva il tuo magico silenzio anche quando desideravi che non fosse giunto il momento di finire il dipinto; la parola “termine” poteva essere sciolta dal tuo ultimo tocco solo raggiungendo la perfezione.

Ma per far questo la tua opera doveva nutrirsi del suo tempo, il tempo della dolce attesa.

In una calma apparente lasciavi che l’opera forgiasse da sola la sua esistenza, poi, a distanza di giorni, udivi la sua voce, il suo richiamo.

Ti osservavo, Johannes, scrutavo avidamente le tue labbra mentre pronunciavano sommessamente la nascita della tua nuova opera: “Ci siamo…”

Ora la tua opera era pronta per la sublime perfezione, che per i tuoi occhi sarebbe stata una perfezione raggiunta solo per breve tempo.

Nel tuo silenzio riuscivi ad annullare addirittura il tempo…

Nei tuoi dipinti non hai voluto offrirci una successione temporale semplicemente perché vivevano senza il tempo delirante degli uomini. La tua era la voce degli Dei e gli Dei non hanno certo bisogno di ossequiare il tempo.

Riuscisti a creare il tuo silenzio magico anche quando l’esercito francese di Luigi XIV devastò le nostre terre con l’ira di un macabro potere. Di fronte alla povertà e alla distruzione, tu, mio amato maestro, rispondesti alla Francia con il tributo della tua luce. Quella luce che dominava il tuo quadro “Suonatrice di chitarra”. Quella giovane donna suonava la tua vittoria! La vittoria della libertà dei tuoi colori, di quella musica universale dell’arte che nessun esercito avrebbe potuto far tacere!

suonatrice di chitarra

Ma in seguito non riuscisti più a vendere né i tuoi dipinti, né quelli del tuo piccolo commercio di  artisti. Nei pochi mesi a venire della tua disgraziata sorte, crebbe in me una speranza, l’illusione di una moglie teneramente innamorata, ma venisti predato da una belva infamante, particolarmente esperta nel trucidare le tue parole, i tuoi colori, la tua luce.

Il tuo silenzio divenne il silenzio della follia che si manifestava nel tuo sguardo, nel tuo corpo sempre più impietoso nell’esibire la nostra decadenza, la nostra rovina economica.

Quel tragico conflitto con la Francia saccheggiò anche il tuo corpo, la tua mente flagellata dai continui debiti per poter racimolare un misero pasto ai tuoi amati figli.

In silenzio passasti alla morte…così improvvisa…misteriosa…

segreta.

E solo con la tua morte ti riappropriasti del silenzio degli Dei.

Io ora vivo il silenzio della tua morte, quel silenzio agghiacciante che hai sempre rinnegato, ma provo ad annientare questo silenzio per arrivare al tuo…

al segreto che nascondevi senza proferir parole mentre il tuo sguardo indugiava su nuove linee, in quella luce così intima che dipanavi sulla tua nuova opera.

E nella tua intima luce i tuoi dipinti respiravano la vita.

Sai, a volte mi chiedevo se il tuo silenzio fosse dettato da un’inquieta rassegnazione nata dalla tua convinzione che l’epoca nella quale era destinata la tua esistenza terrena, non avrebbe compreso quel che facevi.

Ma non era così e questo più tardi lo scoprii. Perché quel silenzio aveva un volto dal fascino senza tempo…

Un volto che parlava con i tuoi occhi…

Ma da dove nasceva la tua luce, Johannes? Ti eri innamorato dei dipinti di Carel Fabritius, dei suoi  meravigliosi sfondi luminosi, della pittura di Pietr de Hooch, ma questo non basta per trovare la risposta. La tua scena poteva essere dominata anche da una “meravigliosa” luce grigia del cielo, come nel tuo capolavoro “la stradina di Delft”, ma la tua non era mai una luce minacciosa.

la stradina di Delft 1

In quella tua piccola tela, la luce grigia, assonnata, assumeva tratti umani particolarmente precisi nell’indicare a noi spettatori la sobria operosità della vita domestica. Forse in quella sobria operosità si mascherava la tua inquieta denuncia sulla tristezza e rassegnazione che dominavano a Delft.

So che tu il popolo lo amavi…

Hai dipinto opere che raccontano un eroismo diverso da quello trionfante delle grandi battaglie capeggiate da valorosi generali.

Il vero eroismo te lo dimostrava il coraggio della povera gente e nella tua opera “La lattaia”, hai voluto rappresentare la vera eroina! Quell’umile donna impegnata a concentrare tutti i suoi sforzi nel provvedere ai bisogni primari della famiglia. Quell’eroina era legata al vincolo indissolubile del sentimento.

Lattaia

Nessuna abitazione a Delft s’adombrava di tristezza, nessuna donna dimenticava di amare i propri figli.

Con la tua arte hai trasformato la virtù domestica nella virtù dell’amore, così solenne di fronte al sacrificio quotidiano. Fino allora quei volti non mi turbavano affatto, anche se non potevo certo specchiare nei loro volti la mia virtù all’ozio, alle corse in sartoria per nuovi abiti dediti all’eleganza di una giovane sposa.

Quei volti, quelle tue opere rimanevano lì, fisse, appese al biancore del muro, senza corteggiare i miei pensieri.

Poi cambiasti, Johannes…

Cambiarono i tuoi umori,

cambiarono i volti delle tue opere.

Fanciulle elegantemente vestite iniziarono ad apparire sulle tue tele…

Fanciulle con uno strano sorriso, con sguardi suadenti che si rivolgevano ad un misterioso osservatore.

ragazza con cappello rosso

Quell’amore finora ritenuto perfetto era rivolto ancora ad una sola persona?

Quei volti iniziarono a conquistare i miei pensieri, i miei dubbi.

Chi stavi amando?

Tentai con tutte le mie forze di esiliare la domanda in qualche zona della mia mente irraggiungibile dai miei pensieri quotidiani. La domanda si mimetizzò rapidamente assumendo il colore del mio risveglio, dello svolgere dei piccoli eventi che scandivano il ritmo abituale del giorno. Quella domanda si insinuò anche in quell’inquieta, doviziosa cura che ora destinavo alle faccende domestiche, all’educazione improvvisamente rigorosa che imponevo ai nostri figli. M’imposi un autocontrollo ferreo, rigido, riscoprendo la capacità di calibrare con la virtù della temperanza qualsiasi barlume d’emozione che potesse derivare dal contenuto delle tue opere. Ero decisa! Mi sarei riappropriata della più rigida tradizione cattolica. Nei tuoi quadri avrei visto solo scene di vita quotidiana con precisi significati simbolici e morali. Tu eri il mio devoto marito, io, Catharina, la tua ossequiosa moglie. Passavano i giorni mentre incatenavo i miei pensieri in un apparente senso di immobilità. Dovevo solo allenare la mia mente alla ricerca di un perfetto equilibrio stilistico. Certo era uno stile inusuale, magari per molti poco affine con la tua ricerca coloristica. Il mio era l’equilibrio della donna perfetta, moglie evangelica aggraziata dal riverente rispetto di uno sano stile coniugale. Gli unici tuoi quadri che ai miei occhi avrei consentito di osservare sarebbero stati quadri di scene domestiche. Avrei rapito ogni dettaglio, ogni minuzioso tassello rappresentato sulle tue tele, per poi viverlo nella scena quotidiana della nostra vita domestica. Io, Catharina, dovevo essere la fedelissima riproduzione di quella donna, la “Lattaia”, che il tuo occhio, le tue mani, avevano incredibilmente consacrato al lavoro.

Ma continuavo a catturare la tua immagine mentre uscivi preparandoti nella tua sacrale vestizione. Cosa nascondevi dentro a quel rito? Quale racconto tessevano i tuoi abiti mentre uscivano dalla nostra scena domestica? Mi rassicuravo, placavo il mio tormento pensando che le tue uniche avventure fossero i tuoi colori, la pittura così melodica nella nostra casa. Ero felice all’idea di paragonarti ad un eremita dentro la sua trascendente meditazione, concentrato solo su te stesso nella scoperta del dono di nuovi colori, la provvidenza divina dentro la luce dei tuoi quadri.

“Ce la farò…ce la farò…” continuavo a ripetere mentre lacrime disperate solcavano il mio infernale riposo notturno.

Lontana dallo studio meticoloso delle faccende domestiche, dall’atmosfera pacata che si scioglieva nel ritmo diurno, la notte diventava particolarmente abile a smascherare la mia angoscia, ad avvampare il mio tormento e a presentarmi la mia maschera funeraria.

Perché sarei morta dall’insano germe della gelosia se non avessi scoperto il segreto di quei volti, le loro storie, la loro anima.

Sopraggiunse l’istinto vitale di sopravvivenza, mentre una luce nitida, precisa, collocò nello scenario del mio dolore un’innegabile considerazione: lo spazio dei tuoi dipinti era dominato dalle tue avventure amorose. Quei volti di donne nascondevano il racconto dei tuoi sensi.

Iniziai ad assumere uno strano atteggiamento meditativo, indispensabile per scovare tracce, indizi delle tue avventure nei tuoi minuziosi dettagli, in quella tua arte mirabilmente consacrata a raffigurare con la regia del tuo occhio la rappresentazione veritiera della realtà.

Johannes…lo compresi più tardi…ma stavo vedendo con i tuoi occhi.

Il mio occhio stava assumendo il tuo stesso sguardo minuzioso, mille sfaccettature, un prisma in grado di catturare ogni frammento, ogni dettaglio, in una visione che andava al di là dello sguardo umano. I tuoi quadri nascondevano un dettagliato cifrario, un codice fino a quel momento accessibile solo ai tuoi occhi, ma ora il mio occhio si stava appropriando della tua infinita capacità investigativa. Finalmente studiavo, correggevo, collocavo le proporzioni degli oggetti, le composizioni con il tuo perfetto rigore matematico. Avrei decifrato tutti i tuoi segreti, quei volti sarebbero appartenuti anche a me.

Con il passar del tempo il loro sguardo senza nessun pudore incitava il mio avvicinamento, le loro labbra attendevano solo di pronunciare la parola tradimento. E quel giorno, persi ogni potere raziocinante della mia mente: chiusi disperatamente gli occhi, colarono le immagini nel buio, diventarono solo putride macchie.

Avevo vinto la mia battaglia, quei volti non vivevano più!

Ma in fondo al tuo studio rimaneva ancora il richiamo di un volto languido dai morbidi passaggi tonali, dal sapiente uso delle vernici trasparenti nella parte del copricapo.

Quel copricapo, simile ad un turbante, non trovava nessuna corrispondenza con gli abiti alla quale il mio sguardo s’era finemente abituato. In quegli anni, per la prima volta sentii udire la parola moda e finalmente riconquistai con il cambiamento negli abiti, un po’ di gioia. O forse era solo la speranza di ricevere in dote dai nuovi abiti una vera sensualità. Ci si vestiva seguendo l’usanza della moda. Incominciai anch’io, Johannes: lasciai tramontare il nero, sui miei abiti apparivano tinte nuove, colori pastello, ma anche l’azzurro in tutte le sue sfumature. Quell’azzurro che tu amavi così tanto. Te ne accorsi?

Per lei creasti una nuova moda, oltre il tempo.

Splendidamente sola, raffigurasti il suo giovane volto senza collocarlo in una delle tue doviziose scene domestiche, nessuna allegoria, nessuna dimostrazione dell’ideale insito nelle virtù domestiche. Lei esisteva nel suo atteggiamento naturale, dentro all’attimo eterno del tuo tempo, del tuo silenzio.

ragazza con orecchino di perla1

E io per la prima volta vedevo realmente solo con i tuoi occhi.

Scomparvero i sentimenti a me tristemente noti…

gioivo nel vedere quel dolcissimo volto, gioivo nello scoprire ogni tua minuzia, nell’avvertire una tacita armonia.

Per realizzare quell’incantevole volto non avevi avuto bisogno di nessun disegno preliminare.

Il volto era fatto di luce, la tua arte ora rappresentava la tua vita.

Io ti vedevo, dentro al suo sguardo così interrogativo, misterioso. I suoi occhi erano gli occhi stessi della tua pittura, ma la tua vita, il tuo quadro, stava diventando anche la mia vita.

Con il suo sguardo volevi indicarmi una via finora irraggiungibile, volevi farmi sognare Johannes, anche se non avrei mai penetrato fino in fondo il mistero delle tue opere, il mistero del tuo silenzio.

Il tuo silenzio divenne la mia musica, il motivo della mia esistenza, perché ti amavo Johannes, ma in modo così diverso…

E iniziai ad amarti in modo così diverso proprio da quel volto anche se non scoprii mai la sua identità. Quel volto, il tuo silenzio, mi stava raccontando che nella vita niente è come appare. Dentro alla tua apparente solitudine vi era la grande forza della tua esistenza ma anche quel forte senso di impotenza che flagellava le tue ore alla ricerca della perfezione. La tua arte doveva essere in grado di rappresentare fedelmente tutte le nozioni, le idee che la natura è capace di produrre. La tua ricerca non era certo legata ad un desiderio di successo, l’arte della tua pittura rappresentava solo la tua interiorità e senza di essa avresti detestato la tua esistenza, la tua venuta al mondo. A volte mi chiedo se l’arte possa svelare la sua sublime bellezza solo in questa costante ricerca, dentro a tormentati dubbi, nell’atroce paura di non saper più creare. Le tue opere reclamavano la perfezione, e forse era l’unica via per rendere le tue opere immortali. Ma la tua arte, la tua sublime ricerca, non aveva dignità d’esistenza senza il tuo sguardo malinconico.

Io ho avuto la fortuna di cogliere la tua malinconia, quella fortuna speciale la colsi come l’atto rivelatore dello Spirito Divino…

Avrei continuato ad amarti, ma la mia non era certo tolleranza.

Da quel momento in poi ti avrei amato in modo così diverso…

Perché era ciò che mi chiedevi.

Me lo chiedeva la luce della tua malinconia.

In quella luce

Vedevo Dio

L’infinito

L’infinita bellezza

 

“Tu mi ami in modo così diverso” sono le parole con le quali hai accompagnato il tuo sguardo, la tua mano fremente e stanca nell’indicarmi il tuo testamento, la tua opera “Allegoria della pittura”, omaggio alla tua musa, al trionfo della tua luce.

allegoria della pittura

Ma nei tuoi ultimi giorni, nemmeno la luce riuscì a placare la tua disperazione. Perché la fine della guerra con la Francia, portò nella nostra casa la più cupa miseria, gli sguardi dei nostri figli furono costretti a supplicare un misero pasto, le loro notti tormentate dall’incubo della fame.

Non riuscisti a reggere i loro sguardi, le loro risa sempre più rade, i loro giochi confinati in un sommesso pianto. Ne soffristi a tal punto da cadere in delirio, tanto che, nel giro di un giorno, da uomo sano passasti alla morte.  Ora tocca a me, non lascerò che nessun creditore possa diventare padrone della tua luce.

Ma promettimi che continuerai a dipingere, Johannes…

Sarò la tua donna vestita d’azzurro, Clio, la musa di un tempo senza fine

Il cielo…

sarà la tua tela grezza

La luce delle tue opere…

la musica della mia esistenza

 

Perché ti amo in modo così diverso, Johannes

E vedo…

Vedo solo con i tuoi occhi

Per sempre

Catharina

Donna che scrive

 

 

Dalle lettere di Van Gogh a E.Bernard

“Conosci un pittore di nome Jan Van der Meer? Ha dipinto una signora olandese, bella, molto distinta, che è incinta. La tavolozza di questo strano artista comprende l’azzurro, il giallo limone, il grigio perla, il nero e il bianco. E’ vero che nei quadri che ha dipinto si può trovare l’intera gamma di colori; ma riunire il giallo limone, l’azzurro spento e il grigio chiaro è in lui caratteristico…

gli olandesi non avevano immaginazione ma avevano un gusto straordinario e un senso infallibile della composizione”.

Donna in blu che legge

Spetta allo studioso V.Lucas, nel 1922,  aver avanzato l’identificazione della protagonista del quadro con la moglie di Johannes Vermeer: la giovane Catharina Bolnes.

Nella sua opera “Hollandische Kuttur des siebenzehuten Jahrhunderts” del 1932, il critico Hols scrive: “Le opere di Vermeer con personaggi quasi tutti raffiguranti giovani donne sembravano appartenere ad un mondo sconosciuto. Vermeer s’è creato un mondo per metà immaginario e ha trasfigurato questo mondo con la chiarezza, l’armonia incredibile dei suoi colori e con la sua semplicità della sua anima ingenua. In tutto ciò che dipinse Vermeer, aleggia un tempo, un’atmosfera di ricordi d’infanzia, una calma di sogno, un’incredibile complicità”.

Ricordi felici d’infanzia…

La luce…il suo mondo misterioso

Ma quali drammatici momenti fu costretta a vivere la sua giovane sposa, Catharina, nell’età dell’innocenza?

La piccola Catharina visse un’infanzia segnata costantemente dalle sopraffazioni, dalla violenza del padre che in breve tempo si trasformò in una specie di orco.

Sembra che i parenti e i vicini di casa avessero visto il padre insultare la moglie, prenderla a calci, trascinarla nuda, ammalata, per la casa. E non mancarono le violenze nemmeno quando Maria, la moglie, era incinta.

A soli nove anni, la piccola Catharina, corse da alcuni vicini gridando che il padre voleva uccidere la sorella Cornelia. Il padre Bolnes, si difese dicendo che aveva trascinato per la casa Cornelia perché la moglie aveva sgridato l’unico figlio maschio, l’amato William.

Con tono compiaciuto affermò: “Lo farò di nuovo ogni volta che toccherà William”.

La madre dopo anni di maltrattamenti si trasferì con le figlie Catharina e Cornelia nel 1941 a Delft; in seguito le fu concessa la separazione e l’affidamento delle figlie.

Catharina sposò Vermeer il 20 aprile del 1653 a Schipthluy, paese nei pressi di Delft.

La splendida moglie accolse con il suo sguardo ogni scoperta di Johannes, con amore e gioia, felice di poter cogliere quell’attimo di eternità che il silenzio magico di Johannes riuscì a svelare e fissare per sempre sulle sue opere.

Ma nel 1669 Catharina e Johannes dovettero affrontare la morte di due dei loro amati figli; nel 1673, un loro bimbo, probabilmente nato morto, fu seppellito nella tomba di famiglia nella Chiesa Vecchia. Un figlio, di cui non si conosce il nome, venne al mondo nel 1674 ma visse solo quattro anni. Nel frattempo le truppe di Luigi XIV continuarono a devastare con la guerra il redditizio equilibrio che i Paesi Bassi avevano conquistato. Il 22 maggio 1672 il re Luigi condusse il suo esercito sul Maas a nord di Masastricht. L’esercito francese commise numerose atrocità riprodotte nelle incisioni di Romeyen de Hooghe. Per impedire l’avanzata francese gli olandesi aprirono le chiuse e scavarono delle brecce nelle dighe allagando il Paese. L’apertura delle dighe, diede un grosso colpo alle finanze di Vermeer dal momento che causò l’allagamento di alcune fattorie di proprietà della suocera che avevano da sempre rappresentato una fonte di reddito per la famiglia e i numerosi figli, ben undici, di Johannes e Catharina. Dal 1672 Johannes non riuscì a vendere più le sue tele, né a commerciare con quadri di altri artisti. Il 26 marzo del 1675 si recò a Gouda per rinnovare l’affitto delle proprietà terriere della suocera; nel mese di luglio andò ad Amsterdam per chiedere un prestito di mille fiorini a Jacob Rombouts, un mercante locale. Intanto gravi malattie si diffusero per tutta l’Olanda. Una settimana dopo la festa di San Nicola, Johannes morì. Non si sa esattamente la causa della sua morte, ma appaiono alquanto eloquenti le parole di Catharina che raccontano la sua drammatica fine: “Durante la lunga e rovinosa guerra con la Francia, non solo non era stato in grado di vendere alcuno dei suoi dipinti, ma a suo detrimento non aveva potuto vendere alcuna delle opere di altri artisti in cui commerciava. Come risultato, anche a causa del grande peso dell’allevare i figli, e non avendo mezzi propri, era caduto in tale rovina e decadenza, e ne aveva sofferto a tal punto da cadere in delirio, tanto che nel giro di un giorno, o di un giorno e mezzo, da uomo sano era passato alla morte”. Sul registro della Chiesa Vecchia è annotato il funerale di “Jan Vermeer”. Jan è il diminutivo affettuoso con cui Catharina chiamava il suo amato marito. Nella scatola inviata come di consuetudine dalla Camera di Carità affinché gli eredi deponessero una donazione per i poveri, Catharina fu costretta a non donare nulla. Drammatico risultò il suo bilancio economico, i creditori erano ormai alle porte, ma Catharina fece di tutto per mantenere di sua proprietà l’opera “Allegoria della pittura” che Johannes aveva voluto tenere per sé fino alla morte.  Il 24 febbraio 1676 Catharina, a titolo di rimborso debiti, cedette alla madre l’opera; probabilmente l’intenzione di Catharina era che in questo modo il dipinto rimanesse in famiglia e non sotto il giogo dei creditori. Catharina continuò a battersi per sottrarre a una vendita forzosa le opere di Johannes ma l’impresa, nonostante il dispiego di energie, risultò vana.

