Ora vedo… vedo solo con i tuoi occhi

ragazza con orecchino di perla1

Una piccola fessura, l’entrata di uno spiraglio di luce…

Basta solo una manciata di luce per trasformare un uomo in un orco.

Ora lo vedo, nascosta dietro alla porta, lo vedo…

Il quadro è inquietante, angosciante: è in preda di nuovo alla sua rabbia, la prende a calci, urla sul suo bellissimo volto parole che non voglio nemmeno capire.

Ti prego, non ammazzarla!

L’orco è mio padre.

L’orco sbraita ancora, di più, di più…

Trionfante del suo potere, della sua forza.

Accanto a mia madre c’è Cornelia, mia sorella.

La tira per i capelli, la trascina furioso per la stanza.

Poi…

“Aiutatemi!! Aiutatemi!!” sono le uniche parole che riesco a dire.

Ora sono fuori sulla strada e corro, corro gridando che mio padre questa volta vuole uccidere Cornelia.

Qualcuno, Johannes, mi ascoltava?

Nessuno, tragicamente nessuno. Nei loro sguardi viveva il più ostinato silenzio, la più fredda indifferenza.

La piccola Catharina, a soli otto anni, riuscì comunque a compiere un’impresa incredibile, perché ogni bambino possiede una particolare “volontà artistica”,  decisiva per la sorte della sua vita.

Sì, perché mio padre mi odiava Johannes.

Ripudiava il volto di mia madre, il volto di mia sorella Cornelia, i miei primi passi nel mondo degli adulti.

Amava solo e unicamente William, il suo unico figlio maschio.

Viveva solo con lui e fiero proclamava a William che l’uomo doveva far sottostare la donna ad ogni forma di assoluta obbedienza, quell’assurda obbedienza vincolata dal marchio della violenza, cruda, devastante.

Per mio padre quell’attimo di pura violenza si sarebbe perpetuato all’infinito.

Ma la piccola Catharina fermò il tempo.

Fui in grado di rendere immobile la sua rabbia, la resi inanimata senza più il volto di mio padre.

La rabbia finalmente si smarriva in un eco senza ritorno.

Scomparvero nella mia mente le scene di violenza, confinai ogni dettaglio, ogni sopruso, in luoghi della mente in cui decisi di non accedervi mai più.

Dissimulai quella realtà così violenta e, come nei tuoi quadri non esistono né grida, né dolore,

anche io, Catharina, iniziai a vivere nel mio mondo senza più urla, senza più odio.

Stavo preparando i miei occhi a vivere delizie e meraviglie che avrei scoperto più tardi nei tuoi quadri, nella nostra storia d’amore, nel tuo magico silenzio.

Tu, mio amato compagno, nella tua perfezione, con i tuoi quadri hai reso reale l’illusione, ti sei preso gioco della vista altrui con il disegno e il colore e per far questo hai compreso la natura delle cose così bene da capire esattamente in che modo questo senso meraviglioso della vista venga ingannato. E grazie alla tua sublime arte sei riuscito a fermare il tempo.

 

Delft

 

Amavi il silenzio e il tuo silenzio era il primo segreto che mi ostinavo a scoprire.

Il tuo silenzio era il tuo mondo fatto di ombre e di luci.

Quel mondo che già in tenera età consideravi il tuo rifugio segreto.

Creavi il silenzio scegliendo accuratamente quella zona ben definita dello studio, l’oasi della tua felicità dove la luce entrava dalla finestra. Con pazienza disponevi la scena da rappresentare sulla tua opera. Collocavi ogni cosa come in una perfetta scena teatrale, così sublime che realtà e finzione si compenetravano l’una nell’altra.

Niente poteva fermare la tua magia, nemmeno l’odore maleodorante del canale che sferzava la visione dalla finestra, nemmeno i venditori ambulanti che s’addossavano sulle strade per racimolar scarne monete, per elemosinare una misera dignità.

Ma il tuo non era il silenzio funerario che accompagna la morte, quel silenzio che si ostina a tradire la vita, il tuo era il silenzio della ricerca.

Il silenzio del discepolo nei confronti del proprio maestro.

