Nascere Frida

Non ho dipinto un numero considerevole di tele, la mia mente ogni volta che desidera conoscerne il numero mi indica il numero centocinquanta e, di questi, la metà sono autoritratti: perché ho fomentato il desiderio di rappresentarmi?

Nel travaglio della mia esistenza ho realizzato me stessa! Sono venuta al mondo per conoscere me stessa, la ricerca delle mie radici, che hanno assorbito la loro linfa dalla terra del Messico, dove lo sviluppo naturale della vita viene cullato fin dal suo esordio da Thazolteatl, Dea dell’amore, Dea della nascita, ma anche Dea dell’inganno, del tradimento. Per mia madre, il tempo dei giorni, il tempo del calendario sacro destinato all’intera comunità, era il tempo che viveva nelle origini divine del popolo messicano, nella tragicità imminente del suo destino, ma anche nella forza maestosa del suo coraggio. Mia madre, cullata nella valle di Oxaca, nella sierra madre del sud, era la vera testimonianza della fierezza della civiltà zapoteca, che mai venne completamente conquistata dagli aztechi. Il popolo zapoteca, discendente dai grandi felini, combatté per l’ultima volta contro i cruenti, sanguinari aztechi, per ben cinque anni, ma prima di essere sconfitto portò nell’antica città di Monte Alban il sacro coraggio che avrebbe alimentato il cuore dei suoi discendenti. 

“Nel nostro coraggio risiede la nostra anima destino” queste erano le parole di mia madre per augurarmi l’incontro con la quotidianità del nostro giorno, del nostro cielo azzurro, costruito non su atti di rassegnazione, pietismo e lacrime, ma sulla fierezza indipendente dal dolore, dalle avverse ostilità, “semplici scherzi del destino”.

Mia madre visse il desiderio di avere un figlio come una sorte di battaglia da portare a termine con successo. Solo al buio, di notte, lasciava che le sue parole arrivassero agli dei per acquietare le acque nere di una paura lontanissima che aveva ereditato dal suo popolo. Una sorte maledetta avrebbe potuto infierire sul suo desiderio. Perché nel tempo dei suoi antenati, il tempo del Messico scandito dal calendario azteco, vi erano giorni maledetti, giorni inutili…giorni sfortunati. Nel calendario azteco gli ultimi quattro giorni di gennaio e i primi due di febbraio venivano chiamati “Nemontemi”, cioè giorni inutili. E quando nascevano dei bambini in questi giorni si diceva che non avrebbero avuto fortuna, sarebbero stati maledetti dal dolore, avrebbero vissuto nell’ira della fame e della miseria, nel baratro dell’immanente tragicità del destino. Questi orfani della vita venivano chiamati Nemo, “bambini senza felicità”.

bambina con maschera della morte

Nacqui il 6 luglio, data sconosciuta al calendario azteco, e forse per questo più misteriosa! Ma quale sorte mi sarebbe spettata nell’immagine sacra del dolore?

Frida i miei nonni i miei genitori e io

Nei mesi successivi alla mia nascita, mia madre devolvé al mio tempo le parole della sua terra: “Nessuna sorte infausta piegherà il tuo coraggio! Tu gioierai nel luogo della tua terra. Quel luogo sarà il tuo atto creativo, perché tu, mia piccola, creerai di nuovo te stessa nella tua danza preziosa. La nebbia non avvolgerà più il tuo corpo. Il cielo non canterà più canzoni tristi…” E così fu, perché il cielo rimase sempre azzurro, ostinatamente ancora azzurro, pronto a specchiare le mie incredibili imprese in quelle convenevoli azioni abituali che gli altri bambini, invece, dispiegavano in brevissimo tempo.

“Non è più giorno di lacrime” sussurrava mia madre mentre conquistavo le mie vette giornaliere come addestrare il mio corpo ad un passo sicuro o passare rapidamente alla vestizione.

Ero nata con una deformazione della spina dorsale che non aveva certo resa rapida la mia deambulazione. Certo, non ero la forma più perfetta dell’essere umano, ma anche la piccola Frida iniziò a navigare nell’impresa eroica dei primi passi.

Ostinata, testarda, coraggiosa?

“Sei nata conoscendo già la grandezza della vita!” furono le parole di mio padre quando scoprii la posizione verticale del mio corpo, quando il mio piccolo e fragile essere iniziò a vedere il mondo nella supremazia dall’alto, eliminando in pochi giorni l’incertezza dei miei passi. Volevo i piedi, li volevo come ali per volare! In quei giorni la casa si tramutò in una vastissima terra da esplorare. Con il progredir dei miei passi, stavo sfidando la mia sorte…non sarei mai stata una bambina senza felicità, uno di quei figli sacrificati al tempio maledetto degli dei. La piccola Frida diventò l’unica eroina delle sue imprese quotidiane. Ma con il passare del tempo, il volto di mia madre iniziò a trasformarsi in un corteo di maschere che migravano dal volto sorridente e radioso all’espressione funesta, inconsolabile, perché per mia madre il mio passo incerto, a tratti barcollante, era il primo segnale della malattia infantile antica come l’uomo, il cui racconto maledetto lo si poteva trovare già nei dipinti e sculture egizie. Era una malattia che anneriva una parte del corpo, rendendola nemica alla luce delle scoperte, per poi necrotizzare l’armonia del movimento tra la gamba destra e la gamba sinistra. Con la poliomielite l’equilibrio del cammino sarebbe diventato una grottesca farsa. Percepivo già allora la paura di mia madre, la sua sofferenza, e rispondevo con l’ulteriore sfida delle mie imprese: imposi a me stessa di prolungare i miei passi per ore, di addestrare il mio esile corpo ad un cammino sicuro, rassicurato dalla gioia di mio padre, pronto a tributare a mia madre il mio innato spirito battagliero. “Nostra figlia è la personificazione della bellezza e dell’amore”, per poi ricordarle la discendenza del mio nome, quel nome che nutriva il suo sangue, le sue origini tedesche.