A distanza di otto anni dalla morte di Catharina, ad Amsterdam, il16 maggio 1696, il mercante Gerard Houet tenne un’asta con ventuno dipinti di Vermeer. L’elenco delle opere e delle vendite fu scoperto da Thore-Burger, qui di seguito lo stralcio con parti relative ai titoli dati allora e ai prezzi:

-Una giovane che scrive ( titolo attuale: signora che scrive una lettera)-63 fiorini

-Una giovane che lavora (titolo attuale: la merlettaia) -28 fiorini

– Una giovane che si abbiglia-30 fiorini

-Una giovane che suona il clavicembalo- 42 fiorini

-Un soldato con una giovinetta che ride- 44 fiorini e 10 stuyvers.

Un operaio dell’industria tessile di allora guadagnava 18 stuyvers al giorno, un fiorino era formato da venti stuyvers, a Delft cinque chili di pane costavano un fiorino. L’opera del grande Vermeer “La merlettaia”, fu venduta al solo costo di 140 chili di pane!!

Alla vendita Braam-ad Amsterdam nel 1882-  il capolavoro “Ragazza con l’orecchino di perla” fu acquistato per soli due fiorini e 30 stuyvers da A. des Tombe, il povero valore di qualche chilo di pane…

Ma forse bastano le parole di Proust per provare a vivere per qualche attimo l’incanto, la pura magia delle opere di Vermeer:

“La vera arte non sa che farsene dei proclami

Si compie nel silenzio”

 

Perché questo mio scritto?

Ho bisogno di vivere la magia del silenzio…

in punta di piedi ascolto la sua voce

ed è grazie alla voce del silenzio che mi trasformo in Catharina,

la giovane sposa di Vermeer

per troppo tempo dimenticata.

In silenzio ne conquisto la storia,

giorno dopo giorno, il silenzio diventa, di nuovo, il motivo della mia esistenza,

del mio racconto.

 

Questo mio scritto è dedicato a tutti coloro che vivono la voce del silenzio

per non dimenticare mai chi siamo

 

Adriana Pitacco

 

Brano musicale postato: Bach-Siloti  Preludio in si minore

pianista: Vitaly Pisarenko

 

 

 

Cosa rimarrà di me?

malinconia1

Caro Jaeger,

sono giorni che mi ostino a dipingere il cielo, a osservarlo con il mio occhio, la mia anima.  Sto diventando uno strano astronomo, uno scienziato che si occupa di un pianeta all’apparenza conosciuto da molti, raggiungibile dalla mente umana, un pianeta dai confini delineati, precisi. Questo pianeta appare per un circostanziato arco di tempo, ci offre l’illusione di conoscerlo per poi sparire nel vortice di un moto irraggiungibile, sconosciuto.

Questo pianeta non è nient’altro che il destino della vita, mistero dell’uomo. E mentre osservo il cielo, mi trasformo così in un “astronomo della vita”, voglio riscoprire le parole che tu, anarchico ribelle, hai conferito fin dall’inizio alla nostra amicizia, alla verità della nostra esistenza, senza false illusioni, senza tradimenti di false ideologie dettate dalle dottrine del tempo.

“Ricorda Edvard, ogni uomo deve saper progettare la propria esistenza, ogni uomo deve eliminare dal proprio vocabolario la parola destino, perché esiste una morte diversa da quella naturale: la morte dei nostri sogni, la morte delle nostre idee. Questa è la vera e unica morte. Ti sei mai chiesto perché nessuno ne parli? La rinnegano, Edvard…fanno finta che non ci sia, mascherano una finta indifferenza. Riconoscerla significa mettere a nudo la nostra vita, la nostra apparente tranquillità. Siamo realmente ciò che vogliamo che gli altri vedano di noi? O dentro a questa nostra misera offerta, stiamo vivendo la nostra inesorabile morte? Ti sei mai chiesto che cosa significhi la fedeltà dell’amicizia? Quando tu comprenderai la tua vera morte dimostrerai il tuo vero volto…

Quel volto rimarrà leale e fedele all’amicizia. Non saremo più volti d’illusione ma vita vera, senza tradimenti, senza tradire noi stessi.” Oh caro Jaeger, quanti benemeriti critici hanno tentato di profanare le tue parole, di tumularle in qualche luogo inaccessibile gridando allo scandalo! Un pazzo anarchico pronto a trucidare l’alto valore della morale! Ma ora, Jaeger, tocca a me il compito di scrivere i miei pensieri, raccontarli in quello che tu chiami “il diario dell’anima”.

Sono pronto…

Il mistero di quest’uomo si presenta a te…

Con i miei quadri ho riscritto la mia vita…

Ora tocca alle parole…

Perché finché scrivo so che esisto, che riuscirò a sconfiggere di nuovo questa maledetta angoscia, che ritorna sovente dentro alla domanda che forgia la mia esistenza.

“Cosa rimarrà di me? Chi vivrà il racconto dei miei quadri?”

Dove me ne sto andando, Jaeger?

L’assillo dell’oblio, funesti pensieri, presagio della fine…

A volte, sono convinto di aver ereditato fin dalla nascita due dei più spaventosi nemici dell’umanità: il patrimonio della follia e della consunzione.

ritratto munch

Mi credi, Jaeger?

Ritorna una luce pronta ad acquietare i miei tormentati dubbi. Avvampa la luce dei ricordi, dentro allo sguardo ritrovato della mia infanzia, nella risata spensierata di Sophie. Rivedo le sue piccole mani in volo…

Io e lei…nati dalla stessa madre…

Io e lei…pronti a duellare contro il grigiore funesto che celebrava trionfante la vita a Christiania.

Con lo sguardo della meraviglia, ci incantavamo ad osservare i nostri colori, il nostro passaggio di linee nel creare divertenti ritratti, nel comporre il volto della felicità.

Tra i due, Sophie, era la prima ad ascoltare i consigli di nostra madre, attenta e premurosa nell’indicarci la via migliore per raggiungere con i nostri disegni un’intima e spensierata allegria. Ma la piccola Sophie iniziava a tratteggiare sul foglio la melodia della felicità, solo dopo aver osservato come nostra madre diventasse improvvisamente altera, regale, meravigliosamente fiera, nel proclamare a sé stessa l’impegno a non tradire nessun’ ombra di tristezza, nessuna velatura di rimpianto. Perché finalmente quelle piccole mani che galoppavano sul foglio trasformato in prateria, riuscivano a schernire quel maledetto grigiore funesto che da tempo ottenebrava la nostra famiglia. Quel nefasto grigiore che, ben presto, avrebbe trasformato la nostra risata infantile in un peregrinare di giorni luttuosi. Le mani di nostra madre invece erano mani usurpate dal freddo, dall’acqua malsana di quell’unico canale adibito ai lavaggi dei miseri vestiti delle  famiglie povere di Christiania. Le sue, erano mani deformate dall’urlo soffocato della miseria. La paga percepita da mio padre era molto bassa, eravamo costretti ad una perenne povertà. “Sai Edvard…io non morirò mai…i colori non moriranno mai…vedi…io sono un colore!” Queste erano le parole di Sophie, che giungevano sempre alla fine dei suoi disegni. Ma quale segreto nascondevano le sue parole? Cosa scopriva mentre osservava nostra madre? Da dove nasce questo mio senso di inquietudine?

Oblio, amore, paura, vita, morte…

Dimmi Jaeger…Com’è possibile vivere la paura dell’oblio nel fulgore della vita?

O forse la risposta sta nel mio convincimento che la mia arte ha le radici nelle mie riflessioni sul perché non sono uguale agli altri, sul perché ci fu una maledizione sulla mia culla, sul perché sono stato gettato nel mondo senza poter scegliere. Anche per Tulle, non ero uguale agl’altri…

Anche Tulle iniziò a detestare le mie paure, ridicolizzandole, creando addirittura per loro il teatrino del divertimento.

La mia amata Tulle, quel giorno, preparò perfettamente il suo macabro scenario, trasformò il suo volto, il suo corpo, in una maschera funeraria. Aprii la porta e la ritrovai dentro ad una bara costellata da candele. Sconvolto urlai il suo nome, supplicando per la prima volta Dio, di non lasciarmi solo, di allontanare la morte da chi mi aveva donato il mistero dell’amore, perché nonostante il nostro “inseguirci e fuggire”, Tulle rappresentava la mia storia d’amore.

ceneri

Piansi disperato.

Piansi senza accorgermi che un leggero tremore si stava profilando sul volto di Tulle. Era il tremore sopito che, da lì a poco, avrebbe annunciato la risata beffarda, non più trattenuta, con la quale Tulle metteva a nudo il suo piano. E la sua maledetta recita si concludeva così: “Sapevo che saresti venuto. Vedi Edvard …si può ridere anche della morte…” Soffocai l’urlo, mentre la rabbia devastò la stanza, mi trasformai rapidamente in un acerrimo soldato pronto a combattere fino alla fine il suo nemico. Un uccello da preda si era fissato dentro di me, i suoi artigli erano penetrati nel mio cuore, il suo becco aveva trafitto il mio petto e il battito delle ali aveva offuscato il mio cervello. Ma chi stavo in realtà combattendo? La macabra farsa di Tulle o un’antica eredità che aveva infierito nella mia mente, fin dalla mia nascita?

La maledizione del dolore? La maledizione della morte?

A cinque anni vidi lo scempio della morte sul bellissimo volto di mia madre.

La morte diventò padrona del suo respiro e fu particolarmente abile nello sconfiggere ogni possibile tentativo di ripresa del suo dolcissimo volto stremato. La morte richiuse mia madre in una bolla d’aria di un pesantissimo scafandro. Inutili furono i miei sforzi nell’aprire lo scafandro, nel porgere a mia madre le mie lacrime di bambino per farla vivere ancora accanto a me. Non servirono nemmeno i disegni miei e di Sophie.

L’aria si consumò mentre mia madre stava perdendo il respiro della vita, mentre mia madre, qualche istante prima di morire, riprese solo per noi figli il suo tono regale, il suo sguardo fiero nel chiederci di continuare a far galoppare le nostre piccole mani sul foglio magico della vita per raccontare il mistero dell’esistenza.

Ma dopo la morte della nostra adorata madre, scomparve in Sophie ogni intenzione comunicativa con il tratto grafico.

la bambina e la morte della madre 1

Vuoti furono i suoi fogli, s’ammutolì la sua splendida voce. Iniziò a girovagare da una stanza all’altra della casa per poi correre, uscire in giardino, e scrutare il cielo per un tempo scelto solo da lei. Il mistero del tempo doveva appartenere solo a lei; quel mistero sarebbe diventato esclusivamente suo, di Sophie, della piccola Sophie, l’unica custode del tempo, l’unica custode del suo destino. Mentre la osservavo scrutare il cielo, intuivo che mi supplicava di aiutarla, di scovare assieme a lei, nell’infinito cielo, una nuova stella, un nuovo pianeta pronto ad accoglierla, pronto a non farla cadere nella voragine dell’oblio.

Improvvisamente dentro al suo sguardo malinconico, Sophie, si dimenticava di farsi ricordare e nessun colore era in grado di farle vivere la sua esistenza. A volte mi chiedo se in quel gioco di colori, nella nostra conquista di un tratto sempre più rappresentativo della realtà, ci stavamo comunicando il nostro testamento, la nostra intima, dolorante, eredità. Per lunghi giorni, sentimmo l’odore della malattia di nostra madre, l’odore della morte aleggiava in ogni stanza. Ascoltammo il suo passo nei tormentati silenzi di nostro padre, sempre più cupo, sempre più irraggiungibile.

Stavo ereditando il patrimonio della follia.

Poi un giorno, di fronte allo sguardo struggente di nostro padre, porsi a Sophie il mio nuovo colore…le offrii in dono un foglio bianco.

Quel foglio non rimase più anonimo, Sophie ricominciò a disegnare.

Disegnò il volto di nostra madre. E così scoprimmo il nostro pianeta, la nostra nuova stella. Lo trovammo nelle linee melodiche dei nostri disegni…Insieme, ancora insieme, il destino ci riservò di nuovo la forza dei colori, la forza dei nostri racconti. Ma tu, amico mio, ben conosci il destino che travolse il nostro racconto, che mi portò via per sempre Sophie a soli quindici anni.

La morte l’attese per giorni…

primavera

 

Aspettò il decorso nefasto della tisi e mi concesse una squallida provvista di giorni affinché potessi assistere all’avanzar della malattia, al progressivo e rapido indebolimento di Sophie fino al suo pallore esangue, alla sua tosse striata di sangue, al tremore delle sue mani. Per la morte, io, giovane adolescente, dovevo raggiungere la piena consapevolezza del decorso della malattia. Spesso mi chiedo se sia stata la morte a guidarmi alla convinzione che senza paura e malattia, la mia vita sarebbe una barca senza remi.

Con la morte di Sophie volevo morire anch’io, ma al desiderio di morte si susseguiva l’impulso ancestrale a vivere. E così, giovane adolescente, già allora, mi sentivo sospeso tra il desiderio di morte e la volontà di vivere. Quale dei due prevalse non me lo chiesi mai. Con il passar dei giorni, desideravo che nel tempo destinato al futuro, potessi riuscire a far vivere i miei colori, i miei dipinti. Ma per far questo avrei dovuto rendere visibili le forze dell’anima, il mio dolore, i miei tormenti. Solo così i miei quadri sarebbero diventati eterni. Solo così avrei potuto sconfiggere la morte.

Già allora ero in preda dei miei deliri? No, Jaeger…perché in quel fortissimo desiderio prevaleva la vita…E Sophie, la mia incantevole Sophie, sarebbe rimasta per sempre con me.

Da allora vivo con la morte.

Mia madre, Sophie…mio nonno…mio padre…

“Ucciditi e poi è finita…perché vivere?” A volte queste sono le uniche parole che riesco a scrivere, a raccontare.

Ma poi trovo la risposta nei miei quadri, i miei racconti, quelli che tu chiami “le tele dell’anima”. E allora vivo per raccontare …voglio dipingere uomini e donne che hanno respirato, sofferto e amato. Voglio che la carne prenda forma e che i colori vivano.

Caro Jaeger, tutto ciò che ho da dire sono i miei quadri: senza di essi non sono nulla. I miei quadri sono i miei diari. Credo che nessun pittore abbia vissuto il tema del dolore, della malattia, fino all’ultimo grido di dolore come quando ho dipinto il mio quadro “La bambina malata”.

la fanciulla malata 1

Ho ridipinto questo quadro molte volte, ho raschiato il colore perché doveva diventare il corrispettivo ottico della malattia di Sophie. L’ho diluito con la trementina, ho cercato parecchie volte, di riprodurre esattamente la mia prima impressione, perché non ci si salva dimenticando. Nel mio quadro ho portato a verità le parole del nostro caro Kierkegaard: la sua filosofia e la mia pittura si compenetrano in questo mio quadro. “Ripresa e reminiscenza rappresentano lo stesso movimento ma in direzione opposta, perché ciò che si ricorda è stato, ossia si riprende retrocedendo, mentre la vera ripresa è un ricordare procedendo.” In questo ricordare procedendo ho preso possesso di me stesso. La verità, come ci insegna Kierkegaard, è interiorità.

Io, posso conoscere me stesso solo con i miei quadri…

Ed è per questa mia verità che ho voluto mettere a nudo il dramma della morte di Sophie anche nel mio quadro “Morte nella camera della malata”.

al capezzale del defunto 1

Ho ritratto ognuno di noi isolato nel proprio dolore, nel proprio dramma. Siamo ritratti in età adulta e non in quella che avevamo al momento della morte di Sophie, perché la sua morte, l’immenso dramma, avrebbe perdurato nel tempo.  Ho rappresentato quadri di solitudine racchiusi nel quadro maledetto della morte, dentro allo spettro dell’incomunicabilità del dolore. In quel tragico momento, ognuno di noi viveva nella più completa solitudine la morte di Sophie. Forse avevamo l’estremo bisogno di ascoltare il nostro dolore. E mentre ascoltavo il mio infinito dolore compresi che volevo vivere e non semplicemente esistere.

Cosa sarei senza le mie sofferenze? I miei drammi? Sai Jaeger, ho considerato che non voglio rinunciare alla sofferenza. Quanto debbo a lei nella mia arte! E’ grazie a lei che voglio restituire sacralità alla vita.

Ti sembra strano, Jaeger? Voglio rendere sacra la vita mentre vivo il tormento di questa maledetta paura che mi assilla da giorni: la paura di cadere nell’oblio.

Spesso sento di seguire un sentiero lungo un precipizio, una voragine senza fondo.. salto da una pietra all’altra. Qualche volta lascio il sentiero per buttarmi nel vortice della vita. Ma poi ritorno in questo sentiero, sul ciglio del precipizio.

Oh Jaeger…come le sento ancora le loro risate beffarde, le loro parole, lance acuminate, pronte a squartare la mia arte. Quell’articolar di suoni ossessivi, mi flagella nuovamente la mente, la percuote, prolungandosi nell’eco del mio dolore, un sottile ghigno intento a far sbraitare le loro parole in un ritmo assordante, cupo, minaccioso. Quegl’individui si accalcavano di fronte alla mia opera “La bambina malata”, esposta per la prima volta, solo per trucidarla.

Vedo di nuovo la loro torbida risata, pronta a violentare ogni  intimo colore rappresentato sulla mia amata tela, a far morire di nuovo la mia amata Sophie, il mio quadro, il mio immenso dolore.

In quel periodo stavo trascorrendo la mia vita sospeso a metà tra la realtà e il sogno. Gli uomini l’avevano capito e, mentre la mia anima era lontana, si accanivano come belve sul mio corpo indifeso. Si ostinavano a dichiararmi un “inutile malato di mente”, un “povero allucinato”,  un “imbrattatore di tele”. Capisci Jaeger? Si stavano beffando di me! Stavano oltraggiando la morte di Sophie, la vera rappresentazione del mio dolore. Ho sempre conosciuto me stesso con i miei quadri, dentro al mio dolore. E con il quadro sulla morte della mia amata Sophie, ho dimostrato il coraggio di rivivere il mio dolore. Ma è il mercato a rovinare l’arte, le pretese che i quadri facciano un bell’effetto appesi alla parete, continuavo a ripetermi, mentre un’ostinata domanda si presentava con angoscia ad ogni mio risveglio: “Sarei caduto per sempre nella voragine dell’oblio? Chi avrebbe ascoltato il racconto autentico delle mie opere?” Sai…c’è ancora un segreto che ti voglio svelare…nel momento in cui pensi di non farcela più, quando ascolti dentro di te il presagio della morte delle tue idee, della tua vita, il destino ti riserva per l’ultima volta una chiave misteriosa, una chiave per entrare in un mondo fino allora inaccessibile. O forse un mondo che prima non ti apparteneva. Oh… Jaeger… è l’emozione più forte che abbia mai vissuto! E tutto incominciò da quel lieve fruscio che screziò l’aria soffusa da un vellutato passo.

