Nascere Frida

Non ho dipinto un numero considerevole di tele, la mia mente ogni volta che desidera conoscerne il numero mi indica il numero centocinquanta e, di questi, la metà sono autoritratti: perché ho fomentato il desiderio di rappresentarmi?

Nel travaglio della mia esistenza ho realizzato me stessa! Sono venuta al mondo per conoscere me stessa, la ricerca delle mie radici, che hanno assorbito la loro linfa dalla terra del Messico, dove lo sviluppo naturale della vita viene cullato fin dal suo esordio da Thazolteatl, Dea dell’amore, Dea della nascita, ma anche Dea dell’inganno, del tradimento. Per mia madre, il tempo dei giorni, il tempo del calendario sacro destinato all’intera comunità, era il tempo che viveva nelle origini divine del popolo messicano, nella tragicità imminente del suo destino, ma anche nella forza maestosa del suo coraggio. Mia madre, cullata nella valle di Oxaca, nella sierra madre del sud, era la vera testimonianza della fierezza della civiltà zapoteca, che mai venne completamente conquistata dagli aztechi. Il popolo zapoteca, discendente dai grandi felini, combatté per l’ultima volta contro i cruenti, sanguinari aztechi, per ben cinque anni, ma prima di essere sconfitto portò nell’antica città di Monte Alban il sacro coraggio che avrebbe alimentato il cuore dei suoi discendenti. 

“Nel nostro coraggio risiede la nostra anima destino” queste erano le parole di mia madre per augurarmi l’incontro con la quotidianità del nostro giorno, del nostro cielo azzurro, costruito non su atti di rassegnazione, pietismo e lacrime, ma sulla fierezza indipendente dal dolore, dalle avverse ostilità, “semplici scherzi del destino”.

Mia madre visse il desiderio di avere un figlio come una sorte di battaglia da portare a termine con successo. Solo al buio, di notte, lasciava che le sue parole arrivassero agli dei per acquietare le acque nere di una paura lontanissima che aveva ereditato dal suo popolo. Una sorte maledetta avrebbe potuto infierire sul suo desiderio. Perché nel tempo dei suoi antenati, il tempo del Messico scandito dal calendario azteco, vi erano giorni maledetti, giorni inutili…giorni sfortunati. Nel calendario azteco gli ultimi quattro giorni di gennaio e i primi due di febbraio venivano chiamati “Nemontemi”, cioè giorni inutili. E quando nascevano dei bambini in questi giorni si diceva che non avrebbero avuto fortuna, sarebbero stati maledetti dal dolore, avrebbero vissuto nell’ira della fame e della miseria, nel baratro dell’immanente tragicità del destino. Questi orfani della vita venivano chiamati Nemo, “bambini senza felicità”.

bambina con maschera della morte

Nacqui il 6 luglio, data sconosciuta al calendario azteco, e forse per questo più misteriosa! Ma quale sorte mi sarebbe spettata nell’immagine sacra del dolore?

Frida i miei nonni i miei genitori e io

Nei mesi successivi alla mia nascita, mia madre devolvé al mio tempo le parole della sua terra: “Nessuna sorte infausta piegherà il tuo coraggio! Tu gioierai nel luogo della tua terra. Quel luogo sarà il tuo atto creativo, perché tu, mia piccola, creerai di nuovo te stessa nella tua danza preziosa. La nebbia non avvolgerà più il tuo corpo. Il cielo non canterà più canzoni tristi…” E così fu, perché il cielo rimase sempre azzurro, ostinatamente ancora azzurro, pronto a specchiare le mie incredibili imprese in quelle convenevoli azioni abituali che gli altri bambini, invece, dispiegavano in brevissimo tempo.

“Non è più giorno di lacrime” sussurrava mia madre mentre conquistavo le mie vette giornaliere come addestrare il mio corpo ad un passo sicuro o passare rapidamente alla vestizione.

Ero nata con una deformazione della spina dorsale che non aveva certo resa rapida la mia deambulazione. Certo, non ero la forma più perfetta dell’essere umano, ma anche la piccola Frida iniziò a navigare nell’impresa eroica dei primi passi.

Ostinata, testarda, coraggiosa?

“Sei nata conoscendo già la grandezza della vita!” furono le parole di mio padre quando scoprii la posizione verticale del mio corpo, quando il mio piccolo e fragile essere iniziò a vedere il mondo nella supremazia dall’alto, eliminando in pochi giorni l’incertezza dei miei passi. Volevo i piedi, li volevo come ali per volare! In quei giorni la casa si tramutò in una vastissima terra da esplorare. Con il progredir dei miei passi, stavo sfidando la mia sorte…non sarei mai stata una bambina senza felicità, uno di quei figli sacrificati al tempio maledetto degli dei. La piccola Frida diventò l’unica eroina delle sue imprese quotidiane. Ma con il passare del tempo, il volto di mia madre iniziò a trasformarsi in un corteo di maschere che migravano dal volto sorridente e radioso all’espressione funesta, inconsolabile, perché per mia madre il mio passo incerto, a tratti barcollante, era il primo segnale della malattia infantile antica come l’uomo, il cui racconto maledetto lo si poteva trovare già nei dipinti e sculture egizie. Era una malattia che anneriva una parte del corpo, rendendola nemica alla luce delle scoperte, per poi necrotizzare l’armonia del movimento tra la gamba destra e la gamba sinistra. Con la poliomielite l’equilibrio del cammino sarebbe diventato una grottesca farsa. Percepivo già allora la paura di mia madre, la sua sofferenza, e rispondevo con l’ulteriore sfida delle mie imprese: imposi a me stessa di prolungare i miei passi per ore, di addestrare il mio esile corpo ad un cammino sicuro, rassicurato dalla gioia di mio padre, pronto a tributare a mia madre il mio innato spirito battagliero. “Nostra figlia è la personificazione della bellezza e dell’amore”, per poi ricordarle la discendenza del mio nome, quel nome che nutriva il suo sangue, le sue origini tedesche.

Mio padre sentiva che eravamo fatti della stessa materia, che portavamo dentro lo stesso istinto.

Foto Frida che mi assomiglia

Ma da dove discende il mio nome? Frida, o ancor meglio Freya, era una famosa dea germanica, figlia del dio del mare. Era la personificazione della bellezza e dell’amore. Spesso veniva rappresentata con un abito di fiori circondata da animali. Di lei si diceva che aveva lunghissimi capelli dorati. “Forse è l’unica cosa che vi differenzia” ripeteva mio padre prima di coricarci e dedicarci all’incontro con il nostro sonno ristoratore. Poi arricchiva il suo fertile racconto descrivendo nei minimi dettagli l’elemento magico di questa dea, quell’elemento sublime che la rendeva particolarmente affascinante, degna di tutti i tributi di una Dea regina, al di sopra delle altre, dea che mio padre avrebbe voluto rendere visiva agli occhi dei comuni mortali immortalandola in una delle sue splendide foto. Di lei, della sua bellissima immagine, mio padre avrebbe centrato tutta la sua massima attenzione nella sua lacrima sorprendentemente d’oro.

“Dove viveva?” era una delle mie abituali domande.

“Viveva in due palazzi, perché la sua esistenza fluiva in ore destinate a due imprese eroiche diverse, ma che alla fine si conciliavano in un unico solenne tributo dato al suo popolo.”

“Quale?” frenetico diventava il suo sguardo incuriosito.

“Lo scoprirai alla fine, prima dovrai conoscere i due palazzi nei quali dimorava per far raggiungere agli uomini, il traguardo più ambito, più importante! Traguardo che non tutti gli uomini riuscivano ad avvicinare. Freya, durante le ore immerse nella luce, viveva in un palazzo chiamato “campo della gente” o “corridoio del popolo” dove ogni giorno si suonavano e cantavano canzoni d’amore. La sua voce sublime possedeva il potere magico di trasformare i colori lugubri, luttuosi del cielo, in colori arditi d’azzurro, dalla trasparenza marina. Il cielo diventava talmente trasparente che in quei momenti ogni abitante della terra poteva scorgere la sua lacrima d’oro.

Una sola lacrima lucente che scendeva sul suo bellissimo volto.”

“Ma allora era triste? Cantava canzoni d’amore, come poteva essere triste?” Era la domanda che avrei voluto rivolgere, ma decidevo comunque di aspettare la fine del racconto, mentre con le mie piccole mani iniziavo a tratteggiare il volto di Freya, il suo abito tappezzato di fiori, i suoi grandi occhi a forma di cuore. 

E prima ancora che arrivassi a disegnare sul suo volto la sua inseparabile lacrima d’oro, mio padre riusciva già a donarmi la risposta.