Mio padre sentiva che eravamo fatti della stessa materia, che portavamo dentro lo stesso istinto.

Foto Frida che mi assomiglia

Ma da dove discende il mio nome? Frida, o ancor meglio Freya, era una famosa dea germanica, figlia del dio del mare. Era la personificazione della bellezza e dell’amore. Spesso veniva rappresentata con un abito di fiori circondata da animali. Di lei si diceva che aveva lunghissimi capelli dorati. “Forse è l’unica cosa che vi differenzia” ripeteva mio padre prima di coricarci e dedicarci all’incontro con il nostro sonno ristoratore. Poi arricchiva il suo fertile racconto descrivendo nei minimi dettagli l’elemento magico di questa dea, quell’elemento sublime che la rendeva particolarmente affascinante, degna di tutti i tributi di una Dea regina, al di sopra delle altre, dea che mio padre avrebbe voluto rendere visiva agli occhi dei comuni mortali immortalandola in una delle sue splendide foto. Di lei, della sua bellissima immagine, mio padre avrebbe centrato tutta la sua massima attenzione nella sua lacrima sorprendentemente d’oro.

“Dove viveva?” era una delle mie abituali domande.

“Viveva in due palazzi, perché la sua esistenza fluiva in ore destinate a due imprese eroiche diverse, ma che alla fine si conciliavano in un unico solenne tributo dato al suo popolo.”

“Quale?” frenetico diventava il suo sguardo incuriosito.

“Lo scoprirai alla fine, prima dovrai conoscere i due palazzi nei quali dimorava per far raggiungere agli uomini, il traguardo più ambito, più importante! Traguardo che non tutti gli uomini riuscivano ad avvicinare. Freya, durante le ore immerse nella luce, viveva in un palazzo chiamato “campo della gente” o “corridoio del popolo” dove ogni giorno si suonavano e cantavano canzoni d’amore. La sua voce sublime possedeva il potere magico di trasformare i colori lugubri, luttuosi del cielo, in colori arditi d’azzurro, dalla trasparenza marina. Il cielo diventava talmente trasparente che in quei momenti ogni abitante della terra poteva scorgere la sua lacrima d’oro.

Una sola lacrima lucente che scendeva sul suo bellissimo volto.”

“Ma allora era triste? Cantava canzoni d’amore, come poteva essere triste?” Era la domanda che avrei voluto rivolgere, ma decidevo comunque di aspettare la fine del racconto, mentre con le mie piccole mani iniziavo a tratteggiare il volto di Freya, il suo abito tappezzato di fiori, i suoi grandi occhi a forma di cuore. 

E prima ancora che arrivassi a disegnare sul suo volto la sua inseparabile lacrima d’oro, mio padre riusciva già a donarmi la risposta.

“Al comparir del crepuscolo, di Freya rimaneva solo la sua lacrima d’oro. Qualcuno diceva che il suo tempo divino, quando la luce del sole lasciava il suo posto all’ora crepuscolare, era destinato a ricercare le anime dei caduti in guerra e a condurle in un palazzo costruito con i colori eterni del cielo, in tutte le sue sfumature, a volte così poco visibili al nostro sguardo terreno. In questo palazzo Freya svelava alle anime dei caduti il suo prodigio miracoloso: il cielo notturno sarebbe diventato un’incantevole tela sulla quale le anime dei caduti si sarebbero tramutate in stelle luminose. Freya allora iniziava a dipingere le anime dei caduti intingendo i colori dalla sua lacrima d’oro che ancora lucente splendeva nel buio della notte. Le stelle di Freya diventarono un punto di riferimento per i veri navigatori, uomini e donne desiderosi di esplorare nuove terre, di conoscere il mondo al di là della ristretta visione dello sguardo umano.”

Durante il racconto, scoprivo in mio padre il dono magico di trasformare i suoi occhi malinconici in due incantevoli stelle, da loro intingevo le mie parole: “Allora papà il dolore si trasforma in una stella…in una rinascita…”

“Una rinascita dentro ad una lacrima d’oro…l’impresa trionfante della nostra vita è fatta d’amore e di coraggio, senza mai dimenticare che nel viaggio del dolore vi è la rinascita di ognuno di noi. Il nostro dolore diventerà una stella per illuminare la rotta, la via di altri uomini e condurre la loro vita in un unico vero splendore.”

Sarebbe stato così anche per Frida “Pata de palo”,  Frida gamba di legno?

foto frida bambina 2

La mia casa era all’angolo tra calle Allende e Calle Londres, bastavano pochi passi e mi trovavo di fronte al raduno dei piccoli niños che in tono sprezzante salutavano il mio arrivo con il soprannome che mi avevano affibbiato “Frida pata de palo! Frida gamba di legno!” Spesso rispondevo alle loro burla indossando abiti maschili, quegli abiti che incutevano nel loro sguardo una sorte di stupore affiliato con il dubbio: “Frida pato de palo si è vestita così perché è in grado di risvegliare una strana forza fisica maschile?” E la lotta iniziava proprio con lo sfoderare la mia forza contro i loro soprusi! Ma vi fu un giorno in cui mi presentai con la mia veste da bambina, omaggiai la mia gamba destra con nuove parole: “Dai bella! Datti da fare che li faremo impazzire dall’invidia!” Quel giorno la gamba compì la sua prima metamorfosi: in pochi attimi si trasformò in un’ala di farfalla, poi la seguì anche l’altra sorella gamba, la sinistra, quella che a detta di tutti era la più fortunata! In realtà la più adatta ora era la mia gamba destra, la più corta, la mia magica gamba ranocchia, quel tiro a bersaglio per i poveri pendos: idioti! La mia gamba ranocchia si trasformò rapidamente in un’ala meravigliosa, in grado di compiere mille e mille acrobazie! Il mio tempo diventò improvvisamente un gioco splendido, nessuna forma di scetticismo negli sguardi altrui, ma solo una povera rassegnazione perché nessun bambino avrebbe potuto sfidare i miei passi volanti! Di una cosa ero certa…perché avere i piedi se d’incanto possedevo ali per volare?