Rividi la mia amata sorella.

quadro volto sophie

Sophie uscì dal quadro, uscì dal dipinto tessuto dalla tavolozza di verdi pallidi e di malinconici marroni. Solitarie lacrime velavano il suo volto chiedendomi di ricomporre la mia esistenza. Questa volta sarebbe stata lei a trovare un nuovo pianeta, una nuova stella che cullasse i miei tormenti, che mi riportasse al vero motivo della mia nascita.

Non ero più solo…

Sophie mi offrì in dono le sue ultime parole…

non l’avrei più rivista, ma le sue parole rimasero eterne.

“Mio creatore, amatissimo Edvard, vieni qui accanto a me…risiedi tra le mie labbra solo per ascoltarmi e trovar risposta ai tuoi dubbi, alla tua angoscia. Ti sei mai chiesto che cos’è il dolore Edvard? L’annientamento di noi stessi, la nostra vita che si perde in labirinti inesplorabili per ricercare il consenso altrui. Ma ora rispondimi… Come vuoi vivere? Annaspando continuamente nell’intento di far aderire la tua opera allo sguardo dei vari passanti, di chi l’afferra e la tormenta nell’isola della morte, nell’isola destinata a consacrare il successo? Ma tu, dove sarai? Sarai catapultato nel vortice ossequioso degli applausi per sentire che la tua opera sarà diventata un’opera compiuta, perfetta per i commenti, per le parole fornite da qualche critico di circostanza. Ma sarà ancora l’arte il convincimento della tua esistenza? E allora tu vivrai perché gli altri te lo consentiranno, perché il successo idolatrerà ogni tua creazione. Sarà proprio così? …Ora prova a dare un’immagine, una vera immagine alla tua interiorità. Prova a seguire il tuo destino, tenta di svelarlo con l’incalzar del tempo, in quel consenso con la morte che ogni uomo deve dare alla fine della propria esistenza. Quali pensieri vivrai nell’atto finale della tua vita?”

Improvvisamente sentii il tempo fermarsi, si annichilì nella sorte di duplici destini. La morte mi offrì la visione del suo passaggio. Emigrai nel corpo della mia vecchiaia; si rimodellò il mio volto, si smembrarono i lineamenti della mia gioventù, si persero in un eco muto, senza ritorno. Si sigillò la bellezza nello scrigno del tempo passato, mentre si mimetizzavano i miei lineamenti con il passo della morte. Ma si sdoppiò la vita, mi ritrovai di fronte a due esistenze diverse: l’una consacrata alla ricerca vana del successo, l’altra a conseguire la mia arte. Non ero più un unico Edvard, ma due individui opposti, due racconti di vita che si rinnegavano a vicenda: impossibile ogni tentativo di stabilire un accordo, l’uno rifiutava l’altro in una sorta di odio remoto, mentre la morte porse a loro un’inquieta domanda: “Chi sono?”

“Un fruitore di successo!” rispose la mia prima identità.

Diabolica la morte la schernì, rise di un riso sfrenato, perché la domanda infieriva su un corpo malandato, su una mente abbandonata al delirio di una vita vana, alla tormentata ricerca del successo. Si pietrificò il giorno, mentre le domande scarnificarono l’ultimo istante di vita. “Cos’ho vissuto? Cos’ho vissuto?” ripeté la prima identità tentando di devolvere ogni sforzo a rintracciar la risposta. Ma penetrò il vuoto, raggelando il silenzio. Non s’udì più nessun respiro. Nel sudario della fine non si trovò nessuna risposta. Solo la morte assaporò l’inganno…

Osservai rimanere in vita la seconda identità, la mia seconda esistenza e ascoltai le sue dolci parole: “Vivo fino all’ultimo istante il racconto della mia arte.”

Vidi quest’uomo specchiarsi sulle stelle che si prodigavano a rischiarare l’ultimo nato, l’ultimo suo quadro ancora in procinto di esecuzione. Poi all’ultimo rintocco del tempo, sgranò gli occhi e con lo sguardo di un bambino, velato di meraviglia, offrì alla morte l’ultimo bacio, l’ultimo consenso, sicuro di aver realmente vissuto nel gioco sapiente della vita, all’origine dell’uomo.

Foto:16.03.1999

Oh…Jaeger…Quell’uomo ero io…Sophie, mi aveva donato la chiave, finora misteriosa, che mi concedeva di aprire il mondo della mia nascita, il motivo della mia esistenza. Da allora so che il sentimento presente fin dalla mia infanzia, di una sanguinosa ingiustizia, rappresenta la base dell’inclinazione presente nella mia arte.

Non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto…

E vivo, per raccontare il diario della mia anima…

Lo racconto anche in questo luogo, da dove ti sto scrivendo…

In questo luogo, dove le mie parole vanno oltre il visibile….

Lo spazio è perfetto: nuove dimensioni, nuove vedute, io lo chiamo solo il potere magico dell’arte.

Qualcuno, questo posto, lo considera una semplice dimora per acquietare anime tormentate. Che oltraggio alla dignità di noi artisti! Come possono pensare che abbiamo bisogno di  acquietare le nostre anime?

La vera arte si nutre del sangue dell’artista.

Ma ora, caro Jaeger, ti devo lasciare…

Nessun paziente può far attendere il medico.

Il tempo che ci destinano per l’elettroshock  è un tempo preciso, scandito solo dagli elettrodi, dalla corrente che fulminea ci rende il tocco finale.

Tocca a me…

Non preoccuparti…

Ho riservato a questa diabolica macchina uno dei miei prossimi quadri.

Ma dimmi, Jaeger…sono ancora fedele alla tua amicizia?

Ricordi?…

“Quando comprenderai la tua vera morte, mostrerai il tuo vero volto…”

Munch che dipinge se stesso in clinica

Per sempre,

Edvard

 

LO SPECCHIO DELL’ AMICIZIA: Hans Henrick Jaeger ed Edvard Munch

ritratto di Jaeger

“Non disegno ciò che vedo, ma ciò che ho visto”

Queste sono le parole di Edvard Munch, parole che si riflettono sull’infinito specchio magico formatosi dall’incontro con l’amico scrittore Hans Henrick Jaeger. Perché spesso, quando l’amicizia nasce tra due artisti, le parole dell’uno si specchiano sulle verità dell’altro. Jaeger, scrittore ribelle, nato con la virtù del coraggio, pronto a sfidare l’ottusa morale che vigeva allora in Europa, in uno dei suoi articoli del 1899 scriveva: “L’artista deve raccontare anche nei suoi risvolti più scostanti e intimi la sua vita vissuta, le proprie esperienze più intime e segrete. La nuova letteratura è scritta con il sangue fumante dell’uomo”. “Scrivi, racconta la tua vita!” con queste parole Jaeger esorta Edvard a scrivere la sua vita, a raccontarla attraverso i suoi quadri, definiti da Jaeger stesso “tele dell’anima”. Qualche anno più tardi, sarà Edvard a scrivere sul suo diario: “La vera arte si nutre del sangue dell’artista”.

Quel “sangue”, quella forza nel dolore, che Edvard trova anche quando, a seguito di una crisi nervosa, si fa ricoverare, nel 1908, a Copenaghen nella clinica psichiatrica diretta dal dottor Jacobson.

foto di munch in clinica

In questa clinica Edvard viene sottoposto a massaggi col sale, docce, bagni e a trattamenti con elettroshock senza convulsioni. Anche qui riesce a trasformare la sua stanza in un atelier continuando a custodire con le sue opere, il profondo rapporto d’amicizia con Jaeger, il moto eterno delle sue parole. Una profonda testimonianza di questo periodo, Edvard, la rivela con il suo disegno dove raffigura il dottor Jacobson mentre lo sottopone all’elettroshock.

munch e l'elettroshock

Tutti i suoi quadri d’ora in poi dovranno vivere di un’energia vitale dettata dalle forze della vita, dalla dura lotta insita nel dolore. Non è raro trovare i quadri dipinti da Edvard, esposti al sole, alla pioggia e al freddo, per quella che lui chiama “cura da cavalli” e parlare così dei propri dipinti: “Sì, questo se ne starà buono solo se ne starà tranquillo lì in un attimo di raccoglimento. Basta aspettare che si sia preso qualche acquazzone, e col tempo potrebbe diventare un buon lavoro”

E Jaeger? Cosa vive del racconto dei quadri dell’amico Edvard?

Jaeger, uomo dello scandalo, uomo che innalza l’erotismo a elemento dominante dell’individuo, quando finisce in carcere a causa dello sdegno suscitato dal suo romanzo “Dalla Bohème di Christiania”, appende sulla parete della cella il quadro dell’amico Edvard “La Madonna”.

Madonna di Munch

A metà degli anni Trenta, settantenne e malato agli occhi, Edvard, crea l’ultimo riconoscimento alla profonda amicizia che lo lega ad Hans Jaeger, scomparso nel 1910. L’artista completa una nuova versione litografica del ritratto, eseguito nel 1889, del suo caro amico.

Indimenticabili sono le parole che Edvard pronuncia con orgoglio negli ultimi anni della sua vita:

“La mia arte è in realtà una confessione fatta spontaneamente, un tentativo di chiarire a me stesso in che relazione sto con la vita. E’ fondamentalmente una specie di egoismo, ma non perdo la speranza che grazie ad essa riuscirò ad aiutare altri a vedere più lontano”

Munch da vechio 1

 

Perché questo mio scritto?

Vivo ancora il suo sguardo…

siamo nella nostra piccola stanza, nella nostra isola ai confini del mondo, nella completa libertà dei nostri pensieri. Si riflette la mia domanda sullo specchio magico formatosi dal nostro primo incontro: “Cosa rimarrà di me, quando la mia vita volgerà alla fine?”

Ho bisogno di trovare la risposta nella vita dei miei amati pittori. E così, apro di nuovo il mio sipario, e dopo essermi documentata seriamente sulla vita di Edvard Munch, vesto il suo abito.

Entro in scena…

nel gioco della finzione del mio scritto, nella trama tessuta dalla fantasia del mio racconto…

finalmente trovo la risposta.

Questo mio scritto è dedicato a tutti coloro che vivono per raccontare il “diario” della loro anima…

a chi vive, fino all’ultimo istante, il racconto della sua inestimabile arte…

per sempre

A presto

Adriana Pitacco

quadri postati: Melanconia (sera) 1891- Autoritratto all’inferno(1903)- Ceneri (dopo la caduta) 1894- La madre morta e la bambina (1897-1899)- Primavera (1889)- La bambina malata (1885-1886)- Morte nella camera della malata (1895) – La bambina malata (litografia) 1896- Notte stellata (1922-1924) – Autoritratto in clinica ( 1909)- Ritratto di Hans Jaeger (1889)- Madonna ( 1893-1894)-

Foto: Munch nella clinica di Copenaghen- Munch nel suo studio con le sue opere nella tenuta di Ekeley (1943)

Brano musicale: da Edvard Grieg, compositore e pianista norvegese “Homesickness op.57-n. 6 da Lyric Pieces”

Io morirò così

il bacio 3

“Notte dei cristalli”
Arrivano, Gustav!
Sono giovani uomini vestiti con abito civile, dall’aspetto camaleontico, che iniziano a latrare la loro rabbia, il loro odio. Ad ogni parola d’odio s’innalza una nuova fiamma, un nuovo incendio pronto a distruggere sinagoghe, a divampare nelle case degli ebrei, ad annunciare il ghigno diabolico di Hitler, l’ordine imposto da Goebbels, l’ordine che trasforma questa notte nella notte della follia.
“Bruciate le sinagoghe, violate i cimiteri, tumulate ogni forma di aggregazione per gli ebrei, perché il morbo, quel virus malsano che ogni ebreo porta con sé dalla nascita potrebbe moltiplicarsi, diffondersi in tempi rapidissimi”. Nessuna lacrima potrà essere versata….Agli ebrei non spetta nemmeno il diritto al pianto. Dachau, Buchenwald, Sachsenhausen….d’ora in poi saranno le uniche parole che sarà loro consentito sentire. Ma prima saranno costretti a vedere demolite le loro case, violentate le loro donne. Ci hanno imposto di chiamare questa notte “La notte dei cristalli”, l’ennesimo scherno, l’ennesimo oltraggio per richiamare ogni giorno la forza dei soldati del fuhrer, così abili nel distruggere le vetrine, così abili a smascherare ogni ebreo. Devastano città, mutilano le nostre vite, ma non riescono a saccheggiare i ricordi. Il ricordo del tuo volto…. Il ricordo della nostra storia. Ci hanno provato in tanti. Per primo si schierò l’urlo bellicoso della prima guerra mondiale. Impietoso ci mostrò i volti orrendamente deturpati della gioventù, volti in trincea, senza più dimora. Quei volti, nella solitudine notturna, imploravano la morte di portarli via, di porre fine al dolore straziante, ai deliri imposti dalla guerra. Nessun armistizio riuscì a ricondurre quella gioventù al ritmo naturale delle abitudini, a quell’intima dimestichezza con il tempo. E dopo quell’undici novembre, la fame, la miseria, usurparono ogni dignità, tradirono di nuovo la gioventù, s’impadronirono di ogni desiderio.
“Vorbei!” E’ finita! parole che gli eventi ci accordarono… uniche parole rimaste. Ma all’urlo della fine, con il suo esercito pronto a trucidare i ricordi, io, Emilie, opposi tutta la mia resistenza, opposi la forza inestimabile dei miei ricordi. E scomparve l’urlo, s’affievolì ogni traccia sonora. Quei volti ritornarono alla mia mente, tra i miei pensieri, nella melodia della loro gioventù, dentro ad una risata cristallina, testimoni del loro primo amore. Ogni volto riprese il suo nome così chiaro e preciso nel differenziarlo dalla moltitudine della folla. Ogni volto il suo sguardo, la sua storia.
Con i ricordi ritornai alla mia Vienna, alla nostra Vienna, dove tutto era musica…
Dove tutto era vita!

l'interno del vecchio teatro

Ma oggi? Ogni giorno provano di nuovo a sguainare la crudeltà delle loro parole, rinnovando l’oltraggio alla dignità umana. Anche la tua arte dovrà essere saccheggiata, secondo loro, sarai costretto a morire un’altra volta. Ma non lo permetterò, Gustav, non lo permetterò mai! A volte mi chiedo se si divertiranno a trovare qualche mia discendenza, qualche incontro peccaminoso di qualche mio avo con una compagna di origine ebrea. “Tu! Portatrice di arte degenerata!” Sono parole che saranno pronti ad usare come lance per colpirci di nuovo improvvisamente, con il loro modo sinistro di colpirci alle spalle, senza darci il tempo di rispondere, di vivere il nostro ultimo ricordo. Poi la loro risata sempre più beffarda: “Spudorati ebrei pronti ad avvelenare la gente proclamando i più meschini atteggiamenti come principi”. Ma non si rendono conto che quest’accusa mi è familiare perché appartiene alle accuse che tu dovetti subire: “Arte indecente, arte di chi può solo appartenere alla cerchia degli ebrei”. Quella rabbia sprezzante si insinuava già allora. Ti odiavano perché eri fedele all’arte stessa, perché eri fedele alla vita. Ma non riuscirono mai ad umiliarti, rispondesti con le tue parole: “E’ soltanto sulla compenetrazione continua tra vita e arte che deve fondersi il progresso dell’artista”. Nella tua vita vivevi una musica particolare, riuscivi ad accordare il tema prezioso della nascita con l’amore e i tuoi colori raccontavano la vita nella sua incantevole bellezza. Fino a quel giorno dove provai a penetrare il segreto di queste tue parole: “La nostra vita, Emilie, è come una sonata, è musica suddivisa in uno schema compositivo ben chiaro, preciso. All’inizio troviamo l’esposizione, la nostra nascita, la nostra venuta al mondo…poi segue il fluir di esperienze nel ritmo della vita. D’ora in poi il movimento si fa sempre più intenso, più acceso. E più prende forma questo movimento, più si forma in noi l’idea che questo movimento sia perpetuo, continuo. Al pari di un compositore, ci convinciamo che il tema finale, conclusivo, lo scriveremo noi.” Poi ti fermasti Gustav, riuscii ad ascoltare solo il tuo silenzio mentre il tuo sguardo, divenuto improvvisamente struggente e malinconico, mi supplicò di andarmene, di uscire dalla stanza, dalla nostra stanza.
Uscii…
Perché ti spettava il diritto di essere solo, di trovare nella tua completa solitudine, gli ultimi tocchi di colore, l’ultima nascita del tuo nuovo dipinto, solo allora saresti riuscito a trovare quell’accordo finale…
Quell’accordo nel tuo incontro con la morte.
L’arte, la tua amata arte, ti aveva svelato la fine del tuo tempo . Ma quel quadro intitolato “La sposa” non lo finisti mai. Quadro incompiuto perché incompiuta è la tua morte…

quadro la sposa 1

Io ti vivo ancora…
Quell’accordo lo trovasti per te, riuscisti a modulare un accordo che poteva appartenere solo esclusivamente a te. Poi, a distanza di mesi, nella fine dei tuoi movimenti pietrificati dall’ictus, nel silenzio della tua voce improvvisamente muta, la morte ci concesse una breve tregua.
Riuscisti a ricomporre la tua scrittura magica e scrissi le tue nuove e ultime parole: “Voglio che venga Emilie”.
Di che cosa stavi morendo, Gustav?
Lo scoprii dopo giorni, perché il governo aveva censurato ogni notizia sulla maledizione che stava annientando uomini e donne nel fiore della vita. La maledizione dell’influenza spagnola! Vennero censurati i sintomi, la sua rapida diffusione e per parecchi mesi, le uniche notizie le scovammo solo nel pianto di chi rimaneva, nel dolore delle madri costrette ad assistere alla sepoltura di notte in fosse comuni dei propri figli. Decine di milioni di morti… Questa fu l’immensa tragedia! Ma solo l’agenzia di stampa spagnola “Fabre”, ai primi di febbraio del 1918, proprio mentre stavi morendo, trasmise un inquieto comunicato “Una strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid” La nuova malattia venne chiamata “Spagnola” perché solo la Spagna cominciò a parlarne. La sua non partecipazione alla guerra, aveva garantito ai cittadini il diritto all’informazione; noi, con la guerra, perdemmo anche quello.
E in quel momento in cui te ne stavi andando, non ti sentivi più minacciato dal tempo…
Come avrei voluto trasformarmi in una farfalla per essere custodita per sempre nello scrigno dei tuoi segreti.
Oggi, caro Gustav, ricompongo il mosaico della mia vita…
Il mosaico della nostra storia…nessun frammento potrà andare perduto…
Nessuno…
Desideravi vivere per celebrare il trionfo di un’opera totale. Un’opera dentro lo sguardo della musica, dentro all’anima del tuo amato Beethoven. Tu, grande artista, volevi immortalare la sua musica nella tua arte. Il tuo profondo rispetto verso di lui, si era trasformato in un esclusivo amore. Con la realizzazione di un’opera d’arte totale avresti guidato lo spettatore fino alla statua che Klinger, tuo devoto amico, avrebbe realizzato per rappresentare Beethoven.

statua di beethoven 1

Klinger avrebbe avuto l’onore di scegliere i preziosi marmi, il sublime avorio, con i quali avrebbe rappresentato il vero volto di Beethoven: l’inno alla gioia, l’inno al trionfo dell’amore. Con Beethoven, con la sua musica, saresti partito in quel viaggio verso la felicità per arrivare all’attimo sublime che per sempre avrebbe fissato l’abbraccio universale tra i destini dell’umanità. Finalmente avresti contribuito a consacrare per l’eternità “l’Inno alla Gioia di Beethoven!”
E nella tua opera “Il fregio di Beethoven”, tu diventavi il cavaliere errante…
Quel viaggio non era certo senza ostacoli… Dovevi liberare l’uomo dalla sofferenza, dalla solitudine, per incontrare il volto della poesia, il volto dell’amore.major-ode-to-joy-from-4th-movement.mp3″][/audio]

il fregio di beethoven 1

Di chi era quel volto, Gustav? Te lo chiesi varie volte.
Nei tuoi quadri hai quasi sempre dipinto donne, i loro volti, rappresentando la loro essenza, le loro storie, ma soprattutto il fulgore dei loro desideri, non più nascosti, ma improvvisamente alteri, regali, di fronte al tuo sguardo incantatore. Io esisto…perché tu possa dare forma ai miei desideri, questo era quello che ti chiedevano. E mentre con il tuo dipinto davi forma ai desideri, iniziava quel fatale incontro, quel completo abbandono all’impeto travolgente di un eros trionfante.

danae

Ma dimmi, Gustav, i tuoi quadri, le tue opere, sono nate per sedurre? Sapessi quante volte me lo sono chiesta. O forse la risposta si trova nel personaggio nato dalle parole rivelatrici di chi ha voluto rappresentare la tua arte della seduzione attraverso la scrittura. E questo certo non lo sopportavi, nemmeno quando sotto la parvenza di un tuo ammiratore, con veste di scrittore, Arthur Schnitzler tentò di raccontare la tua arte e il tuo sguardo nel suo libro:
“Commedia della seduzione”. Certo ti aveva camuffato abilmente nel personaggio di Gyser, ma il giardino era lo stesso, la dimora (quella che io chiamo la “dimora delle pose”) era innegabilmente il luogo dei tuoi dipinti. Io, donna libera, fino ad allora mai pervasa dal timore di un’inquieta gelosia, richiusi per sempre il libro quando iniziai a leggere parole che mi ostinavo a non voler comprendere.