“Al comparir del crepuscolo, di Freya rimaneva solo la sua lacrima d’oro. Qualcuno diceva che il suo tempo divino, quando la luce del sole lasciava il suo posto all’ora crepuscolare, era destinato a ricercare le anime dei caduti in guerra e a condurle in un palazzo costruito con i colori eterni del cielo, in tutte le sue sfumature, a volte così poco visibili al nostro sguardo terreno. In questo palazzo Freya svelava alle anime dei caduti il suo prodigio miracoloso: il cielo notturno sarebbe diventato un’incantevole tela sulla quale le anime dei caduti si sarebbero tramutate in stelle luminose. Freya allora iniziava a dipingere le anime dei caduti intingendo i colori dalla sua lacrima d’oro che ancora lucente splendeva nel buio della notte. Le stelle di Freya diventarono un punto di riferimento per i veri navigatori, uomini e donne desiderosi di esplorare nuove terre, di conoscere il mondo al di là della ristretta visione dello sguardo umano.”

Durante il racconto, scoprivo in mio padre il dono magico di trasformare i suoi occhi malinconici in due incantevoli stelle, da loro intingevo le mie parole: “Allora papà il dolore si trasforma in una stella…in una rinascita…”

“Una rinascita dentro ad una lacrima d’oro…l’impresa trionfante della nostra vita è fatta d’amore e di coraggio, senza mai dimenticare che nel viaggio del dolore vi è la rinascita di ognuno di noi. Il nostro dolore diventerà una stella per illuminare la rotta, la via di altri uomini e condurre la loro vita in un unico vero splendore.”

Sarebbe stato così anche per Frida “Pata de palo”,  Frida gamba di legno?

foto frida bambina 2

La mia casa era all’angolo tra calle Allende e Calle Londres, bastavano pochi passi e mi trovavo di fronte al raduno dei piccoli niños che in tono sprezzante salutavano il mio arrivo con il soprannome che mi avevano affibbiato “Frida pata de palo! Frida gamba di legno!” Spesso rispondevo alle loro burla indossando abiti maschili, quegli abiti che incutevano nel loro sguardo una sorte di stupore affiliato con il dubbio: “Frida pato de palo si è vestita così perché è in grado di risvegliare una strana forza fisica maschile?” E la lotta iniziava proprio con lo sfoderare la mia forza contro i loro soprusi! Ma vi fu un giorno in cui mi presentai con la mia veste da bambina, omaggiai la mia gamba destra con nuove parole: “Dai bella! Datti da fare che li faremo impazzire dall’invidia!” Quel giorno la gamba compì la sua prima metamorfosi: in pochi attimi si trasformò in un’ala di farfalla, poi la seguì anche l’altra sorella gamba, la sinistra, quella che a detta di tutti era la più fortunata! In realtà la più adatta ora era la mia gamba destra, la più corta, la mia magica gamba ranocchia, quel tiro a bersaglio per i poveri pendos: idioti! La mia gamba ranocchia si trasformò rapidamente in un’ala meravigliosa, in grado di compiere mille e mille acrobazie! Il mio tempo diventò improvvisamente un gioco splendido, nessuna forma di scetticismo negli sguardi altrui, ma solo una povera rassegnazione perché nessun bambino avrebbe potuto sfidare i miei passi volanti! Di una cosa ero certa…perché avere i piedi se d’incanto possedevo ali per volare?

Frida perchè voglio i piedi se ho le ali per volare 1

Mi divertii a sfidarli e la sorpresa continuò per diversi pomeriggi! Frida gamba di legno diventò molto spericolata, dimostrando di saper compiere vere e proprie acrobazie in bicicletta, con i pattini, arrampicandosi sugli alberi, scavalcando i muretti. Ben presto, nel quartiere si diffuse la voce che Frida era diventata una specie di “Fata delle acrobazie”, e i niños arrivavano numerosi ad osservare incantati le meraviglie di Frida la fata! Increduli, rimaneva per loro un mistero da risolvere: “In quale luogo sconosciuto era andata a finire Frida la zoppa, Frida con la gamba maledetta?”

Tornata a casa iniziai a vestire la mia bambola e a metterle un pezzo di legno al posto della gamba destra. Anche lei aveva una struttura non conforme per disarmonia, per inadeguatezza! In poche parole, avevo creato il mio primo autoritratto, il mio doppio, il doppio di me stessa. Ma anche quel doppio aveva bisogno di ascoltare le parole di mio padre: “Sei nata conoscendo già la grandezza della vita!”

foto Frida bambina

Fu proprio così? O imparai a vivere nello sguardo malinconico di mio padre?

Dentro al suo iride, accanto al colore dominante, l’azzurro, si sgranavano come minuscoli frammenti, atomi di grigio chiarissimo che rendevano il suo sguardo penetrante e malinconicamente inquieto. 

Frida ritratto di mio padre

Libertà! Era la parola che viveva in mio padre quando lo accompagnavo nel suo viaggio quotidiano in Città del Messico per portare alla nascita le sue foto. Nella libertà del suo sguardo, quel fotografo rispettato aveva avuto dal governo l’incarico di censire il patrimonio architettonico del paese, ma il suo occhio desiderava solo la libertà di scoprire il mistero della luce e delle ombre non solo nella definitiva visione dell’inquadratura, ma in ciò che sentiva, viveva, mentre esplorava la terra del Messico. Dove voleva arrivare mio padre? Il suo sguardo s’impreziosì delle parole di Goethe, parole scoperte durante le sue infinite letture: “Non si arriva mai tanto lontano come quando non si sa dove si va…” Anche se il passo del suo viaggio, spesso, era l’impronta di un’inquieta malinconia che io rivestivo con il colore magnificamente azzurro dei suoi occhi. Quella malinconia che compose la forma dei suoi giorni in quella malattia che scoprii nel tempo della sua assenza al mio sguardo, mentre nella mia vana ricerca lo imploravo di continuare a condurmi per mano nei nostri viaggi quotidiani per trasformare le strade di Città del Messico in terre inesplorate, liberi di conquistarle! Io e mio padre avevamo lo stesso spirito d’immaginazione. Per mio padre i miei occhi neri erano le vette imperiose delle montagne messicane, per la piccola Frida l’azzurro malinconico dei suoi occhi rappresentava nuovi viaggi immaginari in nuovi mattini colorati dal cielo del suo sguardo. Entrambi partecipavamo al meraviglioso miracolo di sentire la forza creativa della vita! In quella forza creativa nascevano le sue foto, tutte sorprendentemente diverse. Perché mio padre con le sue fotografie collaborava con il cielo, con il sole, con luci e ombre e la calligrafia della sua vita si presentava alla piccola Frida nell’attimo meraviglioso della conquista della libertà. Nella nascita delle sue foto, mio padre viveva la piena libertà delle sue emozioni. I veri suoi maestri erano i nostri occhi, gli occhi delle nostre anime nel tempo della nostra complicità. A volte mi chiedo se attraverso le sue fotografie, desiderasse farmi scoprire il mondo della sua malinconia, ma la piccola Frida attraverso i suoi occhi imparò a vedere la vera espressione della vita.

Con mio padre imparai a brindare al sole che mi sorrideva, all’occhio del cielo che attendeva il volo degli uccelli, a giocare con le ombre della statuaria luce, nostra trionfante regina, mentre il canto degli uccelli lusingava il nostro udito impenetrabile ai rumori della strada. Di ogni giardino che costeggiava la strada ne amavo le anime nel rigoglio dei fiori, nella supremazia dei colori. La mia anima diventava l’anima di quel paesaggio, il mio occhio, il nostro occhio, era l’occhio dell’uccello in volo perché entrambi adoravamo la vita nell’incanto della sua bellezza e desideravamo comprenderne il suo segreto.

quadro Frida magnolie

Il tratto vitale della sua inquietudine era anche il mio. Mio padre non dimenticava mai di pormi in evidenza la nostra somiglianza con le sue parole: “Frida, la più intelligente delle mie figlie, è quella che mi somiglia di più!”

E la piccola Frida continuò a farsi sedurre dalla vita.

Possedevamo entrambi l’inquietudine della scoperta e, nel suo infinito sguardo, mio padre raccoglieva la sua piccola fata, grande come un guscio di noce. Il gigante e la sua fata passavano ore ad osservare, nei parchi vicini a casa, piccole pietre, piante rare, il volo di insetti dai luminosi colori. Da lui imparai lo sguardo tenace, caparbio nello scovare ogni minimo dettaglio di quelli che amava definire “Tracce della bellezza universale!”, e nello sguardo del gigante la piccola fata diventava l’unica e assoluta realtà della bellezza e dell’amore, l’unica ad essere in grado di scoprire il significato nascosto nelle piccole cose. Trasformavo il suo sguardo nel volo di un uccello, mi divertivo ad immaginare il suo volo. Seduta sul suo dorso avrei scoperto l’altra metà della bellezza: lo spazio infinito del nostro esistere. Al suo splendido sguardo attribuivo qualità che per gli altri erano così inusuali: morbido, saporito, caldo, questo era lo sguardo di mio padre…nutrimento della mia infanzia.

