Io ti vivrò

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Una grondante nebbia s’inerpica lungo l’aria e l’umidità zittisce i miei passi stanchi, terribilmente stanchi.

 Non preoccuparti…. tra qualche giorno non sarai più solo.

Rispondo ancora garbatamente alla giovane infermiera preoccupata che una povera vecchia affronti ogni giorno questo viaggio per ritrovare il tuo sguardo, il tuo respiro, qualche tuo cenno. Ma, anche a due poveri vecchi, la vita ha concesso il dono di vivere questo amore e di viverlo sempre, decisamente sempre.

E’ la mia piccola impresa quotidiana essere qui, vicino a te. E impetuosa ora la luce sverna lungo la stanza spolverando le poche foto che ti hanno concesso di tenere accanto a te. Foto sbiadite, dai contorni non ben definiti, dalla datazione non chiara… così le potrebbe definire qualche infermiere di passaggio. Per noi, poveri vecchi, sono i nostri trofei, le nostre piccole gioie dell’esistenza. Con la tua inseparabile macchina fotografica, che chiamavi la macchina della meraviglia, ti divertivi a fissare il racconto del nostro diario quotidiano. “Che banalità!” potrebbe commentare qualche buon pensante, senza comprendere che desideravi rappresentare quello che tu definivi “L’attimo dell’esistenza”, unico e irripetibile.

Ma oggi? Dove troverò quest’attimo irrinunciabile?

Anche oggi ti hanno lasciato dentro al tuo piccolo feudo circondato dalle antiche mura che impediscono la tua rovinosa caduta sul pavimento. Il feudo, quel misero letto, transennato da un’invalicabile ossatura di ferro. Beffarda la malattia si diverte a oltraggiare  il tuo corpo, le tue esili forze. Singhiozzano i tuoi scarni movimenti assediati dalla fase finale della malattia. Secondo i medici nessuna parte del tuo corpo ora potrà ammutinarsi contro la tua inesorabile fine. Agguerrita la morte sta posando sul tuo corpo la sua dannata calligrafia, manca solo la sua firma nell’atto finale.

Continuo a scovare le loro parole; sono convinti che una povera vecchia non possa comprendere nulla delle loro sentenze. Dicono che hai smarrito l’abilità dell’uomo di riconoscere gli eventi giornalieri, di modellare i lineamenti del tuo volto sulla base dell’armonia delle emozioni. Per gli altri sei un vecchio, un maledetto vecchio, con un volto di selce, un volto pietrificato con uno sguardo assente, terribilmente senza memoria.

Provo a lacerare il dolore, ad annientarlo fino a trasformarlo infinitamente nel nulla…

Vedo le tue mani da mesi intorpidite da una rancida artrosi, impazienti nel rispondere alle mie carezze. Le osservo mentre si  trasformano in minuscole ali nel tentativo di librarsi in aria per far aderire l’innato istinto comunicativo al cenno del saluto.

Qualche attimo, io aspetto…

Ma friabili, delicatamente friabili, le tue minuscole ali di farfalla vengono recise da ogni intenzione comunicativa. Insopportabilmente ferme non sono più in grado di far confluire lo sguardo al movimento. Mentre asciugo le tue silenziose lacrime, che si sgranano come perle sul tuo volto usurpato dal dolore, riprendo la mia, la nostra abitudine quotidiana: appoggio le mani sulle tue e assieme accompagniamo gli occhiali a rivestire il tuo sguardo che implora ancora il mio volto.

Ora lo so! Lo sento…

Comprendi ancora le mie parole, i miei pensieri…

Ma non aspetto il levar delle tue risposte…

Non sforzarti! E’ un sacrificio che ora non ti puoi permettere.

Voglio solo stringere i giorni che ci rimangono come una nostra solitaria opera d’arte.

E improvvisamente sgombra da ogni tristezza, avvampa la stanza della luce dei nostri ricordi, s’allarga lo spazio veleggiando in nuovi mari, ad ogni tratto di costa approdiamo in nuove terre, conquistiamo un po’ di tempo, un gruzzolo di giorni senza l’assillo della fine.

Rivedo germogliare la melodia del tuo volto per custodire il lievitar delle nostre ore. In volo, attorno a te, divento l’unico pianeta in grado di compiere un viaggio attorno alla tua immagine. E il viaggio vive, prosegue nella cosmologia del quotidiano. Abbandoniamo l’urlo malinconico, mentre assieme viviamo il desiderio di rintracciare il tenero olfatto delle nostre abitudini, il nostro intimo racconto. Ma cos’è per noi due l’infinito se non una serie di unici istanti vissuti nel progredir di dolci abitudini? Come la nostra irrinunciabile abitudine di leggere il nostro inseparabile giornale. Perché mai e poi mai abbiamo tradito il nostro diritto inviolabile alla conoscenza per poter comprendere i cambiamenti di un mondo così tremendamente veloce a idolatrare false notizie, ma soprattutto a rappresentare i cambiamenti attraverso una scrittura che fluisce in false notizie degne di un’opera buffa. Ma noi, anche da vecchi, quell’opera buffa, abbiamo il dovere di dissacrarla, di scoprire le cause di quelle assurde mistificazioni. “Anche da vecchi vogliamo essere liberi di conoscere, di comprendere” Queste tue parole erano semplicemente l’overture prima d’iniziare il lento processo della lettura. Lento e spesso insopportabilmente faticoso.

Durante la scarna decifrazione delle parole scritte, i nostri occhi cercavano di rimanere ancora frizzanti nel temperamento. Qualche attimo d’illusione… La vecchiaia ci concede anche questo.

Poveri sguardi! Continuavano ad annaspare nel tentativo di definire rapidamente ogni tratto visivo che si potesse configurare in un’immagine nitida e precisa. Ma l’ostinata testardaggine fa parte di quella regalia che il tempo, con l’avanzar degli anni, si è premunito di offrire in dono a due poveri vecchi. E così, come un’opera paziente, degna della più nobile musa, univamo ogni frammento, ogni minuta lettera, e durante il laborioso procedere lo sguardo si riappropriava della capacità di leggere, di esplorare la scrittura e finalmente poter affermare la nostra libera testimonianza.

Siamo considerati vecchi e malati di malinconia, ma con la tua dolce malinconia mentre scrutavi il cielo mi rivelavi questo segreto: “Ricorda…c’è un inizio e una fine nella trama ordita dal tempo, ma non dimenticare mai il nostro minuscolo pezzo di cielo….solo così il tempo non avrà il senso della fine.” Poi il sorriso e la tua mano alla ricerca della mia, perché io sapevo esattamente cosa rappresentava per te questo minuscolo pezzo di cielo: era semplicemente ogni attimo unico dell’esistenza, unico e irripetibile di questa nostra lunga storia d’amore.

Sei stato il mio ambasciatore di gioia. Ma oggi naviga il nostro pianto mentre s’accarezzano le nostre parole al passo della memoria.

Era la carezza dei tuoi occhi che conosceva ogni mio desiderio.

Io ti guardo…

Anche se per gli altri il mio è solo lo sguardo di una povera vecchia, così assurda perché follemente innamorata.

Io ti guardo….e mi sento un Dio pronto a varcare il suo nuovo pianeta, la sua nuova creatura.

Un passo verso di te e un infinito sguardo per la mia storia di donna.

Sai…sento di nuovo il suono dei tuoi passi nel naufragio della morte e ti rivedo nel nostro ritmo giornaliero.

Scorgo i tuoi sorrisi, formidabile patrimonio genetico nel grembo del nostro giorno.

Corpi celesti nell’intima pausa di noi.

Le mie parole si scontrano con la voce gracchiante della capo reparto che annuncia la fine del mio viaggio giornaliero.

Ma non preoccuparti…domani il mio viaggio continuerà, sarò ancora qui.

Un altro bacio…

E ora lascia riposare il silenzio.

Noi due assieme ritorneremo a vivere il nostro piccolo pezzo di cielo.

E vivremo come lo spirito di una farfalla…

mentre il tempo ci concederà un po’ di tregua sancendo un armistizio con la morte.

Esco…

Con passi pallidi m’incammino a riprendere il nostro intimo racconto.

Ma scoppia il cuore in un silenzioso pianto.

 

 

L’ARTE DI AMARCI PER SEMPRE: Bella e Marc Chagall

 chagall e bella

 Ci sono parole che rispecchiano la vera essenza della vita, il mistero di quell’incanto poetico che compie miracolosamente l’atto dell’amare

” Tu ti getti sulla tela, che trema tra le tue mani, afferri il pennello, premi il colore dei tubetti: rosso, azzurro, bianco e nero. E mi trascini nel torrente dei colori. Improvvisamente mi sollevi dal suolo e tu stesso ti dai lo slancio con un piede come se la piccola stanza fosse troppo angusta per te. Tu balzi su, ti stendi in tutta la tua lunghezza e voli verso il soffitto. Ti pieghi al mio orecchio e mi mormori qualcosa…e tutti e due insieme saliamo leggeri, leggeri e voliamo via tenendoci per mano…

Giungiamo alla finestra e vogliamo passar fuori. Dalla finestra ci chiamano una nuvola ariosa e un pezzo di cielo azzurro. Le pareti, addobbate con i miei scialli variopinti, ondeggiano intorno a noi e fanno girare la testa. Noi voliamo sui campi fioriti e case di legno con le persiane chiuse, su campagne e chiese.”

Sono le parole di Bella Chagall, parole che al pari di un quadro, rendono visivamente la pura ebbrezza dell’amore.

i due innamorati

E’ la formula magica dell’amore che Marc Chagall intuisce fin dal primo incontro con Bella. “Il suo silenzio era il mio, i suoi occhi i miei. Sentii che mi conosceva da sempre, vedeva la mia infanzia, la mia vita presente e quella futura…”

E l’incanto prosegue nella cosmologia della vita quotidiana…

“Bastava che aprissi la finestra della stanza” scrive Chagall ” e subito entravano d’impeto insieme a lei l’azzurro, l’amore e i fiori. Vestita tutta di bianco o tutta di nero, già da tempo s’aggira come uno spirito nei miei quadri, come ideale per la mia arte”

in volo

Arthur Rubinstein suona di Franz Liszt, “Liebestraum”, sogno d’amore

Questo post è dedicato a Lorena, al viaggio incantevole della nostra amicizia che approda ogni giorno nei luoghi magici delle nostre parole…

luoghi…attimi del nostro divenire dentro al paesaggio dell’anima

A presto

Adriana Pitacco

foto lorena

La ricerca dell’eternità

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A Emma, che con la sua risata cristallina e con il suo coraggio mi conduce alla vera essenza della vita e mi ricorda queste parole: “Questa vita insieme intera, piena e indivisibile in ogni senso, che inerisce all’essere….ed è nell’essere di ogni individuo l’eternità che cerchiamo”.

Secondo quanto riferito dalle autorità locali, il nuovo centro d’accoglienza per immigrati si trova in una zona ridente, particolarmente adatta a far vivere gli ospiti in un clima gioviale finalizzato alla collaborazione, a far crescere in loro il desiderio di vivere assieme. Un luogo definito dai quotidiani locali come “oasi di pace”, nel silenzio celebrativo della multiculturalità. Mi ostino comunque a non tralasciare mai i miei dubbi: non ho perso l’abitudine di mettere a soqquadro idee, giudizi così ben architettati, costruiti abilmente…Ma per chi?

Riesco ancora a mascherarmi da persona avveduta, ossequiosa verso chi continua a osannare quel fertile e caritatevole amore per il prossimo che rapidamente si sta diffondendo dentro al campo, dentro a quel grande grembo materno nato per accogliere i desideri di vite finalmente non più tradite. E il centro, questa madre attenta e premurosa, si prodigherà in tutti i modi, perpetuando immensi sacrifici per soddisfare amorevolmente l’esistenza della sua nutrita prole. Oggi, questa fertile madre, ci concede il dono di poter ammirare le sue doti organizzative, unite a un sano spirito d’abnegazione. Trionfante, decisamente trionfante, decide di accoglierci, sicura che assieme festeggeremo le sue grazie materne. Mi travesto, implorando a me stessa di scovare qualche verità.

Entro, il calore divampa nell’aria mentre le corolle fiammeggianti guizzano viscide dentro l’aria stagnante.  Arranco grondante di sudore, alla ricerca di un lembo d’aria fresca.

E alla luce delirante del sole si ricompone il silenzio del mio sguardo.

Gli occhi rapaci cercano di rapire nel più breve tempo possibile quello scorcio di paesaggio umano mutilato, orrendamente deturpato, privato della sua dignità. Corpi violati dalla fame rantolano brevi passi per mendicare del cibo senza il brulichio di insetti.

Poi spuntano come germogli stanchi i volti di giovani donne, mentre sciamano in un impietoso silenzio i loro desideri. Sferzati dalla solitudine inaridiscono i loro pensieri. Sono volti che si muovono con sgomento e orrore. Le sentinelle del campo arrivano come scimmie abilmente ammaestrate, iniziano a fischiare, a sibilare come serpenti nella sabbia, pronte ad adocchiare nuove prede.

Si annidano davanti ad ogni recinto, intente a falciare ogni passo di chi possiede ancora l’istinto della fuga.  Lo chiamano “semplice istinto animalesco”, di chi non possiede nessuna dose di raziocinio, nessuna dose di gratitudine. Il loro è un compito particolarmente oculato: rintracciare i passi di chi cospira contro il rigore educativo del campo, contro l’amore caritatevole offerto a quei poveri selvaggi. Ben presto saranno educati a rispettare le regole di convivenza, a non tradire il loro dono quotidiano.

Tutti, compresi donne e bambini.

E così si sfregia la vita nell’urlo silenzioso del campo.

 

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Scialba la natura è costretta a non rivelare nessuna traccia del loro dolore.

Cammino, sostituendo i pali di filo spinato con alberi dalla chioma rigogliosa, rammentando che ad ogni ora il sole sicuramente mi offrirà i suoi colori, dentro ad ogni attimo di luce, dentro all’attimo vivo dell’esistenza.

Ma rimangono ancora da contare le innumerevoli gabbie che ospitano chi ha deciso di arrendersi. Volti vitrei, corpi terrosi, naufragati qui, nell’isola della morte, sono rannicchiati in angusti scheletri metallici con la vaga parvenza di letti. Nell’oblio della letargia rimangono ancora in posizione fetale. Perché?

Sono volti, corpi snidati dalle loro case, dalle loro intime abitudini quotidiane.

Ma anche in una vita smembrata della sua linfa vitale rimane ancora il respiro della nascita. E così mi trasformo in una venditrice ambulante di sogni per trasportare questi corpi senza più identità nell’istinto della vita. Prima di vendere qualche sogno, provo a cullarli teneramente.

Poi aspetto che qualcuno mi ascolti, mentre una luce giocosa vibra fremente in due piccole mani che mi invitano a seguirle.

“Vieni…la mamma ti vuole vedere! Ti ha riconosciuta sai! Lei vuole farti vedere la nostra tenda…mamma dice che nella nostra tenda si vedono i colori del cielo”

Occhi vispi, chioma arruffata, sembra un piccolo gatto selvatico che si districa abilmente dentro al reticolo del campo.

