Cos’è che ci unisce per sempre?

foto di camille da giovane

L’aria ammuffita ristagna sui nostri miseri corpi. Siamo mucchi d’ossa disposti in un’atavica posizione fetale sparsi dentro a rugginosi letti, avvolti con lenzuola dal grigiore cenerino di smemorati lavaggi. L’apertura di un’anonima finestra ci annuncia che è giunta l’ora mattutina e le menti di noi poveri folli s’adunano per il risveglio giornaliero. Occhi polverosi, intirizziti dal sonno, tentano di ritrovare la consuetudine con il luogo cercando di abbozzare l’innato sentimento della rabbia contro il destino maledetto, colpevole di averci trasformato in scheletriche carcasse, il cui unico diritto è di esalare l’ultimo respiro di vita, qui, nell’infernale girone dantesco: l’infame manicomio chiamato Montdvergues.

Manicomio di Montdergues 1

Hanno tentato in ogni modo di recidere il tempo dal flusso sanguigno dei nostri ricordi, sbrandellando ogni intima complicità con la memoria. Non possediamo nemmeno la sorte di qualche semplice evento quotidiano. Sono stati sigillati i nostri desideri, eliminata ogni forma destinata alla vita. E le uniche cose che insegnano in questa isola della morte sono: “Non sognare ad alta voce! Ma soprattutto non masturbarti, non viziare a letto!”

Nel medioevo i folli venivano affidati ai marinai per essere allontanati dal luogo di dimora, nascosti dentro alla “nave degli alienati”, erano destinati a morire in terre sconosciute e misteriose, ma potevano pur sempre trovare il loro frutto proibito.

Poster, Fine Art Print, Painting

Ti prego Paul…portami via…non voglio più trasformarmi in una sporca cagna in cerca di cibo, ringhiare come uno squallido animale per strappare agli altri sguardi affamati carcasse dei pochi cibi rimasti. Ci costringono a rimanere a letto per sterminare l’istinto primordiale della fame. Non vi è più cibo da dividere, da saccheggiare in giorni gravidi di morte. “Se mangi derubi la patria! Derubi ciò che spetta ai figli naturali della patria”. Noi folli siamo considerati creature imperfette, rassegnate ad una sorte tragica anche se non ci fosse la guerra. Ma gli uomini predestinati alla vittoria, dove sono?

Li senti i loro lamenti? Lamenti e imprecazioni.

Imprecano il tuo buon Dio di considerarli solo scemi di guerra. Sono stati costretti, durante la migrazione dei loro anni verso la gioventù, a transitare nei vari ordini imposti dalla guerra fino ad arrivare alla camera della morte ammassati contro il nemico. E quando l’odio si è trasformato in un grido di speranza, la guerra ha compiuto la sua mattanza sui loro corpi, sulle loro menti. I loro lamenti, le loro imprecazioni, un ordine alla coscienza di ritornare di fronte alla loro presenza, di imprimere la sua vittoria! Sono considerati solo scemi di guerra e oggi spetta a loro sottoporsi a qualche nuovo esperimento che per i medici diventerà l’ennesima vittoria sulla follia.

scemi di guerra

Perché non vieni a conoscerli, Paul? Forse perché il tuo buon Dio non sopporterebbe di vederli camminare con le mani penzolanti o mentre si accaniscono tra di loro come cani randagi per mangiare quello che capita, cenere, immondizia, terra? Il tuo Dio dovrebbe pur trovare un rimedio per la loro condizione! Oh…ho capito, Paul, Dio ha mandato sulla terra il nostro Re Sole, il nostro divino medico in grado di compiere il miracolo della redenzione per gli scemi di guerra. Il Re Sole, per loro, ha predisposto il suo piano strategico: forti scosse di corrente elettrica sulla laringe a chi ha fatto deragliare la sua voce in un ostinato mutismo o alle gambe in caso di una codarda immobilità. Poi gli scemi di guerra ritorneranno ad onorare la patria, verranno rispediti al fronte, pronti per continuare la battaglia mentre il bagliore dei razzi accecherà per sempre le loro menti. E la tua infelice Camille?