Ma al sopraggiungere della sera, il mio sguardo rimaneva vuoto della sua presenza…

Sterile rimaneva il mio richiamo, mentre mia madre impartiva il suo divieto: nessuno poteva entrare nella stanza di mio padre! Nessuno, nemmeno la mia angoscia! In mezzo all’ombra del caos, una verità mi appariva chiara e precisa: quel mistero della sua scomparsa accadeva poco prima che io andassi a letto…poi di mio padre nessuna traccia, solo un tonfo a cui seguiva un rantolio agghiacciante. E il tempo si pietrificava nell’attesa che mia madre uscisse dalla stanza, ma imperioso rimaneva il suo assoluto divieto. Costretta ad andare a letto, ascoltavo il passo solitario di mia madre peregrinare dal corridoio alla stanza dove mio padre custodiva il suo maledetto segreto. Io e mio padre non eravamo più complici!

La piccola Frida non poteva più essere la sua impronta.

Perché? 

Solo dopo mesi mia madre mi concesse di sapere che mio padre soffriva di epilessia.

E da quel giorno, quando accompagnavo mio padre nei nostri viaggi fotografici, di lui conoscevo i più nascosti segreti della crisi imminente. Il gigante viveva del coraggio della piccola Frida, del nostro esempio immenso di tenerezza, del nostro unico lavoro di comprensione di tutti i nostri problemi. Molte volte mentre camminava con la macchina fotografica in spalla e gli capitava di cadere improvvisamente, la piccola Frida era pronta a fargli respirare immediatamente dell’alcool o dell’etere  e a diventare l’unica custode della sua macchina fotografica.

Perché a nessuno avrei permesso di rubare il tempo delle nostre scoperte, ma anche il tempo delle sue domande, il tempo della sua malinconia nell’atto della consapevolezza della vita…

della mia, della nostra vita. 

quadro fRida naturaleza viva

E quel dialogo iniziava prima che mio padre saziasse la sua anima con le sue fotografie…

“Frida guardami…ascoltami…e se ora provo a chiudere gl’occhi? Magari per un tempo indefinito…”

“Perché papà?”

“Per scoprire la mia vera cecità. Sarei senza le mie fotografie, senza la mia macchina fotografica…cosa penserei? Come vivrei? Come potremo condurre le nostre scoperte?”

“Papà…potresti pensare a qualcos’altro…realizzare un tuo diverso appagamento!”

“No Frida…l’avrei potuto fare se non avessi avuto la consapevolezza di ciò che rappresenta la mia macchina fotografica. La mia consapevolezza è la mia verità…niente potrà sostituirla…vivrei nella cecità, nel buio assoluto!”

E ora, a distanza di anni, so che con il mio primo dipinto iniziò a prendere forma anche per me l’atto vitale di quella che sarebbe stata la mia vera, unica consapevolezza. E tutto questo grazie a mio padre.

Ogni giorno infilavo fantasia, doni del mio essere nell’aria cristallina e pura mentre mio padre mi porgeva in dono le sue parole.

“Divina è la foto, miracolo dell’occhio che raggiunge il suo carattere divino nell’opera compiuta della rappresentazione perfetta del reale…a volte, piccola Frida, mi chiedo se sia proprio così…quale perfezione il mio occhio desidera raggiungere?”

“L’imitazione della realtà, copi il paesaggio e lo trasporti nella tua macchina fotografica…papà, non credi…è come quando io conduco alla fine il mio disegno…non è vero che ci assomigliamo?”

“Oh, piccola Frida…io vorrei tanto assomigliarti! E’ il gigante che vuole essere come la sua bambina…desidero mantenere la tua poesia, perché i tuoi disegni non sono solo lo specchio di ciò che vedi, ma il riflesso della tua anima, del tuo occhio segreto che vive, comprende, interpreta…vedi, piccola Frida, dentro all’occhio di ogni bambino si nasconde un altro piccolo occhio segreto…l’occhio del bambino poeta che colora l’essenza di ciò che vede con le sue emozioni, la sua fantasia. Tu vivi e non dimentichi…Io vivo e ho paura di dimenticare ciò che ho vissuto. Forse è per questo che mi ostino a fotografare, forse è questa mia paura che mi porta a cercare di far vivere le mie foto come se fossero dei testi poetici, rappresentazioni di ciò che sono dentro alla realtà che il mio sguardo mi concede.” Anche mio padre possedeva il suo occhio segreto, quell’occhio che mi svelava la sua saggezza quando mi porgeva in dono la lettura dei suoi testi poetici, il destino delle loro parole. Immagini e parole dentro all’infinita foto della sua vita, sempre in progredire, a tratti solitaria nell’essere incompiuta. Ecco! Volevo che la foto della vita di mio padre fosse incompiuta, senza una fine, perché solo così la morte nel suo atto compiuto, finale, non avrebbe potuto tradire la sua malinconia.

Io avrei ascoltato per sempre mio padre fino al giorno in cui avrebbe scoperto sul mio volto la mia lacrima d’oro.

Ma prima, la piccola Frida, la piccola “Pata de legno”, doveva imparare anche a volare.

Quadro FRida del 1938

Quel giorno mi ritrovai con un costume d’angelo, non so per quale sorte d’incantesimo indossai l’ampia veste bianca, probabilmente cucita alla meno peggio da mia madre e piena di stelline d’oro sul retro, con grandi ali di paglia intrecciate. Che fatica! Finalmente avrei potuto volare! Corsi subito dalla mia amica immaginaria e con un dito disegnai la nostra porta segreta. Piena di gioia, varcai quella soglia con l’immaginazione. Attraversai per intero la pianura che avevo di fronte, scesi in fretta nel cuore della terra dove la mia amica immaginaria mi stava aspettando. Appena mi vide con il mio nuovo abito d’angelo, iniziò a sorridermi e danzando mi disse: “Ehi Frida, vuoi imparare a volare per diventare una stella del cielo? Te ne andrai su…nell’infinito prato del cielo? Sboccerai anche tu come una stella? Prova a spiccare il volo, dai! Non guardare cosa c’è davanti ai tuoi piedi, danza guardando solo il cielo…dovrai restare abbracciata solo alla tua gioia.” Poi scomparve…il miracolo del mio volo doveva prodigarsi, realizzarsi solo con le mie forze. Dovevo riuscire a sollevarmi in aria, dar vita ad una spinta verso l’alto. Per realizzare la mia impresa ero sicura che avrei dovuto attingere alla mia forza creativa, quindi chiamai in aiuto le parole armoniose di mio padre e chiesi a loro di tessere la brezza destinata al mio volo, poi dipinsi in alto, nel cielo, i suoi splendidi occhi. Ero pronta! Sarei diventata una stella ubriacata di gioia!

Ma la stella vacillò nel tremore delle gambe, nell’aspra indomabile rancida poliomielite che aveva azzannato la mia gamba destra senza però tramortire il mio sogno…

Mentre l’occhio di mio padre versò la sua lacrima, il mio tonfo si trasformò in una stella cadente: avrei portato a compimento ogni sogno di mio padre.

E rimasi abbracciata al cielo azzurro dei suoi occhi!

Thealzoteatl, dea dell’amore, deve essere nata dalla mia parte! Sono stata amata, infinitamente amata, mio padre vedeva in me la sua figlia prediletta e quando a quindici anni superai l’esame di ammissione alla Scuola nazionale preparatoria e scelsi un corso di studi che mi avrebbe portato alla scuola di medicina, realizzai anche il sogno di mio padre, non solo il mio. “Frida è la figlia che mi somiglia di più” erano le parole che continuavo a vedere nel suo sguardo, alimentate dalla ferma convinzione che la sua figlia preferita avesse capacità eccezionali.

Frida iscrizione scuola

Per la mia entrata alla scuola Nazionale, mia madre mi preparò una camicia bianca, una gonna plissettata blu; i miei capelli ribelli dovevano essere racchiusi dentro ad un cappello di paglia con il fiocco. Insomma…dovevo essere una rispettosissima bambolina dal comportamento elegante, aggiungo nauseamente elegante! “Mi raccomando Frida, indossa sempre questo tradizionale abito da studentessa. La scuola esige prima di tutto ordine e rispetto!” poi con tono sommesso aggiungeva: “E tieniti sempre pulita e pura.” Quanto mi divertivo ad oltraggiare le sue noiosissime parole: “Pura e pulita in che senso?” Ma non attendevo nessuna risposta, mi bastava suscitare sul suo volto il rossore dell’imbarazzo che si specchiava sulla sua stupida moralità. Dalla spia più tenace della scuola arrivarono a mia madre delle lettere nelle quali la informavano che la studentessa Frida Kahlo non era in grado di far corrispondere alla sua brillante intelligenza il rispetto doveroso delle norme della disciplina scolastica. “Spesso sua figlia si ribella e si allontana dagli spazi riservati alle ragazze per trasformarsi in una vagabonda agli angoli delle strade. Ultimamente sua figlia ha instaurato rapporti con studenti il cui comportamento è disdicevole.”