Ancora qualche passo e finalmente l’infanzia del giorno si svela in una risata giocosa che mi offre il suo saluto: “Oh, non hai perso l’abitudine di cacciarti nei guai!” Provo a scovare ogni minimo dettaglio.  Mani ossute spostano ciuffi di capelli neri ormai pronti a languire col tempo che avanza, il volto tradisce la sofferenza dei giorni vissuti al centro, ma la sua voce rimane fiera a tributar domande: “La vedi, dolce amica? Anche qui, in questo merdaio, ho saputo costruire la mia tenda blu, verde e rossa…perché blu è il nostro cielo, verde la prateria degli uomini liberi e rosso…Sì! Rosso…il sangue della nostra vita sempre in viaggio! Ma qui… in questo grande centro d’accoglienza?” Qui i bambini possiedono come unico gioco quello di contare questi fottuti scarafaggi che si inzaccherano dentro questa merda d’acqua. Ma almeno gli scarafaggi possono lavarsi, asciugarsi di nuovo al sole… Qui in questo merdaio, le fottute bastarde, le mosche, l’odore della specie umana lo trovano sempre più invitante.

Spariscono le lacrime dagli occhi rimasti ancora splendidamente intensi. Non riesco a staccare lo sguardo dal suo, penetrante, incredibilmente ravvivato dal flusso dei ricordi.  Osservo le sue mani appoggiarsi dolcemente sul suo grembo, riconosco quella voce squillante che raduna la sua ciurma per andarsene verso il marciapiede sventrato dal sole. Perché alle sette in punto gli ospiti vengono chiamati dalla dolce madre per il dono giornaliero: una manciata di infima brodaglia. Inflessibile rimane ancora la sua rabbia, come il suo indomito coraggio: “Siamo considerati dannati! Sporchi dannati! Ma noi da questo posto ce ne andremo… Anche questo figlio nascerà con lo sguardo verso il cielo! Ricorda….Siamo solo passeggeri del mondo….a volte partiamo, ce ne andiamo in luoghi lontani”.

Un vivo silenzio piomba tra i nostri complici sguardi.

Volano i ricordi come rondini.

Riconosco il tuo coraggio abituato a scovare nel buio notturno ogni sentiero che ti guidava fino al piccolo ospedale da campo. Rivedo ancora quell’ombra che si dileguava nell’oscurità, perché solo di notte potevi evitare di essere identificata per poi essere arrestata. Che colpa avevi?

La chiamavano “pulizia etnica”….

E prima di annientare la tua vita, ti concedevano il dono di scegliere come sarebbe avvenuta la tua morte: machete? Colpi di arma da fuoco? Bastoni chiodati?

Un dono concesso anche a tuo padre…

 Una regalia che non aveva dimenticato vecchie malandate come tua madre….Un modo per eliminarle il dolore della malattia, così era stata definita la sua uccisione.

D’altra parte non potevi certo far parte della “forza civilizzatrice del mondo!”

Al primo controllo dei documenti, per le giovani donne che appartenevano alla tua etnia, lo stupro diventava il preludio inesorabile alla morte.

Ascolto di nuovo le tue lontane parole, lì, al piccolo ospedale, mentre ti battevi i pugni sul ventre: “Guarda! Guarda questo figlio! Non sorride più!! Gli è rimasto solo un occhio per guardare, l’altro si è chiuso! Non cammina più….”

E oggi?…

Vedo nei tuoi occhi l’eternità che cercavo.

S. Rachmaninov, Cello Sonata op. 19, terzo movimento

 

Pablo Neruda,  “Il popolo vittorioso”

 

Il mio cuore è qui, in questa lotta.

La mia gente vincerà. Tutte le genti a una a una vinceranno.

Queste pene si spremeranno come fazzoletti per asciugarsi di tante lacrime

sparse sui pozzi e sulle tombe del deserto, sopra i gradini del martirio umano.

Ma è vicino il tempo vittorioso.

Che serva l’odio perché non tremino le mani del castigo,

e che l’ora giunga precisa nell’istante puro,

e empia il popolo le vie vuote con le sue fresche e ferme dimensioni.

Sta qui, per quell’ora, la mia dolcezza.

La conoscete, non ho altra bandiera

 

 Théodore  Géricault:  il coraggio e l’eternità nell’arte

 

vecchia

Erano giorni che quell’idea martellava continuamente la mente di Théodore; in fin dei conti la sua fama di pittore avrebbe potuto realizzarsi attraverso un quadro dalle dimensioni imponenti: un quadro sbalorditivo in grado di suscitare emozioni forti, violente, magari anche contrastanti, magari anche ripugnanti, ma nessuno di fronte al quadro sarebbe rimasto indifferente, distaccato dalla tragicità della visione. Un quadro, quindi, in grado di raccontare la forza inestimabile del coraggio dinanzi all’angoscia della morte.

Poteva essere considerata solo un semplice caso fortuito la notizia raccapricciante che i quotidiani stavano diffondendo con una certa dovizia di particolari macabri? Allo stremo delle forze, in una zattera pullulante di cadaveri, erano stati ritrovati alcuni superstiti del naufragio della fregata francese avvenuto il 2 luglio, davanti alle coste della Mauritania. Le testimonianze dei superstiti erano andate al di là di ogni possibile deduzione….Travolti dalla disperazione avevano violato un tabù insito nella dimensione umana: negli ultimi giorni, prima del ritrovamento, avevano alimentato il loro corpo con la carne dei cadaveri.

Vita, morte, totale disperazione….elementi che il destino stava offrendo a Théodore perché la sua arte li rappresentasse in un dipinto che avrebbe consacrato alla storia le sue doti.

Prima di tutto, era necessario far trasmigrare la realtà spietata dell’evento sullo spettro cromatico, quell’abito misterioso che la tela avrebbe indossato. Un tono tragico avrebbe fornito, fin dall’inizio della visione, l’impatto emotivo del dramma.

Rintracciò due superstiti per appurare la veridicità delle informazioni lette e scovare ogni tassello utile a fornirgli quel vortice di emozioni che aveva travolto i naufraghi.  Ascoltando il loro racconto, Théodore scoprì come la  morte, la disperazione, dentro alla zattera confabulassero con l’istinto della sopravvivenza.

Fin dall’inizio della testimonianza dei due superstiti, Théodore decise di non farsi intimorire da nessuna paura che avrebbe potuto emergere dal suo inconscio; paure rimaste finora latenti, come la paura della morte. Ascoltò con la massima dose di raziocinio, paragonandosi ad un investigatore in cerca di indizi per scoprire il colpevole, in realtà era semplicemente un oculato investigatore affamato di ogni dettaglio per poter rendere visivamente, con la propria opera pittorica, la tensione emotiva che aveva flagellato la vita dei naufraghi dentro la zattera.

L’incubo del cibo che mancava, dell’acqua imbevibile, dell’odore putrido che si radicava  dentro il corpo dei morti, del sole che friggeva ogni lembo di pelle, si mescolavano con un incredibile coraggio, con l’intento di sconfiggere fino all’ultimo respiro la sorte avversa.

Avrebbe iniziato il dipinto scrivendo sulla cornice un’unica verità

” L’unico eroe in questa toccante storia è l’ umanità”

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A Emma, vera passeggera del mondo

 

A presto,

Adriana Pitacco

 

La tela del crepuscolo

la danza crepuscolare

L’ultima lettera per gli amici….

ultime parole scritte, perché forse questo Dio da me finora rinnegato mi concederà la grazia di lasciare a te, caro amico, il mio ultimo dipinto, questa volta scritto.

I miei occhi da giorni stanno vivendo una solitudine crepuscolare. Frammenti di luce svelano le ultime esili ombre, di figure, di volti in strade ormai troppo lontane. E vecchio, tristemente vecchio, sorretto solo dalla malinconia del colore, tento di conferire a questi frammenti una fisionomia riconoscibile alla mente, alla memoria. Lo sforzo è immane, caro Valéry e spesso, troppo spesso, vano, perché il buio disorienta anche la mente mentre il più triste dei pensieri si annida dentro ad un ostinato silenzio. Non penso che alla morte, mio caro amico, niente di più triste della degradazione di una così nobile esistenza ad opera della vecchiaia. Niente di più assolutamente vero! Dov’è finito il tempo in cui mi sentivo forte, quando ero pieno di progetti? Sto scendendo la china molto alla svelta, rotolando non so dove mi trovo avvolto in moltissimi pastelli, come in una carta d’imballaggio. Tu sei l’unico in grado di condurre questa lettura, di cogliere il vero ritratto delle mie parole. E oggi la vecchiaia consola la mia solitudine offrendomi il desiderio di svelare alle persone amate l’intimo sguardo della mia esistenza. Senza che nessun timore, nessun dubbio sulla mia incapacità d’amare, possa tradire questo desiderio. Perché chi ama, non si prodiga alla ricerca di rendere perfetto il suo amore, di lavorarlo e architettarlo quasi alla stregua di un dipinto, secondo i più puri canoni estetici. Ama, ubriaco dell’imperfezione.

Ubriaco di quel corpo che folgora il suo desiderio; ama mentre lo sguardo della donna amata rivela il mistero dell’esistenza. Ogni innamorato possiede quel fertile dono che rappresenta il tratto distintivo del poeta. Come un canto le parole si trasformano in verità inconfutabili, volte a raggiungere un abbraccio universale…

Forse anche con Dio.

Io, povero vecchio, follemente cieco d’occhi e di novità, m’intenerisco al pensiero di non averti mai rivelato quanto le tue parole, la tua leale amicizia, sia stata così fertile per la mia vita. Oggi, mio caro amico, mi rimane solo questa compagna: la memoria. L’unica compagna che possiede ancora il dono di non tradire ciò che l’occhio nella mia lunga vita ha registrato, vissuto. Ma fino a quando?

Ssssh…non offrirmi nessuna risposta

Anche oggi desidero da me stesso una perfetta solitudine, ma diversa da quella solitudine che esigevo nella mia età feconda, fermamente sicuro che solo la solitudine mi avrebbe donato il tempo necessario per giungere alla perfezione dei miei dipinti. D’altra parte la solitudine ha spesso accompagnato i protagonisti dei miei quadri, come la malinconica figura femminile di quel dipinto che tu rinnegavi per la sua struggente solitudine. “Lascialo da solo quel quadro! Sì, quel quadro che hai chiamato l’assenza!  Non vedi che quella povera donna l’hai inebetita dall’alcool della tua tristezza !”

l'assenzio

Queste erano le uniche parole sferzate dalla tua rabbia, perché per te l’arte era ed è puro ed esclusivo giovamento, mai solitudine. Oggi questa solitudine è  solo la consapevolezza della mia esistenza… quel senso di intimo raccoglimento che si svelava solo quando il mio sguardo s’appoggiava delicatamente su quel volto per sfiorare la melodia delle linee e cogliere con un’unica carezza le tonalità dell’incarnato. E allora lì, in quel preciso momento, si compiva un miracolo al quale non ho mai posto nessuna rivelazione, nessun possibile chiarimento. Perché quel miracolo c’era, esisteva, e se avessi posto la mia mente a tributar domande forse sarebbe scomparso per sempre e mai più si sarebbe rigenerato. In quell’incontro scoprivo che quel volto apparteneva alla vita e omaggiava il mio sguardo dei suoi eventi giornalieri, della sua storia. E il ritratto che si raffigurava già nella mia mente, nell’ardore delle mie mani, si mescolava alla vita!

Diventava assoluta la mia commozione quando il mio occhio riusciva a fermare nel modo più preciso e convincente un particolare atteggiamento del corpo, quello che tu chiamavi l’impronta del cuore, per comprenderne l’anima. Prima di tradurre in espressione artistica quest’attimo inconfutabile, mi assillavo a comprendere quanto di questa verità sarebbe rimasto impresso in modo indelebile nella memoria.  Comunque, sovrano incontrastato dell’atto creativo rimaneva sempre il mio occhio, intento ad osservare ogni percettibile movimento, ogni modulazione di linee, pronto a vestire di storie, di vita, il volto che avrei ritratto, il corpo che avrei rappresentato. Trasformavo la tela grezza della mia esperienza visiva in un processo d’esplorazione.

il mercato del cotone

Tu, mio caro amico, lo chiamavi “disposizione dell’anima”, io oso definirla semplice disposizione dell’occhio,  che mi accompagnava sempre, dal primo albore della mia giornata.

Parole leali erano le tue, quando mi dicevi che riuscivo nei miei quadri a compenetrare il soggetto come un poeta. Io, comunque, non mi sono mai raffigurato nella veste di un poeta, non possiedo il tuo dono.

Figuriamoci nella veste sacrale di un genio! Ogni mio quadro era il frutto di una lunga e sofferta meditazione. Il lungimirante confronto con la mia ancora esile arte e le opere dei grandi maestri, mi portava a non accontentarmi mai delle mie opere. Perennemente insoddisfatto ci ritornavo sopra, qualcuno osava dirmi in modo ossessivo.

Spesso quando andavo a trovare qualche acquirente dei miei quadri notavo con solerte aria divertita che i quadri non erano appesi alle pareti. Come un’aquila nasconde le sue prede, il povero acquirente nascondeva le opere del maestro.

Le mie opere…

che al mio sguardo sarebbero apparse ancora incompiute, quindi opere che avrebbero acclamato a gran voce di ritornare a casa per un semplice ritocco. Ma forse, con il passar delle ore, il ritorno si sarebbe moltiplicato in infiniti ritocchi, perché il mio sguardo era avido di verità insite nella perfezione. La chiamavi, caro Valery, pittura laboriosa, a volte noiosa…. Ma se non fosse stata noiosa non sarebbe stata divertente!

Impietoso con me stesso, sempre….?

Forse era già insita nella mia vita di giovinetto, la sfida di immortalare con sguardo impeccabile la realtà. La visione doveva trasmigrare nell’eterno. E oggi mi chiedo se questa suggestiva idea, si sia provvidenzialmente insediata già nell’età feconda degl’anni giovanili germinando il suo seme, per sconfiggere negli anni a venire la mia paura della morte e quel dolore che s’avventa ancora nei miei ricordi, come la tormentata perdita della mia adorata madre. Sai….mi chiedo se tutto sommato sono stato meno coraggioso di quanto sperassi.

Ho sempre pensato che l’arte sia il dominio sul dolore attraverso la bellezza…

Ma ora? Oggi? Dopo?

Quale bellezza potranno cogliere i miei occhi? Da quale differente condizione di luce potrò ricostruire la mia vita?

Esco….esco lo stesso dentro alla mia abituale passeggiata quotidiana….

Mi sostengono le mie mani diventate i miei occhi.

Per sempre Degas

la passeggiata

Da Erik Satie, Gymnopedie n.1

Lo  sguardo architetto di Edgar Degas

la mendicante

Fin dagli anni giovanili Degas è stato un artista solitario, totalmente assorbito dalla sua arte, sua unica compagna, a scapito delle relazioni umane e degli affetti. Tale inclinazione lo condusse nell’età matura, a chiedere il perdono dei pochi amici che avevano colto sotto il carattere duro e scontroso la grandezza dell’artista integro, incorruttibile, mai disposto a sottomettere la sua arte alla moda del momento. Ed è proprio il poeta Paul Valéry, amico dell’artista,  che  dedica al pittore un saggio che intitola”Degas danza e disegno”, che ha il merito di svelare l’intimità di Degas.