Il tuo Messia era l’arte, eri nato per ascoltarne la voce e il tuo destino si celebrava solo in quell’ascolto.

Monaco, asceta del colore e della luce. Per rendere sempre più fedele ogni minuzioso dettaglio alla rappresentazione assoluta e vera della scena, ti trasformavi anche in un oculato astronomo. E allora il tuo dipinto diventava un pianeta nell’universo dei tuoi colori. Quel pianeta che appariva per approfondire le tue riflessioni sulla sua rappresentazione nello spazio della tua scena, per misurarne le proporzioni, i passaggi di luce.

l'astronomo

Con la tua arte riuscivi a sfidare l’illusione del nostro sguardo, perché i tuoi dipinti non imitavano la realtà, erano realtà loro stessi.

A casa tra le risa festose dei nostri figli, apparvero le tue insolite creature: strumenti ottici, lenti, scatole misteriose…meraviglie per le tue creazioni.

“Magia della magia” erano le parole della piccola Maria che accompagnavano le tue scoperte.

E si manteneva il tuo magico silenzio anche quando desideravi che non fosse giunto il momento di finire il dipinto; la parola “termine” poteva essere sciolta dal tuo ultimo tocco solo raggiungendo la perfezione.

Ma per far questo la tua opera doveva nutrirsi del suo tempo, il tempo della dolce attesa.

In una calma apparente lasciavi che l’opera forgiasse da sola la sua esistenza, poi, a distanza di giorni, udivi la sua voce, il suo richiamo.

Ti osservavo, Johannes, scrutavo avidamente le tue labbra mentre pronunciavano sommessamente la nascita della tua nuova opera: “Ci siamo…”

Ora la tua opera era pronta per la sublime perfezione, che per i tuoi occhi sarebbe stata una perfezione raggiunta solo per breve tempo.

Nel tuo silenzio riuscivi ad annullare addirittura il tempo…

Nei tuoi dipinti non hai voluto offrirci una successione temporale semplicemente perché vivevano senza il tempo delirante degli uomini. La tua era la voce degli Dei e gli Dei non hanno certo bisogno di ossequiare il tempo.

Riuscisti a creare il tuo silenzio magico anche quando l’esercito francese di Luigi XIV devastò le nostre terre con l’ira di un macabro potere. Di fronte alla povertà e alla distruzione, tu, mio amato maestro, rispondesti alla Francia con il tributo della tua luce. Quella luce che dominava il tuo quadro “Suonatrice di chitarra”. Quella giovane donna suonava la tua vittoria! La vittoria della libertà dei tuoi colori, di quella musica universale dell’arte che nessun esercito avrebbe potuto far tacere!

suonatrice di chitarra

Ma in seguito non riuscisti più a vendere né i tuoi dipinti, né quelli del tuo piccolo commercio di  artisti. Nei pochi mesi a venire della tua disgraziata sorte, crebbe in me una speranza, l’illusione di una moglie teneramente innamorata, ma venisti predato da una belva infamante, particolarmente esperta nel trucidare le tue parole, i tuoi colori, la tua luce.

Il tuo silenzio divenne il silenzio della follia che si manifestava nel tuo sguardo, nel tuo corpo sempre più impietoso nell’esibire la nostra decadenza, la nostra rovina economica.

Quel tragico conflitto con la Francia saccheggiò anche il tuo corpo, la tua mente flagellata dai continui debiti per poter racimolare un misero pasto ai tuoi amati figli.

In silenzio passasti alla morte…così improvvisa…misteriosa…

segreta.

E solo con la tua morte ti riappropriasti del silenzio degli Dei.

Io ora vivo il silenzio della tua morte, quel silenzio agghiacciante che hai sempre rinnegato, ma provo ad annientare questo silenzio per arrivare al tuo…

al segreto che nascondevi senza proferir parole mentre il tuo sguardo indugiava su nuove linee, in quella luce così intima che dipanavi sulla tua nuova opera.

E nella tua intima luce i tuoi dipinti respiravano la vita.

Sai, a volte mi chiedevo se il tuo silenzio fosse dettato da un’inquieta rassegnazione nata dalla tua convinzione che l’epoca nella quale era destinata la tua esistenza terrena, non avrebbe compreso quel che facevi.