Alle lacrime di mia madre, alle sue continue richieste di spiegazione, risposi con questa mia lettera: “La mia vita mi conduce a cercare l’opera della mia libertà non nelle singole azioni che compio come fa il senso comune, ma nell’essere e nell’essenza tutta dell’uomo, la quale deve essere considerata come il suo atto libero. Ogni individuo opera in conformità con quello che è!”

Cosa stavo chiedendo a mia madre? Che decifrasse per la prima volta il mistero della scrittura? Nessuno dei suoi sforzi avrebbe potuto allontanarla dall’essere analfabeta…no! Non volevo che le mie parole, quel foglio scritto rappresentasse per lei l’oceano dalle onde gigantesche, titaniche. Fu lei stessa a realizzare il mio desiderio…porse la mia lettera a mio padre che sarebbe stato in grado di leggerla a voce alta consentendole la comprensione delle parole. Comunque prima avrebbe atteso che mio padre, com’era sua consuetudine, la leggesse in silenzio. Per mia madre quella lettura silenziosa era un miracolo che solo uomini straordinari potevano compiere. Ma mio padre custodì la verità di quelle parole solo per lui: la sua piccola Frida stava parlando con il suo sguardo, nella verità delle parole del suo amato Schopenhauer. E la via nella ricerca della mia libertà, era la via della rivoluzione! La mia vita sarebbe stata un contributo alla lotta del popolo per la pace e la libertà, perché nessuno è separato da nessuno. Nessuno lotta per se stesso. Tutto è uno. L’angoscia e il dolore, non sono nient’altro che un processo per esistere e la lotta rivoluzionaria in questo processo è una porta aperta all’intelligenza. La rivoluzione è l’armonia delle forme e del colore e tutto esiste e si muove sotto una sola legge: la vita! In quell’armonia della forma e del colore ero pronta alla rivoluzione assieme al gruppo degli studenti dei Cachuchas. “Siamo nati nel fuoco della vita, pronti per riportare la terra messicana alla sua vera origine, senza essere violentata dal potere non più occulto dei traditori del popolo”. Con queste parole entrai a far parte del movimento studentesco dei Cachuchas.

Frida quadro cafè

Volti maschili, sguardi imperiosi, ma il mio sguardo era più coinvolgente del loro! Ero in grado di presentarmi ai loro occhi nel duplice aspetto di donna e di uomo, libera da ogni identità precostituita alla nascita. Frida, solo Frida, solo me stessa! Io ero l’unica progenitrice della mia nascita. E verso il mio atteggiamento spavaldo e battagliero, i compagni nutrivano una profonda ammirazione. Mi divertivo a presentarmi agli incontri studenteschi in doppiopetto maschile o con un abito dagli scintillanti colori della terra messicana. Folgorante era la mia comparsa nei costumi tradizionali delle donne di Tehuantepec! Era ben chiaro il mio messaggio: la vera rivoluzione non ha sesso! La vera rivoluzione vive nell’amoroso abbraccio dell’universo. Ed ero pronta per la vera ballata della Rivoluzione proletaria.

El ArsenalThe Arsenal

Entrai quindi in questo piccolo popolo composto da: Miguel Lira, José Gomez Robleda, Agustìn Lira, Jesùs Rìos Vales, Alfonso Villa, Manuel Gonzàlez Ramirez, Carmen Jaime e Alejandro Gòmez Arias.

Frida disegno cachucas n 9

Con il fuoco della rivoluzione avremmo incentivato l’alfabetizzazione, la parificazione sociale della popolazione di origine india, la sua integrazione culturale e la conquista di una cultura messicana indipendente e l’arte finalmente sarebbe stata libera da ogni accademismo. Indossavamo berretti di stoffe con le punte, in segno di sovversione contro il delirante abbigliamento imposto dal rivoltante codice di comportamento della prestigiosa scuola nazionale preparatoria. Eravamo studenti, poeti, scrittori, anarchicamente felici nel divorare libri su una varietà di argomenti scelti da noi e mai imposti, nello studiare a modo nostro, testimoni della vera fiamma sacra della conoscenza, fiamma che ardeva mentre ogni giorno stringevamo un patto di alleanza con il popolo. Al popolo chiedevamo di ricevere la ricchezza della sua dignità, noi, in cambio, avremmo dato la forza delle nostre idee! La nostra unica disciplina era la conoscenza del nostro popolo. E questo era ben chiaro soprattutto per i compagni Miguel Lire e Alejandro Gomez. Ma quale segreto nascosto nel nostro spirito rivoluzionario, stavamo realmente cercando?

“Sai già tutto senza leggere o scrivere” mi ripeteva Alejandro.

“Sei una rara piante messicana che sa vivere in terre aride e deserte. Mi chiedo se arriverà il momento che anche noi potremo vivere del tuo coraggio…forse siamo solo dei principianti che vorremo avere la tua resistenza illimitata! Studi per ore, conquisti territori di libri per giorni interi, e poi guai se qualcuno oltraggia le tue idee! Per loro diventi così burbera, ostinata ma limpidamente vera. Non ricerchi nessun doppio di te stessa per consacrare i gusti altrui, ma sono tante le persone che contano su di te, ed è la tua vita che ti rivela la vera conoscenza.” 

Era il mio fratello anima che mi parlava. E quel fratello anima iniziò a dissetare il mio desiderio di libertà, ad avvolgere il mio sguardo con il suo. Il brillante oratore, diventò non solo lo specchio del mio spirito rivoluzionario, ma l’orizzonte dei miei passi, il centro del mio equilibrio, la forza della mia gamba destra che con orgoglio correva verso di lui…non più maledettamente zoppa, solo portatrice del mio sorriso che culminava in una gioia improvvisa. Quel fratello anima diventò il mio Dio dal volto di un giovane amante. E quel Dio aveva alimentato la sua sacralità nutrendosi della mia impazienza, della mia drammaticità, della mia urgenza nello scoprire la vita perché avevo scelto una persona che mi guardava come se fosse una magia.

Frida autoritratto con velluto

Ma in quale sorte avrei ritrovato le sue parole?

Il mio tempo viveva solo la misura dell’impazienza, dello struggente desiderio, della mia implorazione che Alejandro non ascoltasse il tempo degli uomini misurato dal ritmo precostituito delle abitudini, ma il tempo delle nostre scoperte, il tempo azzurro dei nostri sguardi dove anche le nostre ombre assumevano il colore della nostra gioventù. L’avrebbe fatto? Il fremito delle mie ali spuntate all’improvviso cancellava ogni mio dubbio. Mentre osservavo il suo arrivo sentivo che nel suo sguardo raccoglievo il mondo come se le cose mantenessero la loro origine. Desideravo donargli i colori più belli, volevo che i nostri mondi fossero uno solo. E pochi attimi prima che il suo sguardo si unisse con il mio, vedevo Alejandro posarsi sul palmo della mia mano per trasformarsi in una rosa…l’avrei dipinta per non farla morire, per affidarla per sempre al mio cuore.

Da quando mi ero innamorata di Alejandro, ogni cosa si trasformava in bellezza. L’amore è come la pioggia…Alejandro era il mio cielo, era la mia pioggia, e io come la terra l’accoglievo ascoltando la sua voce, le sue inquiete domande. La nostra vita stava scorrendo aprendo sentieri che non avremo percorso invano; sentivo che le sue parole percorrevano l’intero spazio e raggiungevano le mie cellule, il mio sangue, e componevano il battito del mio cuore.

“La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando tra l’intervallo fugace e per di più illusorio del piacere e della gioia”

Erano le parole di Schopenhauer, parole che infervorivano l’appassionante lettura non solo di mio padre, ma anche di Alejandro. “Cosa ne pensi Frida? Viviamo anche noi nell’apparente illusione?”

Frida quadro ritratto di Alejandro

Attendevo da giorni che Alejandro mi porgesse le sue domande, ma quel giorno non avrei affrontato nessuna questione filosofica…Era il giorno 17 settembre, il giorno seguente alla festa dell’indipendenza messicana, e anche noi avremmo continuato a deridere la morte per per conquistare la vita. Il giorno 16 settembre apparteneva alla nostra nascita, al luogo misterioso delle nostre origini. In quel giorno, la dea della vita, “L’anima del guerriero che viene dal paradiso” festeggia con gli uomini la conquista della libertà. Dentro al sepolcro dei morti finalmente regna il sorriso dei vivi!

Lacerare, bruciare, sterminare, furono gli ordini imposti dagli sterminatori nella loro opera infernale. Una maledizione che in Messico durò per lunghissimi anni. “Nuova Spagna” era il nome che ogni messicano dovette attribuire alla sua terra, ma nel silenzio del tempo, uomini e donne costruirono il nuovo cielo del Messico. E la nascita di ognuno di noi appartiene al grido de dolores, il grido dell’indipendenza messicana!