“Tra quelle mura, come un harem, stazionavano in permanenza giovani donne svestite attendendo un cenno dal maestro; di ogni amante Gyser dipinge due ritratti: uno ufficiale, l’altro nello splendore dell’intimità”.

Di ogni donna hai rappresentato il volto più intimo, più vero. E quel volto desiderava trasformarsi in un’opera vivente, in un tuo quadro, mentre ogni tua sfumatura, ogni tuo effetto cromatico, diventava puro desiderio.

eros 3

Forse questa era l’unica via per carpire il segreto della tua arte e poter rimanere con te ovunque. Ma per amor tuo, Gustav, queste donne diventarono ben presto nemiche tra di loro perché solo per breve tempo riuscirono ad ostentare una finta indifferenza verso quei sentimenti insiti in un atto d’amore. Invidia, rabbia, ai quali sopraggiunsero una profonda solitudine e una mortale rassegnazione. Come potevano comprendere la ferrea volontà delle tue parole: “Ogni legame esclusivo è nemico dell’arte!”
Io, Gustav, rimasi fuori da ogni gioco, da ogni sorta di ostilità verso le altre donne, verso i tuoi intimi volti. Era l’unico modo per rimanerti accanto senza che potesse giungere la parola fine. Era l’unico modo perché tu attendessi le mie parole, le mie lettere, il mio invito a trasformare con la tua arte il mio atelier, a creare disegni per i miei abiti dalla forma ampia, dalle idee rivoluzionarie. Ogni mio abito avrebbe avuto necessariamente l’essenza di ogni donna, il diritto del suo corpo a rivendicare la sua voce. Al bando le torture del busto, del corsetto, di quelle gabbie pronte ad ingabbiare il corpo. Ogni donna, da sola, avrebbe scritto il racconto della sua vita, senza ostacoli, senza subir pregiudizi, finalmente libera! Anch’io avrei creato la mia Secessione formulando il connubio tra queste parole: donna, rinnovamento, emancipazione. E così riuscii a trasformare i miei abiti con le parole che tu amavi tanto, quelle parole che spiccavano sulla facciata del tempio della tua nuova arte: “Ad ogni epoca la sua arte, all’arte la sua libertà”.

la secessione 1

Con queste parole noi due corteggiammo la nostra splendida amicizia, la nostra complicità. Insieme nell’oro dell’estate si univano le nostre esistenze, sulla riva dell’Attersee. Poi i tuoi colori scelsero il mio volto, le tue mani, con la pura bellezza dell’armonia composero il nostro BACIO.
E più osservavo le tue mani che dirigevano la melodia delle forme, più non riuscivo a rinnegare il desiderio che si celava già dal nostro primo incontro, in quella stretta di mano giovanissima con la quale congedavo il tuo sguardo. Quel tuo bacio, quel tuo dipinto doveva diventare il tripudio del nostro amore anche allo sguardo altrui. Sarebbe diventato un Bacio al mondo intero.
E finalmente entro, Gustav…
Entro nella nostra stanza dove vivono ancora i tuoi colori, i tuoi disegni.
Qui dentro c’è la nostra vita.
Li vedi? Sono centinaia di disegni che lasciavi sparsi ovunque, a terra, in giardino…. Li raccoglievo come fiori spontanei perché non potevo lasciarli alla mercé dei tuoi gatti così numerosi che si aggiravano indisturbati. Li chiamavi a uno a uno, non sapevi allontanarti da nessuno di loro. Sorridevo, Gustav, perché nel grande maestro viveva ancora lo sguardo meraviglioso dell’infanzia.

gustav e i gatti

Hai sempre considerato te stesso come un privilegio della vita…qualcuno potrebbe definire queste parole come una forma di narcisismo: quale errore! Ti consideravi un privilegio perché amavi immensamente la vita e chi ti stava accanto viveva questa tua magia.
Ora ti vedo…
Indossi ancora l’abito che tu stesso avevi disegnato…
Indossi ancora l’aria leggera della nostra intima allegria…
Riconosco il profumo delle tue mani, l’impronta del tuo sguardo rivelatore di un’assenza che ora non c’è più.
Tu sei il mio cielo azzurro!
E io morirò così…
Dentro a questo cielo…
Di nuovo la tua opera trasformerà il tempo con i nostri sensi, con i nostri desideri…
Perché ti è rimasta un’arte sublime nel creare e vivere il colore dell’orgasmo.
Guardami Gustav…
Nuda invoco il tuo sguardo…
mentre s’irradia la pelle all’ardore del turgido movimento, pronto a delineare il profilo del nuovo giorno…
Variegati desideri assume il tratto del clitoride…
Ne sento il vigore tattile, la forza
Trattengo gli ultimi respiri, fulgidi attendono il tuo, mentre i tuoi colori discendono in nuove linee avvampate dal calore di floride labbra. Dune di sconfinati paesaggi modellano il calice dei seni, sferici glutei presentano nuove vedute in un lusingo sguardo.
E al caldo rossor del desiderio prosegue il movimento delle mie mani, delle mie labbra…
Sempre…
Verso di te…

Nella sinfonia della nostra musica
Questo è il nostro inno alla gioia!
Nei sensi rivelatori del nostro Amore, si svela l’Abbraccio Universale

Questo, mio amato Gustav
È il tuo e
nostro ultimo segreto

Per sempre.
Io morirò così…

eros 2

 

LA VOCE DEI QUADRI

ritratto di emile

“La gente deve vedere quadri, deve potersi di nuovo ricordare che la loro materia è una scrittura magica che, con macchie di colore in luogo delle parole, ci trasmette una visione interiore del mondo. L’arte del colore domina l’anima umana non meno di quella dei suoni.” Con queste parole, il grande scrittore austriaco Hugo Von Hoffmannstal, ci indica la via per arrivare a comprendere la “Voce” dei quadri, seguendo quella che lui stesso definisce la loro “scrittura magica”. Ed è sempre Hoffmannstal ad affermare: “ La pittura ha qualcosa di magico in comune col pensiero, col sogno, con la poesia”.
Pittura e musica…
Pittura e poesia…
E’ arrivato il momento di seguire la sua via per scoprire quella voce, quella scrittura magica che vive nell’arte di Gustav Klimt.
Si presentano a questo invito anche le parole di Klimt, quel suo “commentare a un ritratto inesistente”.
“Tutto ciò che c’è da sapere su di me è nei miei quadri. Se qualcuno vuole sapere qualcosa sul mio conto in quanto pittore, ed è l’unica cosa che vale la pena di prendere in considerazione, non ha che osservare attentamente le mie tele, cercando di scoprire ciò che sono e ciò che voglio.”
Ma chi riuscì a scoprire la voce dei suoi quadri?
Forse la risposta è racchiusa nelle parole che Klimt pronunciò in punto di morte: “Voglio che venga Emilie”.
Chi era Emilie? Perché a lei fu riservato questo dono?
Emilie, sorella della cognata di Klimt, nacque a Vienna il 30 agosto del 1874.
Quando incontrò per la prima volta Gustav Klimt, divenuto tutore della nipote Helene a seguito della morte del fratello Ernst, aveva diciassette anni, Gustav trenta; la differenza d’età non si presentò mai come un ostacolo a quello che sarebbe divenuto un rapporto profondo, di splendida bellezza.
Completando un quadro che Ernst lasciò incompiuto, Gustav inserì il ritratto di Emilie,

ritratto di emilie da ragazza

intravedendo, già allora, il suo spirito battagliero e coraggioso. Caratteristiche che la portarono, con le sorelle Pauline e Helene, a creare il famoso salone di alta moda viennese il “ Schwesten Flöge”. Emilie decise che l’atelier doveva essere allestito seguendo i principi dell’innovativa comunità di artisti sorta a Vienna nel 1903 la: “Wiener Werkstätte”. Il salone venne quindi arredato nello stile secessionista con mobili disegnati da Moser e da Hoffmann, compagni di Klimt nella secessione viennese. Attraverso i suoi abiti, Emilie contribuì alla lotta per l’emancipazione femminile. I suoi abiti dalla forma ampia, senza la tortura del corsetto, rivendicavano il diritto di ogni donna di vivere liberamente il proprio corpo. Non è un segreto che Klimt rispose all’invito di Emilie di disegnare stoffe e modelli per i suoi abiti, per le sue idee innovative. Fu Klimt ad introdurre Emilie nei salotti della borghesia viennese; gli abiti di Emilie furono indossati dalle signore più in vista di Vienna.
Klimt, così poco incline all’uso della scrittura, scrisse ad Emilie anche otto missive al giorno raccontando dettagli sulla sua vita quotidiana e sulla sua salute.
I luoghi nei quali Klimt visse la sua pittura si presentarono con nomi, ambienti diversi, ma sempre accompagnati dalla presenza di Emilie.
Nel giardino del suo atelier, Gustav trovò ispirazione per i suoi quadri. Qui dipingerà disegni preparatori che, spesso, lascerà a terra, incurante della moltitudine di gatti ai quali non rifiutava mai di dare ospitalità. Disegni che Emilie raccoglierà e custodirà fino alla fine.
E’ nel suo studio che Gustav eseguì un ritratto a grandezza naturale di Emilie che indossava un abito con le stoffe, i disegni, da lui creati.
Lungo la riva di Attersee Gustav ed Emilie vissero la tranquillità e la lontananza dalla frenetica vita viennese.

emilie al lago con gustav

In questo luogo incantevole, assieme ad Emilie, Gustav trovò la solitudine necessaria dopo le violente critiche subite attorno alle sue opere per l’Università. E’ ad Attersee che Gustav iniziò a dipingere paesaggi di soggetto vario.

paesaggio ad attersse

Luoghi, creazioni delle sue opere, che Klimt visse sempre con Emilie …

amore gustav ed emilie

opere che forse tradiscono queste sue parole: “Avevo timore dell’amore, ma provavo un profondo rispetto”
Era proprio vero?

O questo timore scomparve per sempre?

La risposta rimane tutt’oggi un segreto custodito nel suo quadro, nello scrigno dei suoi colori.
Anche se le parole di Rudolf Schnich, amico di Klimt, ci indicano qualche indizio:
“Egli, Klimt, ha preso in sposa la più giovane delle sorelle Flöge, una creatura di favolosa bellezza”

foto di emilie in abito lungo

Alla morte di Gustav, il 6 febbraio 1918, Emilie creò nella sua abitazione la “stanza di Gustav”. In questa stanza custodì il suo cavalletto, le sue lettere e i suoi numerosi disegni.
Nel 1938 Emilie fu costretta a chiudere il suo famoso atelier perché
a seguito dell’Anschless, dell’annessione dell’Austria alla Germania e del crescente antisemitismo, molte sue clienti ebree furono costrette ad emigrare.

io aspetto emilie

Emilie continuò a creare le sue collezioni e ad accogliere le sue clienti nel suo appartamento.
I disegni di Gustav, le sue opere, continuarono a non far morire la sua creatività.
La sua abitazione bruciò sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Emilie morì il 26 maggio 1952 a settantotto anni, portando con sé i segreti del suo lungo incontro con Klimt, della loro profonda e intima complicità.
Assieme ci hanno lasciato un inestimabile dono, quell’Abbraccio Universale, quell’Inno alla Gioia nella Voce della loro opera: “Il Bacio”

 

Questo post è dedicato al mio compagno, splendido padre dei miei figli

alle sue incantevoli parole: “Sei il privilegio della mia vita!”

perché noi moriremo così! Amanti per l’eternità

E’ una dolce promessa

dav

 

Da questa dolce promessa è nato questo mio scritto,

è nato il mio desiderio di diventare Emilie…

Perché in ognuno di noi vive il suo  splendido cielo azzurro.

Finalmente, dopo essermi seriamente documentata, ho preso per mano le mie parole, per vivere la splendida storia di chi ha scoperto il vero segreto dell’eternità

 

A presto

Adriana Pitacco

Quadri postati: Il bacio (1907-1908) – Interno del vecchio Burgtheater, Vienna (1888) – Fregio di Beethoven(1902) L’inno alla gioia (terza parete) Abbraccio tra il cavaliere e la poesia “Gioia, bella scintilla divina”- Danae (1907-1908) – La sposa (incompiuto-1917/18) Ritratto di Emilie  (1902)- Ritratto di Emilie con cornice (1891)- Il castello di Kammer sull’Attersaee (1910).

Disegni postati: Nudo femminile sdraiato sul ventre rivolto a destra (1910) – Amanti rivolti a destra (1914-1916)

il bacio 3

LUCI

l'infinito

“Se potessi esprimerlo con le parole, non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo”

Queste erano le mie uniche parole quando qualche emerito critico s’ostinava con la più stupida richiesta che si possa fare ad un pittore: “Mi dica Maestro, mi racconti l’evoluzione, la trama narrativa del suo quadro…” Evoluzione, trama narrativa, ispirazione…con queste stupide parole era sicuro di poter adulare il “Maestro” e di rapire per primo qualche segreto per poi sbatterlo su qualche suo articolo. Povero illuso, il Maestro non si è mai ossequiato di fronte agli “Alti riconoscimenti”, né ha mai piegato la sua valenza pittorica ad essi. Nessuno può essere così banalmente idiota nel richiedere l’uso delle parole per la comprensione di un quadro! Il quadro e le voci altrui? Il quadro e la sua inconfondibile voce! E oggi, Jo, ho tolto dalla galleria della Vita, un quadro che ora più di ogni altro ci appartiene. Ma lo scoprirai più avanti…non aver fretta, perché lo riconoscerai alla fine di questo mio racconto.

Oggi sembra una domenica qualunque…

la domenica

C’è chi passeggia tranquillamente sulla spiaggia, chi si diverte a riempire il tempo con qualche nuova avventura amorosa, ma questa domenica qualunque, cara Jo, si sta trasformando nella mia “solitaria domenica”, dove il senso di una prospettiva della vita volta verso la fine mi conduce a dirottare il mio sguardo, le mie parole, nell’unico quadro che non ho ancora completato: il quadro della mia stessa vita.

Questo quadro ho bisogno ancora di viverlo, e sono loro che implorano ancora questo.

Loro…i miei quadri!

Ogni quadro è rimasto dentro al suo vagone speciale, mentre il treno della vita mi concede ancora del tempo per raccontare, senza pudore, l’attesa della fine. Ti stupisci? Ti sta cogliendo un fremito di stupore? Non preoccuparti, capita anche a chi è sempre stato poco convenevole con le parole, a chi ha sempre rifiutato qualsiasi tipo di racconto sulla propria vita, lasciando solo parlare i suoi quadri. Ti ricordi? Qualche benpensante supponeva che questa mia ritrosia fosse dovuta ad un carattere scontroso, difficile da commisurare con i rapporti umani. Forse, mia cara, questo tuo solitario vecchio, sta vivendo la paura che i suoi quadri possano rimanere senza la loro inconfondibile voce. E allora, vecchio e ostinato padre, tento di dissuaderli dal nascondersi, dall’essere intimoriti da qualche dubbio, forse anche mio, e rovisto parole dal fertile terreno della mia memoria (ai pittori è concesso ancora questo dono), per conferire ad ogni quadro una voce speciale, una voce senza fine, una voce al di là della mia morte.

Ho bisogno di parole, cara Jo,

di parole…

La linea di confine di questo mio racconto verrà data dall’intima luce che c’è, che esiste a cape Cod.

Quella luce che amo, luce che tra un po’ non mi donerà più le sue inestimabili grazie…

Tu ascoltami, non lasciarmi solo…

il faro

Loro, i quadri, vennero al mondo con il mio stesso patrimonio genetico perché, come scrissi a Charles, “Il mio obiettivo è sempre stato quello di usare la natura per fissare sulla tela le mie reazioni più intime all’oggetto, così come esso appare nel momento in cui lo amo di più, quando i fatti corrispondono ai miei interessi e alle immagini che mi sono creato in precedenza.” La pittura diventava una meravigliosa sintesi della mia esperienza interiore, quella più complessa e vera.

Mi chiedi se i miei quadri siano un prolungamento della mia vita? Lascio a te, dopo il mio racconto, la risposta…

Provo a sforzarmi, tentando di riportare questa mia ostinata memoria nel punto esatto dove tutto ebbe inizio, il momento preciso dove l’arte iniziò quel moto perpetuo attorno alla mia vita.

Ma vano diventa questo tentativo, impossibile.

Con il passar degli anni, anche tu sei riuscita a scoprire quando trovavo il tema su cui concentravo la mia assoluta attenzione. La forza meravigliosa della pittura sentivo che si realizzava con lo studio della luce. Osservavo il cielo con meraviglia, amavo il sole calante dei pomeriggi estivi che proiettava ombre e luci in forme nette e lunghe. Mai il mio sguardo si disincantava di fronte al cielo, perché mai ho tradito lo sguardo magico della meraviglia, lo sguardo magico della mia infanzia. Complice la mia fertile solitudine, durante gli anni affrescati dal gioco e dal sorriso, mi divertivo a trasformare le nuvole in cavalli galoppanti, il cielo in una lussureggiante prateria, e la luce diventava una misteriosa chiave per entrare in territori finora inesplorati.

Conquistatore della luce, all’arrembaggio di nuove terre.

Così nacqui…

Così rimasi…

Anche se con il tempo, il passar degl’anni, iniziai a studiare meticolosamente, quasi al pari di uno scienziato, le traiettorie dell’illuminazione artificiale, e mi interessai sempre di più a uomini e donne immersi nell’ombra e nella luce. E nell’ombra e nella luce, ancora oggi, sebbene vecchio, ritorno in quel gioco solitario della mia infanzia, quando scoprivo, mentre s’adagiava sul volto stanco di mio padre, lo scorrere implacabile del tempo, e in quella luce comprendevo, già allora, la cronaca faticosa della sua giornata. Ogni volta che si rinnovava la scoperta sui volti delle persone amate, sentivo che il tempo si sospendeva dentro ad un inquieto senso di fragilità per ciò che sarei divenuto, per ciò che sarebbe rimasto di me.

vecchi

Da allora la luce diventò la mia inseparabile compagna. Mi chiedo se, già in quei momenti, volessi individuare nel passaggio della luce, il suo istante immutabile, fissare l’istante eterno, quell’attimo della luce così apparentemente contradditorio: l’istante eterno e il suo contrario. Quell’istante che specchiava se stesso nella sua fugacità, perché in realtà viviamo mentre una parte di noi se ne va, per sempre.