Frida perchè voglio i piedi se ho le ali per volare 1

Mi divertii a sfidarli e la sorpresa continuò per diversi pomeriggi! Frida gamba di legno diventò molto spericolata, dimostrando di saper compiere vere e proprie acrobazie in bicicletta, con i pattini, arrampicandosi sugli alberi, scavalcando i muretti. Ben presto, nel quartiere si diffuse la voce che Frida era diventata una specie di “Fata delle acrobazie”, e i niños arrivavano numerosi ad osservare incantati le meraviglie di Frida la fata! Increduli, rimaneva per loro un mistero da risolvere: “In quale luogo sconosciuto era andata a finire Frida la zoppa, Frida con la gamba maledetta?”

Tornata a casa iniziai a vestire la mia bambola e a metterle un pezzo di legno al posto della gamba destra. Anche lei aveva una struttura non conforme per disarmonia, per inadeguatezza! In poche parole, avevo creato il mio primo autoritratto, il mio doppio, il doppio di me stessa. Ma anche quel doppio aveva bisogno di ascoltare le parole di mio padre: “Sei nata conoscendo già la grandezza della vita!”

foto Frida bambina

Fu proprio così? O imparai a vivere nello sguardo malinconico di mio padre?

Dentro al suo iride, accanto al colore dominante, l’azzurro, si sgranavano come minuscoli frammenti, atomi di grigio chiarissimo che rendevano il suo sguardo penetrante e malinconicamente inquieto. 

Frida ritratto di mio padre

Libertà! Era la parola che viveva in mio padre quando lo accompagnavo nel suo viaggio quotidiano in Città del Messico per portare alla nascita le sue foto. Nella libertà del suo sguardo, quel fotografo rispettato aveva avuto dal governo l’incarico di censire il patrimonio architettonico del paese, ma il suo occhio desiderava solo la libertà di scoprire il mistero della luce e delle ombre non solo nella definitiva visione dell’inquadratura, ma in ciò che sentiva, viveva, mentre esplorava la terra del Messico. Dove voleva arrivare mio padre? Il suo sguardo s’impreziosì delle parole di Goethe, parole scoperte durante le sue infinite letture: “Non si arriva mai tanto lontano come quando non si sa dove si va…” Anche se il passo del suo viaggio, spesso, era l’impronta di un’inquieta malinconia che io rivestivo con il colore magnificamente azzurro dei suoi occhi. Quella malinconia che compose la forma dei suoi giorni in quella malattia che scoprii nel tempo della sua assenza al mio sguardo, mentre nella mia vana ricerca lo imploravo di continuare a condurmi per mano nei nostri viaggi quotidiani per trasformare le strade di Città del Messico in terre inesplorate, liberi di conquistarle! Io e mio padre avevamo lo stesso spirito d’immaginazione. Per mio padre i miei occhi neri erano le vette imperiose delle montagne messicane, per la piccola Frida l’azzurro malinconico dei suoi occhi rappresentava nuovi viaggi immaginari in nuovi mattini colorati dal cielo del suo sguardo. Entrambi partecipavamo al meraviglioso miracolo di sentire la forza creativa della vita! In quella forza creativa nascevano le sue foto, tutte sorprendentemente diverse. Perché mio padre con le sue fotografie collaborava con il cielo, con il sole, con luci e ombre e la calligrafia della sua vita si presentava alla piccola Frida nell’attimo meraviglioso della conquista della libertà. Nella nascita delle sue foto, mio padre viveva la piena libertà delle sue emozioni. I veri suoi maestri erano i nostri occhi, gli occhi delle nostre anime nel tempo della nostra complicità. A volte mi chiedo se attraverso le sue fotografie, desiderasse farmi scoprire il mondo della sua malinconia, ma la piccola Frida attraverso i suoi occhi imparò a vedere la vera espressione della vita.

Con mio padre imparai a brindare al sole che mi sorrideva, all’occhio del cielo che attendeva il volo degli uccelli, a giocare con le ombre della statuaria luce, nostra trionfante regina, mentre il canto degli uccelli lusingava il nostro udito impenetrabile ai rumori della strada. Di ogni giardino che costeggiava la strada ne amavo le anime nel rigoglio dei fiori, nella supremazia dei colori. La mia anima diventava l’anima di quel paesaggio, il mio occhio, il nostro occhio, era l’occhio dell’uccello in volo perché entrambi adoravamo la vita nell’incanto della sua bellezza e desideravamo comprenderne il suo segreto.

quadro Frida magnolie

Il tratto vitale della sua inquietudine era anche il mio. Mio padre non dimenticava mai di pormi in evidenza la nostra somiglianza con le sue parole: “Frida, la più intelligente delle mie figlie, è quella che mi somiglia di più!”

E la piccola Frida continuò a farsi sedurre dalla vita.

Possedevamo entrambi l’inquietudine della scoperta e, nel suo infinito sguardo, mio padre raccoglieva la sua piccola fata, grande come un guscio di noce. Il gigante e la sua fata passavano ore ad osservare, nei parchi vicini a casa, piccole pietre, piante rare, il volo di insetti dai luminosi colori. Da lui imparai lo sguardo tenace, caparbio nello scovare ogni minimo dettaglio di quelli che amava definire “Tracce della bellezza universale!”, e nello sguardo del gigante la piccola fata diventava l’unica e assoluta realtà della bellezza e dell’amore, l’unica ad essere in grado di scoprire il significato nascosto nelle piccole cose. Trasformavo il suo sguardo nel volo di un uccello, mi divertivo ad immaginare il suo volo. Seduta sul suo dorso avrei scoperto l’altra metà della bellezza: lo spazio infinito del nostro esistere. Al suo splendido sguardo attribuivo qualità che per gli altri erano così inusuali: morbido, saporito, caldo, questo era lo sguardo di mio padre…nutrimento della mia infanzia.