Ho paura, Paul, di essermi trasformata nella mia stessa opera, quell’opera dalla quale il tuo sguardo fuggiva. Sono diventata Clotho? Una vecchia dall’aspetto terrorizzante, segnata da profonde rughe, con il corpo scheletrico avvinghiato nei fili da lei stessa tessuti.

Cloto

Ma la tua povera sorella non ha mai tessuto i fili della sua vita. La mia scultura è misteriosamente sparita, com’è sparita dalla tua vita la mia immagine. Perché? Quante volte hai esortato il tuo amico prete Daniel Fortaine a pregare per “la famiglia poco cristiana”? Quale famiglia si trattava? Ma certo! La tua dannata sorella! A Daniel scrissi anche che il mio era un vero e proprio caso di possessione e come fosse curioso che le uniche due forze in cui la follia si manifesta siano l’orgoglio e il terrore. L’esorcismo perfetto? La mia reclusione nell’isola della morte. Prima di morire sarei stata sepolta viva. Valeva la pena lavorare tanto per ricevere una ricompensa simile? Caddi nell’abisso. Del sogno che fu la mia vita, iniziai a vivere un mostruoso incubo. Tu che conosci il mio attaccamento alla mia arte, non hai mai potuto immaginare quanto abbia dovuto soffrire nell’essere stata separata dal mio lavoro. Non preoccuparti, la vecchia orrenda si trasforma in una dolce principessa…non ho perso l’abitudine di mettere fogli e fiori tra i miei capelli.

Camille da anziana

Mi auguro che tu non abbia dovuto subire alcuna disgrazia in questa maledetta guerra.

Annaspa ancora il mio sguardo dentro la velatura delle lacrime, ma solo per breve tempo, perché una recondita dignità umana si prepara meticolosamente a ritrovare l’uso musicale delle parole, l’alternanza dei significati con il dialogo per ritrovare la speranza di ritornare a vivere. Non più giorni dal volto orrendamente deturpato dall’urlo straziante dei sepolti vivi, animali destinati al macello, ma il tempo imperioso che declama la forza della memoria, la forza degli alienati, di chi è ripudiato dalla volontà divina perché, secondo la legge degli uomini, senza coscienza umana. I manicomi sono fatti apposta per far soffrire, non c’è rimedio.

Ora ascoltami, Paul, sono solo una povera vecchia, una malinconica vecchia, che implora il tuo sguardo perché vuole solo ritornare a casa per poter vivere nel ritmo delle abitudini che appartengono alla nostra infanzia. Ho bisogno di osservare ancora la brughiera di Geyn, di raccogliere l’argilla per creare il mio nuovo testamento verso la vita. Fin da allora, ogni mia piccola scultura, rappresentava il mio testamento verso la vita. La mia mente, già provvida di virtù, aveva già compreso la crudeltà del mio destino.  Dicono che ai vecchi sia concesso di ritornare bambini per riassaporare il desiderio di libertà, e come i bambini sentiamo il bisogno di inventare parole per rasserenare l’anima. Ma c’è sempre qualcosa di assente che mi tormenta e questa assenza è la paura che la voce della memoria si faccia sempre più labile, si nasconda alle mie suppliche di non abbandonarmi. E se ciò accadesse sarei ancora considerata una folle alla mercé di questi farabutti, una sepolta viva, senza il tuo volto, senza le tue parole. Ma com’è oggi il tuo sguardo, mio caro fratello? Sprizza ancora del tuo focoso temperamento?

Perché non hai mai voluto parlarmi del tuo Dio che lascia morire un innocente in fondo ad un manicomio? Perché non torni, Paul? Solo ora comprendo cosa detestano i tuoi occhi. Camille non può piangere, Camille, non può implorarti di portarla via! “Ti prego mi farò piccola, piccola, non vi accorgerete di me”. Le mie parole, le mie lacrime, rappresentano per il mio adorato fratello l’ennesima dichiarazione della mia follia o il preludio di un moto dell’anima che ti potrebbe generare sensi di colpa? Ci vorrebbe Omero per raccontare la mia vita, questa storia selvaggia, ebbra di meraviglia e infinitamente violenta quanto una scultura nera di due corpi nudi stretti fra di loro, mostrati agli occhi divoratori di uomini e donne pregni di puerile ipocrisia.