Ma non era così e questo più tardi lo scoprii. Perché quel silenzio aveva un volto dal fascino senza tempo…

Un volto che parlava con i tuoi occhi…

Ma da dove nasceva la tua luce, Johannes? Ti eri innamorato dei dipinti di Carel Fabritius, dei suoi  meravigliosi sfondi luminosi, della pittura di Pietr de Hooch, ma questo non basta per trovare la risposta. La tua scena poteva essere dominata anche da una “meravigliosa” luce grigia del cielo, come nel tuo capolavoro “la stradina di Delft”, ma la tua non era mai una luce minacciosa.

la stradina di Delft 1

In quella tua piccola tela, la luce grigia, assonnata, assumeva tratti umani particolarmente precisi nell’indicare a noi spettatori la sobria operosità della vita domestica. Forse in quella sobria operosità si mascherava la tua inquieta denuncia sulla tristezza e rassegnazione che dominavano a Delft.

So che tu il popolo lo amavi…

Hai dipinto opere che raccontano un eroismo diverso da quello trionfante delle grandi battaglie capeggiate da valorosi generali.

Il vero eroismo te lo dimostrava il coraggio della povera gente e nella tua opera “La lattaia”, hai voluto rappresentare la vera eroina! Quell’umile donna impegnata a concentrare tutti i suoi sforzi nel provvedere ai bisogni primari della famiglia. Quell’eroina era legata al vincolo indissolubile del sentimento.

Lattaia

Nessuna abitazione a Delft s’adombrava di tristezza, nessuna donna dimenticava di amare i propri figli.

Con la tua arte hai trasformato la virtù domestica nella virtù dell’amore, così solenne di fronte al sacrificio quotidiano. Fino allora quei volti non mi turbavano affatto, anche se non potevo certo specchiare nei loro volti la mia virtù all’ozio, alle corse in sartoria per nuovi abiti dediti all’eleganza di una giovane sposa.

Quei volti, quelle tue opere rimanevano lì, fisse, appese al biancore del muro, senza corteggiare i miei pensieri.

Poi cambiasti, Johannes…

Cambiarono i tuoi umori,

cambiarono i volti delle tue opere.

Fanciulle elegantemente vestite iniziarono ad apparire sulle tue tele…

Fanciulle con uno strano sorriso, con sguardi suadenti che si rivolgevano ad un misterioso osservatore.

ragazza con cappello rosso

Quell’amore finora ritenuto perfetto era rivolto ancora ad una sola persona?

Quei volti iniziarono a conquistare i miei pensieri, i miei dubbi.

Chi stavi amando?

Tentai con tutte le mie forze di esiliare la domanda in qualche zona della mia mente irraggiungibile dai miei pensieri quotidiani. La domanda si mimetizzò rapidamente assumendo il colore del mio risveglio, dello svolgere dei piccoli eventi che scandivano il ritmo abituale del giorno. Quella domanda si insinuò anche in quell’inquieta, doviziosa cura che ora destinavo alle faccende domestiche, all’educazione improvvisamente rigorosa che imponevo ai nostri figli. M’imposi un autocontrollo ferreo, rigido, riscoprendo la capacità di calibrare con la virtù della temperanza qualsiasi barlume d’emozione che potesse derivare dal contenuto delle tue opere. Ero decisa! Mi sarei riappropriata della più rigida tradizione cattolica. Nei tuoi quadri avrei visto solo scene di vita quotidiana con precisi significati simbolici e morali. Tu eri il mio devoto marito, io, Catharina, la tua ossequiosa moglie. Passavano i giorni mentre incatenavo i miei pensieri in un apparente senso di immobilità. Dovevo solo allenare la mia mente alla ricerca di un perfetto equilibrio stilistico. Certo era uno stile inusuale, magari per molti poco affine con la tua ricerca coloristica. Il mio era l’equilibrio della donna perfetta, moglie evangelica aggraziata dal riverente rispetto di uno sano stile coniugale. Gli unici tuoi quadri che ai miei occhi avrei consentito di osservare sarebbero stati quadri di scene domestiche. Avrei rapito ogni dettaglio, ogni minuzioso tassello rappresentato sulle tue tele, per poi viverlo nella scena quotidiana della nostra vita domestica. Io, Catharina, dovevo essere la fedelissima riproduzione di quella donna, la “Lattaia”, che il tuo occhio, le tue mani, avevano incredibilmente consacrato al lavoro.