E’ sempre Valéry che racconta come il padre di Degas, Auguste de Degas, dopo una prima resistenza alla decisione del figlio di dedicarsi alla pittura, ne asseconda la volontà, intravedendo in Edgar l’immenso talento. Egli avrà cura di indirizzare il figlio a quella profonda meditazione sui maestri della tradizione italiana che conosceva e amava. “Hai osservato bene gli adorabili maestri, te ne sei colmato lo spirito? E Giorgione l’hai bene analizzato nei suoi mirabili toni accompagnati da un così bel disegno di grande eleganza?” Sono le parole che tessono amabilmente i dialoghi, quegl’incanti poetici  tra il padre e il giovane figlio.

il padre

A dir poco commovente è la lettera che Auguste spedisce all’amato figlio, dopo aver ricevuto alcuni disegni preparatori del ritratto della famiglia Bellelli. “Hai fatto un passo immenso nell’arte! Il tuo disegno è forte e il tuo colore è giusto. Lavora tranquillamente, continua su questa strada, e stai certo che farai grandi cose. Hai un bel destino davanti a te, non scoraggiarti, non tormentare la tua anima.”

Giunto in Italia nel 1856,  Degas può finalmente contemplare le opere di Giotto. Si entusiasma talmente tanto per gli affreschi di Giotto che si rifiuta di copiarli per poter mantenere intatta nella memoria l’emozione ricevuta. Nel 1860 il giovane Degas ha eseguito più di settecento copie, soprattutto di opere del primo Rinascimento italiano e del classicismo francese. Lo sguardo si rivolge tutto ai movimenti, agli arabeschi che richiamano la sua attenzione. Lo sguardo architetto del giovane Degas isola figure separandole dall’intero contesto e, studiandone gli atteggiamenti del corpo e dell’espressione, si crea un archivio di forme al quale ricorrerà ogni volta ne avrà bisogno. Già nel 1853, a Parigi, si è iscritto come copista al Louvre. Qui ha luogo la sua formazione artistica nel modo che egli stesso ha scelto, secondo la sua massima:   “Bisogna copiare e ricopiare continuamente i grandi maestri, perché tutta quella gente, quei maestri sentivano la vita e non la rinnegavano”

Dalle parole scritte all’amico  Moreau si comprendono le sue convinzioni sulla complessa e accurata formazione di un pittore:   “Non è forse vero, mio caro amico, che c’è la possibilità di creare luce, bellezza, sentimento, disegno, con un grande amore per quel che si fa? Con la voglia d’imparare e una profonda convinzione dell’eccellenza della pittura?”

Lo sguardo meraviglioso di Degas, fin da subito, è in grado di penetrare l’ampia gamma di possibilità espressive insite nel ritratto. In una lettera all’amico Paul Valéry,  Degas registra le sue annotazioni mentre ritrae:

“Caro Valéry, mentre ritraggo persone in pose tipiche, familiari, il mio occhio, le mie mani, si preoccupano di rendere nel loro viso la medesima espressione dei corpi. Perciò se è il viso che caratterizza una cara persona, farla ridere. Ci sono ovviamente sentimenti che non si possono rendere per decenza, non essendo i ritratti destinati solo a noi pittori! Quante fini sfumature da rendere!”

la toletta

 

Attraverso il ritratto, l’occhio fotografo di Degas è in grado di scandagliare le qualità luminose dei colori, l’architettura raffinata delle linee, la gestualità dei corpi,  per trovare la chiave misteriosa e poter accedere alla vita quotidiana, ai pensieri profondi vissuti da uomini e donne che l’artista fissa per sempre nei suoi ritratti. Ma questa sua straordinaria capacità di rappresentare la realtà umana, non è esente da critiche sarcastiche. “E’ un povero deviato oftalmico! Un lezioso voyeur” grida qualche emerito studioso alla vista dei quadri di Degas che raccontano giovani donne nude nel momento della toeletta. Donne riprese in una quotidianità fino allora mai rappresentata. Ma nessun critico serio poteva certo tralasciare l’abilità predatrice di quell’occhio in grado di scovare ogni minuziosissimo dettaglio visivo, di isolare ogni pigmento coloristico, e infine di predare in pochissimi istanti l’ambita preda: quel mutamento quasi impercettibile della luce, la leggerissima sfumatura di un arazzo visivo, trama di forme nell’alchimia dei corpi femminili. Accalappiata la preda, l’occhio si trasforma rapidamente in un occhio impietoso volto a denudare le miserie del corpo umano, a dissacrare quel corpo femminile che la pittura fino allora aveva idealizzato. Non più quindi carne piatta e liscia, sempre nuda delle Dee, ma carne svestita, reale, ripresa nel rituale di abitudini intime. Donne che Degas racconta all’amico Valéry: “Le mie figure femminili sono degli esseri umani semplici, ma sinceri; si limitano ad accudire il loro corpo. Anche la pelle umana vive di una propria vita espressiva! Mi chiedi perché non mi sono mai sposato? Ecco! Ho sempre avuto paura che mia moglie potesse vedere uno dei miei quadri e dire : “Mm…carino..” una cosa è l’amore, un’altra è la pittura. E abbiamo soltanto un cuore.”

 

Ma quell’occhio fotografo, nell’ultimo decennio della vita di di Degas, ha un declino inesorabile.

I disturbi alla vista che lo avevano preoccupato fin dalla gioventù si aggravano tanto da far spegnere lentamente i suoi occhi. Nonostante l’avverso destino, non è raro trovare ancora Degas, ombroso e solitario, vagare per la città in cerca di situazioni ancora da osservare, da scoprire e da trasformare in soggetti per nuovi quadri.

Negl’ultimi anni della sua vita quegli occhi non possono più nulla ma le sue mani cercano ancora forme….

Le sue mani diventano i suoi occhi, intente a modellare fino alla fine l’essenza della vita.

creo finchè vivo

Colto da un aneurisma cerebrale, Degas muore il 27 settembre 1917 e viene sepolto nella tomba di famiglia nel cimitero di Montmartre. Secondo il suo stesso volere, davanti alla tomba, viene pronunciata soltanto la seguente frase: “Amò molto il disegno”

nudo

Ps: vi chiedo di scusare la mia innata voglia di travestirmi…

Perché dopo essermi seriamente documentata, ho voluto migrare in un quadro di Degas, e raccontare con la mia scrittura il rapporto con la sua unica compagna di vita: l’arte…

testimonianza profonda del suo amore per questo meraviglioso viaggio.

Questo post, questa mia lettera scritta con la voce di Degas, è dedicata a mio figlio Gianluca, a quel suo “Concerto al buio”, evento organizzato nell’ambito del Progetto Lions Kairos con lo scopo di migliorare l’integrazione sociale delle persone che per timori o pregiudizi troppo spesso sono considerate “diverse”. Il concerto, svolto completamente al buio, ha avuto come obiettivo quello di far  vivere ai presenti la ricchezza del suono del pianoforte senza l’ausilio della vista, proprio come solo i non vedenti riescono a fare.

A mio figlio, il mio inestimabile maestro

A presto

Adriana Pitacco

 

 

Ciao! Ti presento te stesso

guardando

 Persiste il trend di crescita per l’uso di antidepressivi e ansiolitici in Italia; in aumento il mercato della “falsa felicità”

Striature grigiastre solcano i muri; densa la polvere si è annidata in questo spazio che qualcuno  amorevolmente definisce “Casa Serena” per i lunghi giorni destinati al tempo dell’ozio. Qualche bravo infermiere ti sta ricordando che “essere qui” è un onore,  perché finalmente consacrerai la tua vecchiaia alla fase contemplativa della vita; senza comunque dimenticare la provvista giornaliera di medicine che scandiscono inflessibilmente lo scorrere del tempo.

Sei adocchiato continuamente dal sorvegliante di turno, pronto a dirigere il traffico dei tuoi pensieri, a dirottare le tue parole in un ordine logico, consequenziale agli eventi del giorno. Poi con ossequiosa calma, ti invita ad addentrarti verso la ronda giornaliera….

Qualche passo ancora, perché si rinnova l’ora delle visite.

 E finalmente oggi ti ritrovo…

Ma non ho bisogno di presentarti me stessa, anche se tanti anni ci separano dall’ultimo incontro. Avidi i nostri sguardi sanno già ricordare…

Ma ora dimmi… da dove vuoi che racconti quel tuo modo insuperabile di spiazzare ogni pregiudizio? Quelli che tu chiamavi “Il buon costume della medicina ufficializzata”.  Ho capito, mi stai dicendo che prima di essere un medico, sei stato un uomo e solo grazie ai tuoi pazienti, ti sei presentato al mondo. E così, oggi, testardo fino alla fine dei tuoi giorni, vuoi presentarti come abile narratore, vuoi spodestarmi per un po’.

Ti ascolto volentieri, toglimi pure lo scettro della scrittura. Sicuramente, sarai ancora così abile a smascherare l’ignobile ricettario fornito dalla provveduta società sulle miracolose cure per la felicità. L’ultima offerta è a dir poco commovente :  “Ti aiutiamo a conoscere te stesso,  a presentarti al mondo e a conquistare la felicità nel giro di due settimane, ad un modico e conveniente prezzo”.

Ora racconta, perché voglio ritornare da dove siamo partiti : “dal Mondo delle idee”.

Quel mondo che hai presentato come un figlio in quella clinica prestigiosa, dove eri stato invitato come relatore sul tema : “Psicopatologia delle depressioni-casi di guarigioni quasi impossibili”. L’avevi deciso fin dall’inizio che non sarebbe stata la solita relazione costruita dagli “addetti al lavoro”, sarebbe diventata, man mano, una lunga conversazione, dentro ad una sala gremita non solo da medici, ma soprattutto da uomini e donne alla ricerca di conoscere se stessi.

Londra 1980

 “Non vi parlerò di nessun caso di depressione impossibile da guarire! Affermare che vi sono casi impossibili, la cui guarigione sarebbe a dir poco eccezionale, sarebbe come affermare che nell’Uomo esiste solo la ricerca del piacere della felicità. Senza il dolore, senza che piacere e dolore si amalgamino tra di loro, l’uno nell’altro.

Siamo sicuri di conoscerci, ci paragoniamo a degli alberi che aprono i rami sempre più su…alla ricerca di luce…in alto! Poi giunge un momento in cui ci chiediamo se quell’individuo che cammina sia veramente il nostro Io che abbiamo da sempre conosciuto, o un altro che guardiamo senza riconoscerlo. E’ un albero che improvvisamente si piega per ritrovare la sua abituale posizione…. ma poi questo albero si sradica impietosamente. E allora intuiamo di aver avuto un unico difetto: quello di esserci sempre rifiutati di procedere al di là delle apparenze. Fino allora siamo rimasti dentro, come schiavi, in una caverna, costretti a guardare sul fondo di essa le ombre della nostra esistenza. Dentro scambiamo queste ombre per realtà perché non abbiamo mai voluto conoscere quelle vere. Schiavi di noi stessi, schiavi di una realtà ingannevole! Ma finalmente decidiamo di uscire dalla caverna .

Incominciando ad abituarci alla luce forte del sole, dovremo gradualmente scorgere le idee: non più realtà apparenti! Come uno schiavo finalmente libero, proveremo ad esplorare il mondo che ci circonda, ma ci prende l’angoscia di non farcela; ci chiediamo se sia opportuno ritornare dentro la caverna, incatenarci nuovamente. La vita non è più un albero che sale, ma linfa che scorre! Sempre più giù, fino alle viscere di un inferno e di un paradiso.

Scendiamo….è una discesa che ci travolge! E’ una guida dell’anima verso il mondo dell’essere. “L’idea della nostra reale esistenza alla quale l’anima partecipa” così direbbe Platone.

E questa è la vita! Dolore e Amore assieme: l’uno dentro all’altro.  E  in questo viaggio finalmente libero, ogni uomo, ogni donna si presenta al mondo”

 

E così continui a parlare con quello che chiamavo “il linguaggio degli Dei”.

Io ho ancora il privilegio di amare i tuoi sguardi struggenti divenuti parole nel paesaggio della tua memoria. Perché nessuna malattia, nemmeno quella acida vecchia dal nome Alzheimer che ti hanno affibbiato addosso, violerà la tua presentazione.

Perché quando io parlerò di te…

Ti ricorderò ancora così!

Per sempre…

 

Dalla raccolta “Ossi di seppia” di Eugenio Montale

 

Portami il girasole ch’io lo trapianti

nel mio terreno bruciato dal salino

e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti

del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,

si esauriscono i corpi in un fluire di tinte: queste in musiche.

Svanire è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce

dove sorgono bionde trasparenze

e vapora la vita quale essenza;

portami il girasole impazzito di luce.

 

Mi conosco perché ti amo: Salvador Dalì e Gala

 

il ritratto

 

“Ogni mattina, al risveglio, provo un piacere supremo: quello di essere me stesso, quello di essere Salvador Dalì. A sei anni volevo diventare cuoco, a sette anni Napoleone; da allora la mia ambizione non ha smesso di crescere: non voglio più essere che Salvador Dalì e nient’altro!”

Ma la vera presentazione di se stesso al mondo Dalì la compie con la prova indiscutibile dell’amore; nel 1929 il grande artista scopre in Gala il grande amore della sua vita.

la preghiera

Questo incontro storico avviene all’insegna della follia. Innanzitutto Dalì si trova in uno stato di esaltazione per cui ogni volta che vuole parlare a Gala viene preso da un riso irrefrenabile. Ogni volta che lei si allontana non fa in tempo a voltargli la schiena che Dalì si contorce dal ridere fino quasi a cadere a terra. E’ difficile quindi per Dalì riuscire a dichiarare il suo amore tra scoppi di riso nervoso. Non è cosa facile perché, oltre ad essere affascinante, Helena Devulina Diakanoff, figlia di un funzionario di Mosca, da tutti soprannominata Gala, manifesta una sicurezza che non manca d’impressionare il giovane Salvador. Resta il fatto che all’epoca Dalì aveva avuto con le donne solo delle esperienze limitate; sosterrà sempre che era ancora vergine quando ha conosciuto Gala.