l'abbandono 1

Sono una figlia, una sorella degenerata, e la pazzia per nostra madre è la dimostrazione di una vera e propria malattia morale. Era nata una delinquente, una bambina cattiva, una “Malacarne”, una futura donna dalla carne putrida che con la sua condotta non sarebbe mai stata madre e sposa virtuosa. Era così ripugnante per Louise, la nostra “dolce” madre, il mio amore per Rodin? Anche lei avrebbe scritto come Baudelaire “il diavolo regge i fili che ci muovono”, scusami Paul, mi correggo “il diavolo muove i fili di mia figlia!” e poi avrebbe continuato ad esprimere il suo nascosto desiderio “Perché non ho partorito un groviglio di vipere piuttosto che nutrire questa maledetta?”

La maledetta, la posseduta, che nell’età della solenne verginità diventò l’allieva prediletta del famoso scultore Rodin, per poi annientare ogni principio morale trasformandosi nella sua “lussuriosa” amante.

il valzer camille Claudel

Come poteva sopportare nostra madre che il “mio essere diabolico” scoprisse Rodin attraverso una dissoluta intimità? Questa era la realtà di Louise, e forse il suo odio scaturiva dal sentirsi un essere inferiore, mai lusingato dagli sguardi altrui, nemmeno quelli di nostro padre. Io e Rodin, invece, vivevamo la vera bellezza, e non è questo, Paul, il motivo della nostra esistenza? Tu pensi che noi due fossimo indivisibili? La nostra arte era divisibile non negli intenti, nell’armonia della ricerca, ma nel vivere ognuno di noi il silenzio della propria solitudine per portare a compimento il mistero della creazione così unica, indissolubilmente legata al tempo ancestrale del singolo individuo. Anche se Rodin viveva in me e io vivevo in lui, non avrei mai tradito la mia arte. Nascevano le nostre opere conquistando affascinati il ritratto del nostro amore.

Rodin il bacio

A volte mi chiedevo quando questo ritratto sarebbe giunto alla perfezione, ma poi rinunciavo a trovare la risposta perché desideravo solo nutrirmi delle sue parole scolpite sulle sue lettere: “Grazie perché devo a te tutta la parte di cielo che ho avuto nella mia vita. Non posso passare un giorno senza vederti.” Purtroppo  con il passare del tempo scoprii l’amara verità delle parole di Goethe: “Dove c’è molta luce, c’è anche molta ombra. La vita appartiene ai viventi e chi vive deve essere preparato ai cambiamenti.” Ero preparata ai tradimenti di Rodin?

Iniziai a dormire completamente nuda per illudermi che Rodin fosse solo ed esclusivamente con me, ma quando mi svegliavo non era più la stessa cosa. Ho vissuto una storia unica nel firmamento delle storie d’amore; siamo stati due pianeti che hanno ruotato seguendo il moto delle affinità elettive e quando ciò succede, il finale è sempre drammatico.

Rodin l'adieu

I tradimenti di Rodin non erano solo storie vissute con altre donne, quel farabutto tradì la mia arte, le mie conquiste! Egli non ignorava che molte persone malvagie avevano osato dire che era lui a fare le mie sculture, perché allora fece di tutto per accreditare questa calunnia? La sua opera “Le porte dell’inferno” si tramutò nella realtà dei miei giorni.

Rodin le porte dell'inferno

Decretò che dovevo espiare la mia colpa: la perfezione delle mie sculture. Iniziai a conoscere la mano malevola che lavorava nell’ombra per allontanare da me tutte le mie amicizie perché arrivassi a implorare il suo aiuto e diventasse il mio benefattore. Fui considerata il morbo, il colera, dagli uomini che si occupavano di questioni d’arte. La mia presenza li metteva tutti in fuga. Rodin viveva nell’olimpo della notorietà, Camille Claudel nel sarcofago della morte! Decisi di lasciarlo e, come ben sai, andai ad abitare prima al 63 di Rue de Turenne, poi al 19 del Quai de Bourbon.