Ma continuavo a catturare la tua immagine mentre uscivi preparandoti nella tua sacrale vestizione. Cosa nascondevi dentro a quel rito? Quale racconto tessevano i tuoi abiti mentre uscivano dalla nostra scena domestica? Mi rassicuravo, placavo il mio tormento pensando che le tue uniche avventure fossero i tuoi colori, la pittura così melodica nella nostra casa. Ero felice all’idea di paragonarti ad un eremita dentro la sua trascendente meditazione, concentrato solo su te stesso nella scoperta del dono di nuovi colori, la provvidenza divina dentro la luce dei tuoi quadri.

“Ce la farò…ce la farò…” continuavo a ripetere mentre lacrime disperate solcavano il mio infernale riposo notturno.

Lontana dallo studio meticoloso delle faccende domestiche, dall’atmosfera pacata che si scioglieva nel ritmo diurno, la notte diventava particolarmente abile a smascherare la mia angoscia, ad avvampare il mio tormento e a presentarmi la mia maschera funeraria.

Perché sarei morta dall’insano germe della gelosia se non avessi scoperto il segreto di quei volti, le loro storie, la loro anima.

Sopraggiunse l’istinto vitale di sopravvivenza, mentre una luce nitida, precisa, collocò nello scenario del mio dolore un’innegabile considerazione: lo spazio dei tuoi dipinti era dominato dalle tue avventure amorose. Quei volti di donne nascondevano il racconto dei tuoi sensi.

Iniziai ad assumere uno strano atteggiamento meditativo, indispensabile per scovare tracce, indizi delle tue avventure nei tuoi minuziosi dettagli, in quella tua arte mirabilmente consacrata a raffigurare con la regia del tuo occhio la rappresentazione veritiera della realtà.

Johannes…lo compresi più tardi…ma stavo vedendo con i tuoi occhi.

Il mio occhio stava assumendo il tuo stesso sguardo minuzioso, mille sfaccettature, un prisma in grado di catturare ogni frammento, ogni dettaglio, in una visione che andava al di là dello sguardo umano. I tuoi quadri nascondevano un dettagliato cifrario, un codice fino a quel momento accessibile solo ai tuoi occhi, ma ora il mio occhio si stava appropriando della tua infinita capacità investigativa. Finalmente studiavo, correggevo, collocavo le proporzioni degli oggetti, le composizioni con il tuo perfetto rigore matematico. Avrei decifrato tutti i tuoi segreti, quei volti sarebbero appartenuti anche a me.

Con il passar del tempo il loro sguardo senza nessun pudore incitava il mio avvicinamento, le loro labbra attendevano solo di pronunciare la parola tradimento. E quel giorno, persi ogni potere raziocinante della mia mente: chiusi disperatamente gli occhi, colarono le immagini nel buio, diventarono solo putride macchie.

Avevo vinto la mia battaglia, quei volti non vivevano più!

Ma in fondo al tuo studio rimaneva ancora il richiamo di un volto languido dai morbidi passaggi tonali, dal sapiente uso delle vernici trasparenti nella parte del copricapo.

Quel copricapo, simile ad un turbante, non trovava nessuna corrispondenza con gli abiti alla quale il mio sguardo s’era finemente abituato. In quegli anni, per la prima volta sentii udire la parola moda e finalmente riconquistai con il cambiamento negli abiti, un po’ di gioia. O forse era solo la speranza di ricevere in dote dai nuovi abiti una vera sensualità. Ci si vestiva seguendo l’usanza della moda. Incominciai anch’io, Johannes: lasciai tramontare il nero, sui miei abiti apparivano tinte nuove, colori pastello, ma anche l’azzurro in tutte le sue sfumature. Quell’azzurro che tu amavi così tanto. Te ne accorsi?

Per lei creasti una nuova moda, oltre il tempo.