Ma il nostro amore, mio e di Alejandro, ci permetteva non solo di scoprire il motivo della nostra nascita, ma anche di partecipare alla vita cosmica, all’abbraccio con l’universo con il quale l’uomo supera la paura della morte. Erano giorni che Città del Messico era maledetta da incidenti d’autobus, quegli autobus che si trasformavano in strani mostri famelici, pronti a divorare le vite umane. Custodi della loro violenza erano gli autisti che sfidavano il destino nell’insondabile certezza di sentirsi invulnerabili. E allora l’autobus brulicava di vite umane, mentre il pensiero del conducente era disabitato dalla prudenza, posseduto dal fulgore di una corsa sfrenata senza mai sortire il dubbio della polvere di campane a morte che da lì a poco si sarebbe sollevata con la fine straziante della corsa.

“La vita umana è come un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia, passando tra l’intervallo fugace per di più illusorio del piacere e della gioia”

Osservai il passo sicuro di Alejandro, il suo sguardo vivo e fiero…avrei trasformato il piacere e la gioia nella realtà della nostra vita, perché le nostre risate non erano pura illusione! Non c’era niente di più prezioso delle nostre risate e per intramontabili ore i nostri sguardi abitarono l’immenso azzurro del cielo di Città del Messico.

E quel giorno gli dei aztechi sembrava che desiderassero offrirci il loro dono nelle parole di uno strano uomo comparso nell’autobus vecchio e affollato che prendemmo per ritornare a casa.

Un uomo, un magico personaggio, che mio padre avrebbe voluto scovare nei nostri passati viaggi quotidiani in città del Messico.

Frida l'autobus 4

Trovai posto accanto a lui e subito il mio sguardo si posò sulle sue mani vigorose che stringevano un sacchetto contenente una polvere d’oro. Improvvisamente comparve la sua voce: “Inevitabile è la morte, troppo intima per negarla…ma io sento che cammini in un mondo di colori e se questa polvere d’oro che porterò alla Madonna di Guadalupe dorerà la tua fronte, il tuo destino sarà sempre legato alla nascita.” In pochi attimi ritornai bambina con la mia ferma convinzione che la saggezza del tempo non viveva nell’incredulità, nel ripudio di tutto ciò che non apparteneva alla razionalità, ma nel fervore dell’atto creativo, nel fascino di una magica realtà. Quell’uomo conosceva la storia del mio passato e del mio presente, sapeva che non ero mai stata orfana della vita, che la mia nascita non apparteneva ai “bambini senza felicità”.

E la polvere d’oro brillò sulla mia fronte!

Ma feci appena in tempo ad udire la risata cristallina di Alejandro, le sue dolci parole: “Frida…sembri una ballerina…una splendida ballerina…”perché il tempo mostrò il suo ritmo sanguinario!

Raggiunto l’angolo tra Cuahutenotzu e 5 de maya, di fronte all’autobus apparve un tram proveniente da Xochimilco. Il tram procedeva lentamente, ma l’autista dell’autobus era giovane, molto nervoso, e improvvisamente si trasformò in un eccitato torero che avrebbe inaugurato la sua vittoria, acclamando la sua velocità, la sua folle corsa nel superare ogni ostacolo, nel designare la sua supremazia!  “La gioventù brucia il tempo!” era l’unica convinzione che destava in lui un vero e proprio appagamento. E s’incendiò il tempo, mentre il tram trasformò l’autobus in una fisarmonica dal mantice impazzito! Sopra a volti mutilati dalla paura il tram continuò il suo sibilo mortale. 

Frida retablo

Poi vidi una bambola a terra…anzi no, parti di una bambola dilaniata! Un maleficio aveva trasformato il corrimano dell’autobus, in una spada maledetta! Quella spada era dentro al suo fianco, aveva trapassato il suo bacino per uscire insanguinante dalla vagina trasformando il suo futuro di madre in uno strazio macabro di pallide vite mai destinate al fertile evento della nascita, nessun figlio avrebbe potuto mai far parte del suo autoritratto.

Frida ospedale Henry Ford

Avanzò l’immagine e scoprii la sua identità, mentre l’urlo si perse nel terrore che le parti della bambola mi abbandonassero per sempre! Perché quella bambola era Frida macellata nel modo più cruento, dentro ad una corrida sanguinaria. Alla bambola avevano strappato anche i vestiti e nel rito sacrificale avevano sparso sul suo corpo sanguinante una polvere d’oro: “La ballerina…la ballerina è morta!” Erano le parole di volti che riuscivo a vedere con il mio sguardo, il respiro della mia sopravvivenza.

L’esercito della morte stava sguainando la sua incidibile forza, conquistando il destino del mio tempo, trasformando il mio corpo in un territorio seminato dal sangue, pronto a sradicare il battito del mio cuore dal flusso tempestoso del mio sangue. Poi il mio occhio compì una misteriosa magia: vidi il mio sangue sgorgare dalle ferite assumere incredibilmente il colore azzurro del cielo e dentro alla spumeggiante fisionomia di strane nuvole comparvero le parole di mio padre: “Sei nata conoscendo la grandezza della vita.” Ma fu una questione di attimi.

Qualcuno suggerisce che sia dovuto ad una sorta latente d’incoscienza prima che il destino di un corpo martoriato si avvii ad una duplice sorte: l’impotenza di fronte alla morte o il lungo assedio del dolore prima di un inaspettato ritrovarsi alla vita.

Ma nessuno lotta per se stesso…Io lottai perché mio padre e mia madre non annegassero nel dolore, perché le mie sorelle non vivessero la morte come la sconfitta della vita. Lottai mentre la polvere d’oro scendeva dalle lacrime del cielo.

Io sono Frida…il mio nome significa pace…E la polvere d’oro ricoprì le mie ali. Rapita dall’azzurro del cielo, la morte sarebbe stata solo una fuggevole illusione.

“La vita umana oscilla tra il dolore e la vita ma non più fuggevole sarà il piacere e la gioia del nostro incontro” Finalmente sapevo realmente cosa rispondere ad Alejandro.

Una polvere d’oro…il sacchettino custodito gelosamente dall’uomo della Madonna di Guadalupe. Ricordai le sue parole, il suo incantesimo! La mia fronte che brillava d’oro, la ballerina che brillava di vita…

Fu solo illusione? Sporca menzogna?

Ruscelli di sangue…

Una vagina squartata da un inesorabile destino…

Frammenti di ricordi…

Poi la bambola non fu più nascosta agli occhi di Alejandro. Mai dimenticherò la sua presenza, la sua corsa contro il tempo.

Diventò padre, madre, fratello, compagno in un solo attimo. Accarezzò la mia fronte madida di sudore, custodì il mio grido di dolore quando due mani gravide di speranza mi strapparono dal mio corpo la spada maledetta. Per Alejandro ero nata nella terra del Messico per essere scelta dagli Dei con il compito di creare la vita e di generare le stelle che avrebbero popolato il cielo.

Ma l’uomo della madonna di Guadalupe non si trovò più.

Mi ritrovai nel luogo della mia nascita e ogni mio respiro cantava il canto degli Dei.

Ogni mio respiro si fece sedurre dalla vita. Non versai una lacrima, anche se mio padre fu sempre convinto che piansi lacrime d’oro che ben presto si sarebbero trasformate in stelle per segnare nuove rotte nel buio di lunghissime notti. Per mio padre fu l’origine misteriosa della mia nascita a strapparmi alla morte.

E la vita insisté per essere mia amica suggellando questa sua promessa: “Io ti consegnerò il mio universo”

Mio padre nei lunghi mesi di convalescenza continuò con la sua lettura a portarmi in dono le parole del suo amato poeta Enrique Gonzalez Martinez

“Ho una fiamma nascosta che è sempre con me, una fiamma d’amore che non si spegne, né si consuma mai. Se trovo un fiore respiro il suo profumo, se c’è una bocca fresca corro a baciarla e io continuo. 

Sono come un viaggiatore che attraversa la foresta senza mai preoccuparsi della direzione o della distanza, al quale la foresta canta un inno fragrante, un canto di risata e un madrigale di festa.

Sono un amante lussurioso del sole e dell’alba”

Frida viva la vita 2

perché questo mio scritto?

Sono in viaggio ogni giorno…

un viaggio speciale per conquistare la vera essenza della felicità. Ogni giorno mi accompagnano i loro meravigliosi sguardi, per approdare insieme in nuove terre costruite con le loro parole, la fantasia dei loro racconti. E mentre navigo solcando il mare dei loro sguardi, arriva la brezza delle loro parole pronte ad offrirmi la rotta per conquistare la mia vera felicità. Poi mi donano le loro mappe, tenute finora gelosamente nascoste.

Ora so il motivo della vera felicità!

“Io sono felice perché vivo e creo come se la mia infanzia continuasse per sempre.”

“E’ vero, abbiamo ali per volare!” aggiungono i loro sguardi impazienti di aprire assieme il sipario della vita e poter nascere ogni giorno in una nuova storia. Conoscono così bene i miei abili travestimenti!

Nasco di nuovo per far migrare le mie parole nel mio racconto su Frida Kahlo.