Oh, Paul…si può amare e odiare nello stesso istante? Lo odiavo, ma sentivo il bisogno di trattenere con lui una corrispondenza affettiva, di felicitarmi delle sue opere come quando creò “Balzac”.

monumento a Balzac

Questo per soli due anni perché Rodin continuò con il suo piano maledetto! Vi fu una notte nella quale due loschi individui tentarono di forzare le mie persiane. Li riconobbi: erano due modelli di Rodin. Era lui che aveva impartito l’ordine di uccidermi, voleva farmi sparire. Da quel momento una forte rabbia mi travolse non solo contro Rodin, ma anche contro quelle mie opere che mi supplicavano di perdonarlo e di riprendere ad ascoltare i suoi insegnamenti. Iniziai ad odiarle e a porre fine alle loro squallide suppliche distruggendole a martellate. Le vedevo sanguinare a terra massacrate da chi le aveva generate. Poi facevo venire un carrettiere al quale affidavo l’incarico di interrare quei miseri resti. Le mie creature vivevano quanto vive una rosa.

Com’è possibile che i tuoi versi diventassero la mia spietata verità? “Fui felice un tempo, ero bella. Ma d’un tratto tutto si spezzò come uno specchio, come se un sol giorno avesse annunciato che il ricordo era morto nei ciechi.” Alla morte delle mie opere sentivo il desiderio di vagare per giorni per scoprire le storie nascoste sui vari volti, dentro a gesti apparentemente abitudinari. Mi sentivo finalmente attratta dallo spettacolo della vita sulla strada. E mentre ascoltavo le storie dei miserabili ritornava il desiderio di conquistare la vita. Qualche cosa di buono si stava preparando  per me.

Oggi sono posseduta di nuovo dall’amore, sono un’anima in volo nei luoghi del destino. Scopro segreti non più inaccessibili, conosco il destino di chi ho amato  anche se la sua presenza è invisibile. Il gioco della mia immaginazione mi fa comprendere la vera realtà  del mio passato. Sono sempre stata la sua donna! Vedo Rodin andare a far visita a Eugéne Blot, il nostro amico gallerista, e alla vista del mio ritratto della mia opera “l’Implorante”, inizia ad accarezzarlo dolcemente e a piangere…sì! A piangere come un bambino, mentre pronuncia queste parole: “Le ho mostrato dove trovare l’oro, ma l’oro che lei trovava le apparteneva.”

L'implorante di Camille

Anche tu credi che mi abbia amato realmente?

Raccontami, Paul, ami ancora Dio o il tuo amore nasce da un tuo nascosto senso di colpa nei confronti di questa tua povera sorella? Sei diventato come Rodin? Divenne devoto a Dio dopo aver tradito quella complicità di intenti che nasce dagli sguardi complici tra un fratello e una sorella. Lasciò che la sua povera sorella morisse sola tra i dolori lancinanti di una tempestosa malattia. E quando la sua mente fu flagellata da un opprimente senso di colpa decise di abbandonare l’arte e di unire la sua anima all’ordine religioso del Beato Sacramento. Vedi, Paul, come la follia, il demonio, sta destando in me la più completa memoria! Mi era stato rimproverato (crimine orribile), di aver vissuto da sola, di aver avuto un nutrito numero di gatti in casa, di soffrire di delirio di persecuzione. Sulla base di queste accuse sono stata incarcerata come un criminale, privata del cibo, dei più elementari bisogni, ma soprattutto del fuoco dei sentimenti. Ho vissuto lo sfruttamento della donna, l’oppressione e la morte dell’artista. Posso essere paragonata ad un cardo rosicchiato dai vermi che divorano ogni foglia appena germogliata. Cosa ho fatto per essere così sola? Credi che mi sia divertita a passare gli anni senza nessuna speranza? Da dove viene questa ferocia? Dov’eri quando venni gettata dentro ad una carrozza, trasformata in una terrificante gabbia, per essere condotta nel primo luogo della mia “presunta espiazione”, il manicomio di Ville Evrard?