Arrivato all’età fertile delle domande, non mi interessai a dare qualche spiegazione al mio processo creativo. Un giorno, alla richiesta di un benemerito critico su cosa intendessi esprimere con l’arte, pronunciai queste parole: “La vera arte è la rappresentazione di me stesso!” Lo dissi di getto, senza pensarci su, forse senza nessi logici. Me stesso e la solitudine? Quel forte senso di fragilità, condizione della mia vita? Io, Hopper, ho sempre voluto fare me stesso! E a chi mi chiedeva se attraverso  la pittura intendessi comunicare con il pubblico, rispondevo che dipingevo solo per me stesso. Vi sono due fasi distinte nella vita di un pittore: la prima fase è la creazione di ogni particolare del quadro e in questa fase non mi sono mai interessato a comprendere perché dipingo, né ho mai sublimato qualche mio desiderio, o la vana paura della morte, con la pittura. Ho dipinto e basta, senza tanti perché, senza nessun dubbio. Nella seconda fase, quando il quadro è giunto a compimento, vuoi che il quadro comunichi con il pubblico. Il quadro finalmente ha una sua inconfondibile voce!

E solo oggi, ormai vecchio, senza avermi mai posto alcuna domanda sul perché ho concesso alla pittura il patrimonio esclusivo della mia esistenza, questa luce è pronta a svelarmi il motivo della mia arte: dipingevo per scoprire il canto malinconico della vita di ogni giorno, vita ripresa nell’intima quotidianità, e man mano che riprendevo ogni implacabile proiezione della luce su ogni minimo dettaglio visivo, la regia oculata dell’occhio diventava sempre più prodigiosa nel rapire la malinconia di ogni individuo, la sua fragilità, lo scorrere del tempo verso l’annullamento della vita, perché anche all’interno di una stanza dismessa l’arte pittorica ci svela qualche traccia atta a raccontare l’universale fragilità di questa nostra esistenza.

Qualcuno ha definito i miei quadri “icone senza tempo”, forse perché il tempo si annulla nella malinconia che ognuno di noi porta già con la sua nascita, quella malinconia che viveva dentro ai miei colori, alle linee, alla luce che catturavo con orgoglio. Comunque non ho mai voluto essere l’unico arbitro dei miei quadri, non ho mai preteso di indirizzare lo sguardo dello spettatore verso qualche fine implicito nella mia pittura. Non esiste un’unica via d’accesso per la comprensione di un quadro: ognuno scelga la propria. E non volli mai nei miei dipinti creare una sorta di complicità con il luogo della mia narrazione visiva. Quel luogo, già intimo di per sé, mi avrebbe fatto scoprire le sue geometrie, i suoi rettangoli di luce che investono le pareti, le sue zone d’ombra e le linee precise di corpi dal profilo solitario. La trama di un possibile racconto la creava la luce, spettava poi ad ogni spettatore tramare nuove storie.

La vera invenzione nasce dalla forza  dell’immaginazione.

Sai, solo oggi sono giunto alla conclusione che i miei quadri portano con sé un vago senso di morte. Mentre dipingevo sentivo che stavo distruggendo tutte le mie percezioni, distrutte attraverso la loro trasformazione sulla tela. Distruzione necessaria, inevitabile, perché i quadri potessero avere la loro inconfondibile voce. E vivevo con loro l’ intimità di un padre con i figli, l’intimità che nasce anche dalla forza dell’immaginazione che ogni padre possiede quando immagina il futuro del proprio figlio. Volevo che ognuno di loro venisse accolto con la sua inconfondibile voce, il suo temperamento, il desiderio di vivere senza subire pregiudizi. Ma questo, tu lo sai, arrivò tardi, poiché fino al 1924 i miei quadri vissero in solitudine, in completa solitudine. Gli sguardi dei miei quadri e di un possibile acquirente, stranamente, non si incontravano. Troppo diversi?

Ti ricordi, quando  qualcuno li definiva “Metafore del silenzio”? Ma il silenzio parla, racconta senza nessun pudore la più profonda verità.

C’è un unico motivo che permane in tutta la nostra vita, segno distintivo d’ogni esistenza. Solo oggi oso definire questo segno distintivo “la voce indistruttibile di ogni uomo e di ogni donna”.

Questa voce è il mistero della nostra solitudine.

penso

Non preoccuparti, non sto farneticando, possiedo ancora non solo l’arte doviziosa della pittura, ma anche l’arte del ragionamento, della profonda comprensione. Dico profonda perché a noi vecchi, mentre i movimenti diventano sempre più languidi, la comprensione della vita, o ancor meglio la vera intuizione, si trasforma in un’intuizione profonda, terribilmente vera, senza maschere e tradimenti. Tu la chiameresti un’intuizione nobile, che spetta di diritto a chi da sempre ha contemplato, con la propria arte, la vita.

Questa voce, il mistero della nostra solitudine, ci appartiene da sempre: nasciamo nel ritmo della nostra solitudine…morirò in quella sorte finale riservata ad ogni individuo. Ancora in un’assoluta solitudine, ma questa volta non più feconda, non più fertile. Senza più luce, senza poter cogliere il movimento rapido della luce su un volto, il suo tremolio sulle pareti di una stanza, senza più afferrare da quella luce il chiacchierio delle ore, l’attesa della nuova stagione.

Ma ora entra Jo, posati sulla mia tela. Questa tela possiede il potere magico di aprire il sipario della vita…

Lo so, sei stanca di acrobazie, di ulteriori imprevisti…

Puoi salire su solo lentamente, perché la vecchiaia non ci concede molta grazia nei movimenti. Non preoccuparti, ti sto tendendo la mano…abbiamo dipinto la nostra vita assieme, non possiamo perderci  ora. Annotavi sul nostro diario tutti i particolari dei miei dipinti e in quel diario scrivevamo come stavano crescendo, quali altre conquiste avremmo fatto assieme.

Poi, assieme a loro, siamo sempre andati dove c’era il sole.

Anche a loro, i quadri, ho sempre fatto rivolgere lo sguardo verso il sole. Ma quando vivevamo un’inquieta malinconia, i personaggi dei miei, dei nostri quadri, li rappresentavo mentre cercavano il sole.

Lo cercavano, Jo, lo cercavano…

In attesa…

Su, sali…non c’è la luce naturale del sole, ma si stanno accendendo le luci di un antico sipario.

Siamo due commedianti nell’atto finale, nell’ultimo saluto al nostro pubblico.

Sssh…non versare nessuna lacrima…la vita è una grande commedia umana e l’arte ha il compito di rappresentarla.

Ti ricordi durante il nostro primo incontro, la nostra amata poesia di Verlaine? Io iniziai dedicandoti le prime parole: ” Un vasto e tenero acquietamento sembra discendere dal firmamento” e, senza esitare un attimo, tu continuasti: “Che l’astro illumina. E’ l’ora squisita”.

Era l’ora del nostro primo incontro. L’ora nella quale i nostri sguardi svelavano l’incanto dell’innamoramento. In quel momento sentivo che stavo trovando la luce dell’attimo eterno dentro al tuo dolcissimo sguardo.

Oh Jo! Ti sei fatta tradire dall’emozione dei ricordi? Non piangere, il pubblico ci sta attendendo, ma dobbiamo sforzarci, a tutti i costi, perché nessuno dei presenti possa comprendere che il nostro è l’ultimo saluto, in questo atto finale.

Si sta spegnendo la luce, qui a Cape Cod.

Una luce flebile mi lascia il suo ultimo canto…Non ci sono più parole per questo mio racconto.

E’ ora di entrare in questo quadro dal titolo così chiaro e preciso: “I commedianti”.

Ancora per qualche attimo, questa esile luce ti concede il dono di carpire l’ultimo segreto…

Osserva il pubblico in sala, Jo…

Sono presenti tutti i quadri.

Ti chiedi ancora se i miei quadri siano il prolungamento di me stesso?

“L’opera è l’uomo. Non nasce mai dal nulla”

Non piangere, Jo…lo spettacolo andrà avanti con le loro Voci…

Per sempre

 

 

Hopper e la verità delle parole

autoritratto

Questo grande artista ha concesso a noi, semplici viandanti, di poter cogliere le profonde verità delle sue parole.

Ognuno scelga la propria

In una lettera a Charles Sawyer, direttore della Addison Gallery American Art, Hopper scrive: “Per me, figura, colore e forma, sono solo mezzi per raggiungere il fine, sono gli attrezzi con i quali lavoro, e non mi interessano in quanto tali. Mi sento attratto soprattutto dal vasto campo dell’esperienza e delle sensazioni. Il mio obiettivo nella pittura è sempre usare  la natura come mezzo per provare a fissare sulla tela le mie reazioni più intime all’oggetto, così come esso appare nel momento in cui lo amo di più. Perché poi io scelga determinati oggetti piuttosto che altri, non lo so neanche io con precisione, ma credo che sia perché rappresentano il modo migliore per arrivare a una sintesi della mia esperienza interiore.”

“L’ arte che racchiude una verità fondamentale è sempre moderna. Per questo Giotto è moderno come Cezanne”

“Da bambino sentivo che la luce della parete alta di una casa era diversa da quella della parete più bassa. Quella in alto ha più gioia!”

“L’opera è l’uomo. Ogni stato d’animo, per quanto banale, merita un’interpretazione”

Hopper mai dimentica nella sua arte la frase di Goethe “L’inizio e la fine di ogni attività artistica è la riproduzione del mondo attorno a me attraverso il mondo in me”

Di Goethe, ama particolarmente la poesia “La quiete”

In tutte le cime è quiete

in tutte le valli non un suono.

Tacciono gli uccelli del bosco

Aspetta presto riposerai

Anche tu

Ma la poesia più amata da Hopper è la poesia rivelatrice di quel grande amore che si svelò già al primo incontro con Josephine: la poesia di Verlaine “l’ora squisita”

Un vasto e tenero acquietamento sembra discendere dal firmamento

Che l’astro illumina

E’ l’ora squisita.

Anche noi viandanti di questo inestimabile viaggio rappresentato dalla vita, riusciamo a vivere “L’ora squisita”, quell’attimo eterno attraverso i suoi quadri.

Perché “l’opera è l’uomo”

Un uomo vero, libero, che pone nel suo viaggio quella frase battagliera, tratta dal diario di Delacroix, che Hopper mise come fondamento nella sua lotta contro false teorie, deliranti opportunismi di mercato:

“Gli uomini della nostra professione negano ai fabbricanti di teorie il diritto di muoversi impunemente nel nostro campo e a nostre spese”

 

Vi chiedo di perdonarmi se, dopo essermi seriamente documentata, ho voluto aprire il mio sipario per vivere quel palcoscenico che tra un po’ non mi concederà più la presenza di volti amati profondamente. E così, per continuare ad osservare il cielo con meraviglia, ad amare la luce che si adagia sui loro volti stanchi, consapevoli dello scorrere implacabile del tempo,

per non tradire lo sguardo malinconico della vecchiaia e poter carpirne il dolce segreto, 

ho preso per mano le mie parole e le ho condotte nell’ultimo lascito di Hopper…

i commedianti

Quel quadro “I commedianti”, con il quale Hopper, giunto negli ultimi anni della sua vita, dipinge se stesso e l’amata moglie nelle vesti di due attori che alla fine dell’ultimo atto si congedano per sempre dal loro pubblico.

Finalmente, nel gioco della finzione del mio scritto, nella trama tessuta dalla fantasia del racconto, so che vivrò per sempre quel dolce segreto,

anche quando arriverà la “metafora del silenzio”.

Questo mio scritto è dedicato allo sguardo profondo e vero della vecchiaia

A presto

Adriana Pitacco

quadri postati: camere vicino al mare(1951) – Domenica(1926)- Lighthouse Hill(1927)-Hotel accanto alla ferrovia(1952)- Sole mattutino(1952)- Due commedianti(1965)- Autoritratto(1903-1906)

Brano musicale: dal secondo concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninov, il secondo movimento, suonato da lui stesso

 

 

 

 

Gioia!

bty

Non vi è più nessun mare in tempesta…

Raminghi, i colori notturni lasciano il passo a macchie di luce pronte a svelare il giorno.

Adesco, con il sole nascente, il mio porto migliore,

il mio porto più sicuro.

Perché la vita è immensa…

 

Approdo in un magico giardino.

il giardino fiorito

Passi leggeri catturano la mia vista, quei tuoi passi che si fondono con il ritmo colorato di una rinnovata fioritura. E, nella volta celeste del tuo sorriso, riconosco il tuo volto, la tua voce, ancora così malinconica e  preziosa nel custodire la vera lezione di felicità. Da sempre desideri rimanere nell’ombra e affidare le sorti dei tuoi dipinti ai tuoi amici, alle persone che ami. Questa volta tocca a me scoprire la voce del tuo ultimo ritratto, della tua ultima opera che tu ami definire “volutamente incompiuta”, perché l’ultimo tocco spetta a chi riesce a cogliere il motivo della sua nascita, la musica della sua esistenza.

pianoforte

Qualche dubbio mi assale…forse dovrei rinunciare all’impresa perché questo ritratto mi appartiene.

Ora dovrò specchiarmi sui tuoi colori, sulle tue linee, dentro al lavorio laborioso delle tue mani, e scoprire dentro al tuo ritratto, al mio volto, la tua lezione di felicità.  Anche se questa volta non potrò barattare il dolore o assopite delusioni con l’arte della scrittura.

Decido di iniziare dalle uniche tracce che mi hai lasciato: il titolo “Gioia!” e una piccola finestra, a destra del quadro, che hai voluto rappresentare con queste parole: “La vedi quella piccola finestra? Ti custodisce sapientemente.”

Non so per quale magia, per quale alchimia del destino, ma lo sguardo profondo delle tue mani ha saputo dipingere quelle parole che hanno accompagnato la mia gioventù: “Ricordati  che nella vita l’interno e l’esterno si fondono in un’unica e dolcissima sensazione, sta a te saperla cogliere”

Come fai a conoscerle?

L’invisibile orchestra dei ricordi ora suona la melodia di un volto che ho amato: il dolcissimo volto di mia nonna.

Finalmente comprendo…

Nei tuoi ritratti cogli l’anima di ogni donna, di ogni uomo, in quelle tracce della memoria che scolpiscono il loro presente. Ma nessun segreto ti appartiene senza prima averlo vissuto nella trama del tuo quadro.

E mentre i tuoi colori si trasformano in delicatissime finestre aperte al mondo, all’attimo della gioia, si sciolgono i nostri dubbi, le nostre paure, i nostri dolori.

“Perché vi è sempre un punto di contatto tra la realtà filtrata attraverso una finestra e l’armonia della nostra anima musicale.”

Così parlasti quando ti rinchiusero dentro alle antiche mura, dentro a terre alimentate dal sangue delirante dei pregiudizi, dentro all’odio ostile verso tutto ciò che era diverso.

In esilio, ai confini del mondo.

QUADRO MARA DONNE

 

Pronti a dilapidare la forza delle tue idee, la forza del tuo coraggio.

Ma non dimenticasti mai di aprire la tua piccola finestra.

Mai.

Ti ritrovai dopo anni, nella luce di settembre, pronta a raffigurare un nuovo giorno ancora scortato dall’estate.

Lacrime silenziose scendevano come perle sul tuo volto, usurpato dal dolore ma mai smarrito, poi un minuscolo battito d’ali, e in quel capriccio del volo iniziò il levar delle tue parole: “La vedi?  Quell’inquieta farfalla si sta tuffando nel calice e s’infiora di vita disponendo il progredir dei suoi giorni. Vive la cadenza dei suoi giorni verso la morte, osservando la vita. Non perde nulla del suo viaggio, nulla! Si diverte a mostrarci la calligrafia della sua morte, ma per ogni volo vive ogni giorno come una vera e unica opera d’arte. Sarà così anche per me, lo so!”

le ballerine

E oggi, di nuovo,  si riempie d’azzurro il confine del tuo occhio

Si librano in volo nuovi volti

i tuoi nuovi ritratti di gioia

nel giardino dell’anima

rosa rugiada

 

con le parole del grande Cesare Pavese

 

Girerò per le strade finchè non sarò stanca morta

Saprò vivere sola e fissare negli occhi ogni volto che passa e restare la stessa

Questo fresco che sale a cercarmi le vene 

è un risveglio che mai nel mattino ho provato

soltanto mi sento più forte

che il mio corpo accompagna il mattino

 

Son lontani i mattini che avevo vent’anni

e domani ventuno: domani uscirò per la strada,

ma ricordo ogni sasso e le strisce di cielo.

Da domani la gente riprende a vedermi e sarò ritta in piedi

e potrò soffermarmi a specchiarmi in vetrine.

I mattini di un tempo, ero giovane e non lo sapevo, e nemmeno sapevo di essere io che passavo, una donna padrona di se stessa.

La magra bambina che fui si è svegliata da un pianto durato per anni

Ora è come quel pianto non fosse mai esistito

E desidero solo colori.

I colori non piangono, sono come un risveglio: domani i colori torneranno.

Ciascuna uscirà per la strada, ogni corpo un colore, perfino i bambini.

Questo  corpo vestito di un rosso leggero

dopo tanto pallore riavrà la sua vita

Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi

e saprò d’esser io: gettando un’occhiata mi vedrò tra la gente

Ogni nuovo mattino uscirò per la strada cercando i colori

 

L’ARTE E LA VITA: finestre aperte al mondo

Henri Matisse

bty

“L’esterno e l’interno si fondono nella mia sensazione”.

Sono le parole pronunciate da Matisse che svelano la trama del quadro “Finestra a Coilloure”

bty

Attraverso il suo sguardo, Matisse ci racconta quella narrazione modulata a due voci, quel canto e controcanto, tra la sua voce più intima e la Vita. Un’arte, quindi, che nella sua profonda intimità, coglie con i suoi quadri quella finestra aperta al mondo, preludio della gioia di vivere. Nel suo saggio “Note di un pittore”, Matisse scrive di voler esprimere con la sua arte il sentimento in tutte le sue forme. Indimenticabili rimangono le sue inestimabili parole: “Solo la figura mi permette di esprimere al meglio il sentimento in qualche modo meraviglioso che ho per la Vita. La pittura mi ha mostrato il Paradiso!”

Anche verso la fine della sua vita, sebbene debilitato da una grave malattia, questo grande Uomo, non rinuncia a scoprire quotidianamente nei volti amati la vera essenza dell’arte e della vita. Apre quindi la sua magica finestra e trasforma in una dolcissima melodia due realtà apparentemente dissimili: l’interno e l’esterno.

Poco prima di morire, Matisse fissa un carboncino su una lunga canna di bambù e traccia sul soffitto della sua camera, i volti sorridenti dei suoi amati nipotini.

bty

E nell’infinito attimo del presente, nel sorriso di chi amiamo, nella forza delle nostre idee

per sempre

vivremo l’interno e l’esterno in una gioia eterna!

 

Dedicato a Mara, al destino di un incontro

per sempre

Adriana

 

quadri postati:

di Mara – Gioia! – ritratto del mio esilio-Opera

Di Matisse – Autoritratto 1918- Finestra a Coilloure 1905

brano musicale: Renele Fleming- canta “Vocalise” op 34 di Rachmaninov

Un angolo del mio magico giardino è rappresentato dall’ulivo in giallo e da una delle mie dolcissime rose vestita di rugiada.

a presto

Adriana Pitacco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Principe al buio

toto 5

Troneggiava la luce del sole di mezzogiorno sulle pareti tappezzate dai titoli nobiliari, stemmi araldici che rigogliosi trasformavano la stanza in un insolito giardino di alberi genealogici. Su tutti balzava all’occhio una data, sapientemente decorata in oro: 18 luglio 1945. Date, numeri magici, che riconoscevano con sentenza del tribunale di Napoli il diritto a “sua altezza” di fregiarsi delle più altisonanti discendenze principesche.