E dopo essermi seriamente documentata, la trama del mio racconto mi conduce sempre alle sue parole

“Sono felice finché dipingo.”

“La rivoluzione è l’armonia della forma e del colore e tutto esiste e si muove, sotto una sola legge: la vita.”

E nella legge della vita, io ho ricevuto il grande dono di vivere ogni giorno con voi!

Questo mio scritto è dedicato ai miei piccoli artisti della classe quarta b

Veri artisti dell’anima.

A voi, che un giorno vi innamorerete

e nel tempo del vostro amore anche le vostre ombre assumeranno il colore della gioventù.

quadri postati di Frida Kahlo: “I miei nonni, i miei genitori e io” (1936)- “Bambina con maschera della morte” (1938)- “Piedi perché li voglio se tengo le ali per volare” (1953)- “Ritratto del padre” (1951) “Magnolie” (1945) – “Naturaleza viva (1952) -“Pidens aeroplans y les dans de petate ” (1938)- “Café de los cachucas” (1920)- “Autoritratto con velluto rosso” (1926)- “Ritratto di Alejandro” (1928)- “L’autobus” (1929)- “Retablo” (1943)- “Ospedale henry Ford” (1932)- disegno di Frida sull’incidente (1926)- “Viva la vida” (1954)

Di Diego Rivera: “La distribuzione delle armi” (1928)

Foto di: Nicholas Murray e del padre di Frida

brani musicali: compositore messicano Manuel Ponce (1882-24 aprile 1948) Romanza de amor- Intermezzo n1

cantata da Chavela Vergas “La Llorona”

A presto

Adriana Pitacco

foto Adriana Frida 16

Non andare via…

quadro Ofelia di Milliais

Specchio la mia vita sul tuo bellissimo volto, ma con il succedersi del tempo, con la tua morte, sento demolire la cattedrale della mia arte. Macerie si spargono ovunque tra i meandri dei miei pensieri, tra gli anfratti delle mie solitarie parole. Dalle macerie non ricompongo più nulla e quel nulla attanaglia la mia disperazione.

Tento di forbire qualche parola con il lento fluire della mia scrittura, ma i movimenti singhiozzano, s’arrestano alla funesta resa di una funebre paralisi che sta riducendo in scheletrici rovi le mie membra.

Qualche medico oggi verrà a visitarmi, il compromesso sarà così chiaro: qualche mio recondito pensiero, un nuovo delirio da studiare, e in cambio l’offerta di una nuova dose di cloralio per sedare le mie visioni, quelle che loro chiamano: “allucinazioni di una mente delirante”.

Ma io ti vedo, mia Elizabeth… Ti vedo in quel frullo di battito d’ali, e nel tuo battito ritorna la mia arte, ritorna la spiritualità del mio passato. Ho vissuto ogni mutamento della mia vita attraverso i tormenti della passione che la mia arte così sublime infondeva alla mia realtà. Ardore per la mia esistenza nella quale il prodigio delle forme, dei colori, del tratto distintivo dei miei dipinti che riuscivo incredibilmente a realizzare, vivevano con la nascita delle mie poesie. E nella piena consapevolezza della mia profondità, ho esplorato la mia interiorità per poter ricercare con la mia arte una nuova interpretazione della realtà. Ribellione! Era il principio che si radicava nella mia arte. Rifiuto totale contro le ottuse priorità di un’arte vittoriana pronta ad inquisire ogni rinnovamento. Nel farneticare dei suoi proclami, il tribunale dell’inquisizione, la famosa Royal Academy, era particolarmente rapido nel decretare mortali sentenze, sfoderando come un intrepido rapace parole affilate per tranciare le opere infedeli. Il vero artista doveva essere il discepolo dell’arte del Rinascimento e a nessuno era permesso di oltraggiare l’inconfutabile verità. Sciatte, tremendamente sciatte, erano le tecniche convenzionali insegnate alla Royal! Schernii il suo fondatore, il sommo sacerdote dal nome di Sir Joshna Reynolds, definendolo un povero imbrattatele! Era il ritrattista preferito dall’ aristocrazia britannica, ma le sue opere vivevano con l’impronta vitrea della morte. Ogni suo quadro, terribilmente smembrato dalla vita, era destinato a detenere la visione della realtà nella necrosi della tradizione. Breve fu quindi il tempo che destinai alla mia entrata alla Royal, spesso iniziai a disertare i corsi, rifiutando qualsiasi forma di autorità imposta.

Il mio primaverile tributo di gioventù alla mia arte non fu destinato a vivere  nell’ isolamento perché il fascino delle mie parole e delle mie opere avvampò lo spirito battagliero di altri giovani artisti. E fedeli alla nostra arte, uniti nella nostra consapevole ribellione, fondammo la Confraternita preraffaellita.  Mai avremmo ridotto i nostri quadri ad un’arte prigioniera dei committenti, portatori di false moralità. La nostra gioventù avrebbe nobilitato lo spettatore nella purezza e nella libertà! Portai a verità le parole del grande William Blake: “L’immaginazione non è uno stato mentale, è l’esistenza umana stessa!”

Ma non era un’immaginazione lasciata al caso, alla pura ispirazione, era la funzione unificatrice del reale con l’ideale. E nella mia vita fu da sempre il respiro della mia anima!

  Rossetti autoritratto              

Solo quando ricompari al mio sguardo, mia amata Elizabeth, le mie parole ritornano ad indossare il loro abito nuziale, per vivere con il mio corpo, la mia mente, in un’unione sacrale. Loro vivono per il grande Dante Oscar Gabriel Rossetti!

Si sta accumulando nella mia mente tutto il sillabario inerente al suicidio e improvvisamente formulo poesie d’incanto, i miei pensieri sono spinte propulsive di parole. Parole sulla vita? Mi chiederai… no, Elizabeth, parole sulla morte dentro al tuo battito d’ali.

Lo so, ho il compito di far rivivere le tue parole nel presagio di quel giorno.

“Oscuri fantasmi di un male sconosciuto fluttuano nel mio cervello stanco…le amorfe visioni della vita scorrono oltre, in processione spettrale! Alcune si fermano a toccarmi la guancia, altre disperdono lacrime in pioggia.”

Oh, Elizabeth, sto toccando le tue guance…

Ma questa volta le lacrime sono le mie!

Tocca a me svelare la tua annunciazione nel racconto della nostra storia.

quadro Rossetti l'annunciazione 1855

Eri così strana e stupefacente, incantatrice dei miei sensi, portatrice di una memoria lontanissima che solo qualche Dea poteva possedere, o forse eri solo magia delle mie illusioni, perché a volte mi chiedo se appartieni alle creature dei miei sogni, ma dopo la prima esitazione non ricerco nessuna risposta…il mio amore non è stato emblema dell’illusione.

Io ti amo come specchio della mia anima, e come specchio della mia anima iniziasti tu, per prima, il traguardo del suicidio. Ora spetta a me specchiarmi nel tormento della tua fine e innalzare la mia morte al trionfo della vittoria! Con la mia morte realizzerò l’eternità delle tue parole, l’eternità di quella lettera che avevo ostinatamente rinchiuso nello scrigno della tua fine. Nessuno doveva sapere il motivo della tua fine apparente…ripeto, solo apparente, perché sei ancora la trama del mio racconto, il volto dei miei colori, l’opalescenza della mia notte che brilla col tuo splendido volto fantasma.

Sai, mia Elizabeth, sebbene la tua anima navighi per leghe e ancora leghe, pure oltre a quelle leghe c’è ancora il mare.

E io ritorno a te nel racconto della nostra storia, perché la mia anima possa scorgere quel mare non più lontano.

Dimmi quand’è meglio che ti veda, mia amata?

Nell’abisso della tua morte? Quando la mia anima vide per la prima volta la tua come la sua? Perché in quell’abisso compresi il mio amore, la tua vera essenza, ma anche il raziocinio della mia follia.

Potrei iniziare costellando il racconto di un languore stilnovista o affrontarlo come una cruenta battaglia medioevale, ma la tecnica, i principi poetici, non possono essere soggiogati alla realtà cruda, esangue.

Nella trama della narrazione i punti cardini sono pallide parole: una fiala di laudano vuota e un foglio su cui comparivano le tue parole destinate ad Harry, in quella tua supplica verso di me perché potessi prendermi cura del tuo adorato fratello afflitto da disturbi mentali.

Nel periodo focoso della mia arte poetica, avrei potuto ordire un racconto seguendo le tracce del grande Edgard Allan Poe, ma la terrificante visione che mi si presentò era netta, tagliente, precisa nell’assediare la mia mente, nel tumulare il mio corpo. Non riuscii a formulare parole, ma l’immagine della mia disperazione diventò pura visione. E questa volta era l’esistenza stessa, il mio atroce dolore, a fomentare la mia immaginazione.