donna accovacciata di Camille

Ma come, Paul, non hai sempre espletato la tua doverosa funzione di perfetto cattolico senza mai mancare al sacro amore per il prossimo? Mi par di sentire la tua risposta: “Venni sollevato dal saperti al sicuro.” In me vedevi trasformarsi in realtà le tue parole “Solo il male è faticoso perché si oppone all’essere.” Venni gettata in manicomio mentre le tue poesie cadevano nell’abisso della contraddizione. Come potevi aver scritto “L’amore significa essere per il disegno totale, dove la giustizia e la bellezza sono salve. Non vi è nulla in cielo e sulla terra che l’amore non sia capace di dare”, ed essere stato accondiscendente con la decisione di nostra madre di farmi sequestrare per rinchiudermi nel girone dei dannati? Nostra madre, da onorata religiosa, era convinta con il mio internamento di  adempiere alla sua missione: difendere l’umile società da questa figlia corrotta. Per Louise, la nascita appartiene ad una sorta di miracolo divino. Ma a sua figlia la sorte le aveva dedicato anche un’altra nascita. Ne era fermamente convinta mentre appuntava la sua firma sul documento che redigeva la mia nuova venuta al mondo non più nel suo grembo, ma nell’abbraccio confortevole di medici e infermieri, persone da lei considerate  particolarmente amorevoli che avevano scelto di vivere curando i poveri internati del manicomio. Nel mio nuovo certificato di nascita avevano anche l’obbligo di registrare il mio nome nel casellario giudiziario. Cosa mi sarebbe spettato d’ora in poi? Oh…niente di preoccupante, solo la perdita dei miei diritti civili!

Per nostra madre il volto di Gesù si replicava sui volti dei camici bianchi, i miei fini torturatori, ma per lei veri missionari di pace, quella pace che avrebbero destinato alla mia mente. Quante volte ti sarai congratulato con nostra madre per avermi fatto sottrarre anche il permesso di far recapitare le mie lettere? Anche il dottor Truelle le obbediva, anche lui era stato intrappolato nella sua ragnatela. Durante il mio primo anno in manicomio il mio corpo cedette alla sventura, persi ben venticinque chili, sepolta nella più completa disperazione avevo solo bisogno di vedere un amico.

Ora so tutto, Paul, proprio tutto! Possiedo l’arte misteriosa di conoscere le date di un tempo sacrificale. Mercoledì 5 marzo 1913: il mio amato fratello incontrò il dottor Michaux affinché gli rilasciasse il certificato medico per il mio internamento. Sabato 8 marzo, la “povera” madre Louise pregò il direttore di Ville Evrard di farmi internare. Avevo al mio attivo trent’anni di lavoro accanito ed ero ugualmente punita, privata di tutto quanto può fare la felicità di vivere. Due energumeni fecero irruzione nella mia abitazione e malgrado le mie proteste mi misero in una carrozza con delle sbarre. La povera Cenerentola impazzita stava per essere portata nell’isola della morte. Ma ero convinta che papà sarebbe ritornato a vivere per  liberarmi.

dav

Avrei ascoltato i suoi passi, visto la ripresa delle sue forze e assieme saremmo ritornati a vivere il tempo delle scoperte. Papà sapeva che il mio unico vero delirio era il delirio di amare e lo aveva compreso profondamente anche nella ricerca della mia solitudine. Papà avrebbe spalancato le porte del manicomio e come una gran dama alla quale spetti per diritto dinastico un nobile passaggio terreno, sarei ritornata a contemplare la vita. C’era ancora tanto da fare…tanto.