 “Anche le vittorie hanno il viso incupito dal dolore. Non bisogna stuzzicarle” racconta Dalì.  “Ciononostante stavo per farlo, per serrarle la vita, quando la mano di Gala prese la mia. Era il momento di ridere, e risi con un nervosismo tanto più violento in quanto la cosa doveva risultare più fastidiosa per lei in quella particolare circostanza. Ma, invece di sentirsi ferita dal mio riso, Gala se ne inorgoglì. Con uno sforzo sovrumano, mi strinse la mano ancora più forte. E grazie alla sua intuizione medianica aveva colto il senso preciso del mio riso, così inspiegabile per gli altri. Il mio riso non era allegro come quello della gente normale, non era scetticismo o frivolezza, ma fanatismo, cataclisma, abisso e terrore. E quello che le avevo appena fatto sentire, che avevo gettato ai suoi piedi, era il riso più catastrofico, più terribile di tutti.  “Tesoro” disse ” Non ci lasceremo più”

Sempre durante uno dei loro primi incontri, Dalì chiede a Gala : “Cosa vuole che le faccia?”e Gala, con il volto trasformato, divenuto duro e tirannico, risponde:  “Voglio che mi faccia schiattare!”   “E se la gettassi dalla cima della cattedrale di Toledo?” S’interroga Dalì.  Sempre il grande artista racconta: “Gala mi distolse dal mio crimine e mi guarì con il suo amore. Grazie! Voglio amarti! Ti sposerò… questa fu la mia risposta. E i miei sintomi isterici scomparvero gli uni dopo gli altri come per incanto.   Ridivenni padrone del mio sorriso, del mio riso, dei miei gesti. Lei mi guarì grazie alla potenza indomabile e insondabile del suo amore. La sua profondità di pensiero e la destrezza pratica di questo amore surclassarono i più ambiziosi metodi psicanalitici.  E finalmente una nuova salute mi sbocciò nella testa come una rosa”

 

gala e la bellezza

 

E così, come racconta Dalì, ci presentiamo al mondo con la forza dell’amore: l’unico vero specchio della nostra esistenza!

E finalmente…

Ciao! Ti presento te stesso…

o me stesso!

i volti di gala

Questo post è dedicato a tutti coloro che hanno avuto il coraggio di uscire dalla caverna, finalmente liberi, di essersi presentati al mondo con la ricchezza inestimabile delle proprie idee, della propria diversità, ricordando il grande insegnamento di Galileo Galilei
“L’ Uomo è artefice del proprio destino”.
A presto
Adriana Pitacco

titoli dei quadri di Salvador Dalì: Giovane donna in piedi alla finestra(1925)- Autoritratto (1921)-  Studio per la Madonna di Port Lligat (1950) Leda atomica(1949) Tre visi di Gala appaiono su delle rocce

 

 

 

 

 

lotta come non ci fosse un domani

incidenti sul lavoro in Italia : 30.000 all’anno, con danni permanenti/morti per infortuni nei primi mesi del 2017: numero 85

palazzo-ducale

“In data odierna, come da protocollo, le comunichiamo che le sue suddette dimostranze nei nostri confronti per non aver ottemperato alla vigente legislatura inerente la sicurezza del lavoratore, risultano infondate. Inoltre la documentazione da lei inoltrataci risulta inattendibile e incompleta”.

Leggo rapidamente, cercando di nascondere la rabbia, l’ennesima burla dell’amorevole ditta che si rincresce così tanto per non aver ricevuto ancora la necessaria documentazione medica. Sono genitori avveduti, attenti ai loro lavoratori, e quindi non si accontentano di una semplice cartella clinica nella quale l’ospedale ha documentato la seria operazione che hai subito, il difficilissimo piano di recupero abilitativo che ti hanno sottoposto…

Desiderano conoscere più dettagli possibili. Siamo proprio fortunati perché sono dei veri genitori.

Tu ascolti in silenzio…

Ma è il tuo sguardo che rivela l’essenza di questi mesi, l’unica verità di questa esistenza.

“Lotta come non ci fosse un domani” sono le parole che ripeti a ogni risveglio

D’altra parte il combattimento è uno degli sport più antichi dell’uomo.

Sorrido, mentre vorrei solo aggiungere che è uno sport che qualcuno non vuole nemmeno iniziare, o nel quale si arrende al primo insuccesso, alla prima delusione. Ma la tua è quella che io chiamo una “nobile arte”, che richiede ai suoi praticanti una notevole dose di coraggio, forza e volontà nello sconfiggere l’avversario.

Ma forse il termine avversario devo volgerlo al plurale.

Perché di avversari da sconfiggere ne hai parecchi: prima di tutto, in alto alla vetta, è il tempo reale che si addensa in minuti e ore, che si rivela inesorabilmente ad ogni controllo medico. Perché sotto, stampato alla fine del foglio diagnostico, ogni volta, troviamo una scritta minuta, ma per noi preziosissima  “tra quindici giorni si ripetono raggi, controllo medico per la deambulazione e funzionalità  della gamba. Si considera eventuale nuovo intervento chirurgico”. Ecco, il tempo qui è precisamente stabilito! Quindici giorni e in questi quindici giorni devi sconfiggere il tempo. Non devi lasciare che nessun minuto possa addentrarsi nella fitta vegetazione della malinconia e che nessun pensiero tortuoso si annidi dentro di te per sentenziare che non ce la farai, che hai esili speranze di guarigione.

Hai deciso che il tempo lo devi dominare…Strana cosa per un essere umano! L’hai paragonato ad un cavallo selvaggio, e  nei quindici giorni che ti rimangono hai deciso di imbrigliarlo e di addestrarlo assieme al tuo corpo, assieme a questa “maledetta” gamba, per recuperare l’istinto ancestrale del cammino, dell’allineare i piedi, del poter stare in equilibrio eretto. Finalmente nella posizione trionfante per  volgere il tuo sguardo anche dall’alto, superbamente maestoso, senza che venga imprigionato dalla lacerante posizione orizzontale a cui il tuo corpo è stato costretto per mesi.

Ma il tuo pensiero mai!

Nemmeno la tua rabbia.  E non certo contro le “avversità” della vita, ma rabbia implacabile contro quella  frase scritta dalla “grande azienda”, dal famoso datore di lavoro. “Le chiediamo di non interloquire più con noi, dal momento che, a causa della sua prolungata assenza dal lavoro, il contratto è stato reciso”.

Nessuna lettera dell’alfabeto è stata allineata per decifrare l’espressione “incidente sul lavoro”. C’è solo una serie di numeri accanto alla parola archiviazione. Per loro non hai più un nome, un cognome, sei stato marchiato per essere mandato al macello. Ormai sei carne da macellare, identità inutile.

Ma forse, e questo oggi mi diverto a pensare, sei considerato una specie di Untore, al pari di un personaggio manzoniano e, se non ti fermano in tempo, potresti cospargere i luoghi dell’azienda contagiando gli altri lavoratori con il morbo della giustizia. Morbo che rapidamente diffonderebbe  nei lavoratori strani sintomi, quali: il diritto a tutelare la propria salute, a rivendicare un salario adeguato…insomma ad affermare la dignità dell’uomo.

La voce gracchiante dell’ipocrisia fa parte di quell’infame esercito che abilmente hai deciso di sconfiggere.

E’ un combattimento a pugni nudi, senza tregua…Non c’è tempo!

L’accademia dove ti alleni, io la chiamo sorridendo, “L’Accademia della vita”. L’abbiamo inaugurata con la bellissima frase di Galileo Galilei “L’uomo è artefice del proprio destino”. Qualcuno potrebbe sicuramente chiederti : “Qual è il tuo codice di disciplina?”  Resistenza, incassare i colpi del dolore, e considerare come unico arbitro la tua implacabile fiducia nella vita, perché quest’ultima ti offre decisamente, già all’inizio, punti di vantaggio.

E così oggi rinnoviamo la nostra visita al grande ospedale. Ormai sono mesi che il grande ospedale mi diverto a chiamarlo “Palazzo Ducale”, il grande Palazzo ducale di Venezia. Il motivo? Semplice!

Un giorno, scenderemo per l’ultima volta dalla Scala dei Giganti, scala che collega il cortile alla loggia interna del primo piano, e in quel luogo deputato alla Cerimonia dell’incoronazione Ducale, Noi celebreremo la nostra vittoria!

Entriamo, questa volta sei tu che mi porti con te

Sei tu che mi osservi teneramente mentre ascolto nuove parole

Sei tu, che come un vero equilibrista, rimani incredibilmente fermo, deciso a vivere ogni attimo

mentre cerco di trattenere parole trasformate in veri aquiloni…

Sono quelle del giovane medico

“Lo so che non potrei dirlo, io uomo di scienza, ma i suoi progressi sembrano miracoli”

E così hai vinto l’ennesimo Round

Quale titolo hai vinto?

Il titolo della VITA !

E allora portami con te…

Io ti seguo…

il-ballo

dal poeta Paul Eluard

la grande luce

Vieni, sali. Presto le piume più lievi, scafandro dell’aria, ti terranno alla nuca.

La terra reca appena il necessario e i tuoi uccelli di varietà tanto belle, sorriso. Là dove sei triste, come un’ombra dietro l’amore, il paesaggio copre ogni cosa.

Vieni presto, corri. E tu hai corpo più veloce dei pensieri, e nulla capisci? nulla ti può oltrepassare

 

La Vittoria nell’arte : Pierre Auguste Renoir

la-festa-dei-canottieri

Gli ultimi tre decenni della vita di Renoir sono ottenebrati dall’amara sorte di una grave malattia, contro la quale dovette duramente combattere.

Nell’estate del 1898 si recò spesso ad Essoyes, la città natale della moglie, ed è proprio durante il soggiorno ad  Essoyes che comparvero i primi sintomi di una grave affezione reumatica, che lo costrinse a trascorrere l’inverno al sud, in Provenza.

Nell’ultimo periodo della sua vita, la grave artrite reumatica gli creava grandi difficoltà. Le sue ossa si deformavano, la sua carne si inaridiva. Nel 1904 pesava appena 48,5 kg e non riusciva quasi  più a rimanere seduto. Dopo il 1910 non era neanche più in grado di muoversi con l’aiuto delle grucce e rimase costretto sulla sedia a rotelle. Le sue mani si erano contratte e somigliavano agli artigli di un uccello. Delle fasciature di garza erano necessarie per impedire che le unghie, crescendo, si conficcassero nella carne. Gli era ormai impossibile prendere in mano il pennello, che doveva essere incastrato tra le sue dita irrigidite. Egli continuava a dipingere in questo modo giorno per giorno, instancabilmente, quando gli acuti attacchi di dolore non lo costringevano a letto, dove un sostegno di fil di ferro proteggeva il suo corpo dal contatto con le lenzuola di lino. Di tanto in tanto rimaneva quasi completamente paralizzato. Si fece costruire un cavalletto sul quale poteva arrotolare la sua tela come un panno tessuto sul telaio; così poteva affrontare anche le opere di discrete dimensioni, benché fosse legato alla sedia a rotelle ed i movimenti del braccio gli consentissero di eseguire soltanto brevi, energiche pennellate. “Vedete” disse  al commerciante Vollard che lo osservava guidare il pennello con i suoi artigli ricurvi “La mano non è affatto indispensabile per dipingere! Indispensabile è l’occhio e il cuore!”

In questo periodo Renoir diventò anche scultore; trovò delle mani che plasmassero la creta sotto la sua guida. Il giovane artista spagnolo Richard Guino si rivelò un sensibile assistente. Dopo aver accostato la sua sedia a rotelle, Renoir dirigeva i lavori con una bacchetta: “Togli qualcosa lì…di più…così! ” I due erano talmente affiatati che bastavano brevi cenni, piccole esclamazioni, per intendersi.

Mai e poi mai, il vecchio Renoir lasciò che un’ombra di disperazione, di tedio, di dispiacere o di invidia affiorasse nella sua arte; desiderò solo che le opere create negli ultimi anni fossero un inno alla vita felice, un unico arcadico sorriso.

vittoria

“Faccio ancora dei progressi”, disse pochi giorni prima della sua morte, e si racconta che l’ultima parola pronunciata dalle sue labbra il 3 dicembre 1919 si sia riferita alla disposizione di una natura morta che intendeva dipingere.

“Fiori…” fu l’ultima sua parola.

renoir

Questo post è dedicato al mio compagno, splendido padre dei miei figli

A presto

Adriana Pitacco

 

infanzia tradita

arlecchino-1

“Quando avevo l’età di questi bambini sapevo disegnare come Raffaello, ma mi ci è voluta tutta una vita per imparare a disegnare come loro.”

Pablo Picasso

E se Picasso, bambino, vivesse ai giorni nostri? Domanda insolita?

Quale realtà tremendamente assurda potrebbe spezzare il suo volo? Il suo atto creativo?…

Oggi, troppo spesso, qualche “saggio” medico si diletta ad esiliare con saggi e apparenti realtà scientifiche il  mondo dell’infanzia estirpandone le domande, i perché, l’innata curiosità volta alla scoperta. Per troppo tempo sono rimaste chiuse in un oblio storie di vite offese ed umiliate, circondate da un’assurda indifferenza. IO, semplice donna, insegnante, ho raccolto le loro testimonianze e oggi cerco di raccontarle come se le raccontasse la voce limpida e spontanea dell’infanzia, senza dogmi…senza timore del racconto

 fiaba tratta da una storia di ordinaria follia

C’era una volta un grande medico che scriveva tanto, tanto, qualcuno diceva anche troppo. Dall’altra parte della città esisteva una mamma che si recò dal grande medico, per giunta psichiatra in una grande azienda sanitaria, perché il suo figliolo di soli sei anni parlava troppo, troppo e suonava sempre, sempre. Questo gliel’avevano detto le maestre. Mi chiedete se è una storia vera? Povera me! Sono costretta a dirvi di sì! La storia ha un numero di protocollo, un foglio scritto dal grande medico che nel suo miracolo temporale scrive di formule magiche nei totem di psichiatria. Il mago in soli dieci minuti pronuncia alla mamma il verdetto speciale: “Un caso particolarissimo! Sindrome di autismo intellettivo! Sindrome rara…” Inoltre disse che il povero bambino parlava tanto perché non capiva e non avrebbe mai chiesto il perché delle cose che vedeva. Il medico quindi propose alla mamma una strana pozione magica: due anni di psicoterapia da concordare con una psicologa di sua fiducia, un flacone al giorno di caramelle psicofarmacate e il timbro nell’apposito modulo per mettere il bambino in una provetta per la ricerca. Ma quando il bambino si mise a piangere, chiedendo alla mamma perché il mago non avesse pronunciato la parola bambino, la mamma lo prese tra le braccia e riascoltò la sua bellissima musica….

Dal mago medico non ci tornò più!

Mago od orco?….

 

Perché non accada più…

Afferma il filosofo Emmanuel Kant:

“Ci sono dei medici che pensano di scoprire una nuova malattia ogni volta che trovano un nome” E forse è proprio così che nel corso degli anni aumentano le pagine del famoso D S M cioè il Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi mentali. Ogni nuova malattia mentale viene stabilita attraverso discussione e voto di gruppi di esperti. Il DSM quindi si fonda su ciò che gli psichiatri chiamano consenso che in realtà è una votazione dei membri dell’American Psychiatric  Association e non una procedura scientifica. Col passare degli anni, i compilatori del famoso DSM, si sono accorti che potevano estendere la propria influenza nei riguardi di una quantità pressoché infinità di atteggiamenti e problemi mentali. Vi ritrovate da qualche parte nella lista ?  Perché tra l’elenco dei disturbi troviamo: il disturbo del calcolo- la brutta calligrafia- timidezza-snobismo-goffaggine-bere troppo caffè-aver piacere nel fumo di tabacco-incapacità di dormire dopo aver bevuto troppo caffè(questi “importanti” disturbi mentali li troviamo nelle pagine numerate con tanto di etichettatura) .