Ma al sopraggiungere della sera, il mio sguardo rimaneva vuoto della sua presenza…

Sterile rimaneva il mio richiamo, mentre mia madre impartiva il suo divieto: nessuno poteva entrare nella stanza di mio padre! Nessuno, nemmeno la mia angoscia! In mezzo all’ombra del caos, una verità mi appariva chiara e precisa: quel mistero della sua scomparsa accadeva poco prima che io andassi a letto…poi di mio padre nessuna traccia, solo un tonfo a cui seguiva un rantolio agghiacciante. E il tempo si pietrificava nell’attesa che mia madre uscisse dalla stanza, ma imperioso rimaneva il suo assoluto divieto. Costretta ad andare a letto, ascoltavo il passo solitario di mia madre peregrinare dal corridoio alla stanza dove mio padre custodiva il suo maledetto segreto. Io e mio padre non eravamo più complici!

La piccola Frida non poteva più essere la sua impronta.

Perché? 

Solo dopo mesi mia madre mi concesse di sapere che mio padre soffriva di epilessia.

E da quel giorno, quando accompagnavo mio padre nei nostri viaggi fotografici, di lui conoscevo i più nascosti segreti della crisi imminente. Il gigante viveva del coraggio della piccola Frida, del nostro esempio immenso di tenerezza, del nostro unico lavoro di comprensione di tutti i nostri problemi. Molte volte mentre camminava con la macchina fotografica in spalla e gli capitava di cadere improvvisamente, la piccola Frida era pronta a fargli respirare immediatamente dell’alcool o dell’etere  e a diventare l’unica custode della sua macchina fotografica.

Perché a nessuno avrei permesso di rubare il tempo delle nostre scoperte, ma anche il tempo delle sue domande, il tempo della sua malinconia nell’atto della consapevolezza della vita…

della mia, della nostra vita. 

quadro fRida naturaleza viva

E quel dialogo iniziava prima che mio padre saziasse la sua anima con le sue fotografie…

“Frida guardami…ascoltami…e se ora provo a chiudere gl’occhi? Magari per un tempo indefinito…”

“Perché papà?”

“Per scoprire la mia vera cecità. Sarei senza le mie fotografie, senza la mia macchina fotografica…cosa penserei? Come vivrei? Come potremo condurre le nostre scoperte?”

“Papà…potresti pensare a qualcos’altro…realizzare un tuo diverso appagamento!”

“No Frida…l’avrei potuto fare se non avessi avuto la consapevolezza di ciò che rappresenta la mia macchina fotografica. La mia consapevolezza è la mia verità…niente potrà sostituirla…vivrei nella cecità, nel buio assoluto!”

E ora, a distanza di anni, so che con il mio primo dipinto iniziò a prendere forma anche per me l’atto vitale di quella che sarebbe stata la mia vera, unica consapevolezza. E tutto questo grazie a mio padre.

Ogni giorno infilavo fantasia, doni del mio essere nell’aria cristallina e pura mentre mio padre mi porgeva in dono le sue parole.

“Divina è la foto, miracolo dell’occhio che raggiunge il suo carattere divino nell’opera compiuta della rappresentazione perfetta del reale…a volte, piccola Frida, mi chiedo se sia proprio così…quale perfezione il mio occhio desidera raggiungere?”

“L’imitazione della realtà, copi il paesaggio e lo trasporti nella tua macchina fotografica…papà, non credi…è come quando io conduco alla fine il mio disegno…non è vero che ci assomigliamo?”

“Oh, piccola Frida…io vorrei tanto assomigliarti! E’ il gigante che vuole essere come la sua bambina…desidero mantenere la tua poesia, perché i tuoi disegni non sono solo lo specchio di ciò che vedi, ma il riflesso della tua anima, del tuo occhio segreto che vive, comprende, interpreta…vedi, piccola Frida, dentro all’occhio di ogni bambino si nasconde un altro piccolo occhio segreto…l’occhio del bambino poeta che colora l’essenza di ciò che vede con le sue emozioni, la sua fantasia. Tu vivi e non dimentichi…Io vivo e ho paura di dimenticare ciò che ho vissuto. Forse è per questo che mi ostino a fotografare, forse è questa mia paura che mi porta a cercare di far vivere le mie foto come se fossero dei testi poetici, rappresentazioni di ciò che sono dentro alla realtà che il mio sguardo mi concede.” Anche mio padre possedeva il suo occhio segreto, quell’occhio che mi svelava la sua saggezza quando mi porgeva in dono la lettura dei suoi testi poetici, il destino delle loro parole. Immagini e parole dentro all’infinita foto della sua vita, sempre in progredire, a tratti solitaria nell’essere incompiuta. Ecco! Volevo che la foto della vita di mio padre fosse incompiuta, senza una fine, perché solo così la morte nel suo atto compiuto, finale, non avrebbe potuto tradire la sua malinconia.

Io avrei ascoltato per sempre mio padre fino al giorno in cui avrebbe scoperto sul mio volto la mia lacrima d’oro.

Ma prima, la piccola Frida, la piccola “Pata de legno”, doveva imparare anche a volare.