“Vecchio, ma pur sempre un principe, doppiamente principe: Principe De Curtis e Principe del Teatro”, ripeté l’esile corpo racchiuso in un piccolo trono, una smilza poltrona. E con sagace pazienza quel minuscolo corpo addestrò abilmente le sue mani ad occuparsi del momento della vestizione: momento sacro, magico, che da sempre conferiva al principe, a “sua altezza”, quel tocco di assoluta eleganza. Giacca, pantaloni scuri, sul capo una piccola bombetta e supremo diventava il fasto della recitazione!

toto 2

 

Lo spettacolo tra un po’ sarebbe iniziato e oggi il principe avrebbe di nuovo trionfato! Anche se due occhiali neri ne usurpavano il volto, sbeffeggiandolo, depredandolo delle sue grazie mimiche, del diritto inviolabile di osservare la scena e di rendere lo sguardo sempre più bruciante di applausi, eterna maschera teatrale. Certo che quel volto, quel minuscolo corpo, con il passar del tempo era stato costretto a far dimorare lo sguardo su invisibili ali spuntate miracolosamente quando, all’occhio sinistro, si staccò quell’involucro magico chiamato retina. Quell’occhio non raccontò più, non parlò più, ma al suo posto parlarono quelle invisibili ali di farfalla che assieme all’occhio destro, suo devoto compagno di viaggio, erano in grado di far correre, saltare, rimbalzare, precipitare, fuggire, quell’esile corpo acrobata.

toto 1

 

Ma un giorno maledetto, gli occhi, gli amati figli, che mai prima avevano voluto farsi commiserare per essere nati scarsi di virtù, sprofondarono in un infinito abisso. Da quel momento, durante il lento procedere della giornata, sua altezza era flagellato da un’unica domanda: “Com’è possibile che un principe diventi cieco?” Solennemente le mani si avvicinavano al volto per asciugare una lacrima, una sola lacrima, che spuntava solitaria prima del sopraggiunger dell’orgoglio, giunto a ricordare a sé stesso l’elenco interminabile di titoli nobiliari che dimostravano l’alta discendenza di sua altezza, ma anche il coraggio di un principe che non si arrendeva mai. La sua era stata una vera e propria battaglia araldica. Sì, perché quando ebbe il passaggio alla maturità, quel padre, così tanto ostinato a non trasmettere la sua discendenza nobiliare a quel figlio nato da una proletaria, riconobbe il diritto ad Antonio Vincenzo Stefano Clemente di entrare nella dinastia dei nobili De Curtis. Finalmente un padre! Per di più un vero marchese. Ma la vita gli riservò anche un altro ossequioso riconoscimento che spetta solo a chi nasce nel regno degli eletti, di coloro che vengono forgiati dalle mani degli Dei, di coloro che vengono mandati al mondo con queste parole:  “Scenderai sulla terra per far vivere uomini e donne delle tue virtù! Solo tu saprai donare agli uomini le vere risate di gioia!” Diventato uomo e vero dispensatore di risate di gioia, sua altezza venne anche adottato dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas, felice di trasmettere a quel “miracolo divino” tutti i suoi titoli nobiliari.

Poi con i ricordi sentì di possedere ancora quelle invisibili ali: era giunto il momento di tornare a teatro. Mancava solo il mazzolino di fiori, il delicatissimo omaggio floreale che, all’insaputa di occhi indiscreti, avrebbe fatto trovare, come s’addice ad un vero principe galante, alla nuova attrice scritturata da poco per il felice esordio. Preparare il mazzolino era compito di Nina, la governante, ma Nina oggi s’ostinava a non rispondere ai suoi perentori richiami. Solo qualche secco rumore che proveniva da uno spazio non ben definito…

e il principe non trattenne più nessuna parola.

“Malafemmina…non vuoi venire? Vuoi lasciarmi solo, o te la sei presa perché non ti ho mai raccontato come il principe, il grande Totò, sia diventato cieco? Vuoi conoscere questo mio segreto? E allora ti racconto del Principe de Curtis, Principe della comicità. L’illustrissimo principe si mette a nudo….Ssssh…va in scena il primo Atto, si recita a braccio: “La farsa del Principe al buio”.

toto 3

Ricorda mia cara, un tocco magico con il pollice e il medio e il principe possedeva la magia di far tramontare le luci, mentre sperdute lucciole danzavano dentro ai grandi lampadari del teatro. E allora faceva capolino il mio occhio destro. Oh sì! come si divertiva ancora a scorgere le luci, a vedere come si cambiavano d’abito, per poi svanire nel riposo serale. L’ho sempre chiamato il mio “occhio bambino”, perché come ogni bambino possedeva l’arte di rapire i sogni del pubblico. Osservando abilmente le loro espressioni, i loro volti, ne carpiva i segreti. Tante volte, l’occhio bambino, sconsolato, tornava dal principe: “Ehi! Nel pubblico ci sono persone tristi…le ho viste, le ho scoperte….Perché non ridono più?”

Ma riuscivo sempre, dico sempre, a rassicurarlo con queste parole: “Non preoccuparti…tu rimani con me…vedrai che il principe riuscirà a creare per loro vere risate di gioia!” E arrivavano le vere risate di gioia, spuntavano felici di esistere, dentro ai cuori, ai volti di chi finalmente rideva. E come riuscissi è un segreto che avevo fatto scoprire solo all’occhio bambino, poiché assieme vivevamo l’opera della vita.

In quest’opera della vita i geniali fermenti, i veri principi, rimangono per sempre. Io…io i personaggi li ho sempre rivestiti della mia immagine. Sono loro che aspettano solo che il principe li vesta di vera onorificenza. Mi chiedi quali siano le vere onorificenze? Su…non dirmi che non lo sai…L’applauso del pubblico! Da sempre, di quel pubblico che considera Totò la più straordinaria maschera comica del vecchio e del nuovo continente, il vero “Principe dei comici”. Ti par poco? Questa mia maschera descrive la realtà, ma riesce anche a capovolgerla. E per dirtela tutta, non sono mai andato alla ricerca di uno stile, perché lo stile della recitazione mi è stato donato, essendo principe, fin dalla nascita.  Sei curiosa di sapere come si possa accedere alle mie grazie? Non serve denaro, né preziosi regali, il principe prima di concedere il dono della sua ospitalità, formula la sua consueta domanda: “Siamo uomini o caporali?” Perché, mia cara, al mondo ci sono gli uomini,  quelli che soffrono, lavorano e sopportano, e i caporali cioè quelli che fanno soffrire gl’altri, maltrattandoli perché convinti di un’autorità immeritata e, forti di una disciplina, impongono ai sottoposti l’obbedienza senza discussione. Purtroppo, anche il principe cadde nella disgrazia di conoscere questi caporali. Uomini, anzi, caporali odiosi, sempre uguali a sé stessi, fedeli solo alla loro arroganza. Ora, mia cara, avrai già scoperto a chi concedo il dono della mia amicizia. Spesso non serve nemmeno formulare la domanda, perché il principe sa trasformarsi in un gatto regale e come i gatti possiede il senso animalesco dell’amicizia, come i gatti sente subito chi è amico e chi è fetente! C’è un segreto che comunque ti voglio svelare: ad ogni film ho sempre pensato che sarebbe stato l’ultimo.  Perché il pubblico sa essere anche una bestia ingrata, ha degli umori stranissimi, ti dimentica facilmente. Ma appena arrivava questa fottuta paura, al grande principe gli si chiedeva di fare un altro film o di recitare un nuovo varietà. Pensa un po’ che al principe, profondo estimatore d’arte, è stato chiesto di far vivere sul set la vita di un copista, l’unico copista in grado di copiare perfettamente la Maya Desnuda del Goya.

toto 4

 D’ora in poi potrai chiamarmi “Principe de Curtis Goya”. Mi chiedi cosa ci fa il principe con il Goya? Vera e affascinante è la mirabile frase del Goya: “Darò una prova per dimostrare coi fatti che non ci sono regole in pittura”. Anche il grande Totò ha voluto dare una prova memorabile: dimostrare che nell’arte della recitazione non servono regole. Il vero attore non ripete mai una scena. Dove la metti altrimenti l’improvvisazione?

Rammento ancora le parole di Francisco: “L’oppressione, l’obbligo servile di far studiare e seguire a tutti lo stesso cammino, è un grande ostacolo per i giovani che andranno a professare un’arte così difficile.”

E’ tutto così vero, i veri artisti sono i veri innovatori! Solo loro sanno inventare la vita anche quando arriva il tocco maledetto della morte…

arriva mentre reciti in mezzo al cielo…

mentre vivevo in mezzo al cielo.

Quel giorno la recita era in un teatro speciale, il teatro Politeama di Palermo, creato da chi amava il cielo. Pensa un po’, negl’occhi di Giuseppe, il progettista, trionfava il colore azzurro. Azzurri i suoi occhi, azzurri gli occhi della sua amata, e azzurro il cielo che amava così tanto da volerlo mettere nel grande teatro. E dentro, sul sipario, mise pezzi di cielo.

Era così, proprio così, quel giorno avrei recitato in mezzo al cielo! Com’era felice, com’era emozionato il mio occhio bambino. “Chi ha mai recitato in mezzo al cielo?” mi chiedeva incuriosito.

“Noi, noi…Vedrai che meraviglia quando spiccheremo il volo” parole di un vero padre all’amato figlio.  E quel giorno iniziammo a volare nel cielo del grande teatro, volammo nel cielo della vita, felici di esistere, felici di creare ancora “Vere risate di gioia”. Per sempre, le avremmo create per sempre…Noi due, assieme.

Ma improvvisamente l’occhio bambino non parlò più, non rise più. Capisci? Lo sentii morire senza che avesse avuto il tempo di chiedere aiuto. I dolori lancinanti che mi squartavano la testa, quelle lance affilate che mi incidevano il respiro erano la prova che era morto…morto! Capisci? Io ero cieco!! E il cielo diventò nero. Spaventosamente nero.

Anche questa volta, il principe rimase all’altezza della sua carica, della sua divina discendenza. Nessuno del pubblico capì nulla. Soffocai l’urlo e così pensarono che quegli sbandamenti fossero parte del copione. E le lacrime? Anche quelle, parte di un copione e, di quale, nessuno si pose la domanda. D’altra parte il Principe dei Teatri improvvisava sempre. Ma si può improvvisare la vita? Dimmelo tu, che la conosci così bene!

Il pubblico rideva e applaudiva….Riuscii anche a fare la passerella. E quando fuori dal teatro la folla voleva l’autografo, solo un piccirillo, un piccolo bambino, mi chiese: “Come stai principe?” una carezza, i piccoli hanno bisogno di scherzare: “Il principe ha quattro occhi: due occhi come i tuoi e due antenne speciali come le farfalle.”

Nei giorni seguenti pensai di morire, di farla finita per sempre.

Ma si può vedere anche con il nero.

Sì, mia cara…anche con il nero ti riconosco…

Ma che Nina! La vera malafemmina sei tu, compagna da sempre.

Ricorda che al principe spettano ancora risate di gioia!

Principe al buio, ma pur sempre Principe. Ssssh….non dimenticare che i titoli nobiliari rimangono per sempre, anche da vecchi. E oggi ho trovato il modo per rinviare il nostro abbraccio.

Hai proprio ragione mia cara, chi si ferma è perduto!”

 

“E’ vero mio principe!

Io comunque attendo…

Anche la morte può attendere…”

il principe gigante

 

 

Goya: AUN APRENDO-Apprendo ancora

il gigante a riposo

 

 “Ma ne escapado de buena” l’ho scampata bella da una misteriosa e pericolosa malattia, scrive Goya nel 1777 all’amico carissimo Martin Zapatera.

Si parla di sifilide, ma stando agli indizi non sempre sicuri, la diagnosi si dimostra incerta. Il 19 marzo 1793, Martinez, l’amico che ospita Goya a Madrid, informa Zapater delle condizioni del Maestro: “Goya tira avanti adagio, quantunque un po’ meglio…il rumore in testa e la sordità non allentano, ma va molto meglio con gl’occhi e non ha più i disturbi di prima che gli facevano perdere l’equilibrio. Ormai sale e scende le scale, e insomma fa le cose che non poteva fare più”

Alla fine del 1819, all’età di settantatré anni, Goya si ammala di nuovo gravemente ed è sul punto di morire. La malattia, che nel 1793 lo aveva lasciato completamente sordo, si ripresenta con tutti i suoi sintomi.

Goya attribuisce la sua guarigione alle cure del medico Arriete. Durante la convalescenza, l’anno seguente, esprime la sua infinita gratitudine nel dipinto”Goya curato dal dottore Arriete”, esponendo al pubblico il proprio stato di debolezza e di sofferenza. In questo mirabile dipinto, l’artista dipinge se stesso che lotta contro la morte aggrappandosi alle lenzuola. Lo stato di sofferenza è reso misteriosamente dalla ferma sollecitudine del dottore, che si rivela nella forza del braccio che porta la medicina alle labbra del malato. L’iscrizione sul dipinto dice “Goya con particolare gratitudine al mio amico Arriete per la compassione e la cura con cui gli ha salvato la vita nella pericolosa e grave malattia sofferta”

goya e dottore aurier

Arriete, dottore molto conosciuto a Madrid, viene in seguito inviato in Africa a studiare la peste bubbonica. Nel 1825 Goya soffre nuovamente di una malattia debilitante; la sua vista si riduce a tal punto che è costretto a lavorare con una lente di ingrandimento. Ma nonostante la malattia, i suoi dipinti rivelano un’incessante energia. Da uno scritto dell’amico e poeta Moratin,  si scopre che “L’artista dipinge senza correggere mai quel che fa”

Sempre Moratin lo descrive così al suo arrivo a Bordeaux: “Arrivò Goya, sordo, vecchio, torpido e debole e senza sapere neanche una parola di francese, ma tanto desideroso di vedere il mondo”

In questi ultimi anni della sua vita, Goya non perde il suo umore fanciullesco. In una lettera all’amico Zapater si lamenta di invecchiare prima del tempo. Goya scrive l’ultima parte della lettera con il dito intinto nell’inchiostro, come un fanciullo.

imparo ancora goya

Esiste un suo foglio a matita al Prado, numero 54 dell’ “Album G”, di sicuro disegnato a Bordeaux nel 1824-28, raffigura un vegliardo che procede appoggiato a due bastoni; sopra appare la scritta AUN APRENDO “IMPARO ANCORA”, parole che sanciscono l’omaggio di Goya all’eterna giovinezza della vita. Giovinezza data solo con il rinnovamento dell’esperienza.

la tavolozza di goya

Il 1 aprile 1828 (il giorno dopo la paralisi lo arresta, in attesa della morte che giungerà il 15 aprile) Goya scrive all’amato figlio Javier:

” Caro Javier, non posso dirti altro che, con tanta allegria, mi ha sorpreso una piccola indisposizione e sto a letto. Dio voglia che ti veda venire a trovarmi, che sarebbe tanto quanto desidero. Possa Dio concedermi di vederti e allora la mia felicità sarà completa.

Addio, tuo padre”

 

Perché questo scritto?…

Aprile 2018, Sono a Palermo…

dopo tre mesi vedo mio figlio! La felicità è immensa! Siamo assieme al Teatro Politeama, quel grande teatro progettato da Giuseppe Damiani Almeyda il cui sipario splende d’azzurro. Una splendida voce mi racconta che qui, al Politeama, Totò fece l’ultima sua recita.

Qui, il Principe dei Principi, diventò completamente cieco, perdendo anche l’uso dell’occhio sinistro. Da quel momento una domanda forgia le mie giornate a Palermo: si può vedere anche con il nero?

trovo la risposta lentamente, vivendo la storia di Totò…

Entro finalmente nel mio sipario…

divento Totò.

Nel buio vivo una scoperta…

anche con il nero si può vedere…

si  può amare la recita della vita!

per sempre

 

qualche curiosità:

nel 1915 Antonio Vincenzo Stefano Clemente (in arte Totò) si arruola volontario e viene mandato prima a Pisa e poi destinato in Francia. Ma alla stazione di Alessandria, fingendo un attacco epilettico, riesce a farsi ricoverare nell’ospedale militare di Livorno. E’ all’esperienza della vita militare che farà risalire la celebre espressione “Siamo uomini o caporali?”

Nel 1936 Totò perde definitivamente l’uso dell’occhio sinistro a causa del distacco della retina.

Nel 1959 nel film “Totò, Eva e il pennello proibito”, Totò interpreta la parte di un copista che avrà un incarico speciale: copiare perfettamente la “Maya Desnuda” di Goya esposta al Prado.

il 3 maggio 1957, mentre è in scena al Teatro Politeama di Palermo, perde completamente l’uso della vista.  Continua a recitare fino alla fine dello spettacolo e omaggia il pubblico presente con la passerella finale. Il sei maggio lo spettacolo è sospeso con forte disappunto dell’impresario Paone che, non credendo alla gravità dell’accaduto, manda a Totò una visita fiscale.

Il Principe dei Principi, continua a sognare anche nelle parole di questa sua canzone:

Da “Siamo uomini o caporali”,  Totò canta: “O core analfabeta”

toto 2

 

Questo post è dedicato a Maria e a Emily

al dono che ho avuto di vivere assieme cinque splendidi anni.

In quell’ aula trasformata in un magico castello, ci siamo sentiti veri Principi e vere Principesse in un viaggio inestimabile.

Grazie!