Il laudano ti trasformò, mia Elizabeth, nelle vesti della Beatrice di Dante. Avvolta dalla luce mistica ricevesti da una colomba di color rosso fuoco, messaggera di morte, un papavero bianco: l’oppio da cui deriva il laudano, diventato la maledizione del tuo destino. Rifiutai ostinatamente di rappresentare la tua morte, ma volli renderla sotto forma di uno stato ipnotico, nel quale seduta al balcone affacciato sulla città saresti stata d’un tratto rapita in cielo, mentre l’occhio sapiente di Dante Alighieri continuava a posare il suo sguardo verso di te.

Beata Beatrix 1

 In realtà in quell’ occhio vi era la mia vita afflitta dalla disperazione e dalla speranza. E nell’afflizione di due sentimenti così opposti, riuscii finalmente a formulare brevi parole in quella mia arte poetica che sopravvenne alla mia disperazione: “Non perdere nulla di questo viaggio…io ti seguirò nell’apparente lontananza terrena”.

Quale appannaggio di mascheramento mi donava la mia arte? In realtà la mia Elizabeth era morta, bastavano solo poche parole per decretare la sentenza che ella s’era imposta: suicidio con una fiala di laudano.

Nel quadro, mia amata Elizabeth, non misi le parole che lasciasti sulla tua lettera, nemmeno la tua implorazione perché Harry non rimanesse da solo in balia dei suoi deliri, della sua angoscia.

Nel mio quadro, la Firenze deserta, quel ponte Vecchio, indica il mondo terreno al quale Beatrice, la mia Elizabeth, non apparteneva più.

Eri pronta per innalzarti alle sfere celesti, ma il mondo terreno non doveva sapere del tuo suicidio e nemmeno delle parole che mi avevi scritto anni addietro da Brighton, dove ti trovavi, con tua sorella Lidia, nel vano tentativo di curare la tua salute da quello che i medici definivano un esaurimento cerebrale per troppa intensa ed improvvisa fatica. E queste furono le tue parole: “Caro Gabriel, mi piacerebbe ricevere i miei acquerelli il prima possibile, poiché mi sento priva di tutti i miei mezzi per mantenermi in vita. Sono sopravvissuta finora andando al mare con la più piccola barca che ho trovato”

Anche per te, la tua piccola barca era la tua arte, ma in quest’epoca vittoriana non è consentito a nessuna piccola barca di condurti al suicidio. Gli alti ufficiali della giustizia, dannati rapaci, alla notizia del suicidio, sorvolano la casa del defunto pronti con i loro artigli a depredare le sue ricchezze e con i loro versi maledetti a diffondere per miglia e miglia la macabra notizia.

Nel vortice di poche ore la folla inferocita avrebbe gridato allo scandalo, insultato la famiglia della bastarda! Come si può decidere di morire se Dio ci ha concesso il dono della vita? Pura concessione, nient’altro! Non puoi sporcare la sua voce, non puoi oltraggiare la sua onnipotenza.

Saresti stata considerata “criminale di guerra”, ti sarebbe stata negata un’adeguata sepoltura, solo la notte avrebbe consentito che il tuo corpo venisse scaricato in una fossa. Nessuna offerta di preghiera, ma la punizione non si sarebbe conclusa: la famiglia del suicida doveva obbligatoriamente essere espropriata dai suoi averi.

Nessuno avrebbe potuto accudire il tuo amato Harry, perché l’immagine della bastarda non avrebbe risparmiato nemmeno Harry, costretto a far dimorare la sua insana mente al “Bethlem Royal Hospital”: il girone infernale per i dannati della follia.

Ma non fu così, mia dolcissima Elizabeth, nascosi questo segreto infernale per far circoscrivere la tua morte ad un errato dosaggio di laudano ritenuto indispensabile per calmare le tue atroci nevralgie.

Una morte che sarebbe passata in fretta nell’indifferenza del tempo scolpito sul ritmo naturale della vita e della morte. Per gli altri saresti diventata un numero, un ennesimo numero che avrebbe aumentato il cifrario di morti nel cimitero di Highgate.

La mia arte mi sarebbe servita a racchiudere ogni mio dolore nella verità delle parole che ti ostinavi a dirmi: “Quando me ne andrò Gabriel, non dovrai piangere la mia morte, perché ci ritroveremo al di là della mia morte apparente”

Oh Elizabeth, avevi predetto l’impresa trionfante del mio suicidio?

Come ti riconoscevo, mia dolcissima Elizabeth, nata insieme con l’anima mia! Ti avrei riconquistato, e questo fu quanto mi stava concedendo la mia arte, mentre il verdetto dei medici abiurò la verità del tuo suicidio decretando alla tua morte un banale verdetto: “dose involontaria di laudano”, ti era stato concesso, quindi, anche il dono del funerale.

Quel giorno il corteo funebre si avviò verso il cimitero, mentre i miei pensieri tentavano di tramutare il mio dolore nella rassegnazione che il tempo mi avrebbe concesso. Era l’insano germe dell’illusione che fremeva nella mia mente, ma in fondo del corteo funebre, riconobbi la tua adorata sorella Lidia e le sue preghiere erano le parole del poeta Tennyson, scoperto nell’ebbrezza della vostra condivisa adolescenza.

“E’ meglio aver amato e perso che non aver mai amato” a te Lidia porse la tua consolazione, a me, invece, aveva offerto giorni prima un’inaspettata verità: “Sono una parte di tutto ciò che ho trovato sulla mia strada”.

Ecco, Elizabeth, il punto in cui eravamo maggiormente simili era la suprema perfezione nella bellezza, ma la mia perfezione era dentro di te…io ero quella parte di tutto ciò che avevo scoperto nella nostra storia, nel nostro incontro al di là del tempo destinato agli uomini.

quadro Rossetti regina cordium

Ma dove stavi andando, Elizabeth?

Improvvisamente ricomparve quella paura latente, chiusa nelle celle anguste costruite abilmente dal mio istinto di sopravvivenza per rinchiudere quell’angoscia spietata che nella fanciullezza sentivo soccombere alla mia volontà.

La paura che con l’ira della morte, di me non rimanesse più nulla, senza immagine così dannatamente legata all’entità del corpo. La fanciullezza, senza pregiudizi, modelli imitativi, avvicendava il piccolo Gabriel a domande tortuose, inquietanti.

La minaccia dell’assenza della mia forma permeava il vuoto della mia identità. Arrivai ad un’unica conclusione: solo le parole forbite dal mio pensiero avrebbero lasciato il segno eterno della mia presenza. E riuscivo finalmente a soverchiare questa paura solo scrivendo, scrivendo, dannatamente scrivendo: a sei anni stesi la mia prima composizione, il mio primo poema “The slave”.

quadro Rosetti le due madri

 Anche a te la mia arte consacrava la tua immagine che non si sarebbe dissolta nel nulla. La mia opera “Beata Beatrix” ti conferì all’eternità.

Perché ricomposi la tua bellezza, feci trionfare il rosso sensuale della tua chioma, m’appagai dei tuoi sensi ritraendoti nel mio dipinto. E creai i primi fogli preparatori proprio mentre impietosi corvi, poveri becchini, stavano oltraggiando la tua bellezza catapultandoti nelle viscere della terra. Un pozzo nero nel contrasto virulento con la tua stupefacente bellezza: nessuna ombra sul tuo viso, nessuna scalfittura sulla tua liscia pelle. Dovevo farti costruire una piramide per te, mia regina, e lasciai tra la tua lunga e fluente chioma rossa un quaderno con le mie poesie incompiute.

“Questa parte di me è solo tua” furono le ultime parole che ti sussurrai perché avresti ultimato le mie poesie…la tua era solo una morte apparente.

Poi d’improvviso, l’apparizione…brevi fremiti di una strana farfalla sfinge luminescente nel sussulto della mia anima.

Quale sublime messaggio mi stava offrendo nel calice della sua luce?

Non fu una visione, ma realtà perché le mie poesie si trasformarono in polvere di stelle.

Nei giorni seguenti al tuo funerale una leggerissima farfalla sfinge riprodusse il suo volo al mio sguardo.

Imparai ad attenderla, a scrutarla in perfetto silenzio per avvicinarmi al suo segreto.

Poi d’incanto, il suo volo così sensuale librò nella mia anima il ricordo delle tue parole: “A volte chiedo perdono a Dio se ho trasformato la mia vita in un sogno d’amore. Le lacrime dell’angoscia non laveranno mai la passione dal mio sangue?”

Oh Elizabeth! Non più lacrime d’angoscia, solo il tuo volo nella mia attesa quotidiana, sempre più impaziente. Nell’ora del crepuscolo ritornavo a vivere la tua essenza. Era la grazia che mi concedevi e quel volo diventò la nostra abitudine crepuscolare.

Rossetti Roman de la Rose

Per gli altri il tuo volo, quando lo raccontavo, era l’ennesima prova del naufragio della mia disperazione, senza più remore della buona norma sociale vittoriana, pronta a confinare il lutto nel silenzio della preghiera, nella visione che il dolore si sarebbe concluso come il naturale corso della vita. Futili parole! Con la realtà del tuo volo, io annunciavo la tua nuova venuta al mondo con il dono di una mia opera.

quadro Rossetti ritratto di Elizabeth siddal

Sai a volte penso che ti conobbi realmente non nella tua presenza, spesso uomini e donne s’avvicendano per incontrarsi nella loro presenza terrena, ma dentro ad un quadro nel quale la tua straordinaria bellezza era fusa con un coraggio che solo una Dea poteva possedere.