E anche se il torpore della massiccia sedazione predisposta per le nuove arrivate sovrastava il mio corpo, io continuavo a sognarlo a voce alta. Il suo volto era fatto di luce, il suo sguardo impreziosito dalla gioia di riascoltare la mia voce: “Papà quanto ti amo! Ricordati che Camille non tradirà mai la nostra migliore opera: il nostro amore.”

foto Camille con il padre

Per quale motivo decidesti di infierirmi una vendetta ancora più atroce del mio internamento? Ignara della sorte maledetta che tu e Louise, da lì a qualche ora, mi avreste destinato, in quel tragico dieci marzo fui costretta a supplicare notizie al cugino Charles della morte di papà. Ero sicura che negli attimi che avevano  preceduto  la sua morte, papà aveva invocato sua figlia, la sua “piccola Camille”. E sua figlia non si era presentata!  Un’unica domanda flagellava la mia mente: come avrei potuto farmi perdonare da papà? Il tormento, la disperazione a questa domanda, riusciva a placarsi un po’ solo quando mi ritrovavo nel giardino di Ville Evrard. Seduta sulla panchina infilavo piccole margherite tra i miei capelli, rassettavo il vestito, mentre promettevo a me stessa che non avrei pianto. Ero pronta ad ascoltare la sua voce, a rivivere le sue parole: “Sono qui…insieme ritorniamo a scoprire l’incanto del cielo, come quando eri piccola. Ricordi, Camille? Ogni forma delle nuvole era un piccolo segreto che ti svelavo, una storia da raccontare.”

“Oh sì papà! Il cielo si riempiva delle nostre parole.”

“Ma il tempo passa e ci spetta l’ingrato compito di conoscere la crudeltà di giorni che vorremmo che non ci appartenessero. Eppure il cielo è ancora azzurro!” Guardalo, mia piccola Camille…non piangere…Io ci sarò.”

E mentre trattenevo le lacrime, di una cosa ero certa: io papà l’avevo vissuto. Ero stata parte della sua vita, dei suoi pensieri, dentro al nostro pezzetto d’eternità.”

Papà non era morto.

Il cielo era ancora azzurro.

Anche questa volta avrei sconfitto la morte?

Ero nata per sconfiggerla o forse per allontanarla dai pensieri di Louise, dal dolore di nostra madre. Nacqui sedici mesi dopo la morte di nostro fratello, del piccolo Charles Henri. Perché nacque una figlia? Si chiese Louise. Avrebbe dovuto nascere la copia del piccolo Henry. E più passava il tempo, più nostra madre non riusciva a cogliere nessun legame tra questa ingombrante figlia e il suo sacro patrimonio genetico. A volte cercava di nascondere la sua rabbia con una rivoltante indifferenza che spariva ben presto, perché ai suoi occhi la piccola Camille appariva come un’arguta aquila in grado di strapparle le attenzioni dell’adorato marito. Nostra madre era riuscita a trasformarmi in in una rivale, e rapidamente trovò una “giusta motivazione” per il suo sguardo freddo e indifferente. Diventò particolarmente attenta nell’osservare ogni dettaglio del mio comportamento per poi considerare il mio desiderio di vivere liberamente come una sorta di ribellione meschina contro chi l’aveva generata. Era Camille che non amava sua madre! Non ero certo nata per far proliferare i suoi sogni, ma non riuscii nemmeno ad allontanare dalla sua mente la morte del piccolo Henri. A me era riservata una morte diversa, la morte del talento, la morte di ogni desiderio. “Ti fai sempre attendere, Camille! Perdi sempre tempo! L’ozio continua ad essere dalla tua parte. Argilla, polvere…gli unici ingredienti che conosci.”

la piccola Chatelaine

Poi l’occhio sferzante di rabbia tentava di cancellare dalla sua visione la mia creatura, la mia nuova piccola scultura. E’ vero! Fatta con il fango, la polvere, e forse era l’unico modo per combattere il suo disprezzo e affermare il vero motivo della mia nascita: ripudiare tutto ciò che è ovvio, che è imposto. Solo allora le mie mani si moltiplicavano, laboriosissime tra di loro, intime e complici amiche, ordivano la trama della mia nuova creazione.

Io esistevo per loro.

Loro vivevano per prolungare la mia felicità.

Sono convinta, Paul, che l’arte della scultura nasca con il bisogno ancestrale di toccare, di esplorare la pelle di chi ha custodito per nove mesi l’attesa della nostra venuta al mondo, ma questo non mi fu permesso. Nostra madre conservava il sogno proibito di poter rivedere quel figlio che il destino strappò alla vita.