A presto

Adriana Pitacco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ritratto all’opera

all'opera

 “Camille, da dove comincio?
“Inizia dalla mia morte
Ma trovami tu qualcosa Claude

Magari attimi da vivere tra le ali di una farfalla, questo è il tempo del nostro ricordo”

ritratto di camille

 

Arranco, lentamente, supplicando l’ombra di dissetarmi per l’insopportabile calura estiva. Troppo densa di malinconia è la luce per potermi allontanare dall’interpretare la morte. Rapidamente l’inquieta stanza prova a sedare la folla dei miei ricordi, specchiando il senso dell’agghiacciante silenzio. I miei pensieri navigano senza essere in grado di esplorare nemmeno un vago eco sonoro, una semplice traccia della tua voce, labile impronta della tua identità. Perché dimora la morte nell’assenza dei variegati suoni che ogni voce possiede. Da sempre nel gioco delle nostre abitudini, il fluir della tua voce rappresentava la trama del nostro racconto giornaliero, svelando la nostra complice intimità. Ma oggi, forse, il temperamento del colore può ancora legarci a quel gioco complice dei sensi che fino alla tua morte ha tessuto la nostra vita.
E s’inorgoglisce il carattere supremo del mio sguardo, lo sento: un’inquieta eccitazione è pronta ad indagare i colori che solcano minuziosamente il tuo volto. Rimane comunque una nota introduttiva: l’assenza della tua voce e il tuo dolcissimo volto soffuso ma ancora ricco della tua bellezza. Qualche domanda s’insinua in questo mio, forse delirante, atto esplorativo: quanti dettagli carpiti da questo mio maledetto occhio riusciranno a trasformarti in un ritratto immortale?
Il mio sguardo, il mio occhio, dovrà essere capace d’una raffinatissima tecnica d’osservazione. Sono sicuro che il destino non sarà avverso a questo mio unico scopo di vita: renderti immortale. Improvvisamente la screziatura dell’ora, rivelata dalla luce, m’offre il tuo volto, la tua morte, in una diversa armonia. E così il mio sguardo inizia a scandagliare lo sfondo del colore che appare sul tuo volto, a tracciarne ogni intimo strato per scoprire l’evoluzione sulla trama della tua pelle. In un inedito gioco d’ombra sento in me affiorare l’istinto originario della perfezione visiva. Mentre ti osservo nasce con la mia prima impressione un sortito piacere destinato ad imprimere la tua morte nel vigore della tela, per farti rivivere nella condizione del ricordo trasformato in un infinito presente attraverso il ritratto. Rimane drammatica quest’unica verità: forme e colori non muteranno più con i tuoi lineamenti espressivi, con l’avventura della vita, e implacabile il tempo potrebbe allontanare il ricordo di quest’avventura dalla mia mente. Ma oggi la tua morte sarà riscattata dall’abbandono dell’oblio, in un ritratto all’opera. Ora il mio occhio assorbe i colori della tua morte fondendoli in impressioni distinte, in grado di sedare la rappresentazione dei miei giorni futuri senza di te. Lo sguardo isola i colori, ne scopre il volume, la loro posizione sul tuo volto e il loro ritmo perfetto. Tu, mia dolcissima Camille, lo chiamavi il mio “magico occhio chirurgo”. E, nell’autentica esperienza del colore, l’occhio riesce a godere anche dello spettacolo della morte. Perché solo rimanendo fedele a quest’ occhio il tuo ritratto potrà migrare nel tempo destinato al futuro.
Sono pronto…il primo sguardo, il primo tocco impresso sul pennello…
mentre appaiono sui tuoi solitari lineamenti espressivi, dei toni diversi, più caldi, ideali per far rimanere ancora latente il tuo passaggio dalla vita alla composizione della morte. Vi sono ombre distinte da pigmenti unitari che nel tempo frazionato in secondi si uniformano alla rappresentazione di un tema azzurro. Rimane il tremolio della luce sul tuo volto che si mescola con varie particelle disposte in una tessitura ad arazzo. La perfetta simmetria del tuo volto si sta modellando in una sorta di calligrafia della morte. Ad un tratto vivo con le mie mani ogni strato tattile del tuo delicatissimo volto, ogni pigmento della tua pelle è immerso in colori che fluiscono in un’unica sostanza primordiale, perché da sempre il prodigar della vita scorre nell’esistenza della morte. Anche se per te, mia splendida compagna, il dolce consenso alla morte nasceva proprio con l’atto della vita, senza mai dimenticare che il giorno era un’istantanea, un attimo di luce accreditato nel presente, unico e irripetibile.

camille giappone

E finalmente nel progredir delle linee di questo fertile ritratto si schiude un punto di contatto tra la vita e la morte. Il tuo dolcissimo volto, arenato nella morte, migrerà nel tempo. Nel tuo volo migratorio i sensi dell’osservatore si sorprenderanno a contemplare la natura visibile e invisibile del tuo volto. Immerse le linee all’avvampar del desiderio, saranno esposte al richiamo dello sguardo e i desideri di ogni spettatore viaggeranno dentro al corpo del colore, il tuo corpo.
Finalmente si scioglie la morte, fissando con l’alchimia delle mie mani il tuo volto.
E un’antica eredità lascerà la sua firma sul ritratto del tempo.

Per sempre,
il tuo Claude Monet, devoto compagno

 

Montale, dalla raccolta Xenia

Avevamo studiato per l’aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
Che tutti siamo già morti senza saperlo

 

L’opera della vita

l'opera della vita

Dalle lettere di Claude Monet

Honfleur 15 luglio 1864- a Bazille

Qui, mio caro, è adorabile, ogni giorno scopro cose sempre più belle. C’è da diventare pazzo, talmente ho voglia di fare tutto, la testa mi scoppia. Decisamente è terribilmente difficile fare una cosa completa sotto tutti gli aspetti e credo che vi siano quasi esclusivamente persone che si accontentano del pressappoco. Ebbene mio caro, io voglio lottare, rischiare, ricominciare perché si può fare ciò che si vede e si capisce e, mi sembra, quando vedo la natura, che sto per fare tutto, scrivere tutto…quando si è all’opera…Ed è a forza di osservare, di riflettere che si trova. Così sgobbiamo continuamente. Sarebbe meglio essere soli e, tuttavia, vi sono molte cose che da soli non si possono intuire. Insomma, tutto questo è terribile ed è un’ardua impresa.

 

 

A Bazille, 12 agosto 1867

Non so davvero che cosa dirvi, siete stato così cocciuto nel non rispondermi, vi ho inviato lettere su lettere, non è servito a nulla, eppure voi conoscete me e la mia situazione meglio di qualsiasi altro. Mi sono dovuto rivolgere ancora una volta a estranei per avere un prestito, e ricevere degli affronti, oh, ce l’ho proprio con voi, non pensavo che mi avreste abbandonato così, è molto brutto. Vi chiedo per l’ultima volta questo favore, mi trovo in una situazione angosciosa, sono dovuto tornare qui per non contrariare la mia famiglia, e poi anche perché non avevo abbastanza denaro per spenderlo a Parigi mentre Camille soffriva. Ha partorito un bel maschietto e soffro al pensiero che sua madre non abbia da mangiare. Ho potuto avere a prestito lo stretto necessario per il parto, ma né io né lei abbiamo un soldo.

 

A Bazille 29 giugno 1868

Mio caro Bazille, vi scrivo due righe in fretta per chiedervi di aiutarmi molto rapidamente, se vi è possibile, sono decisamente nato sotto una cattiva stella. Sono stato messo all’albergo dove ero, nudo come un verme, ho trovato per Camille e il povero Jean un tetto in paese per qualche giorno. Ero così sconvolto ieri che ho fatto lo sproposito di gettarmi in acqua, fortunatamente non è successo nulla.

 

Ad Arsene Houssaye

Egregio Signor Houssaye, quando ho avuto l’onore di vedervi e chiedere il vostro appoggio per ottenere il permesso di lavorare al Salon, mi avete dato il consiglio di venire a stabilirmi a Parigi. A Le Havre, Gaudibert ha avuto ancora la cortesia di mettermi in grado di stabilirmi lì e di far ritornare la mia piccola famiglia. Ci siamo sistemati e io sono in ottime condizioni e pieno di voglia di lavorare, ma su quella mancata ammissione al Salon mi toglie quasi il pane in bocca e, malgrado i prezzi certamente non elevati, mercanti e collezionisti mi voltano le spalle. E’ soprattutto deprimente vedere lo scarso interesse che si ha per un oggetto d’arte che non ha prezzo. Ho pensato, e spero che mi scuserete, che poiché avete già trovato una mia tela di vostro gusto, vorrete forse vedere le poche tele che ho potuto salvare dai pignoramenti e che sarete tanto gentile da venirmi un po’ in aiuto visto che la mia situazione è quasi disperata.

 

A De Bellio Vetheuil 5 settembre 1879

Caro Signor De Bellio, la mia povera moglie è morta questa mattina alle dieci e mezzo dopo aver sofferto terribilmente. Sono costernato nel vedermi solo con i miei poveri bambini. Vi chiedo ancora un altro favore, ossia di far ritirare dal Monte di Pietà il medaglione di cui vi allego la polizza. E’ il solo ricordo che mia moglie aveva potuto conservare e vorrei poterglielo mettere al collo prima che se ne vada. Spero di ricevere un rigo da voi domani mattina
Il vostro amico tanto infelice e tanto da compiangere

 

A P. Durand Reul

Tutto mi tormenta e, nella mia solitudine, mi faccio tanto cattivo sangue. Oggi c’è un tempo spaventoso e altri avrebbero lasciato già da tanto, ma io ci tengo a non perdere ciò che ho iniziato. E’ questa speranza che mi fa rimanere…
il 1 settembre 1914, Claude Monet tormentato dai problemi alla vista e dal dramma di una guerra incombente, lascia all’amico carissimo Geoffrey il testamento della sua vita.

Poter scrivere ad un amico come voi è un conforto che aiuta a sopportare queste angosce.
Molti dei miei sono partiti senza che si sappia dove sono. Quanto a me resto ugualmente qui, a Giverny, e se dovessero uccidermi ciò avverrà in mezzo alle mie tele, davanti all’opera di tutta la mia vita.

 

Nel 1887 Durand Reul inaugura una galleria a New York dove espone anche lavori di Monet. A Parigi Monet riscuote un grande successo da Georges Petit.
Nel 1889 Georges Petit espone Monet e Auguste Rodin ottenendo grandissimo successo. Monet organizza una raccolta di fondi per acquistare dalla vedova di Manet l’Olympia e donarlo al Louvre.

Nel 1921 grande retrospettiva presso Durand Reul

 

Ps: vi chiedo gentilmente di scusarmi, se ho voluto trasformarmi in una leggerissima farfalla. Custodita dentro ai miei amati colori, finalmente sono riuscita a volare per raccontare quest’occhio magico che ci ha donato il ritratto immortale.

Perché si può vedere il mondo ascoltando la voce di un quadro.

camille e i papaveri

 

Questo mio scritto è dedicato a chi mi ha fatto scoprire queste indimenticabili parole
“Sogniamo grandi sogni perché sappiamo di esistere”
A presto
Adriana Pitacco

 

quadri: Camille Monet sul letto di morte, 1879- Ritratto di Camille Monet, 1867- Camille Monet con un costume giapponese, 1876- Campo di papaveri ad Argenteuil, 1873

Foto: Monet in atelier con il Duca De Trevise

musica:  Ravel “Pavane pour une infante defunte” suonata da Sviatoslav Richter

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un dolce segreto

i primi passi 1

Vorrei fermare l’attimo, prima del suo scorrere…sarà possibile?

Riuscirò a cogliere quel tempo prima che passi? L’istante,  prima della sua fine?

Ritornano come perle sgargianti parole che il tempo mi ha concesso di vivere.

“Io catturo la luce del mio tempo vivibile e la proietto sulla tela con tocchi rapidi e vibranti”

il pittore a passeggio

 

MARZO 1981

“Il blu è la tenda del cielo, il verde le nostre praterie, il rosso il sangue della nostra vita sempre in viaggio”. Così ogni Rom racconta, alla propria donna, i colori innalzati al vento della bandiera.

Quale colore dei tre sono io, per Igor? Qualsiasi colore va bene, basta che lo scelga lui. Solo il grande cipresso si è appropriato del confine che passa tra lo spazio orizzontale della lussuosa villa di papà e lo spazio verticale dei violini che furoreggiano in danze trascinanti.

Mi sveglio sempre prima, trangugio la colazione nel tempo record di due minuti, indosso sotto la mia gonna preferita e sopra la solita gonna idiota della scuola.

Ho tagliato anche il collo di una maglia, le maniche le ho accorciate di dieci centimetri: così sono proprio l’azzurro del cielo di Igor! Camuffo il  mio splendido abito con uno dei soliti, noiosissimi maglioni invernali. Operazione raggiunta, piano perfetto! Bacio le guance di mamma dicendole che tornerò per l’ora di pranzo e fingo di ricontare i fogli che userò per la lezione di matematica, così tutto assumerà le sembianze di un vero film. A scuola, l’unica alla quale ho confidato il mio segreto è Danielle, perché di lei posso veramente fidarmi. Le ho affidato l’incarico di raccontare ai professori che l’ultima influenza mi è piombata addosso senza concedermi via di scampo. Anche il professor Claude crederà a questo racconto? Ma chi se ne importa?

Corro, corro perché il vento freddo mi conduca subito a baciarlo. Non ho difficoltà a farmi aprire le porte del loro mondo, non c’è nessuna chiave per entrare nel campo:basta solo spostare con il vento il centro di questo quadro, e mi trasformo nella selvaggia, dolcissima donna di Claude. Rubo già l’ebbrezza del tempo che vivrò con Igor: ogni suo sguardo diventerà il mio paesaggio. Sarò “vagùs”, senza fissa dimora, vagabonda per le vie del mondo.

“Basni, mia rombri rakav il gràste!” Riesco a decifrare la sua parlata e a tradurla in tempi moderatamente rapidi: “Colomba, donna mia, guarda il cavallo”. Lo cavalca senza staffe, tenendo leggermente le redini, correndo intorno al campo brulicante di ciuffi d’erba. I suoi occhi vedono terre sconfinate.

 Da alcuni mesi, sono diventata particolarmente brava a dialogare con le parole dei Rom.  Possiedono un ritmo speciale! Sicuramente  papà le imiterebbe con il pianoforte: accenti, suoni vigorosi, respiri brevissimi tra le frasi, brucianti, forti, come il sangue che scorre nelle vene di Igor.

“Dai, nas, nas” Al suo richiamo salgo sul suo “fururò”, il suo puledro, e lancio al vento il maglione impolverato dall’aria di scuola: ora sono proprio la sua basni! Anche l’aria ha un ritmo incalzante e la sferziamo vibrando assieme nell’unica pausa che c’è, che esiste: la musica del suo bacio.

Quanti punti d’incontro! Toccate e fughe tra due lingue danzanti! E finalmente vivo la mia libertà.

Ma improvvisamente il suo udito guardingo, vigile, gli porta l’eco dei lamenti di Nermina.

Cosa vuole Nermina, seduta con la sua pancia prorompente?

Non oso avvicinarmi, il rispetto per una donna rom si misura nell’intervallo di spazio. Ma Igor sembra stravolto… è solo: tutti si sono recati per barattare cinque purosangue giunti in un altro campo.

Io e Igor siamo diventati così gli unici spettatori della più grande forza della natura. Nessun libro mi ha insegnato come calmare il respiro di Nermina, nemmeno i dipinti di Claude possono bastare a tanto! In un minuto, da purosangue ribelle, Igor si trasforma, diventa docile. I miei occhi lo osservano al rallentatore. Mi accorgo che possiede una pacata lentezza, quasi estenuante: io non la reggo più. Il sangue sta accelerando, impazzito, in un ritmo innaturale, fuori misura. Cosa ci faccio io qui? Perché non ho il potere magico di Igor, di calmare le urla di Nermina?

L’adagio sopra ad una piramide di coperte: qui nella tenda non fa più freddo da quando Nermina soffia il suo respiro caldo dalle narici e pronuncia fieramente: “Jilo…Jilo…Jilo!” Poi la sua voce arriva all’orizzonte, al cielo. Ci sono parole, a noi incomprensibili, che toccano il cielo. Tutto sta, così, precipitando.

Nermina, compiendo l’ultimo sforzo, inarca la schiena e, scovato l’unico appiglio, riesce a sedersi.

Tende le mani, invoca quella testina già rotonda e perfetta che cerca di uscire con prepotenza dalla sua luminosa pelle. Poi esce come un boato, come il fragore di un tuono, come la lava incandescente….

e il primo suono accende la terra….Non ho più parole, sono inutili o forse non ci sono parole per raccontare quest’attimo, l’inizio del rosso, del blu, del verde, di Jilo.

Quanti colori esplodono nell’attimo della vita!

 

Una cascata di colori scende in una tela senza più nessun confine.

Poi apri le tue piccole  braccia, fino a formare un grande arco: con la tua magica, indistinguibile bacchetta dirigerai l’orchestra della tua vita.

Sei riuscito a scoprire questo mio dolce segreto…

E’ un segreto custodito in questa  nascita che si rinnova ogni giorno, in ogni attimo,  unico e irripetibile di questa nostra vita.

E forse è una semplice questione d’amore se desideriamo tanto vivere in una nascita perenne,

in quell’attimo impresso sulla tela della vita,

dentro al rosso, il verde, il blu

Per sempre 

Adriana

 

Da “I versi del capitano”

Pablo Neruda “Il figlio”

Ahi figlio, sai da dove vieni?

Da un lago di gabbiani bianchi e affamati.

Vicino all’acqua d’inverno

io e lei sollevammo un rosso fuoco

consumandoci le labbra

baciandoci l’anima

gettando nel fuoco tutto,

bruciandoci la vita.

Così venisti al mondo.

E per vederti un giorno

attraversò i mari

ed io per abbracciare il suo fianco sottile

tutta la terra percorsi,

con guerre e montagne,

con arene e spine.

Così venisti al mondo.

Da tanti luoghi vieni,

dall’acqua e dalla terra,

dal fuoco e dalla neve,

da così lunghi cammini verso noi due,

dall’amore terribile che ci ha incatenati

che vogliamo sapere come sei, che ci dici,

perché tu sai di più

del mondo che ti demmo.

Come una gran tempesta

Noi scuotemmo l’albero della vita

fino alle più occulte fibre delle radici

Ed ora appari

cantando nel fogliame

sul più alto ramo

che con te raggiungemmo

 

I colori della nascita: Vincent Van Gogh

ritratto azzurro di vincent

Nei suoi dialoghi poetici con Gauguin, Vincent sostiene di battersi per un’arte in cui i colori possano suggerire idee poetiche.

Idea poetica per eccellenza, per Vincent, da sempre, rappresenta la nascita, da lui stesso definita “un frammento dello specchio della vita”.

Dalle lettere di Vincent Van Gogh

Sain Rémy ottobre 1890

Caro Théo

Ora certo tu sei nel bel mezzo della natura, poiché scrivi che Jo sente già vivere il suo bambino- è anche molto più interessante del paesaggio, e sono molto lieto che tutto ciò sia così cambiato per te. Quant’è bello il Millet, i primi passi di un bambino!

 

St.Rémy febbraio 1890

A Wilhelmina

Ciò che mi scrivi del parto di Jo mi commuove molto, sei stata molto coraggiosa e molto buona ad assisterla. In circostanze del genere, quando mi prende il terrore, io sarei come un pulcino bagnato.  Ma infine il risultato è che è nato il bambino, e l’ho anche scritto a sua nonna, che mi sono messo a dipingere in questi giorni per lui un grande azzurro cielo sul quale si staccano dei fiori bianchi. E’ possibile che lo veda presto, verso la fine di marzo. Domani proverò ad andare ancora una volta ad Arles per vedere se sopporto il viaggio.

ramo di mandorlo

 

Alla madre

Fa sempre bene vedere come viene al mondo un essere umano ed è cosa che ha portato più d’uno ad una verità e calma più grandi…

A Théo e Johanna

…ho paura che il bambino soffrirà in seguito ad essere stato cresciuto in città: Jo trova questo esagerato, lo spero, ma bisogna essere prudenti. E io dico quello che penso, perché voi capite che il mio nipotino mi interessa e che ci tengo al suo benessere, dato che gli avete dato il mio nome, vorrei che avesse l’anima meno inquieta della mia…

sfinito 1

 

Maggio 1890

A Théo

Ah, se avessi potuto lavorare senza questa maledetta malattia, quante cose avrei fatto, isolato da tutti, seguendo ciò che il paese mi ispirava! Ma sì, il mio viaggio è proprio alla fine. Comunque ciò che mi consola è il grande desiderio di rivedere te, tua moglie e il bambino, e tanti amici che si sono ricordati di me nella mia disgrazia…

reparto

La vista delle stelle mi fa sempre sognare, come pure mi fanno pensare i puntini neri che rappresentano sulle carte geografiche città e villaggi. Perché, mi dico io, i puntini luminosi del firmamento ci dovrebbero essere meno accessibili dei punti neri della carta di Francia? Se prendiamo il treno per andare a Tarascon, possiamo prendere la morte per andare in una stella.

notte stellata1

Da Respighi “Notturno”

Nel 1962, l’amato nipote di Vincent, rispondendo all’iniziativa dello stato olandese, che proponeva la costruzione di un museo dedicato a Van Gogh,  donò  le opere di sua proprietà alla Fondazione Vincent Van Gogh.

Nel 1973 è lo stesso nipote del grande Vincent, a presiedere all’inaugurazione del RIJKSMUSEUM VAN GOGH ad Amsterdam

Questo mio scritto è dedicato a tutti coloro che vivono il dolce canto di una nascita quotidiana, attimo dopo attimo, così unico e irripetibile.

In ricordo di Nermina, al miracolo della nascita del piccolo Jilo, testimonianza, ancora oggi, della mia vita

Adriana Pitacco

Quadri di Vincent postati: “Contadini con una bambina-primi passi”(1890)-  ” Il pittore che si avvia al lavoro” (1888)  “Autoritratto” ( 1888)  “Rami di mandorlo in fiore” (1890)  “Alle soglie dell’eternità” ( 1882) –  “dormitorio di Saint Paul” (1889) – “Rami di mandorli in fiore” (1890) – “Notte stellata” (1889)

Le parole dei miei dialoghi con Igor, sono parole vere,  che ho amato fin dal suo primo sguardo

 

 

L’ infinito oltre il finito

infinito

Dimora il mio sguardo nell’opacità della morte.