E se un bambino è distratto, magari indifferente alla voce così eloquente e riflessiva dell’insegnante? Ecco pronta la diagnosi! Basta sottoporre gli sprovveduti genitori ad una lista di domandine, così semplici e innocue. Ecco alcune domande del formulario magico:1-muove spesso mani e piedi 2-è distratto facilmente da stimoli esterni-3-spesso sembra non ascoltare quanto gli viene detto-4-spesso chiacchiera troppo-5-spesso spiattella la risposta prima che abbiate finito di fare la domanda-

Scusate… se vi sono sei risposte affermative, la diagnosi è pronta!! Dal formulario magico viene estratta la formula di: Deficit di attenzione e iperattività! Il caso è risolto!! A qualche genitore, il test può sembrare come quelli che appaiono in alcune riviste femminili dove ci divertiamo a rispondere ad una serie di domande chiuse per sapere, ad esempio, se siamo gelosi, timidi…Ma il dubbio, il confronto, viene subito tacitamente eliminato. D’altra parte, il test al quale sono stati sottoposti, è stato presentato da medici illustri, accademici, primari di rinomata fama. In tempi rapidi e precisi, gli insigni studiosi, hanno individuato come nella moderna società sia diffuso un “disturbo mentale” causato  probabilmente da uno strano squilibrio biochimico. Certo, i poveri genitori possiedono ben poca  dimestichezza  con l’appropriata terminologia medica. Gli studi, le varie comparazioni, parlano di possibili squilibri nella condizione chimica del cervello, di possibile trasmissione genetica. Magari a qualcuno potrebbe ritornare utile qualche nozione di diritto,  studiata ai tempi del liceo, perché se l’onere delle prove spetta a chi afferma tale conclusione, dovrebbero essere tracciati test biologici, esami clinico-strumentali. Comunque qualche saggio medico, consiglia loro di non inoltrarsi nello studio della psichiatria….si perderebbero in breve tempo! Deve essere solo una semplice questione di fiducia!!

E se il disturbo si trasformasse in una specie di virus contagioso verso gli altri figli? In effetti, secondo le ultime statistiche, almeno il 10% della popolazione scolastica ne è afflitta, ma per fortuna esiste un’innocua  cura preventiva. Insomma, se al soggetto affetto da disturbo di attenzione e iperattività (siglato come ADHD) il dosaggio delle caramelle psicofarmacate è di quattro dosi giornaliere, ai fratelli, portatori sani, basterà dargliene la metà. Il nome poi, della potente ed energica caramella psicofarmacata ha un nome semplice, che presto diventerà familiare a tutti i membri parentali.

bibliografia

E’ uno psicofarmaco, precisamente un anfetaminico (in voga tra  alcune comunità di tossicodipendenti negli USA negli anni Settanta) la vendita di  questa pozione magica negli ultimi anni è aumentata da 2,8 tonnellate nel 1990 a 20 tonnellate nel primo decennio del 2000.

Ecco alcuni effetti collaterali :

problemi cardiaci(tachicardia, aritmia, arresti cardaci)- manie, psicosi e allucinazioni, depressione, aggressività, crisi di pianto, stati confusionali, comportamenti ossessivi, anoressia, insonnia, perdita di elasticità nel ragionamento, incapacità a esprimere emozioni, a stupirsi, a porre domande, tendenza a comportamenti passivi e sottomessi, ritardi e disfunzioni nella crescita ….

E…

IL BUCO NERO

  fatali suicidi?

Alcuni studi hanno individuato come il suicidio sia la principale complicazione nell’astinenza dallo stimolante usato per “curare” il disturbo di attenzione e altri disturbi simili. La Drug Enforcement Administration americana, nel rapporto sugli psicofarmaci somministrati in età giovanissima scrive: “L’alta percentuale di tentati suicidi è compatibile con l’alta frequenza di depressione associata all’uso dello stimolante”

La mamma del piccolo Raymond  racconta: “Mio figlio era un ragazzo intelligente, ci voleva una buona dose di intelligenza per stare al passo con lui. Essendo dotato intellettualmente, questo lo portava ad annoiarsi a scuola. A febbraio mio figlio venne classificato come “iperattivo” e gli vennero prescritti dei farmaci come trattamento. Quattro mesi più tardi Raymond si uccise, impiccandosi. Io non ero mai stata avvertita sugli effetti collaterali legati all’astinenza.”

Colombe disegno a matita su carta 1890-le-colombe Pablo Picasso

E cosa risponderebbe qualche saggio medico psichiatra ad una delle frasi più suggestive di Pablo Picasso, “Se uno sa già esattamente cosa vuol fare, perché poi lo dovrebbe fare davvero? Dato che lo si conosce già, è del tutto privo di interesse. E’ meglio fare qualcos’altro”  ?

Forse potrebbe iniziare da qui un breve e circostanziato dialogo tra il piccolo Pablo e un saggio ed esperto studioso di bambini .

POVERO PABLO…

“Ecco…tipico modo di procedere senza una reale considerazione con la realtà. Il bambino è convinto di sapere far tutto…si individua già la tipica sintomatologia di una deviata personalità narcisista, che lo conduce ad interessi futili e superficiali. Sintomatica è la frase “dato che lo si conosce già”. Si evidenzia quindi una patologia dello sviluppo della personalità. Deduzioni semplici, chiare e precise che lo studioso dovrà rivedere nel corso dell’età adolescenziale che vivrà il giovane paziente.

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Con il passar del tempo, il sommo esperto riesce ad  affinare ulteriormente la tecnica necessaria per ricercar domande adeguate da sottoporre al giovane paziente. E considerata la storia pregressa, l’adolescente rientrerà sicuramente nei nuovi casi di disturbo della personalità. Due, al massimo cinque minuti, e la questione sarà risolta.

In fin dei conti è necessario solo iniziare con qualche rituale domanda per comprendere il suo dominante, non più latente, istinto compulsivo.  Comunque un tono di rispettosa e benevola educazione non guasta mai! Pragmatico il dialogo, senza dimenticare di dare del “lei” al  giovane paziente.

“Lei , mi dice che continua a dipingere, ma c’è un momento in cui pensa di aver concluso il suo lavoro?”

Rapida la risposta del giovane Pablo: “Non viene mai il momento in cui puoi dire: ho lavorato bene e domani è domenica. Appena hai finito, ricominci di nuovo da capo. Puoi mettere da parte un quadro e dire che non lo tocchi più, ma non puoi mai scriverci la parola fine”

Compiaciuto, decisamente compiaciuto di sé, del suo innato intuito nel risolvere rapidamente anche i casi più complessi, il saggio medico non formula più nessuna domanda. Non è proprio necessario! La sindrome rientra esattamente nel grande Totem della psichiatria: quel povero bambino narcisista, nell’età adolescenziale evidenzia i tratti tipici di uno spettro autistico- compulsivo. Si veda l’ elemento compulsivo nell’espressione “appena hai finito, ricominci da capo”. Si deduce quindi che il mezzo pittorico è utilizzato per “risolvere” apparentemente forti conflitti interiori.

Ma i dipinti parlano da soli…

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olio su tela-scienza e carità -dipinto da Pablo a soli sedici anni

Le frasi sopracitate sono state realmente dette da Pablo Picasso

Passa il tempo e ridivento fanciullo…

invento e trasformo con lo sguardo di un bambino

 Pablo Picasso : Idillio a Vallauris

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A Parigi, durante l’occupazione, Picasso conobbe la giovane pittrice Francoise Gilot, che in seguito prese a fargli  spesso visita nel suo atelier. La giovane intellettuale piacque sempre più al pittore e divenne la sua compagna. Nel 1948 l’artista si trasferì con lei a Vallauris, antico centro di arte vasaia della Francia meridionale, nella villa “La Galloise”. Francoise è spesso presente nelle opere di quel periodo ed è interessante osservare le trasformazioni, proprie di un fanciullo, a cui l’artista la sottopone, attraverso una serie di metamorfosi che ce la restituiscono sotto forma di fiore.

 

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Nel 1947, Francoise mise al mondo Claude e due anni dopo Paloma. Nel quadro olio su tela” Claude che disegna”, Picasso ritrae i suoi due figli più giovani, intenti ai loro giochi, mentre la madre li avvolge con un gesto che trasmette un senso di sicurezza.

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 La recente riscoperta del mondo dei bambini viene rielaborata da Picasso in numerose rappresentazioni metaforiche, ma anche molte sue divertenti sculture materiali degli anni Cinquanta sono state sollecitate dai giochi per bambini. Elaborò un’automobile giocattolo che suo figlio aveva ricevuto in regalo, trasformandola in una scultura raffigurante la testa di una scimmia, con i due fari al posto degli occhi.

L’infanzia in musica: di C. Debussy : children’s corner

pianista: Arturo Benedetti Michelangeli

 

Questo mio post è dedicato al piccolo Michael, orfano dei genitori, che continuava ad uscire nel giardino della scuola per ricercare nidi di uccelli. A quel momento indimenticabile nel quale afferrò tutto il suo coraggio per chiedermi con voce ferma e decisa: “Scusa…ma secondo te, chi è più bravo a dipingere?  Vincent van Gogh o io?”

 

per chi fosse interessato ad approfondire ecco la bibliografia dei più recenti studi

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Con la speranza di aver dato un contributo per qualche riflessione su storie troppo spesso nascoste

A presto

Adriana Pitacco

La purezza del sogno della gioventù

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Oggi…io, semplice donna, semplice madre, provo a scrivere a mio figlio lasciando da parte le futili incomprensioni, i banali contrattempi che ci infastidiscono nelle abitudini quotidiane.

Ti ho fatto nascere nel pieno compimento dell’esistenza, nel supremo sforzo delle mie energie. Il giovane medico era troppo indaffarato per dedicarci una minima attenzione. Era la prima volta che in quella piccola stanza d’ospedale dovevano attrezzarsi per assistere a due nascite, che da lì a pochi minuti sarebbero avvenute.

Un’esile tenda, fragile come una foglia accartocciata, ci separava dall’altra giovane madre che invocava, implorava l’ostetrica e il giovane medico affinché le togliessero dal corpo quel dolore che l’attanagliava, che rendeva il suo respiro affannoso, che lanciava ripetutamente un’unica frase:  “Non ce la faccio…non ce la faccio più..” 

Al di là di quella tenda, distesi in uno straccio di letto, io e te, eravamo nella fase decisiva di quel travaglio che aveva spiazzato il giovane medico e l’inesperta ostetrica, perché non avevano certo immaginato che nell’arco di soli venti minuti tu avresti deciso così prepotentemente di conquistare la tua nascita, di issare la tua bandiera per conquistare il tuo e nostro pianeta. Ma insieme avevamo dedicato qualche parola di incoraggiamento alla giovane madre che si sentiva tormentata dal dolore.

“Stai tranquilla…vedrai… tra  un po’ nascerà la tua bambina…prova ad immaginartela!”   Mi chiedi perché sto parlando al plurale? In fin dei conti, mi stai dicendo che tu eri ancora nel mio grembo materno e quelle parole le potevo pronunciare solo io. Ma in quel momento, di fronte al dolore della giovane madre, si stava realizzando un miracolo prodigioso tra noi due, tra le tue piccole mani che si muovevano come ali di una farfalla e il mio corpo che ascoltava i tuoi battiti. Quei leggeri  movimenti si erano trasformati in un dolcissimo alfabeto così chiaro e preciso nel dirmi che tutto sarebbe andato alla perfezione e che noi due dovevamo trovare anche il tempo per infondere coraggio a quella giovane mamma.

Hai aspettato che nascesse Martina, hai voluto ascoltare il suo pianto, poi hai deciso che in breve tempo sarebbe toccato a te appoggiare il primo passo nel nuovo mondo. E in quel momento mi risultava così nitida e precisa l’immagine del primo astronauta che solcava il suolo lunare. Come mi affascinava negli anni dell’infanzia, il racconto di quell’incredibile scoperta. Assaporavo continuamente la frase che ripeteva il nonno: “Era un piccolo passo per l’uomo, ma un grande passo per l’umanità!” Ecco! Tu mi ricordavi quel piccolo e grande passo…io e te avremmo scoperto il nostro pianeta.

Eri troppo indaffarato a conquistare il nuovo mondo che non avevi, fortunatamente, udito le parole del giovane medico. Questa volta era lui che mi implorava di raccogliere tutte le mie forze per farti nascere! Ogni mio movimento doveva tendere a spingere sempre di più, a creare una forza dirompente che ti potesse spingere a varcare il “suolo lunare”. Lui, povero medico, con la fronte gocciolante di sudore, continuava a ripetere che non avrebbe potuto fare nient’altro…per il parto cesareo era ormai troppo tardi! E poi, com’era nata Martina, saresti nato anche tu.

Ed è in quel momento che ho avuto la piena consapevolezza di come Eros e Thanatos si fondano l’uno con l’altro nella vita di ciascun individuo. Mentre stavo raggiungendo il traguardo della vita, il compimento della tua nascita, sentivo il leggero passo della morte. Rapidamente avevo compreso di avere in mano il tuo destino, il tuo divenir uomo, i passaggi della tua incredibile vita.

Ed è in quel momento che una forza ancestrale, sublime, è riuscita a sconfiggere ogni dolore, ogni paura, sicura di vincere.

Sicura del nostro trionfo! Della nostra meravigliosa vittoria! Quanti colori si sono accesi nella tua nascita…colori nitidi, precisi, superbamente trionfanti.

Siamo sempre stati orgogliosi di questa nascita, di questa impresa trionfante. Ed è forse per questo che il tratto che ti ha sempre contraddistinto è sempre stato il tuo carattere orgoglioso, a volte testardo, ma incredibilmente battagliero.

Il primo libro che hai voluto prendere in prestito in biblioteca era un libro che parlava dei diritti dei bambini.

Era un tuo diritto inviolabile ribadire a scuola il tuo diritto ad esprimerti, a vivere la tua curiosità, le tue scoperte. E questo diritto si rispecchiava anche nel ribadire come ognuno di noi è diverso e questa diversità è fonte di ricchezza.  “Vedi “- mi dicevi – “Quante cose riusciamo a fare io ed Erich?”

Erich era il tuo compagno affetto da paresi e da mutismo e tu, mi dicevi, riuscivi a comprendere quello che lui desiderava, lo comprendevi con lo sguardo.

Forse questa tua “magia” ti è stata donata dal nonno che ti diceva sempre: “Ricorda piccolo che lo sguardo parla. Gli uomini, i veri uomini, sanno cogliere il linguaggio dello sguardo.”

Guai a chi dei tuoi compagni non capiva Erich! Ti incazzavi tremendamente ! Perché quella tua magia era un dono che poteva essere donato ad ogni bambino, bastava volerlo.

Quante volte mi hanno chiamato le “povere” insegnanti dicendo che non capivano perché tu rimanessi tanto vicino ad Erich, soprattutto durante l’intervallo, quando i tuoi compagni uscivano in giardino.

Le ascoltavo mentre mi immaginavo le fantastiche avventure, le meravigliose storie che tu ed Erich vi stavate raccontando. Ecco…avrei voluto essere una farfalla, posarmi su un pezzettino del tuo grembiule, per ascoltare le vostre storie senza aver bisogno di volare.