Le mie piccole mani, per Louise, rappresentavano l’arte di una maledetta seduzione. Comprese subito che nacqui per sedurre tutto ciò che era proibito. Ero decisa, coraggiosa, imperiosa, una vera e propria rivolta della natura! Con il tempo imposi anche ai nostri domestici di posare per le mie sculture. A casa il mio era un atteggiamento sovrano contro l’austerità di Louise, ma ero anche l’unica che poteva consolare le tristi parole di papà: “Che peccato questa discordia in famiglia. Mi causa un immenso dolore”.

Più scoprivo la tristezza di papà dettata dalla severità opprimente di nostra madre, più il mio atteggiamento ribelle aumentava. Non mi sarei mai piegata alla visione negativa di casa. Già all’atto della mia nascita avevo reso inerme il sentimento inutile della rassegnazione. Avevo bisogno comunque di ascoltare le tue parole: “Non arrabbiarti Camille, anche se sono più piccolo di te io sono in grado di fare una magia! Tra un po’ diventi piccola, piccola, ti metto nella mia mano e ti porto via da qui.” Arrivato nella magnifica brughiera di Geyn facevi scendere dalla tua mano la tua piccola fata accanto alla grotta misteriosa dove si diceva che avesse vissuto una strega. Vivevamo il fascino di ciò che agli altri incuteva paura e proprio lì iniziavo a lavorare l’argilla mentre i tuoi occhi sognavano le tue poesie, il viaggio dei tuoi primi racconti. Ultimata la mia creazione attendevo il tuo sguardo colmo di ammirazione, aspettavo la tua mano che si posava sulla mia. Ero impaziente di ascoltare le tue parole: “Cos’è che ci unisce per sempre?”

Desideravo sognare con i tuoi occhi  per diventare uno dei tuoi personaggi.

Non serve che mi supplichi il tuo perdono…io amo Paul bambino e Paul della mia gioventù. La mia arte non ha potuto fare niente contro l’inevitabile e desidero solo chiederti se finalmente hai trasformato il mio dolore in uno dei tuoi incantevoli personaggi. Vorrei averti qui e sentirmi dire che la mia presenza nelle tue poesie è ovunque, perché per te, mio amato fratello, sono ancora piena di invenzione e di genio.

Voglio essere l’altro tuo occhio pieno di attenzione verso il mondo, il tuo mondo. Ma per essere l’altro tuo occhio, anche tu devi conoscere cosa sta accadendo qui, nell’isola della morte.

Bravissimi acconciatori dal camice bianco stanno preparando la nuova acconciatura, il nuovo geniale esperimento, la maledetta medusa…quel groviglio di elettrodi che si attorcigliano tra di loro sibilando come serpenti. Sono i guardiani della mente dei folli, i cui pensieri, grazie a loro, non avranno più il volto di vecchie puttane pronte a vivere nella lussuria, nella bramosia di deliranti desideri. Oggi tocca il turno di una giovane arrivata sottoporsi all’espiazione dei peccati.

Perseo e la gorgone di Camille

Il vecchio medico, sempre più simile ad un pachiderma, arriva puntuale pronto a sfoderare alla nuova arrivata la sua putrida domanda: “Ha bisogno di qualche elettromassaggio…cosa ne pensa?” Non vi è nessuna grazia clemente verso il pianto della giovane donna. La medusa sferra il suo attacco! Il terrore spezza il suo corpo in terre desolanti, in preda a movimenti violenti, indomabili. Poi il nemico issa la sua bandiera e osserva soddisfatto il senso di pudore che appartiene ancora alla giovane donna perché chiazze di urina compaiono sul suo corpo muto.

“Bastardo” riesce a sussurrare con l’esile voce che le rimane. La sua voce diventa un labile soffio intriso di sangue, alla deriva contro il vuoto lasciato dall’ennesimo dente tranciato dal ritmo diabolico delle convulsioni provocate dalla medusa.

Una piccola perdita senza importanza…qualche dente saltato in più.

opera Tête-desclave di Camille Claudel

Capiterà anche ad una povera vecchia?

Ma io non ho paura! Camille fa parte della razza degli eroi.