Quadro FRida del 1938

Quel giorno mi ritrovai con un costume d’angelo, non so per quale sorte d’incantesimo indossai l’ampia veste bianca, probabilmente cucita alla meno peggio da mia madre e piena di stelline d’oro sul retro, con grandi ali di paglia intrecciate. Che fatica! Finalmente avrei potuto volare! Corsi subito dalla mia amica immaginaria e con un dito disegnai la nostra porta segreta. Piena di gioia, varcai quella soglia con l’immaginazione. Attraversai per intero la pianura che avevo di fronte, scesi in fretta nel cuore della terra dove la mia amica immaginaria mi stava aspettando. Appena mi vide con il mio nuovo abito d’angelo, iniziò a sorridermi e danzando mi disse: “Ehi Frida, vuoi imparare a volare per diventare una stella del cielo? Te ne andrai su…nell’infinito prato del cielo? Sboccerai anche tu come una stella? Prova a spiccare il volo, dai! Non guardare cosa c’è davanti ai tuoi piedi, danza guardando solo il cielo…dovrai restare abbracciata solo alla tua gioia.” Poi scomparve…il miracolo del mio volo doveva prodigarsi, realizzarsi solo con le mie forze. Dovevo riuscire a sollevarmi in aria, dar vita ad una spinta verso l’alto. Per realizzare la mia impresa ero sicura che avrei dovuto attingere alla mia forza creativa, quindi chiamai in aiuto le parole armoniose di mio padre e chiesi a loro di tessere la brezza destinata al mio volo, poi dipinsi in alto, nel cielo, i suoi splendidi occhi. Ero pronta! Sarei diventata una stella ubriacata di gioia!

Ma la stella vacillò nel tremore delle gambe, nell’aspra indomabile rancida poliomielite che aveva azzannato la mia gamba destra senza però tramortire il mio sogno…

Mentre l’occhio di mio padre versò la sua lacrima, il mio tonfo si trasformò in una stella cadente: avrei portato a compimento ogni sogno di mio padre.

E rimasi abbracciata al cielo azzurro dei suoi occhi!

Thealzoteatl, dea dell’amore, deve essere nata dalla mia parte! Sono stata amata, infinitamente amata, mio padre vedeva in me la sua figlia prediletta e quando a quattordici anni superai l’esame di ammissione alla Scuola nazionale preparatoria e scelsi un corso di studi che mi avrebbe portato alla scuola di medicina, realizzai anche il sogno di mio padre, non solo il mio. “Frida è la figlia che mi somiglia di più” erano le parole che continuavo a vedere nel suo sguardo, alimentate dalla ferma convinzione che la sua figlia preferita avesse capacità eccezionali.

Frida iscrizione scuola

Per la mia entrata alla scuola Nazionale, mia madre mi preparò una camicia bianca, una gonna plissettata blu; i miei capelli ribelli dovevano essere racchiusi dentro ad un cappello di paglia con il fiocco. Insomma…dovevo essere una rispettosissima bambolina dal comportamento elegante, aggiungo nauseamente elegante! “Mi raccomando Frida, indossa sempre questo tradizionale abito da studentessa. La scuola esige prima di tutto ordine e rispetto!” poi con tono sommesso aggiungeva: “E tieniti sempre pulita e pura.” Quanto mi divertivo ad oltraggiare le sue noiosissime parole: “Pura e pulita in che senso?” Ma non attendevo nessuna risposta, mi bastava suscitare sul suo volto il rossore dell’imbarazzo che si specchiava sulla sua stupida moralità. Dalla spia più tenace della scuola arrivarono a mia madre delle lettere nelle quali la informavano che la studentessa Frida Kahlo non era in grado di far corrispondere alla sua brillante intelligenza il rispetto doveroso delle norme della disciplina scolastica. “Spesso sua figlia si ribella e si allontana dagli spazi riservati alle ragazze per trasformarsi in una vagabonda agli angoli delle strade. Ultimamente sua figlia ha instaurato rapporti con studenti il cui comportamento è disdicevole.”

Alle lacrime di mia madre, alle sue continue richieste di spiegazione, risposi con questa mia lettera: “La mia vita mi conduce a cercare l’opera della mia libertà non nelle singole azioni che compio come fa il senso comune, ma nell’essere e nell’essenza tutta dell’uomo, la quale deve essere considerata come il suo atto libero. Ogni individuo opera in conformità con quello che è!”

Cosa stavo chiedendo a mia madre? Che decifrasse per la prima volta il mistero della scrittura? Nessuno dei suoi sforzi avrebbe potuto allontanarla dall’essere analfabeta…no! Non volevo che le mie parole, quel foglio scritto rappresentasse per lei l’oceano dalle onde gigantesche, titaniche. Fu lei stessa a realizzare il mio desiderio…porse la mia lettera a mio padre che sarebbe stato in grado di leggerla a voce alta consentendole la comprensione delle parole. Comunque prima avrebbe atteso che mio padre, com’era sua consuetudine, la leggesse in silenzio. Per mia madre quella lettura silenziosa era un miracolo che solo uomini straordinari potevano compiere. Ma mio padre custodì la verità di quelle parole solo per lui: la sua piccola Frida stava parlando con il suo sguardo, nella verità delle parole del suo amato Schopenhauer. E la via nella ricerca della mia libertà, era la via della rivoluzione! La mia vita sarebbe stata un contributo alla lotta del popolo per la pace e la libertà, perché nessuno è separato da nessuno. Nessuno lotta per se stesso. Tutto è uno. L’angoscia e il dolore, non sono nient’altro che un processo per esistere e la lotta rivoluzionaria in questo processo è una porta aperta all’intelligenza. La rivoluzione è l’armonia delle forme e del colore e tutto esiste e si muove sotto una sola legge: la vita! In quell’armonia della forma e del colore ero pronta alla rivoluzione assieme al gruppo degli studenti dei Cachuchas. “Siamo nati nel fuoco della vita, pronti per riportare la terra messicana alla sua vera origine, senza essere violentata dal potere non più occulto dei traditori del popolo”. Con queste parole entrai a far parte del movimento studentesco dei Cachuchas.