Splendidamente sola, raffigurasti il suo giovane volto senza collocarlo in una delle tue doviziose scene domestiche, nessuna allegoria, nessuna dimostrazione dell’ideale insito nelle virtù domestiche. Lei esisteva nel suo atteggiamento naturale, dentro all’attimo eterno del tuo tempo, del tuo silenzio.

ragazza con orecchino di perla1

E io per la prima volta vedevo realmente solo con i tuoi occhi.

Scomparvero i sentimenti a me tristemente noti…

gioivo nel vedere quel dolcissimo volto, gioivo nello scoprire ogni tua minuzia, nell’avvertire una tacita armonia.

Per realizzare quell’incantevole volto non avevi avuto bisogno di nessun disegno preliminare.

Il volto era fatto di luce, la tua arte ora rappresentava la tua vita.

Io ti vedevo, dentro al suo sguardo così interrogativo, misterioso. I suoi occhi erano gli occhi stessi della tua pittura, ma la tua vita, il tuo quadro, stava diventando anche la mia vita.

Con il suo sguardo volevi indicarmi una via finora irraggiungibile, volevi farmi sognare Johannes, anche se non avrei mai penetrato fino in fondo il mistero delle tue opere, il mistero del tuo silenzio.

Il tuo silenzio divenne la mia musica, il motivo della mia esistenza, perché ti amavo Johannes, ma in modo così diverso…

E iniziai ad amarti in modo così diverso proprio da quel volto anche se non scoprii mai la sua identità. Quel volto, il tuo silenzio, mi stava raccontando che nella vita niente è come appare. Dentro alla tua apparente solitudine vi era la grande forza della tua esistenza ma anche quel forte senso di impotenza che flagellava le tue ore alla ricerca della perfezione. La tua arte doveva essere in grado di rappresentare fedelmente tutte le nozioni, le idee che la natura è capace di produrre. La tua ricerca non era certo legata ad un desiderio di successo, l’arte della tua pittura rappresentava solo la tua interiorità e senza di essa avresti detestato la tua esistenza, la tua venuta al mondo. A volte mi chiedo se l’arte possa svelare la sua sublime bellezza solo in questa costante ricerca, dentro a tormentati dubbi, nell’atroce paura di non saper più creare. Le tue opere reclamavano la perfezione, e forse era l’unica via per rendere le tue opere immortali. Ma la tua arte, la tua sublime ricerca, non aveva dignità d’esistenza senza il tuo sguardo malinconico.

Io ho avuto la fortuna di cogliere la tua malinconia, quella fortuna speciale la colsi come l’atto rivelatore dello Spirito Divino…

Avrei continuato ad amarti, ma la mia non era certo tolleranza.

Da quel momento in poi ti avrei amato in modo così diverso…

Perché era ciò che mi chiedevi.

Me lo chiedeva la luce della tua malinconia.

In quella luce

Vedevo Dio

L’infinito

L’infinita bellezza

 

“Tu mi ami in modo così diverso” sono le parole con le quali hai accompagnato il tuo sguardo, la tua mano fremente e stanca nell’indicarmi il tuo testamento, la tua opera “Allegoria della pittura”, omaggio alla tua musa, al trionfo della tua luce.

allegoria della pittura

Ma nei tuoi ultimi giorni, nemmeno la luce riuscì a placare la tua disperazione. Perché la fine della guerra con la Francia, portò nella nostra casa la più cupa miseria, gli sguardi dei nostri figli furono costretti a supplicare un misero pasto, le loro notti tormentate dall’incubo della fame.

Non riuscisti a reggere i loro sguardi, le loro risa sempre più rade, i loro giochi confinati in un sommesso pianto. Ne soffristi a tal punto da cadere in delirio, tanto che, nel giro di un giorno, da uomo sano passasti alla morte.  Ora tocca a me, non lascerò che nessun creditore possa diventare padrone della tua luce.