Nude, le ultime rose del giardino mi svelano la loro inesorabile fine, in una solitaria giornata autunnale.

Stanche, implorano un’ultima fioritura, ma la richiesta è vana.

Petali come lacrime del cielo mi riconducono a vegliar domande che da anni sembravano assopite.

Lo sento…

Da giorni si è risvegliata quella misteriosa compagna così attenta a custodire i miei dubbi, le mie domande, a decifrare i miei ostinati silenzi e a lusingarmi con la sua premurosa pazienza.

“Ti aspetto…vedrai…non preoccuparti…ci conosciamo da tempo immemorabile….io e te intimamente siamo legate da un’unica certezza….scorre il tempo mentre un attimo di questa vita ci sta abbandonando per sempre…vita e morte in un’unica verità.”

Questa mia compagna ha un nome insolito.

Si chiama Malinconia. E’ con lei che io venni al mondo, è con lei che iniziai a muovere i primi passi, a intonare la mia tristezza nel cantar la vita alla mirabile conquista di quell’attimo che non sarebbe mai più tornato.

Perché fuggevole è il tempo, misteriosa la sua testimonianza.

Con lei sono venuta al mondo con la consapevolezza della fine.

Oggi, senza nessun pudore, racconto la mia malinconia vera e profonda come questa mia ostinata domanda: “Cosa rimarrà di me quando il mio tempo volgerà alla fine?”

Mi chiedo se sia proprio necessario porsi questa domanda.

O forse il mio è un bisogno?

Improvvisamente mi ritrovo a leggere parole piene di allegria in un messaggio invitante: “Sei pronta per la nostra caccia al tesoro? Prova a indovinare oggi dove sono?”

Noto che sotto al messaggio, mi fornisce una labile traccia….

La smilza inquadratura di un vecchio edificio

arles

Questo è l’unico indizio proposto da questo figlio, imprevedibile nel farmi scovare il suo particolarissimo tesoro.

Un tuffo nel cuore! La mia risposta è immediata: “Sei dentro al colore del nostro Vincent, nel cortile del vecchio ospedale di Arles, alle soglie dell’eternità!Dove Vincent stava ascoltando il passo di una strana morte: la morte dei sogni, dei desideri negati.”

Così, amato figlio, hai voluto esplorare i luoghi dei racconti che ti dedicavo la sera prima che ti addormentassi.

Venivi cullato con le storie sul nostro amico Vincent e prima della buonanotte sceglievi il quadro dal grande libro magico. Era il quadro pieno di colori che ti avrebbe accompagnato durante il sonno.

Mi chiedo se desideri conoscere quella malinconia così struggente e violenta che ti conduce alla disperazione.

dolore

Cosa sono io agli occhi della gente? Una nullità, un uomo eccentrico e sgradevole; qualcuno che non potrà mai avere una posizione sociale, in breve, l’ultimo degli infimi. Ebbene anche se ciò fosse vero, vorrei sempre che le mie opere mostrassero cosa c’è nel cuore di questo eccentrico, di questo nessuno” scrive Vincent a Theo durante il ricovero nell’ospedale di Arles.

reparto

 

Ma si può nascere….

E si può nascere di nuovo

seminatore

Caro Theo, la vita passa così, il tempo non torna. Ho il timore di perdere l’unica cosa che mi rimane ancora. Mi accanisco nel mio lavoro. Voglio assolutamente guarire e mi sento come uno che avendo voluto suicidarsi e avendo trovato l’acqua troppo fredda, cerca di riguadagnare la riva”

Solo che a volte il destino non ti concede il dono di questa nuova nascita.

Nel fulgore della mia adolescenza vidi mio padre accecato dal delirio della follia.

Mio padre, cantante lirico, dalla voce impossibile da dimenticare, nel pieno della sua carriera decise di consacrare il tempo alla ricerca del canto perfetto, sublime…

Forse per lui divino…

“Quando tornerai?” erano le mie uniche parole prima del suo rapido saluto, prima di quella rituale risposta: “Tu non puoi ancora capire, ma ho bisogno di assoluto silenzio! Niente può distrarmi…Devo trovare quel canto…”

“Quale?” continuavo a chiedergli.

Ma non poteva concedermi altro tempo perché iniziava il suo lungo esilio, il suo peregrinare da un grande Maestro ad un altro, dimenticando in fretta di avere una figlia.

E un giorno scordò pure di esistere.

Nel groviglio delle mie domande mi ritrovai a tentar di districare qualche sua parola nel vano tentativo di riconoscermi.

Forse l’unico barlume di lucidità di mio padre rimaneva il movimento stranamente ossessivo e improvviso delle sue mani. Ero sicura che quel battere compulsivo della mano destra servisse ad accompagnare ritmicamente un canto lontanissimo, da lui solo conosciuto.

20161128174721452_0008

Ritornai puntualmente dentro all’ora riservata alle visite, ma scoprii una maledetta pazzia pronta a recidere il flusso sanguigno dei ricordi, a sradicare mio padre da ogni intimo rapporto con il quotidiano.

Quel canto sublime, quel canto destinato a un unico abbraccio con il mio mondo si dissolse in lacrime senza voce.

Mio padre non parlò più per lunghi e interminabili mesi.

Un’unica domanda forgiò i miei giorni:  “Come avrei potuto aiutarlo?”

Tormentati dubbi, rabbia e amore divisero le nostre strade…nessuno dei due riuscì a consolare la propria solitudine.

Poi scomparve l’odore acre della morte, si defilò ogni mio tentativo di risposta…

La regia di un misterioso destino librò nell’aria il vero ritratto della musica: mio figlio.

Splendido figlio che sei capitato a me, a tuo padre…

A noi nell’impeto della nostra giovinezza

Sei capitato tu! Un angelo caduto dal cielo,

un angelo in grado di suonare la vera musica.

Perché ogni tuo suono si staglia nitido e fiero nel bagliore della vita concepita come nascita perenne, nella fioritura di desideri vissuti profondamente nel chiarore d’ogni attimo vitale.

E suoni!

Suoni ogni sospiro dell’esistenza desiderando l’armonia del presente, senza vagabondar invano nel tradimento dell’esistenza.

E suoni…

Suoni…felice di esistere!

Assieme io e te, ogni giorno, accordiamo la tastiera della vita con questa nostra intima promessa:

Promettimi Anima che racchiuderai una sola delle mie parole

In uno dei tanti suoni dell’aria.

Promettimi che diventerò l’impronta del tuo bacio sonoro.

Promettimi che quando salirò a te

io ascolterò il richiamo del tuo dolcissimo pianto.

Io ti prometto che ritornerò tra le tue mani

ad essere quel dolce istante disegnato nel tempo

E’ una dolce promessa

 

Perché finalmente so cosa rimarrà di me…

Al di là della mia morte

 

Questo post è dedicato a mio figlio Gianluca, pianista dell’anima…

Perché all’ultimo sguardo con la vita, sgranerò gli occhi e con lo sguardo di un bambino velato di meraviglia, offrirò alla morte l’ultimo bacio, l’ultimo consenso, sicura di aver vissuto, grazie a te.

Grazie!

 

L’infinito in Vincent Van Gogh

notte stellata1

 

Dalle lettere di Vincent

“Fratello caro, talvolta so così bene ciò che voglio. Nella vita e nella pittura posso bene fare a meno del buon vino, ma non posso, io che soffro, fare a meno di qualcosa di più grande di me, che è la mia vita, la potenza creativa. E con un quadro vorrei poter esprimere qualcosa di commovente come una musica.

Vorrei poter dipingere uomini e donne con un non so che di eterno, di cui una volta era simbolo l’aureola, e che noi cerchiamo di rendere con lo stesso raggiare, con la vibrazione dei colori…

 

…Perciò sono sempre fra idee contrastanti, le prime, le difficoltà materiali di girarsi e rigirarsi per crearsi un’esistenza, le seconde, lo studio del colore. Spero di scoprirci sempre qualcosa lì dentro. Esprimere l’amore di due innamorati con l’unione di due colori complementari, le loro combinazioni, le vibrazioni misteriose dei toni ravvicinati. Esprimere il pensiero di una mente con il raggiare di un tono chiaro sul fondo più scuro. Esprimere la speranza con le stelle. L’ardore di un essere con la luce di un tramonto.

Qui, ad Arles vorrei fare il ritratto di un amico artista, che sogna i grandi sogni, che lavora come l’usignolo canta perché è questa la sua natura. Vorrei mettere nel quadro la stima e l’amore che ho per lui.

Lo ritrarrei dunque così com’è, più fedelmente possibile, per cominciare. Ma il quadro non sarebbe terminato così. Per finirlo farò il colorista arbitrario. Esagererò il biondo dei capelli, arrivando ai giallo cromo, al limone pallido.

Dietro la testa, invece di dipingere il muro banale del misero appartamento dipingerò l’ infinito

Attualmente crediamo ancora che la vita sia piatta e che vada dalla nascita alla morte. Solo che la vita è probabilmente rotonda e molto più vasta in estensione e in capacità dell’emisfero che noi attualmente conosciamo.

…E’ veramente un fenomeno strano che tutti gli artisti siano materialmente degli infelici. Ciò riporta a galla l’eterno problema: la vita è tutta visibile da noi, oppure noi ne conosciamo prima della morte solo un emisfero?…”

 

infinito

 

A presto

Adriana Pitacco

 

Io ti vivrò

albero amore 2

Una grondante nebbia s’inerpica lungo l’aria e l’umidità zittisce i miei passi stanchi, terribilmente stanchi.

 Non preoccuparti…. tra qualche giorno non sarai più solo.

Rispondo ancora garbatamente alla giovane infermiera preoccupata che una povera vecchia affronti ogni giorno questo viaggio per ritrovare il tuo sguardo, il tuo respiro, qualche tuo cenno. Ma, anche a due poveri vecchi, la vita ha concesso il dono di vivere questo amore e di viverlo sempre, decisamente sempre.

E’ la mia piccola impresa quotidiana essere qui, vicino a te. E impetuosa ora la luce sverna lungo la stanza, spolverando le poche foto che ti hanno concesso di tenere accanto a te. Foto sbiadite, dai contorni non ben definiti, dalla datazione non chiara… così le potrebbe definire qualche infermiere di passaggio. Per noi invece, poveri vecchi, sono i nostri trofei, le nostre piccole gioie. Con la tua inseparabile macchina fotografica, che chiamavi la macchina della meraviglia, ti divertivi a fissare il racconto del nostro diario quotidiano. “Che banalità!” potrebbe commentare qualche ben pensante, senza comprendere che desideravi rappresentare quello che tu definivi “L’attimo dell’esistenza”, unico e irripetibile.

Ma oggi? Dove troverò quest’attimo irrinunciabile?

Anche oggi ti hanno lasciato dentro al tuo piccolo feudo circondato dalle antiche mura che impediscono la tua rovinosa caduta sul pavimento. Il feudo, quel misero letto, transennato da un’invalicabile ossatura di ferro. Beffarda la malattia si diverte a oltraggiare  il tuo corpo, le tue esili forze. Singhiozzano i tuoi scarni movimenti assediati dalla fase finale della malattia. Secondo i medici nessuna parte del tuo corpo ora potrà ammutinarsi contro la tua inesorabile fine. Agguerrita la morte sta posando sul tuo corpo la sua dannata calligrafia, manca solo la sua firma nell’atto finale.

Continuo a scovare le loro parole; sono convinti che una povera vecchia non possa comprendere nulla delle loro sentenze. Dicono che hai smarrito l’abilità dell’uomo di riconoscere gli eventi giornalieri, di modellare i lineamenti del tuo volto sulla base dell’armonia delle emozioni. Per gli altri sei un vecchio, un maledetto vecchio, con un volto di selce, un volto pietrificato con uno sguardo assente, terribilmente senza memoria.

Provo a lacerare il dolore, ad annientarlo fino a trasformarlo infinitamente nel nulla…

Vedo le tue mani da mesi intorpidite da una rancida artrosi, impazienti nel rispondere alle mie carezze. Le osservo mentre si  trasformano in minuscole ali nel tentativo di librarsi in aria per far aderire l’innato istinto comunicativo al cenno del saluto.

Qualche attimo, io aspetto…

Ma friabili, delicatamente friabili, le tue minuscole ali di farfalla vengono recise da ogni intenzione comunicativa. Insopportabilmente ferme non sono più in grado di far confluire lo sguardo al movimento. Mentre asciugo le tue silenziose lacrime, che si sgranano come perle sul tuo volto usurpato dal dolore, riprendo la mia, la nostra abitudine quotidiana: appoggio le mani sulle tue e assieme accompagniamo gli occhiali a rivestire il tuo sguardo che implora ancora il mio volto.

Ora lo so! Lo sento…

Comprendi ancora le mie parole, i miei pensieri…

Ma non aspetto il levar delle tue risposte…

Non sforzarti! E’ un sacrificio che ora non ti puoi permettere.

Voglio solo stringere i giorni che ci rimangono come una nostra solitaria opera d’arte.

E improvvisamente sgombra da ogni tristezza, avvampa la stanza della luce dei nostri ricordi, s’allarga lo spazio veleggiando in nuovi mari, ad ogni tratto di costa approdiamo in nuove terre, conquistiamo un po’ di tempo, un gruzzolo di giorni senza l’assillo della fine.

Rivedo germogliare la melodia del tuo volto per custodire il lievitar delle nostre ore. In volo, attorno a te, divento l’unico pianeta in grado di compiere un viaggio attorno alla tua immagine. E il viaggio vive, prosegue nella cosmologia del quotidiano. Abbandoniamo l’urlo malinconico, mentre assieme viviamo il desiderio di rintracciare il tenero olfatto delle nostre abitudini, il nostro intimo racconto. Ma cos’è per noi due l’infinito se non una serie di unici istanti vissuti nel progredir di dolci abitudini? Come la nostra irrinunciabile abitudine di leggere il nostro inseparabile giornale. Perché mai e poi mai abbiamo tradito il nostro diritto inviolabile alla conoscenza per poter comprendere i cambiamenti di un mondo così tremendamente veloce a idolatrare false notizie, ma soprattutto a rappresentare i cambiamenti attraverso una scrittura che fluisce in false notizie degne di un’opera buffa. Ma noi, anche da vecchi, quell’opera buffa, abbiamo il dovere di dissacrarla, di scoprire le cause di quelle assurde mistificazioni. “Anche da vecchi vogliamo essere liberi di conoscere, di comprendere” Queste tue parole erano semplicemente l’overture prima d’iniziare il lento processo della lettura. Lento e spesso insopportabilmente faticoso.

Durante la scarna decifrazione delle parole scritte, i nostri occhi cercavano di rimanere ancora frizzanti nel temperamento. Qualche attimo d’illusione… La vecchiaia ci concede anche questo.

Poveri sguardi! Continuavano ad annaspare nel tentativo di definire rapidamente ogni tratto visivo che si potesse configurare in un’immagine nitida e precisa. Ma l’ostinata testardaggine fa parte di quella regalia che il tempo, con l’avanzar degli anni, si è premunito di offrire in dono a due poveri vecchi. E così, come un’opera paziente, degna della più nobile musa, univamo ogni frammento, ogni minuta lettera, e durante il laborioso procedere lo sguardo si riappropriava della capacità di leggere, di esplorare la scrittura e finalmente poter affermare la nostra libera testimonianza.

Siamo considerati vecchi e malati di malinconia, ma con la tua dolce malinconia mentre scrutavi il cielo mi rivelavi questo segreto: “Ricorda…c’è un inizio e una fine nella trama ordita dal tempo, ma non dimenticare mai il nostro minuscolo pezzo di cielo….solo così il tempo non avrà il senso della fine.” Poi il sorriso e la tua mano alla ricerca della mia, perché io sapevo esattamente cosa rappresentava per te questo minuscolo pezzo di cielo: era semplicemente ogni attimo unico dell’esistenza, unico e irripetibile di questa nostra lunga storia d’amore.

Sei stato il mio ambasciatore di gioia. Ma oggi naviga il nostro pianto mentre s’accarezzano le nostre parole al passo della memoria.

Era la carezza dei tuoi occhi che conosceva ogni mio desiderio.

Io ti guardo…

Anche se per gli altri il mio è solo lo sguardo di una povera vecchia, così assurda perché follemente innamorata.

Io ti guardo….e mi sento un Dio pronto a varcare il suo nuovo pianeta, la sua nuova creatura.

Un passo verso di te e un infinito sguardo per la mia storia di donna.

Sai…sento di nuovo il suono dei tuoi passi nel naufragio della morte e ti rivedo nel nostro ritmo giornaliero.

Scorgo i tuoi sorrisi, formidabile patrimonio genetico nel grembo del nostro giorno.

Corpi celesti nell’intima pausa di noi.

Le mie parole si scontrano con la voce gracchiante della capo reparto che annuncia la fine del mio viaggio giornaliero.

Ma non preoccuparti…domani il mio viaggio continuerà, sarò ancora qui.

Un altro bacio…

E ora lascia riposare il silenzio.

Noi due assieme ritorneremo a vivere il nostro piccolo pezzo di cielo.

E vivremo come lo spirito di una farfalla…

mentre il tempo ci concederà un po’ di tregua sancendo un armistizio con la morte.

Esco…

Con passi pallidi m’incammino a riprendere il nostro intimo racconto.

Ma scoppia il cuore in un silenzioso pianto.

 

 

L’ARTE DI AMARCI PER SEMPRE: Bella e Marc Chagall

 chagall e bella

 Ci sono parole che rispecchiano la vera essenza della vita, il mistero di quell’incanto poetico che compie miracolosamente l’atto dell’amare

” Tu ti getti sulla tela, che trema tra le tue mani, afferri il pennello, premi il colore dei tubetti: rosso, azzurro, bianco e nero. E mi trascini nel torrente dei colori. Improvvisamente mi sollevi dal suolo e tu stesso ti dai lo slancio con un piede come se la piccola stanza fosse troppo angusta per te. Tu balzi su, ti stendi in tutta la tua lunghezza e voli verso il soffitto. Ti pieghi al mio orecchio e mi mormori qualcosa…e tutti e due insieme saliamo leggeri, leggeri e voliamo via tenendoci per mano…

Giungiamo alla finestra e vogliamo passar fuori. Dalla finestra ci chiamano una nuvola ariosa e un pezzo di cielo azzurro. Le pareti, addobbate con i miei scialli variopinti, ondeggiano intorno a noi e fanno girare la testa. Noi voliamo sui campi fioriti e case di legno con le persiane chiuse, su campagne e chiese.”

Sono le parole di Bella Chagall, parole che al pari di un quadro, rendono visivamente la pura ebbrezza dell’amore.

i due innamorati

E’ la formula magica dell’amore che Marc Chagall intuisce fin dal primo incontro con Bella. “Il suo silenzio era il mio, i suoi occhi i miei. Sentii che mi conosceva da sempre, vedeva la mia infanzia, la mia vita presente e quella futura…”

E l’incanto prosegue nella cosmologia della vita quotidiana…

“Bastava che aprissi la finestra della stanza” scrive Chagall ” e subito entravano d’impeto insieme a lei l’azzurro, l’amore e i fiori. Vestita tutta di bianco o tutta di nero, già da tempo s’aggira come uno spirito nei miei quadri, come ideale per la mia arte”

in volo

Arthur Rubinstein suona di Franz Liszt, “Liebestraum”, sogno d’amore

Questo post è dedicato a Lorena, al viaggio incantevole della nostra amicizia che approda ogni giorno nei luoghi magici delle nostre parole…

luoghi…attimi del nostro divenire dentro al paesaggio dell’anima

A presto

Adriana Pitacco

foto lorena

marc-chagall-sulla-cittc3a0-19141918-galleria-statale-tret_jakov-di-mosca-c2a9-the-state-tretyakov-gallery-moscow-russia-c2a9-chagall-c2a