Frida quadro cafè

Volti maschili, sguardi imperiosi, ma il mio sguardo era più coinvolgente del loro! Ero in grado di presentarmi ai loro occhi nel duplice aspetto di donna e di uomo, libera da ogni identità precostituita alla nascita. Frida, solo Frida, solo me stessa! Io ero l’unica progenitrice della mia nascita. E verso il mio atteggiamento spavaldo e battagliero, i compagni nutrivano una profonda ammirazione. Mi divertivo a presentarmi agli incontri studenteschi in doppiopetto maschile o con un abito dagli scintillanti colori della terra messicana. Folgorante era la mia comparsa nei costumi tradizionali delle donne di Tehuantepec! Era ben chiaro il mio messaggio: la vera rivoluzione non ha sesso! La vera rivoluzione vive nell’amoroso abbraccio dell’universo. Ed ero pronta per la vera ballata della Rivoluzione proletaria.

El ArsenalThe Arsenal

Entrai quindi in questo piccolo popolo composto da: Miguel Lira, José Gomez Robleda, Agustìn Lira, Jesùs Rìos Vales, Alfonso Villa, Manuel Gonzàlez Ramirez, Carmen Jaime e Alejandro Gòmez Arias.

Frida disegno cachucas n 9

Con il fuoco della rivoluzione avremmo incentivato l’alfabetizzazione, la parificazione sociale della popolazione di origine india, la sua integrazione culturale e la conquista di una cultura messicana indipendente e l’arte finalmente sarebbe stata libera da ogni accademismo. Indossavamo berretti di stoffe con le punte, in segno di sovversione contro il delirante abbigliamento imposto dal rivoltante codice di comportamento della prestigiosa scuola nazionale preparatoria. Eravamo studenti, poeti, scrittori, anarchicamente felici nel divorare libri su una varietà di argomenti scelti da noi e mai imposti, nello studiare a modo nostro, testimoni della vera fiamma sacra della conoscenza, fiamma che ardeva mentre ogni giorno stringevamo un patto di alleanza con il popolo. Al popolo chiedevamo di ricevere la ricchezza della sua dignità, noi, in cambio, avremmo dato la forza delle nostre idee! La nostra unica disciplina era la conoscenza del nostro popolo. E questo era ben chiaro soprattutto per i compagni Miguel Lire e Alejandro Gomez. Ma quale segreto nascosto nel nostro spirito rivoluzionario, stavamo realmente cercando?

“Sai già tutto senza leggere o scrivere” mi ripeteva Alejandro.

“Sei una rara piante messicana che sa vivere in terre aride e deserte. Mi chiedo se arriverà il momento che anche noi potremo vivere del tuo coraggio…forse siamo solo dei principianti che vorremo avere la tua resistenza illimitata! Studi per ore, conquisti territori di libri per giorni interi, e poi guai se qualcuno oltraggia le tue idee! Per loro diventi così burbera, ostinata ma limpidamente vera. Non ricerchi nessun doppio di te stessa per consacrare i gusti altrui, ma sono tante le persone che contano su di te, ed è la tua vita che ti rivela la vera conoscenza.” 

Era il mio fratello anima che mi parlava. E quel fratello anima iniziò a dissetare il mio desiderio di libertà, ad avvolgere il mio sguardo con il suo. Il brillante oratore, diventò non solo lo specchio del mio spirito rivoluzionario, ma l’orizzonte dei miei passi, il centro del mio equilibrio, la forza della mia gamba destra che con orgoglio correva verso di lui…non più maledettamente zoppa, solo portatrice del mio sorriso che culminava in una gioia improvvisa. Quel fratello anima diventò il mio Dio dal volto di un giovane amante. E quel Dio aveva alimentato la sua sacralità nutrendosi della mia impazienza, della mia drammaticità, della mia urgenza nello scoprire la vita perché avevo scelto una persona che mi guardava come se fosse una magia.

Frida autoritratto con velluto

Ma in quale sorte avrei ritrovato le sue parole?

Il mio tempo viveva solo la misura dell’impazienza, dello struggente desiderio, della mia implorazione che Alejandro non ascoltasse il tempo degli uomini misurato dal ritmo precostituito delle abitudini, ma il tempo delle nostre scoperte, il tempo azzurro dei nostri sguardi dove anche le nostre ombre assumevano il colore della nostra gioventù. L’avrebbe fatto? Il fremito delle mie ali spuntate all’improvviso cancellava ogni mio dubbio. Mentre osservavo il suo arrivo sentivo che nel suo sguardo raccoglievo il mondo come se le cose mantenessero la loro origine. Desideravo donargli i colori più belli, volevo che i nostri mondi fossero uno solo. E pochi attimi prima che il suo sguardo si unisse con il mio, vedevo Alejandro posarsi sul palmo della mia mano per trasformarsi in una rosa…l’avrei dipinta per non farla morire, per affidarla per sempre al mio cuore.

Da quando mi ero innamorata di Alejandro, ogni cosa si trasformava in bellezza. L’amore è come la pioggia…Alejandro era il mio cielo, era la mia pioggia, e io come la terra l’accoglievo ascoltando la sua voce, le sue inquiete domande. La nostra vita stava scorrendo aprendo sentieri che non avremo percorso invano; sentivo che le sue parole percorrevano l’intero spazio e raggiungevano le mie cellule, il mio sangue, e componevano il battito del mio cuore.

“La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando tra l’intervallo fugace e per di più illusorio del piacere e della gioia”

Erano le parole di Schopenhauer, parole che infervorivano l’appassionante lettura non solo di mio padre, ma anche di Alejandro. “Cosa ne pensi Frida? Viviamo anche noi nell’apparente illusione?”

Frida quadro ritratto di Alejandro

Attendevo da giorni che Alejandro mi porgesse le sue domande, ma quel giorno non avrei affrontato nessuna questione filosofica…Era il giorno 17 settembre, il giorno seguente alla festa dell’indipendenza messicana, e anche noi avremmo continuato a deridere la morte per per conquistare la vita. Il giorno 16 settembre apparteneva alla nostra nascita, al luogo misterioso delle nostre origini. In quel giorno, la dea della vita, “L’anima del guerriero che viene dal paradiso” festeggia con gli uomini la conquista della libertà. Dentro al sepolcro dei morti finalmente regna il sorriso dei vivi!