Ma promettimi che continuerai a dipingere, Johannes…

Sarò la tua donna vestita d’azzurro, Clio, la musa di un tempo senza fine

Il cielo…

sarà la tua tela grezza

La luce delle tue opere…

la musica della mia esistenza

 

Perché ti amo in modo così diverso, Johannes

E vedo…

Vedo solo con i tuoi occhi

Per sempre

Catharina

Donna che scrive

 

 

Dalle lettere di Van Gogh a E.Bernard

“Conosci un pittore di nome Jan Van der Meer? Ha dipinto una signora olandese, bella, molto distinta, che è incinta. La tavolozza di questo strano artista comprende l’azzurro, il giallo limone, il grigio perla, il nero e il bianco. E’ vero che nei quadri che ha dipinto si può trovare l’intera gamma di colori; ma riunire il giallo limone, l’azzurro spento e il grigio chiaro è in lui caratteristico…

gli olandesi non avevano immaginazione ma avevano un gusto straordinario e un senso infallibile della composizione”.

Donna in blu che legge

Spetta allo studioso V.Lucas, nel 1922,  aver avanzato l’identificazione della protagonista del quadro con la moglie di Johannes Vermeer: la giovane Catharina Bolnes.

Nella sua opera “Hollandische Kuttur des siebenzehuten Jahrhunderts” del 1932, il critico Hols scrive: “Le opere di Vermeer con personaggi quasi tutti raffiguranti giovani donne sembravano appartenere ad un mondo sconosciuto. Vermeer s’è creato un mondo per metà immaginario e ha trasfigurato questo mondo con la chiarezza, l’armonia incredibile dei suoi colori e con la sua semplicità della sua anima ingenua. In tutto ciò che dipinse Vermeer, aleggia un tempo, un’atmosfera di ricordi d’infanzia, una calma di sogno, un’incredibile complicità”.

Ricordi felici d’infanzia…

La luce…il suo mondo misterioso

Ma quali drammatici momenti fu costretta a vivere la sua giovane sposa, Catharina, nell’età dell’innocenza?

La piccola Catharina visse un’infanzia segnata costantemente dalle sopraffazioni, dalla violenza del padre che in breve tempo si trasformò in una specie di orco.

Sembra che i parenti e i vicini di casa avessero visto il padre insultare la moglie, prenderla a calci, trascinarla nuda, ammalata, per la casa. E non mancarono le violenze nemmeno quando Maria, la moglie, era incinta.

A soli nove anni, la piccola Catharina, corse da alcuni vicini gridando che il padre voleva uccidere la sorella Cornelia. Il padre Bolnes, si difese dicendo che aveva trascinato per la casa Cornelia perché la moglie aveva sgridato l’unico figlio maschio, l’amato William.

Con tono compiaciuto affermò: “Lo farò di nuovo ogni volta che toccherà William”.

La madre dopo anni di maltrattamenti si trasferì con le figlie Catharina e Cornelia nel 1941 a Delft; in seguito le fu concessa la separazione e l’affidamento delle figlie.

Catharina sposò Vermeer il 20 aprile del 1653 a Schipthluy, paese nei pressi di Delft.

La splendida moglie accolse con il suo sguardo ogni scoperta di Johannes, con amore e gioia, felice di poter cogliere quell’attimo di eternità che il silenzio magico di Johannes riuscì a svelare e fissare per sempre sulle sue opere.