Poi con il passar del tempo, nel pieno della tua adolescenza, nel cammino della tua gioventù, mi hai sempre detto:  “Mai rinunciare ai nostri sogni! Chi non sogna è un uomo fallito!”  E come potevo dirti che non era vero?  Io continuo sempre a sognare, anzi, il perno della mia vita è riassunto in questa frase: “Sogniamo grandi sogni perché sappiamo di esistere!”

E così hai continuato a sognare dedicando ore e ore di studio per diventare cittadino del mondo, perché solo scoprendo il segreto insito in ogni lingua, saresti riuscito a scoprire il vero concetto di cultura, quello scambio di conoscenze con il più puro mezzo espressivo che ogni uomo possiede: la parola.

Ma oggi?

io, semplice donna, semplice madre, come posso alleviare la tua tristezza? La tua implacabile delusione? Sono giorni che sei tremendamente incazzato. E solo oggi, mentre una lacrima scendeva sul tuo volto, mi hai detto : “Vedi! A noi giovani stanno togliendo il diritto a sognare!”

Poi il silenzio…nessuna parola…ma spesso il silenzio racconta più di un’infinità di parole.

Ed è dal tuo silenzio che ripercorro a ritroso la tua rabbia, quell’urlo che cerchi di trattenere.

Ricordo ancora quando orgoglioso mi avevi “annunciato” che finalmente il governo aveva fatto qualcosa per i giovani, per il loro inserimento nel mondo del lavoro.

“Ecco! Finalmente qualcuno pensa a noi giovani” alla tua frase ho solo aggiunto: “Forse questo è un governo che infonde coraggio ai giovani!”

A dirti la verità, tu non hai mai avuto bisogno che qualcuno ti infondesse coraggio! Sei sempre stato battagliero, mai hai rinunciato alla dignità dei tuoi valori, alla ricchezza della tua esistenza.

Ma poi cos’è successo? Strada facendo, l’elenco delle ingiustizie è lungo, forse interminabile.

Le umiliazioni sono tante, troppe!

Ti hanno fatto acquistare dei vestiti per farti vestire come un pinguino addobbato a festa, come richiedeva l’albergo di gran categoria, ti aspettavi di poter sfruttare le tue approfondite conoscenze linguistiche…Pura illusione! Ti hanno solo detto che ogni giovane deve imparare ad essere umile e senza darti nessuna spiegazione la cara Direttrice ti ha mandato a fare le “doverose” pulizie, senza nemmeno preoccuparsi delle più elementari norme igieniche. Avevi la speranza che quello straccio di contratto fosse tutelato, insomma, ci doveva pur essere qualcuno che tutelasse i giovani…. Ma il buon governo, il buon papà, non contempla nei suoi “grandi progetti” questa futile richiesta . Ogni giovane è quindi costretto a tutelare se stesso… Ma come? Hai afferrato di nuovo il tuo sogno, ancora caparbiamente orgoglioso non hai voluto fartelo scappare via, magari in qualche grande aula di retorica, dove i saggi portano ad ogni udienza, ad ogni loro convocazione, i sogni che sono riusciti a decimare. Entusiasti li appendono nella grande sala, chiamata Parlamento, come nobili trofei. Ti sei sistemato quei pochi indumenti che il peso della valigia consente. D’altra parte il vero peso è sostenuto dai tanti libri che hai deciso di portare con te, in qualche luogo dove esiste il merito di essere giovani. E solo il tuo sguardo ha trasformato in parole la tua rabbia: “Ma non è la stessa costituzione italiana che ribadisce il diritto al lavoro e quindi il diritto alla dignità di ogni giovane nel proprio Stato?” Quando me lo rammentavi riuscivi a cogliere sul mio volto un lieve tratto di malinconia.

Queste parole mi rievocavano la perdita di quella coppia di partigiani, un uomo e una donna, legati da indissolubile amore, che convinti della ricchezza straordinaria della gioventù hanno dedicato durante la loro vecchiaia la crescita della mia adolescenza. Quante volte ti ho parlato dei tuoi bisnonni, di Adriana ( alla quale la nonna ha dedicato la mia nascita)  e del tuo bisnonno, il partigiano, il Mario che non si arrendeva mai.

Sono sicura che nel primo atto del tuo concepimento, nel primo istante della tua vita, hai portato con te quella testimonianza di coraggio, di lotta, che fa parte della nostra storia, di una lontana memoria. Qualcuno lo chiama albero genealogico, io non riesco a dare etichettature, definizioni linguistiche. E’ semplicemente quell’alchimia di coraggio, di indissolubile amore per la vita che ha sempre legato i tuoi nonni, i tuoi bisnonni, quella lontana donna che solo la perdita dell’adorato compagno aveva fatto perdere lentamente il desiderio di vivere.

Giorno dopo giorno, aveva deciso di andarsene, di lasciarsi andare.

E quel giorno, qualche ora prima della sua morte, aveva chiesto di indossare il suo abito da festa. Mamma l’aveva vestita, aveva raccolto i suoi lunghi capelli in un elegante crocchio, poi aveva lasciato la stanza.

Eravamo rimaste solo io e lei…era quello che aveva chiesto perché era fermamente convinta che solo i giovani riescono a cogliere la vera testimonianza di chi se ne sta andando, di chi non potrà più lasciare l’impronta della sua voce.

E così, caro Alvise, queste sono state le sue ultime parole: “Io ritornerò sposa dal mio Mario…E sono felice sai…perché non ho tradito nessun sogno. Ricorda piccola, il coraggio è la forza della nostra esistenza”.

Quando leggerai questa mia lettera, so che non mi dirai nulla, non abbiamo bisogno di parole: siamo abituati a cogliere la forza dello sguardo.

Sono sicura che i tuoi grandi occhi neri continueranno a lottare, a rivendicare il diritto della gioventù a sognare e a far vivere la voce di ogni esistenza, anche quella di una lontana memoria.

A mio figlio

ai giovani, vero fulcro dell’esistenza

di Pierangelo Bertoli , “A muso duro”

 

L’ arte e il merito di essere giovane : Raffaello

 

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6 aprile 1520, al venerando Papa Leone x, il qui presente Pandolfo Pico, ambasciatore di  Isabella d’Este porta la notizia della morte di Raffaello d’Urbino, durante la notte passata che fu quella del Venere santo, lasciando questa corte in grandissima e universale mestizia per la perdita della speranza delle grandissime cose che si aspettavano da lui.

 

Povero ambasciatore, ancora ingenuo o investito troppo della sua onorata carica.

Ma egli non ricorda che al Papa è permesso di mandare tutti gli emissari che desidera, in ogni luogo e in ogni momento, per arrivare a scoprire prima di ogni altro la morte dei suoi amati fratelli. E io, ne sono venuto a conoscenza, giusto il tempo necessario al mio cameriere di percorrere i pochi metri che distanziano la basilica di San Pietro al palazzo Caproni.

E’ morto lo stesso giorno della sua nascita.

E forse basta solo questa notizia per poter iniziare il racconto del suo breve e illuminante viaggio terreno. Perché a nessun uomo comune, il giorno del suo lascito terreno, è dato coincidere con il giorno della miracolosa nascita. Ogni nascita è un puro miracolo e con Raffaello il miracolo si è perpetuato tutte le volte che ha creato le sue opere, pura nascita nel divenir della sua esistenza.

Non potrei dirlo, ma qualcuno attribuisce la causa della sua morte all’eccessivo ardore con il quale, nei giorni precedenti , ha carpito alla giovane Fornarina il segreto della sua bellezza. Quel segreto, il giovane Raffaello, ha cercato di trasportarlo in quel ritratto di universale bellezza nato come la “Fornarina”, donna che l’ha condotto alla vera biografia dell’arte; donna voluta addirittura accanto a sé mentre ha disegnato la loggia del nobile Chigi. Il giovane maestro ha desiderato rapirle il fascino e fissarlo per sempre in un’eterna bellezza. Ma il quadro, alla sua morte, è rimasto ancora in lavorazione. E sono sicuro che egli desiderava finirlo accanto a Dio.

A noi rimane solo la gioia di contemplare la sua universale bellezza, in pura estasi…

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Anche se questa gioia si scontra con un forte dolore.

Voglio fermare il tempo, mio Dio, e vergare su questo foglio il ricordo di questo giovane amico, questo mio amico fraterno.

Perché anche il Papa ha l’antico bisogno di avere un amico…un amico pittore, architetto, scenografo che ha creato immagini di sconvolgente bellezza. C’era tutto il creato nelle sue mani. Erano mani divine le sue, mani che esprimevano la purezza del sogno della gioventù.

Mani che interpretavano la rinascita dell’umanità da realizzare attraverso le opere pittoriche e gli studi letterari.

E senza di lui, io, forse, non avrei potuto contemplare la grazia divina dell’arte.

Senza dimenticare che la sua era pura passione, quel fervente atto creativo che solo i giovani possiedono. In ogni attimo della sua esistenza era felice.

Felice di esistere.

A volte penso che questo sia il vero motivo che mi fa amare così tanto le sue opere, senza aver la necessità di analizzarle con studi analitici, compendi di pittura.

Quale grazia inestimabile gli hai donato?

Il miracolo era già insito nella sua nascita, nel grande amore della giovane madre, nei tratti decisivi e sapienti del padre terreno: il grande Giovanni. Quel padre, padrone superlativo di molteplici tecniche pittoriche, che con maestria accolse come un gran dono il talento precocissimo del figlio.

Sovente egli mi raccontava che nella bottega del padre, adorava soprattutto l’autunno così malinconico e riflessivo. Stagione che lo conduceva a studiare pazientemente, sotto la guida di Giovanni, la fisionomia dei paesaggi in armonia con la fisionomia di uomini e donne, fino ad arrivare ad una precisissima cura del dettaglio. Era convinto di aver ereditato dall’amato padre quella misteriosa capacità di far affiorare sulla tela l’anima di uomini e donne.

Gli rimase sempre riconoscente, anche dopo la sua morte, quando a soli diciassette anni il giovane Raffaello stipulò un contratto con Andrea Borani per una pala all’altare della chiesa di Sant Agostino, nella città di Castello.

A volte mi raccontava dei suoi colori, come un padre parla dei suoi figli. E li accudiva come vere e proprie creature.

Con il passar del tempo, egli migrò con i suoi colori, il suo fervore creativo, la sua gioventù, nelle sedi prestigiose che acclamavano i suoi tratti, la precisione assoluta delle sue linee, il mistero del suo sguardo. Perfetta era la sua comprensione ottica.

Ma chi poteva trovare a Firenze se non un’anima a lui affine? A Firenze trovò Leonardo  e la presenza dell’altrui genio suscitò in Raffaello un’ondata di ammirazione. Di Leonardo riuscì a vedere alcuni cartoni preparatori della battaglia di Anghiari, e deliziato fu lo sguardo nel cogliere il furore vivo dei cavalli.

Carpì il segreto dell’uso rivoluzionario della matita nera e la sanguigna, tanto amata da Leonardo. In effetti questa tecnica gli permise di sfumare meglio le ombre.

Ma di Leonardo amò anche il sorriso inafferrabile nel ritratto di Ginevra de’ Benci, l’impostazione obliqua che diede alla figura femminile. E mai, dico mai, fu sedotto dall’invidia.

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Il giovane amico, si calò talmente con entusiasmo nel mistero di Leonardo, che durante la decorazione della stanza della segnatura diede a Platone il volto del maestro.

E ogni giorno la sfida divenne sempre più ardua, ma incredibilmente prodigiosa.

Come il suo arrivo a Roma.

E a Roma riuscì a creare il Paradiso in terra.

Ed è nei quadri, nelle opere dell’amico fraterno Raffaello, che ogni uomo coglie quell’immutabile eternità della vita, data dalla purezza del sogno che solo i giovani possiedono.

Papa   Leone x

In ricordo

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Ps: vi chiedo di scusarmi, di scusare la mia innata voglia di travestirmi…

perché dopo essermi seriamente documentata e aver peregrinato da una biblioteca ad un’altra, ho voluto migrare in un teatro pirandelliano, per indossare l’abito di Papa Leone x,  e raccontare con la mia scrittura il rapporto profondo che lo legava al mio amato Raffaello.

 

A presto   Adriana Pitacco

 

PURA Follia

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Cosa sappiamo realmente della nostra vita? Dove sarei se il destino non mi avesse concesso il dono di incontrare Sergio, testimonianza profonda della mia esistenza?

Perché a volte vi sono casi del destino che ti sconvolgono la vita…

come l’incontro con un uomo, un medico psichiatra, che folgorato dall’urlo lacerante di uomini e donne percepì il crescendo del loro dolore, mentre la loro lontana quotidianità stava sprofondando in una voragine senza respiro.  Un uomo, un medico psichiatra, che s’inoltrò nell’inquieta vegetazione dei loro pensieri, nei loro ricordi chiusi in un profondo oblio, in quel pianto fagocitato dalla tortura di qualche elettroshock d’ultima generazione per condurli, attraverso la forza del dialogo, ad una ritrovata quotidianità. Io con lui ripresi la forza straordinaria della scrittura perché per Sergio l’arte aveva il compito di farci scoprire la vere piramidi dell’esistenza. E spesso per dimostrargli la mia profonda gratitudine, senza diventare banale, affine alle frasi altrui, così noiose, mi divertivo a porgli questa domanda: “Ehi! Dottore artista…Quale paesaggio vorrà scoprire oggi?”

Era semplicemente il paesaggio dell’anima.

Nella mia esistenza di ribelle solitaria, contribuii a rendere vera la sua profonda lotta contro quella rigida e dogmatica impostazione della psichiatria il cui compito essenziale consisteva solo nel contenere e annullare il paziente, nell’abolire qualsiasi suo desiderio, nel soffocare ogni parola. Poi, con il passar del tempo, quando compresi che Sergio si trovava in un inestimabile passaggio della sua vita, volevo che qualcosa di lui potesse rimanere. Nacque da una lontana promessa il desiderio di far vivere la sua voce, le sue parole, nel mio libro “Maledetta-mente”.

Ancora adesso mi chiedo…Cosa sarei? Dove sarei se non avessi incontrato quest’artista dell’anima?

Quante volte ho sentito quest’uomo urlare la sua rabbia contro terribili, assurde terapie, come il famoso elettroshock? Quante volte ho sorriso al pensiero che Vincent Van Gogh trovò il dottor Gachet al quale dedicò addirittura un ritratto; senza dimenticare  il mio amato Antonio Ligabue che, fortunatamente, durante i vari periodi nell’ospedale psichiatrico di S.Lazzaro conobbe il dottor Tarana, che gli consentì di dipingere e di uscire in giardino per ritrovare la sua amata natura.

Quante volte mi sono sentita straordinariamente ricca e felice, quando ascoltavo quella sua frase prima di ogni sua battaglia, prima di affondare i vari deliri medici di un’assurda psichiatria.

“Prima di tutto io sono un Uomo…

Un Uomo in questa straordinaria avventura umana!”

 

Ed è a Sergio, agli uomini e alle donne che rivendicano il valore inestimabile della diversità, la straordinaria forza della libertà, che dedico questo mio racconto-denuncia, nato dopo essermi documentata sulla scoperta dell’elettroshock.