Lacerare, bruciare, sterminare, furono gli ordini imposti dagli sterminatori nella loro opera infernale. Una maledizione che in Messico durò per lunghissimi anni. “Nuova Spagna” era il nome che ogni messicano dovette attribuire alla sua terra, ma nel silenzio del tempo, uomini e donne costruirono il nuovo cielo del Messico. E la nascita di ognuno di noi appartiene al grido de dolores, il grido dell’indipendenza messicana!

Ma il nostro amore, mio e di Alejandro, ci permetteva non solo di scoprire il motivo della nostra nascita, ma anche di partecipare alla vita cosmica, all’abbraccio con l’universo con il quale l’uomo supera la paura della morte. Erano giorni che Città del Messico era maledetta da incidenti d’autobus, quegli autobus che si trasformavano in strani mostri famelici, pronti a divorare le vite umane. Custodi della loro violenza erano gli autisti che sfidavano il destino nell’insondabile certezza di sentirsi invulnerabili. E allora l’autobus brulicava di vite umane, mentre il pensiero del conducente era disabitato dalla prudenza, posseduto dal fulgore di una corsa sfrenata senza mai sortire il dubbio della polvere di campane a morte che da lì a poco si sarebbe sollevata con la fine straziante della corsa.

“La vita umana è come un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia, passando tra l’intervallo fugace per di più illusorio del piacere e della gioia”

Osservai il passo sicuro di Alejandro, il suo sguardo vivo e fiero…avrei trasformato il piacere e la gioia nella realtà della nostra vita, perché le nostre risate non erano pura illusione! Non c’era niente di più prezioso delle nostre risate e per intramontabili ore i nostri sguardi abitarono l’immenso azzurro del cielo di Città del Messico.

E quel giorno gli dei aztechi sembrava che desiderassero offrirci il loro dono nelle parole di uno strano uomo comparso nell’autobus vecchio e affollato che prendemmo per ritornare a casa.

Un uomo, un magico personaggio, che mio padre avrebbe voluto scovare nei nostri passati viaggi quotidiani in città del Messico.

Frida l'autobus 4

Trovai posto accanto a lui e subito il mio sguardo si posò sulle sue mani vigorose che stringevano un sacchetto contenente una polvere d’oro. Improvvisamente comparve la sua voce: “Inevitabile è la morte, troppo intima per negarla…ma io sento che cammini in un mondo di colori e se questa polvere d’oro che porterò alla Madonna di Guadalupe dorerà la tua fronte, il tuo destino sarà sempre legato alla nascita.” In pochi attimi ritornai bambina con la mia ferma convinzione che la saggezza del tempo non viveva nell’incredulità, nel ripudio di tutto ciò che non apparteneva alla razionalità, ma nel fervore dell’atto creativo, nel fascino di una magica realtà. Quell’uomo conosceva la storia del mio passato e del mio presente, sapeva che non ero mai stata orfana della vita, che la mia nascita non apparteneva ai “bambini senza felicità”.

E la polvere d’oro brillò sulla mia fronte!

Ma feci appena in tempo ad udire la risata cristallina di Alejandro, le sue dolci parole: “Frida…sembri una ballerina…una splendida ballerina…”perché il tempo mostrò il suo ritmo sanguinario!

Raggiunto l’angolo tra Cuahutenotzu e 5 de maya, di fronte all’autobus apparve un tram proveniente da Xochimilco. Il tram procedeva lentamente, ma l’autista dell’autobus era giovane, molto nervoso, e improvvisamente si trasformò in un eccitato torero che avrebbe inaugurato la sua vittoria, acclamando la sua velocità, la sua folle corsa nel superare ogni ostacolo, nel designare la sua supremazia!  “La gioventù brucia il tempo!” era l’unica convinzione che destava in lui un vero e proprio appagamento. E s’incendiò il tempo, mentre il tram trasformò l’autobus in una fisarmonica dal mantice impazzito! Sopra a volti mutilati dalla paura il tram continuò il suo sibilo mortale. 

Frida retablo

Poi vidi una bambola a terra…anzi no, parti di una bambola dilaniata! Un maleficio aveva trasformato il corrimano dell’autobus, in una spada maledetta! Quella spada era dentro al suo fianco, aveva trapassato il suo bacino per uscire insanguinante dalla vagina trasformando il suo futuro di madre in uno strazio macabro di pallide vite mai destinate al fertile evento della nascita, nessun figlio avrebbe potuto mai far parte del suo autoritratto.

Frida ospedale Henry Ford

Avanzò l’immagine e scoprii la sua identità, mentre l’urlo si perse nel terrore che le parti della bambola mi abbandonassero per sempre! Perché quella bambola era Frida macellata nel modo più cruento, dentro ad una corrida sanguinaria. Alla bambola avevano strappato anche i vestiti e nel rito sacrificale avevano sparso sul suo corpo sanguinante una polvere d’oro: “La ballerina…la ballerina è morta!” Erano le parole di volti che riuscivo a vedere con il mio sguardo, il respiro della mia sopravvivenza.

L’esercito della morte stava sguainando la sua incidibile forza, conquistando il destino del mio tempo, trasformando il mio corpo in un territorio seminato dal sangue, pronto a sradicare il battito del mio cuore dal flusso tempestoso del mio sangue. Poi il mio occhio compì una misteriosa magia: vidi il mio sangue sgorgare dalle ferite assumere incredibilmente il colore azzurro del cielo e dentro alla spumeggiante fisionomia di strane nuvole comparvero le parole di mio padre: “Sei nata conoscendo la grandezza della vita.” Ma fu una questione di attimi.

Qualcuno suggerisce che sia dovuto ad una sorta latente d’incoscienza prima che il destino di un corpo martoriato si avvii ad una duplice sorte: l’impotenza di fronte alla morte o il lungo assedio del dolore prima di un inaspettato ritrovarsi alla vita.