Ma nel 1669 Catharina e Johannes dovettero affrontare la morte di due dei loro amati figli; nel 1673, un loro bimbo, probabilmente nato morto, fu seppellito nella tomba di famiglia nella Chiesa Vecchia. Un figlio, di cui non si conosce il nome, venne al mondo nel 1674 ma visse solo quattro anni. Nel frattempo le truppe di Luigi XIV continuarono a devastare con la guerra il redditizio equilibrio che i Paesi Bassi avevano conquistato. Il 22 maggio 1672 il re Luigi condusse il suo esercito sul Maas a nord di Masastricht. L’esercito francese commise numerose atrocità riprodotte nelle incisioni di Romeyen de Hooghe. Per impedire l’avanzata francese gli olandesi aprirono le chiuse e scavarono delle brecce nelle dighe allagando il Paese. L’apertura delle dighe, diede un grosso colpo alle finanze di Vermeer dal momento che causò l’allagamento di alcune fattorie di proprietà della suocera che avevano da sempre rappresentato una fonte di reddito per la famiglia e i numerosi figli, ben undici, di Johannes e Catharina. Dal 1672 Johannes non riuscì a vendere più le sue tele, né a commerciare con quadri di altri artisti. Il 26 marzo del 1675 si recò a Gouda per rinnovare l’affitto delle proprietà terriere della suocera; nel mese di luglio andò ad Amsterdam per chiedere un prestito di mille fiorini a Jacob Rombouts, un mercante locale. Intanto gravi malattie si diffusero per tutta l’Olanda. Una settimana dopo la festa di San Nicola, Johannes morì. Non si sa esattamente la causa della sua morte, ma appaiono alquanto eloquenti le parole di Catharina che raccontano la sua drammatica fine: “Durante la lunga e rovinosa guerra con la Francia, non solo non era stato in grado di vendere alcuno dei suoi dipinti, ma a suo detrimento non aveva potuto vendere alcuna delle opere di altri artisti in cui commerciava. Come risultato, anche a causa del grande peso dell’allevare i figli, e non avendo mezzi propri, era caduto in tale rovina e decadenza, e ne aveva sofferto a tal punto da cadere in delirio, tanto che nel giro di un giorno, o di un giorno e mezzo, da uomo sano era passato alla morte”. Sul registro della Chiesa Vecchia è annotato il funerale di “Jan Vermeer”. Jan è il diminutivo affettuoso con cui Catharina chiamava il suo amato marito. Nella scatola inviata come di consuetudine dalla Camera di Carità affinché gli eredi deponessero una donazione per i poveri, Catharina fu costretta a non donare nulla. Drammatico risultò il suo bilancio economico, i creditori erano ormai alle porte, ma Catharina fece di tutto per mantenere di sua proprietà l’opera “Allegoria della pittura” che Johannes aveva voluto tenere per sé fino alla morte.  Il 24 febbraio 1676 Catharina, a titolo di rimborso debiti, cedette alla madre l’opera; probabilmente l’intenzione di Catharina era che in questo modo il dipinto rimanesse in famiglia e non sotto il giogo dei creditori. Catharina continuò a battersi per sottrarre a una vendita forzosa le opere di Johannes ma l’impresa, nonostante il dispiego di energie, risultò vana.

A distanza di otto anni dalla morte di Catharina, ad Amsterdam, il16 maggio 1696, il mercante Gerard Houet tenne un’asta con ventuno dipinti di Vermeer. L’elenco delle opere e delle vendite fu scoperto da Thore-Burger, qui di seguito lo stralcio con parti relative ai titoli dati allora e ai prezzi:

-Una giovane che scrive ( titolo attuale: signora che scrive una lettera)-63 fiorini

-Una giovane che lavora (titolo attuale: la merlettaia) -28 fiorini

– Una giovane che si abbiglia-30 fiorini

-Una giovane che suona il clavicembalo- 42 fiorini

-Un soldato con una giovinetta che ride- 44 fiorini e 10 stuyvers.

Un operaio dell’industria tessile di allora guadagnava 18 stuyvers al giorno, un fiorino era formato da venti stuyvers, a Delft cinque chili di pane costavano un fiorino. L’opera del grande Vermeer “La merlettaia”, fu venduta al solo costo di 140 chili di pane!!

Alla vendita Braam-ad Amsterdam nel 1882-  il capolavoro “Ragazza con l’orecchino di perla” fu acquistato per soli due fiorini e 30 stuyvers da A. des Tombe, il povero valore di qualche chilo di pane…

Ma forse bastano le parole di Proust per provare a vivere per qualche attimo l’incanto, la pura magia delle opere di Vermeer:

“La vera arte non sa che farsene dei proclami

Si compie nel silenzio”

 

Perché questo mio scritto?

Ho bisogno di vivere la magia del silenzio…

in punta di piedi ascolto la sua voce

ed è grazie alla voce del silenzio che mi trasformo in Catharina,

la giovane sposa di Vermeer

per troppo tempo dimenticata.

In silenzio ne conquisto la storia,

giorno dopo giorno, il silenzio diventa, di nuovo, il motivo della mia esistenza,

del mio racconto.

 

Questo mio scritto è dedicato a tutti coloro che vivono la voce del silenzio

per non dimenticare mai chi siamo

 

Adriana Pitacco

 

Brano musicale postato: Bach-Siloti  Preludio in si minore

pianista: Vitaly Pisarenko