 

 

 

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Cercasi maiale disperatamente

Si presentava imponente il lungo tavolo nel suo legno massiccio. Bandito di ogni leccornia fruiva dell’ampia sala destinata alla cerimonia della pregiatissima clinica universitaria. Lì razzolava la pregiata ditta dell’alta società: uomini e donne che spiluccavano il tempo con qualche frattaglia di evento mondano. E nella data odierna l’evento veniva arricchito  dalla presenza del dottor Cerubi: colui che in giovane età aveva conseguito una strabiliante scoperta medica. Il saggio medico entrò in scena con passo sicuro e indirizzò un rapido saluto alla vecchina  accartocciata alla sua destra, mentre lo sguardo spiccava il volo per scrutare attentamente gli ospiti. Laccato il primo gruppo di donne; bigodinato quello che si avvicinava alla vecchiaia. Povere donne…Chiedevano ben poco! Magari un orgasmo meno tiepido del solito, perché l’arrapato clitoride era pronto a gracidare osservando vogliosamente l’osannato dottor Cerubi . Simile ad un’opera scultorea sapientemente forgiata dalla gioventù, riusciva a districarsi abilmente tra le conversazioni dei vari commensali, tralasciando la piccante vocina che manovrava la lingua sulle labbra mummificata dall’ennesima chirurgia plastica:” E’ un onore averlo qui…”ronfò abilissima la gattina, poi scoperchiò velocemente un seno bisognoso di risposta, ma …fece capolino una schiera di camerieri che porse il piatto prelibato dell’onorato ricevimento.

“L’assaggi… è teneramente squisito”. commentò la vecchina di fronte stampata su carta incartapecorita. Ma il pezzo da novanta era custodito da strati cremosi che filavano sotto alle antiche virtù culinarie. Tolta la crema, affilato in dischi sottilissimi, rosei, placidi, teneri al palato delle dentiere che celebravano l’invito, si mostrò agli occhi di Cerubi in tutta la sua origine corporea. Un ammasso di carne che fino a qualche giorno prima sguazzava nel fango, a volte incazzato, a volte paffuto grugniva teneramente, si presentò ai commensali con tutte le decorazioni del caso. Era un docile maialino finito sulla tavola della festa galante. “Guarda caso…” pensò Cerubi “senza saperlo rinnovano l’intuito della scoperta.” Estasiato ricordò come la sua nobile scoperta, relativa alla cura della follia, fu un semplice caso del destino entrato prepotentemente nella sua vita. In effetti alcuni eventi inaspettati avevano offerto alla sua laboriosa mente tracce indispensabili per formulare una nuova trama scientifica e addomesticare le inutili menti dei folli.

Quel giorno decise di visitare un noto mattatoio alla periferia di Roma. Da solo, volutamente da solo, si incamminò tra il freddo aspro, tagliente, che riusciva a fendere la fasciatura d’abiti con i quali si era puntigliosamente vestito. Decise  comunque di procedere a passo fulmineo, così il tono muscolare avrebbe accelerato il flusso sanguigno contrastando il freddo esterno. Trovò ragguardevole la deduzione scientifica perché anche nei rituali quotidiani, il tocco di scientificità non guastava mai. Il tempo coinciso gli avrebbe permesso di verificare l’insolita informazione svelata dal nuovo assistente. Alimentò quindi il passo verso l’antico mattatoio, l’unico in grado di selezionare suini di origini quasi nobiliari e di venderli ad un prezzo concorrenziale; l’unico dove la scienza aveva aggraziato la morte di suini DOC.

Gli aprì la porta il vecchio macellaio, l’ultimo di una stirpe di lavoratori avveduti nella vendita di carne fresca e macellata con rigore quasi scientifico.

“Com’è interessante!” pensò Cerubi; il lavorio con gli ostinati maiali gli aveva conferito un tocco quasi animalesco. Sul volto florido  gli spuntavano due occhietti rotondeggianti , dallo sguardo insaponato, proprio come quello di un tenero maialino. Rapidamente si scusò con l’elegante ospite, esprimendo il proprio disappunto per il lavoro che non gli permetteva di vestirsi in modo consono a ricevere importanti medici nel suo rinomato mattatoio; in effetti il camice aggrumava macchie rafferme di sangue. Diede la colpa al tempo che gli permetteva solo di lavorare e di scoprire nuove tecniche di macellazione, senza comunque dimenticare di condurre quelle innocue bestiole ad una dolce morte. Gradevolmente soddisfatto, il dottor Cerubi porse le onorificenze del caso, variegando tutti i complimenti che potevano essere sciorinati in quella situazione. Quando fu all’apice estremo degli apprezzamenti, gli chiese di offrirgli la possibilità di ammirare come avveniva concretamente il lieto trapasso. Guizzando i due occhietti vispi, il vecchietto annuì soddisfatto di aver accolto un ospite, per giunta medico, incuriosito dalle  grazie della fauna che amorevolmente coglieva nel suo mattatoio. Teneri maialini maturati per la nuova stagionatura, pronti per deliziare raffinati palati, vennero esibiti dal vecchio come trofei. ” Li vede? Moriranno senza accorgersene, senza dolore, così la carne sarà perfetta per la macellazione! Perché quando vengono uccisi con le vecchie maniere, senza addormentarli, qualche inconveniente ci può essere!”

Cerubi dapprima ammirò il fare disinvolto e loquace del vechio, poi, furtivo, andò in avanscoperta: “Quale?”

“Ma…dottore…non lo sa?…I nervi diventano duri…la carne rimaneva rigida…e poi…chi la compra? Questi sono di razza scelta e anche nella morte bisogna portare il dovuto rispetto! Chi compra deve acquistare il loro delicato sapore!” Con oculato occhio scientifico Cerubi intuì che la collaborazione poteva essere perfetta! Campi semantici, così diversi, avrebbero svelato il destino scientifico pronto a realizzare nuovi studi, rigorosamente perfetti, che sarebbero approdati a nuove scoperte mediche.

“Li guardi!!” esclamò compiaciuto il vecchio macellaio”Sono frutto di una discendenza purissima! Pelle rosea al limite del chiarore, setole sottilissime, le vede?Perchè farli morire soffrendo? Ma ora avranno la coroncina sulla testa!” Soddisfatto, pienamente soddisfatto di sé, il dottor Cerubi si lisciò i baffi riccioluti e osannò quel tocco di intuizione che la sua perspicace mente avrebbe elaborato. Poi osservò meticolosamente il vecchio macellaio mentre controllava come la tenaglia metallica, cioè la delicata coroncina applicata sulla tempia degli innocui maiali, era collegata al voltaggio necessario prima della laboriosa macellazione. Quell’operazione sarebbe stata un’opera particolarmente benevola, caritatevole, perché li avrebbe condotti alla morte senza che quelle povere bestiole se ne accorgessero.

“Vedrà caro dottore, è come addormentarli, farli cadere in un sonno profondo, poi li macello, ma non soffrono, rimangono muti, senza soffrire!”

Fulminea la fetida luce soffocò ogni gemito mentre i corpi si contorcevano in spasmi convulsivi, per poi irrigidirsi e stramazzare a terra senza coscienza.

“Questa è la prassi” aggiunse il vecchio. E con un rapido viaggio di ricognizione contò il numero dei suini che ora poteva macellare tranquillamente.

Era commosso il dottor Cerubi, infinitamente commosso, perché il risultato scientifico era ormai alla sua portata! L’avrebbero acclamato ancora di più, immensamente di più

E se l’induzione di convulsioni elettriche fosse trasmessa nel cervello dei folli? Lo shock causato dalle convulsioni avrebbe provocato il rilascio di sostanze vitalizzanti.

Ma qual era l’idea principale? Elementare Watson! Se la follia è causata da un evento traumatico, un trauma di uguale o minore intensità avrebbe ristabilito l’equilibrio.

E le conseguenze?

Incapacità di apprendere…

Ma quando mai i folli apprendono?

Perdita di creatività…

Dote non facente parte della personalità di un folle o di un deviato dalla normalità.

E la perdita della memoria?

Quando mai la follia vive con la consuetudine della memoria?

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Breve citazione storica: nel 1930 un celebrato medico italiano, osservando alcuni maiali anestetizzati con scariche elettriche, scoprì l’elettroshock. Le conseguenze deleterie sono devastanti, ma purtroppo questa tecnica viene utilizzata ancora oggi in qualche clinica. In memoria del compianto medico vi è addirittura una scuola, in provincia di Treviso, che porta amorevolmente il suo nome.

Adriana Pitacco -racconto protetto dai diritti d’autore-

 

 

ALDA MERINI e la realtà delle parole

 

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In una toccante lettera all’editore Vanni Scheiwiller del 1970, Alda scrive:

Ma di questa prigionia non ne posso più, di queste sbarre, di questi cancelli chiusi mi sto letteralmente ammalando. La prego, ancora una volta Lei che mi ha aiutato in tanti frangenti, mi stenda ancora una volta la mano. Vorrei piangere e non ne sono più capace, forse perché mi hanno praticato degli elettroshock che mi hanno fatto più male che bene. Non so, ma ho tanta paura di morire qui dentro senza vedere più nulla, né sentire alcun fermento di poesia.

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Vincent Van Gogh -la ronda dei carcerati

 

Dalla bellissima raccolta di poesie “La terra santa”

 

Laggiù dove le ombre del trapasso

ti lambivano i piedi nudi

usciti di sotto le lenzuola,

e le fascette torride

ti solcavano i polsi e anche le mani,

e odoravi di feci

laggiù, nel manicomio

facile era traslare

toccare il paradiso

 

 

Io ero un uccello

dal bianco ventre gentile

qualcuno mi ha tagliato la gola

per riderci sopra,

non so.

Io ero un albatro grande

e volteggiavo sui mari.

Qualcuno ha fermato il mio viaggio,

senza nessuna carità di suono.

Ma anche distesa per terra

io canto ora per te

le mie canzoni d’amore

Alda Merini

All’ amico Vanni, durante uno dei  suoi ricoveri in manicomio, Alda esprime questo suo desiderio : “Ecco…l’unica cosa che mi piacerebbe veramente tenere in pugno è il suono dell’ombra”

 

Ed io, ribelle solitaria, posso solo aggiungere che il suono dell’ombra Alda l’ha trasformato nella meravigliosa conquista della vita.

 

Vincent Van Gogh  iris

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Dalla sinfonia “dal nuovo mondo” di Dvorak

 

A presto,

Adriana Pitacco

La ricerca della verità

L’anziano professore d’arte possedeva  la capacità di risolvere razionalmente ogni problema che gli si presentasse nella vita quotidiana. Con raziocinio e con spiccato equilibrio era sicuro di poter delineare la soluzione per evitare futili incomprensioni con i colleghi, con i dirigenti, con i conoscenti che incontrava di buon grado durante l’abituale passeggiata pomeridiana.

Andando a ritroso nella sua vita non scorgeva nessuna macchia riguardante il suo comportamento, in quelle azioni dettate dal buon senso e da un’innata cordialità che lo rendevano agl’occhi della società un professore particolarmente apprezzato da studenti, famiglie e dai colleghi, sempre pronti ad affidargli amorevolmente nuovi incarichi, nuove ore da aggiungere alla sua attività lavorativa. E così per anni, per decenni, era proceduta in modo lineare la sua vita, i suoi rapporti sociali, il suo operato all’interno della realtà scolastica. Mai uno screzio, mai un’incomprensione. Alcuni colleghi addirittura si rivolgevano a lui per qualche strategia didattica o per ricavare dal suo modo flemmatico e paziente di relazionarsi qualche suggerimento per affrontare con equilibrio le varie modalità comunicative.

Tutto quindi così perfetto, tutto così semplice, così ammirevole…

Fino a quando comparve ad un risveglio uno strano malessere, pronto a dissuaderlo dall’affrontare gli impegni quotidiani per allungare la permanenza nel letto e cancellare lo strillo della sveglia divenuto  improvvisamente così gracchiante, fastidioso all’udito. Per alcuni giorni sentì annidarsi dentro di sé uno strano malessere, una sorta di tristezza indefinibile, vaga, assurdamente irrazionale. Tentò di ascoltarlo, di comprenderne le cause magari nascoste in qualche remoto strato dell’inconscio(termine che fino allora aveva sempre rinnegato). Ma non riuscì a decifrarne il significato, a individuare il motivo dell’insoddisfazione che lo coglieva al risveglio. Forse era necessario solo assecondarlo e continuare a svolgere scrupolosamente le semplici abitudini mattutine prima di recarsi al lavoro.

Ecco, era pronto!

Lo sguardo sormontato da due spessi occhiali racimolò lo spazio visivo della stanza: gli abiti erano disposti sopra il letto, sul comodino era già predisposta la valigia con i libri da portare a scuola. Iniziò a leggere la lista degli impegni scolastici della settimana, rammentò che quest’anno con la Buona Riforma della scuola avrebbe dovuto organizzare nei minimi dettagli i percorsi di studio per gli alunni,le prove oggettive, tutto doveva essere magistralmente predisposto per creare un nuovo individuo adattabile alla moderna società, ad un futuro nuovo, cancellando quindi ogni inutile legame con la storia di un vecchio e nostalgico passato. Tutto parve tornato alla normalità! Rimaneva solo da eliminare la peluria che delineava una barba cresciuta da giorni, attività che al massimo avrebbe richiesto due, tre minuti… Poi  si sarebbe avviato a compiere la sua encomiabile giornata lavorativa.

Ma il volto smarrito allo specchio tranciò ogni inutile rassicurazione e le domande s’imposero  prepotentemente: “Quali pensieri potrà dedicarmi la gioventù che mi aspetta ogni mattina?  Io, vecchio uomo abitudinario, entrerò in qualche loro ricordo? E come?” Stanche lacrime solcarono lo sguardo mentre l’anziano professore, divenuto consapevole della sua solitudine, tentava inutilmente di comporre una possibile risposta. Ma con il passar dei giorni sentì di avere una grande responsabilità nei confronti di sé stesso e nei confronti dei giovani che lo attendevano a scuola. Doveva raccontare la verità, nient’altro che la verità della sua vita e per far questo era necessario ricomporre il mosaico della sua esistenza ricordandone i momenti decisivi . Libera, dirompente, piombò la frase decisiva di sua madre, pianista, frase che pronunciò alla fine di uno dei suoi ultimi concerti: “Ricorda…solo l’arte coglie l’essenza della vita, vi è un’intima complicità tra l’arte e l’essenza di noi”.