Ma nessuno lotta per se stesso…Io lottai perché mio padre e mia madre non annegassero nel dolore, perché le mie sorelle non vivessero la morte come la sconfitta della vita. Lottai mentre la polvere d’oro scendeva dalle lacrime del cielo.

Io sono Frida…il mio nome significa pace…E la polvere d’oro ricoprì le mie ali. Rapita dall’azzurro del cielo, la morte sarebbe stata solo una fuggevole illusione.

“La vita umana oscilla tra il dolore e la vita ma non più fuggevole sarà il piacere e la gioia del nostro incontro” Finalmente sapevo realmente cosa rispondere ad Alejandro.

Una polvere d’oro…il sacchettino custodito gelosamente dall’uomo della Madonna di Guadalupe. Ricordai le sue parole, il suo incantesimo! La mia fronte che brillava d’oro, la ballerina che brillava di vita…

Fu solo illusione? Sporca menzogna?

Ruscelli di sangue…

Una vagina squartata da un inesorabile destino…

Frammenti di ricordi…

Poi la bambola non fu più nascosta agli occhi di Alejandro. Mai dimenticherò la sua presenza, la sua corsa contro il tempo.

Diventò padre, madre, fratello, compagno in un solo attimo. Accarezzò la mia fronte madida di sudore, custodì il mio grido di dolore quando due mani gravide di speranza mi strapparono dal mio corpo la spada maledetta. Per Alejandro ero nata nella terra del Messico per essere scelta dagli Dei con il compito di creare la vita e di generare le stelle che avrebbero popolato il cielo.

Ma l’uomo della madonna di Guadalupe non si trovò più.

Mi ritrovai nel luogo della mia nascita e ogni mio respiro cantava il canto degli Dei.

Ogni mio respiro si fece sedurre dalla vita. Non versai una lacrima, anche se mio padre fu sempre convinto che piansi lacrime d’oro che ben presto si sarebbero trasformate in stelle per segnare nuove rotte nel buio di lunghissime notti. Per mio padre fu l’origine misteriosa della mia nascita a strapparmi alla morte.

E la vita insisté per essere mia amica suggellando questa sua promessa: “Io ti consegnerò il mio universo”

Mio padre nei lunghi mesi di convalescenza continuò con la sua lettura a portarmi in dono le parole del suo amato poeta Enrique Gonzalez Martinez

“Ho una fiamma nascosta che è sempre con me, una fiamma d’amore che non si spegne, né si consuma mai. Se trovo un fiore respiro il suo profumo, se c’è una bocca fresca corro a baciarla e io continuo. 

Sono come un viaggiatore che attraversa la foresta senza mai preoccuparsi della direzione o della distanza, al quale la foresta canta un inno fragrante, un canto di risata e un madrigale di festa.

Sono un amante lussurioso del sole e dell’alba”

Frida viva la vita 2

perché questo mio scritto?

Sono in viaggio ogni giorno…

un viaggio speciale per conquistare la vera essenza della felicità. Ogni giorno mi accompagnano i loro meravigliosi sguardi, per approdare insieme in nuove terre costruite con le loro parole, la fantasia dei loro racconti. E mentre navigo solcando il mare dei loro sguardi, arriva la brezza delle loro parole pronte ad offrirmi la rotta per conquistare la mia vera felicità. Poi mi donano le loro mappe, tenute finora gelosamente nascoste.

Ora so il motivo della vera felicità!

“Io sono felice perché vivo e creo come se la mia infanzia continuasse per sempre.”

“E’ vero, abbiamo ali per volare!” aggiungono i loro sguardi impazienti di aprire assieme il sipario della vita e poter nascere ogni giorno in una nuova storia. Conoscono così bene i miei abili travestimenti!

Nasco di nuovo per far migrare le mie parole nel mio racconto su Frida Kahlo.

E dopo essermi seriamente documentata, la trama del mio racconto mi conduce sempre alle sue parole

“Sono felice finché dipingo.”

“La rivoluzione è l’armonia della forma e del colore e tutto esiste e si muove, sotto una sola legge: la vita.”

E nella legge della vita, io ho ricevuto il grande dono di vivere ogni giorno con voi!

Questo mio scritto è dedicato ai miei piccoli artisti della classe quarta b

Veri artisti dell’anima.

A voi, che un giorno vi innamorerete

e nel tempo del vostro amore anche le vostre ombre assumeranno il colore della gioventù.

quadri postati di Frida Kahlo: “I miei nonni, i miei genitori e io” (1936)- “Bambina con maschera della morte” (1938)- “Piedi perché li voglio se tengo le ali per volare” (1953)- “Ritratto del padre” (1951) “Cesto di fiori” (1941) – “Naturaleza viva (1952) -“Pidens aeroplans y les dans de petate ” (1938)- “Café de los cachucas” (1920)- “Autoritratto con velluto rosso” (1926)- “Ritratto di Alejandro” (1928)- “L’autobus” (1929)- “Retablo” (1943)- “Ospedale henry Ford” (1932)- disegno di Frida sull’incidente (1926)- “Viva la vida” (1954)

Di Diego Rivera: “La distribuzione delle armi” (1928)

Foto di: Nicholas Murray e del padre di Frida

brani musicali: compositore messicano Manuel Ponce (1882-24 aprile 1948) Romanza de amor- Intermezzo n1

cantata da Chavela Vergas “La Llorona”

A presto

Adriana Pitacco

foto Adriana Frida 16

2 pensieri su “Nascere Frida

  1. Struggente questo post che fonde eventi reali a una cornice quasi fiabesca, così come hai fuso il tuo cuore e la tua scrittura alla vicenda narrata.
    Struggente la musica che hai associato alla storia umana e artistica di Frida Kahlo, ma soprattutto la dedica finale ai tuoi piccoli della quarta B.
    Grazie cara Adriana e un abbraccio!!!

    "Mi piace"

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