Tu pensi che ai vecchi spetti una triste rassegnazione? No, Paul. La visione del mondo ora è chiara e precisa, legata non solo al tempo della memoria, ma al mistero dell’uomo. Scopriamo cose che prima non siamo mai riusciti a scoprire.

Sto pensando al ritratto di nostra madre che avevo fatto all’ombra del nostro giardino. I suoi grandi occhi in cui si leggeva un dolore segreto. lo spirito di rassegnazione che regnava sul suo volto, le mani incrociate sulle ginocchia in totale abbandono. Tutto indicava la modestia, il sentimento del dovere portato all’eccesso.

Tutto questo era nostra madre, la nostra povera madre.

Ti supplico…quando verrai a trovarmi?

Il cielo è ancora azzurro.

Papà ci sta aspettando.

Voglio ritornare ad essere la tua piccola fata per ascoltare la tua dolce domanda: “Cos’è che ci unisce per sempre?”

la sirena o il pifferaio magico di Camille

Tua sorella, nello spirito

foto di camille nel bosco

Perché questo mio scritto?

In quale sorte del destino possiamo ritrovare il volto di chi abbiamo teneramente amato? A volte la domanda sembra cadere nell’oblio perché il tempo del presente non ci dona nessuna risposta. Troppo lontane le rispettive strade, ma forse solo apparentemente.

Ho amato seguendo il moto delle affinità elettive, il mistero della somiglianza non certo nello specchio della mia identità riflessa, ma nell’immagine di una reciproca creatività. Ho vissuto anche il totale appagamento nel sentire in ognuno di noi due l’unicità del proprio essere. Uguali e diversi! Contraddizione insita nell’origine del vero sentimento. Purtroppo  questa contraddizione diventa lacerante nel mostrarci, con il passare del tempo, la sua realtà: entrambi vogliamo vivere di luce propria!  E allora si allontanano i nostri passi, si svincolano dall’intimità del quotidiano. Ma nessuna trama ordita dal tempo può cancellare la domanda raccolta nei miei sogni. E’ il suo volto tessuto di luce che mi porge ancora le sue parole: “Cos’è che ci unisce per sempre?”

Sono sicura che troverò la risposta nella storia del mio nuovo racconto. Mi accompagna la mia fedele fantasia sempre in cerca del suo opposto: la veridicità dei fatti. Attendo che sia la storia di Camille Claudel a svelarmi il mistero dell’origine dell’amore, al di là del tempo destinato agli uomini.

Adriana Pitacco

quadri e sculture presenti: la nave dei folli di Bosch (1494)- Di Camille Claudel: Clotho (1893) – Cacountala (1905)-Il valzer (1905)- l’implorante (1905)-Donna accovacciata (1884-1885)-La piccola Chatelaine (1892-1893)-Perseo e Gorgone (1902) – Testa di schiavo (1887) -La suonatrice di flauto (prima del 1905)-Disegno a matita di Camille: ritratto del padre (1897)

Di Rodin: Il bacio (1888-1889)- L’addio (1889)- Monumento a Balzac (realizzato dopo sei anni di lavoro nel 1887. All’inaugurazione nel 1898, questo monumento, per la sua forte innovazione, suscitò parecchie critiche. Dopo ventidue anni dalla morte dello scrittore, il modello fu fuso in bronzo.

Brano musicale: Claude Debussy: Images Oubliees : prima della rottura con Rodin, Camille conosce il compositore Debussy. Questo incontro si colloca verso il 1888-1889

Un pensiero su “Cos’è che ci unisce per sempre?

  1. Sei tornata infine, carissima Adriana! Ti pensavo proprio tre giorni addietro, mi dicevo devo scriverle, devo sapere come sta. Ed eccoti qui con questo testo straziante, con queste grida e queste suppliche che fanno riflettere sull’amore e sull’esistenza tutta. Tornerò a rileggere perché una sola lettura non è sufficiente a penetrare in tutti i risvolti delle vicenda estremamente umana di questa grande Artista, ma anche nel senso più profondo di ciò hai scritto. E di ciò che hai scritto in questo “articolo” ti ringrazio.

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