Improvvisamente per il vecchio professore diventò indispensabile sradicarsi dalle abitudini, scardinare quella finta e apparente tranquillità per avvicinarsi a un uomo che più di ogni altro aveva compreso l’intimo rapporto con la vita: Antonio Ligabue

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L’ARTE CHE IMITA LA VITA

La vicenda umana di Antonio Ligabue si innesta nella dolorosa odissea dell’emigrazione italiana della fine del diciannovesimo secolo. Egli infatti nacque a Zurigo nel 1899, il 18 dicembre alle ore 21.40 nell’ospedale delle donne e fu registrato come Antonio Costa, assumendo così il cognome della madre, che non era sposata. Allora Maria Elisabetta Costa abitava nel cantone di Turgau e si recò a Zurigo per l’imminente parto, forse per far nascere questo figlio senza che troppi pettegolezzi continuassero a diffondersi, forse perché se ne voleva disfare. Chi fosse il padre rimase comunque un enigma mai risolto. Nel 1900 Bonfiglio Laccabue sposò Maria Elisabetta Costa e legittimò il piccolo Antonio dandogli il proprio cognome (che nel 1942 il pittore cambiò in Ligabue). La vicenda di Antonio non si collega in alcun modo con quella della sua vera famiglia, che egli praticamente non conobbe perché a nove mesi fu affidato ad una coppia svizzera-tedesca : i Gobel , presso la quale rimase fino al 1919. Antonio era un bimbo gracile, con il gozzo, e nel primo anno di vita era stato colpito da rachitismo, che aveva determinato una malformazione cranica. Tra il piccolo e la donna, madre adottiva, si sviluppò un attaccamento eccessivo, straordinario. L’uno aveva bisogno dell’altra e viceversa. La Gobel , chiusa in sé stessa e con una frustrante ansia di maternità, riconosceva nel piccolo Antonio l’unico essere umano che ella amava con un affetto viscerale. Per la “madre” il fanciullo aveva degli slanci improvvisi di affetto, quando ne era separato le scriveva lettere, eppure era anche lunatico, indomabile; anche così manifestava il suo affetto morboso per la Gobel.  Di Antonio disse : “Questo figlio non ama le bibite, i divertimenti, la sua soddisfazione è giocare con le bestie che sente come fratelli e riesce a parlare con loro”. Sin da piccolo Antonio aveva una sensibilità particolare che purtroppo a scuola non venne capita. Il maestro lo dichiarò “debole di comprendonio” e lo fece inserire in una classe differenziale senza accorgersi della straordinaria abilità nel disegno del piccolo allievo. Antonio a scuola diceva parolacce, bestemmie(forse aveva appreso queste abitudini dal padre adottivo che spesso rientrava a casa ubriaco). All’età di undici anni  la famiglia adottiva, forse per difficoltà economiche o per una reazione violenta di Antonio, affidò il ragazzo ad un istituto per giovani non normali di Tablat.  Nel maggio del 1913 Antonio Ligabue, venne trasferito nell’istituto di Marbach. Anche nei profili annuali tracciati in questo istituto non si trova nessuna annotazione relativa alla sua straordinaria abilità pittorica; si trovano solo appunti riguardanti una forte carenza nell’ortografia e nella numerazione.  Di quel periodo vissuto a Marbach, rimarrà in Antonio, il ricordo ossessivo del suono delle campane. Molti anni dopo, nelle notti insonne trascorse nei fienili, immerso in un buco scavato nel fieno, nel quale si calava in modo da rimanere in piedi, il pittore avrebbe ripetuto ad alta voce i rintocchi di quelle campane, ricostruendo un suono che lo rassicurava, lo calmava, lo allontanava dalle sue paure.

Un mistero che non sembra ancora risolto

Prima ancora che Antonio entrasse nell’istituto di Marbach, a pochi chilometri di distanza, si era consumata l’orribile tragedia che aveva distrutto la sua famiglia d’origine escluso il padre Bonfiglio Laccabue. Al mattino del sabato del 25 gennaio 1913 furono scoperti  i cadaveri dei figli di Laccabue: Amedeo, Bonfiglio, Maria Elisabetta, in un ambiente di miseria, denutrizione, con a capofamiglia il padre definito dai giornali locali “diavolo della grappa”, i corpicini erano sul letto ancora vestiti. Stupì l’atteggiamento distaccato e apatico della madre. Si sospettò subito del padre accusato di aver avvelenato i figli, ma ci fu anche chi insinuò che la morte dei bambini poteva essere opera della madre che, colta da una crisi di disperazione per la miseria in cui viveva la famiglia, aveva deciso di farla finita uccidendo i piccoli con uno spillone conficcato nel cervello. La donna aveva poi accusato dei forti dolori, per cui era stata ricoverata all’ospedale di San Gallo, mentre il padre veniva trattenuto fino a quando le indagini non avessero appurato la verità. La madre morì dopo pochi giorni per sopravvenute complicazioni circolatorie. Fu eseguita l’autopsia sul corpicino della piccola Maria Elisabetta che concluse che la famiglia Laccabue era stata annientata da avvelenamento causato da grasso guasto con il quale era stata condita una frugale cena. Il padre fu liberato, questi rientrò in Italia, dove andò girovagando in estrema miseria. Solo nel 1917 Antonio venne a conoscenza del triste destino che aveva travolto la vera madre ed i fratelli, che del resto non aveva mai conosciuto. Alla fine degli anni Trenta, Antonio nell’ospizio di Gualtieri, dove si recava per  dormire e  mangiare ogni tanto, vide arrivare un vecchietto ingobbito e senza un soldo: era il vecchio padre Laccabue. Antonio si rifiutò di incontrarlo e se per caso  il vecchio padre gli capitava davanti si infuriava dandogli dell’assassino.

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L’attimo del presente:

Nel periodo della sua adolescenza Antonio viveva esclusivamente nel presente, nella sensazione che dominava il suo animo, attimo per attimo nel rapporto intimo con il mondo. Egli si sentiva libero solo disegnando ed esplorando il mondo magico della natura. Spesso lo troviamo vagabondare lasciando in estrema  apprensione la madre adottiva ed è lei stessa che si reca in municipio a Romanshorn, chiedendo che colui che aveva “allevato per diciannove anni come un vero figlio” fosse rimandato in Italia. Questa donna che per anni aveva vissuto nell’incubo che questo “figlio” le venisse tolto, non si rendeva conto delle implicazioni che il suo gesto avrebbe prodotto in Antonio. Ella  pensava che in questo modo Antonio si sarebbe spaventato, avrebbe capito l’importanza di vivere con lei e non avrebbe più compiuto i suoi lunghi vagabondaggi.

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La mia vita in Italia, Antonio racconta:

Scendo dal traghetto, finalmente metto il piede a terra: sono a Gualtieri, in Italia…quei due, carabinieri pieni di boria, fanno finta di essere i miei custodi. La gente mi guarda perplessa! Chi è ? Chi è ? Rispondo, ma non capiscono niente di quello che dico! D’altra parte l’unica lingua che conosco è lo svizzero-tedesco.  I “due angeli custodi”, mi portano da una vecchia che mi ospiterà nella sua locanda. Dormo per venti ore, ma quando mi sveglio non riconosco il posto dove mi trovo…guardo le persone come se fossero dei marziani. Un vecchio si accende una sigaretta e inizia a tossire…Non può !non può farlo!! Lui non capisce, ma la tosse per me è segno di debolezza, lacera l’aria, le mie orecchie, è insopportabile….Mi calmo solo quando vedo un ragno che scende dal soffitto. Io ho l’abitudine di parlare con gli animali, li conosco tutti, solo loro mi capiscono.

Passano i mesi e vivo solo di elemosina, per fortuna che ho adottato un povero cane, bastardo come me. La matrigna mi scrive  e io piango, piango, perché la odio per quello che ha fatto, ma nello stesso momento sento la sua mancanza, solo che nessuno mi riporta da lei. L’ultima volta che sono scappato avevo quindici conigli, quel bastardo del patrigno voleva ucciderli! Solo tu mi capisci…povera bestia…anche tu senza mamma! Io a scuola la disegnavo sempre la mia mamma con le povere bestie e gli alberi. Solo che i bambini erano invidiosi dei miei disegni: uno me l’ha strappato! E io, dalla rabbia, mi sono sporcato coi colori dalla testa ai piedi. Ero già grande più degli altri, sentivo già il richiamo del sesso. Ero curioso, tanto curioso, e quando vedevo un nudo di donna, mi mettevo a toccarmi. Mi hanno espulso dalla scuola per “immoralità”. Valli a capire sti fottuti insegnanti!

La vecchia padrona della locanda, oggi, mi ha buttato fuori!! Adesso sono qui, dentro la barca,  con questo vecchio barcaiolo che quando mi ha visto mi ha urlato: “Vecchia bestia!! Che ci fai qui?” Io non me la prendo perché le bestie sono meglio degli uomini!Se passo il fiume riesco a tornare a casa.

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Mi trovo in campagna tra Piacenza e Pavia, ho trovato da mangiare perché lavoro in un circo. Sì! Il padrone del tirassegno mi ha fatto dipingere il suo cartellone:  ho dipinto anche una grande tigre, l’ho dipinta così bene che sembra viva! Prima di dipingerla ho ruggito come fa lei, mi sono sentito una tigre. Una zingara mi ha chiesto di farle il ritratto; in cambio mi porta da mangiare per una settimana e mi concede di vedere gli spettacoli che fa al circo. Non ho più soldi per tornare a casa.

Ho trovato un nuovo lavoro: faccio lo scariolante in mezzo al fango, ma quando non ce la faccio più sogno di essere in una foresta. Solo che i due stronzi che lavorano con me, si divertono a lanciarmi di peso e a farmi cadere nella cava dove l’acqua è più profonda. Loro non lo sanno, ma quando fa tanto caldo faccio il bagno vestito, poi corro nel bosco e mi ruzzolo per terra: così divento bello pulito.

Ho trovato finalmente una casa: vivo in un casotto lungo l’argine. Quando il fiume si arrabbia, non esco dalla mia tana e sto con i miei animali: cani, conigli, porcellini d’india, topi, uccelli e rettili. Ho imparato a parlare come loro e conosco ogni loro comportamento. Li dipingo sui quadri e faccio statue con l’argilla. Devo diventare come loro, il mio corpo deve diventare potente! Con le orecchie devo cogliere gli ultrasuoni, voglio un naso come quello dell’aquila perché solo l’aquila riesce a vedere il sole! Ecco perché spesso mi batto il naso con un sasso, devo farlo diventare come  l’aquila.

E’ venuto a trovarmi un pittore, un tale che si chiama Mazzacurati. Era venuto con una donna, ma l’ho mandata via! Mi ricordava la mia “matrigna”. Comunque a quel tale ho combinato proprio un bello scherzo… Aveva lasciato lì la sua tela e io ho cancellato quell’aborto di disegno che aveva fatto e ho dipinto la figura di un cane. Poi mi sono nascosto e ho sentito dire:” Questo è un uomo che sa dipingere!”

 Il Mazzacurati mi vuole a casa sua. Lui mi ha promesso che non tossirà mai! Perché se uno tossisce mi si ferma il pensiero e devo toccarmi i coglioni. Gli ho promesso che farò il ritratto di Elba, quella povera bambina che è caduta in un paiolo di acqua bollente. Era l’unica bambina che mi era amica, anche lei amava le bestie e colorava con i colori della terra.

E’ proprio bella ! Quasi bella come una donna! Per averla ho dato al meccanico tre quadri. Li vale proprio!! E’ una moto rossa che ruggisce come una tigre, oggi monto su e assieme andiamo a farci vedere in paese; ci lego anche i miei quadri.

 Quel figlio di puttana stamattina  ha ucciso uno dei miei cani. E’ una guardia, con tutte le mie bestie sono andato dal podestà; solo che nessuno mi faceva passare. Mi sono proprio incazzato e ho lanciato il vaso di fiori contro quei cretini. Poi sono caduto a terra, è arrivato il Kaki, l’unico mio amico, che mi ha detto di alzarmi, ma non ce l’ho fatta. Ho sentito solo dire che mi portavano nel manicomio di Reggio.

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Qui in manicomio mi permettono di dipingere. Un  medico, un tale Bertolini, quando ha visto il mio autoritratto, si è commosso. Mi ha detto che tra un mese potrò uscire. A me basta avere la mia moto rossa. Dicono che fuori sono pronti per far scoppiare la guerra! Sono tutti matti! La chiamano la seconda guerra mondiale.

Mi sono sistemato vicino al cimitero, qui non viene nessuno mentre dipingo. Finito questo quadro, vado con la moto a vendere i miei gioielli: sono i quadri con più colori.

E’ proprio vero che i tedeschi sono duri di “comprendonio”! Stamattina in osteria ho fatto il ritratto di un tedesco su un foglio, questo stronzo ha strappato il disegno! Gli ho rotto la bottiglia sulla testa! Il kaki mi ha detto di scappare, io sono rimasto a finirmi la birra. Dopo un’ora sono arrivate le brigate nere. Ho visto solo le lacrime del kaki mentre mi portavano di nuovo al manicomio.

Sto diventando come l’aquila, me l’ha detto anche il kaki. Lui ha capito …perché solo l’aquila può guardare in faccia il sole! Lo sa anche il barbiere, il Primo, che non può toccarmi il naso mentre mi fa la barba. Il Primo mi ha detto che in cambio di un mio quadro, posso vivere a casa sua. Al Primo farò un quadro con un’enorme vedova nera che sembra che esca fuori dalla tela. Voglio anche imparare a suonare l’organo, ieri in piazza ho suonato il  pianoforte :  anche Beethoven amava la natura. j

Sono sicuro che la Cesarina mi vorrà sposare. La farò vivere in un castello perché sono diventato famoso. Un regista ha fatto un documentario  sul “grande Ligabue” e hanno fatto pure la mostra a Gonzaga. Ho vinto anche una medaglia! La Cesarina la vado a prendere con la mia automobile. La faccio guidare dall’autista, e quando passo tutti devono dire: “Signor pittore Ligabue, lei è diventato proprio importante!”

Qui, alla mostra a Guastalla, mi chiedono come ho fatto a fare questi quadri; semplice…ogni quadro è un forte ricordo, una forte sensazione. Oggi chiederò alla Cesarina di sposarmi.

 Solo gli animali capiscono il mio dolore! La Cesarina mi ha detto: “Ci ho già uno …lo sanno tutti!” Le ho promesso un castello, due automobili, i miei quadri… Voglio solo sentire la musica di Beethoven.

Il dolore che mi ha lasciato quel maledetto no della Cesarina, ha fatto uscire di testa anche il mio braccio destro! D’improvviso non si è più mosso…Queste parole le ho fatte scrivere dal Kaki. Per mesi ho provato a dipingere con il braccio sinistro, il Kaki piangeva e io gli dicevo che non doveva preoccuparsi perché il Toni ce l’avrebbe fatta! Il Toni è come l’aquila: riesce a guardare in faccia il sole.

 

 

Il 27 maggio 1965 Antonio si spegne al ricovero Carri di Gualtieri. La cronaca di allora racconta che in quella fine di maggio il tempo fu burrascoso, pioveva spesso fittamente, ma il cielo talora veniva aperto inspiegabilmente da improvvisi squarci di luce.

Breve annotazione:  Al Toni, diventato un’aquila che continua a volare nella sua piena libertà, a guardare in faccia con orgoglio e coraggio il sole…

chiedo solo di avere un po’ di pazienza, se ho voluto raccontare la sua meravigliosa avventura documentandomi su vari libri per poi cimentarmi nell’arte del racconto. Così ho continuato a sognare, a scrivere fingendo di essere il Toni, il grande Ligabue…

Finalmente anch’io ho guardato in faccia il sole!

Adriana Pitacco

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