La Dea fu scoperta dall’amico Walter Howell Deverell. La scoperta fu insolita perché trasformasti il tuo tempio, in un’angusta bottega nella quale raccontavi di lavorare come modista. Nascondesti fin dall’inizio l’origine della tua bellezza incantatrice, il fascino del tuo sguardo che andava al di là di un’essenza terrena.

Ma forse Walter intuì subito il luogo della tua origine e condusse questa Dea anche alla nostra visione. E’ con il quadro “Ofelia” dell’amico Millais che il tuo coraggio diventò leggenda! Lì rivelasti come il trapasso alla morte in te non sortiva nessuna paura, nessuna inquietudine. Millais scelse la Dea Elizabeth per riprodurre fedelmente la morte di Ofelia, protagonista dell’Amleto di Shakespeare. Dovevi rappresentare la giovane Ofelia, il suo dolore dopo l’uccisione del padre per mano di Amleto. Dovevi migrare nei suoi canti misteriosi che continuarono anche quando cadde nel ruscello mentre stava raccogliendo dei fiori.

Il canto e la morte…

Il canto e l’abbandono di Ofelia all’inesorabile destino.

quadro Ofelia di Milliais

Immagino le parole di Millais: “Preparati mia cara Elizabeth, poserai anche tu nella vitrea corrente per scorrere dalla melodia della vita alla morte infelice” Per Millais tutto doveva essere perfettamente realistico, non solo il paesaggio che doveva rappresentare quando il suo sguardo s’incantò lungo il fiume Hogsmill, ma tu dovevi essere Ofelia nella tua più sublime recitazione.

 Millais passò cinque mesi lungo il fiume, si trasformò in un agilissimo colibrì in grado di nutrire il suo occhio dei colori dei fiori che dominavano nella flora fiabesca ai bordi del fiume Hogsmill. Le sue tele dovevano risultare perfette: finzione e realtà si sarebbero compenetrate l’una nell’altra, trasformando il dipinto nel puro inganno della perfezione.

Il visionario, l’adulatore della perfezione, preparò tutto nei minimi dettagli, dapprima i fiori che dovevano accompagnare la tua finzione della morte, poi il ruscello, il cui compito era destinato alla grande vasca costellata da candele per riscaldare l’acqua.

Il tuo corpo sfidò la sorte, dentro alla vasca rimasi immobile per ore e questo per ben quattro mesi; sembravi trasmigrata in un lungo sonno, placido, destinato ad un luogo sacro.

Ma  quel giorno dell’ennesima posa, la minaccia di un freddo glaciale si avverrò…le candele spensero la loro luce, il loro calore.

E per ore Millais proseguì nella sua opera totalmente cieco di quanto ti stava capitando, ma completamente attento alla perfetta esecuzione della sua opera. La sua Ofelia non poteva subire il freddo dei mortali, la sua Ofelia viveva il calore del prodigioso miracolo che si stava compiendo nel suo dipinto.

Perché non reagisti Elizabeth? Era solo un atto di coraggio? Una forma di sublime devozione all’arte? O stavi portando a compimento le tue parole: “Il fiume scorre eterno nel mio letto erboso. Le voci di migliaia di uccelli risuonano sul mio capo. Mi porteranno un sogno ancora più triste di quando questo triste sogno avrà fine”

Desideravi così tanto la morte?

Perché?

disegno preparatorio per Ofelia

Anch’io sai riuscivo a posare, a recitare il ruolo di personaggi che ispiravano la creazione di opere.

 L’amico Walter Derevell diresse perfettamente con i suoi colori l’orchestra delle mie pose, del mio travestimento.

Posavo per il suo quadro “Dodicesima notte”, ma lo spazio vitale del quadro si diramava solo verso la tua magnifica posa: non serviva nessun mascheramento, nei panni di Viola eri perfetta!

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Il tuo corpo rappresentava quello che il critico William Gount dirà delle tue poesie: “Una perfetta ballata medioevale”. E nella ballata medioevale il solista, all’inizio, è il direttore della danza.

Solo tu, mia Elizabeth, volevi dirigere la tua vita…il destino della tua morte nel mistero della tua esistenza.

Fino alla tua morte non mi chiesi mai se ti amassi…eri decisamente la mia conquista e in quella conquista la tua bellezza diventava la trascendenza verso il divino. Con te ero metà Uomo e metà Dio in cerca della bellezza universale, assoluta, attraverso il canto delle tue forme. Ma poi tutto questo, Elizabeth, mi sfuggiva, anzi, io sfuggivo alla vera contemplazione e iniziavo a ricercare le grazie di altre conquiste, anche se i loro volti dovevano possedere dei dettagli visivi che mi riconducessero a te. Perché, mia dolce Elizabeth? In quei momenti non me lo chiesi mai, ero volutamente traditore del tuo amore, ma della tua immagine mai! Ritrovavo ogni tuo piccolo dettaglio nei volti che mi appartenevano solo per breve tempo. E allora questo, mia Elizabeth, non era tradimento perché la ricerca della tua eterna immagine continuava. Il mio era solo il desiderio di scoprire quanto la tua bellezza si estendesse alle altre forme femminili.

E tu, Elizabeth, dovevi continuare a posare solo per il tuo Gabriel, io dovevo possedere l’esclusività della tua immagine.

Vedi? In fondo al viale del cimitero è apparsa Fanny…il mio incontro con lei nacque nei giorni della tua assenza, quando ti recasti a Nizza per guarire le tue maledette nevralgie. Fosti sconvolta quando venni a sapere che Fanny soggiogò ai miei desideri, posò anche per il mio quadro “Bocca baciata”, il tradimento era quindi completo! Desiderio e musa della mia opera!

quadro bocca baciata

Al tuo ritorno da Nizza, mi lasciasti solo senza poter condividere con te le parole della tua poesia “L’amore finito”

“Non piangere mai per un amore finito perché l’amore è raramente vero…

Amore destinato ad una morte precoce. Non mostrare il tuo sorriso sul tuo grazioso viso per vincere l’estremo sospiro. Le più belle parole sulle sincere labbra scorrono e presto muoiono, e tu, resterai solo, mio caro, quando i venti invernali si avvicineranno.”

Poi quando la maledizione dei miei tradimenti colpì di nuovo questa casa, la tua bellezza si trasformò in amore e odio.

Il vento selvaggio delle tue parole esplose nel nostro cielo domestico: “Distogli i tuoi falsi occhi scuri, ma fissa il mio viso. Ora un grande occhio si siede cupamente al suo porto. Non canto, né prego e tu sei come l’albero velenoso che mi ha rubato la vita”

La tua scrittura diventò inquietante presagio…

 Perché non mi lasciasti contemplare la fine del tuo sospiro?

Ti trovai già morta…era forse una tua vendetta contro il dubbio che ti assaliva da tempo che il mio testamento genetico avessi voluto affidarlo non a nostra figlia nata morta, ma a Jane Morris moglie dell’amico William? Avevi scoperto che lo sguardo della loro bambina possedeva la stessa intensità dei miei occhi neri.

“Alla tua bambina! Ai suoi occhi neri!” infierì l’assenza del tuo sguardo.

Tradimento…parola falsificata dall’ostinato costume vittoriano, perché io vivevo semplici momentanei allontanamenti come un omaggio alla mia ricerca. Quanto mi detestavi quando nei miei occhi vedevi scorrere queste parole. Riuscivi a leggere il mio sguardo come se fosse una grande tela dove il dipinto del tradimento, quel paesaggio di sensi, ti appariva particolarmente chiaro. Ma per raggiungere la bellezza dovevo pur viverla per unirla con la vita! Toccò a me, invece, subire l’autentico tradimento, che non mi fu inflitto dalle tue grazie, ma dall’amico Millais, condottiero anche lui contro i principi rancidi della Royal Academy. Dopo anni di battaglie, il condottiero trovò rifugio nelle braccia del nemico! Millais, dopo l’esposizione del suo quadro “L’ugonotto” fu eletto membro associato della Royal.

Ma avrei chiamato a raduno altri artisti perché “Oscar Gabriel Dante Rossetti era il pianeta attorno al quale tutti gli altri giravano attorno”. Così annunciava la mia presenza l’amico pittore Valentine Cameron.

Parole adulatorie? Ero metà Dio e metà Uomo, opera incompiuta, e per raggiungere la perfezione avevo il bisogno di farmi adulare, di ascoltare le parole che mi giungevano dal fascino di donne che posavano per le mie opere, come le parole della mia modella Jane: “Chiunque ti conosca si consacra a te!”

quadro di George Frederic Watts ritratto di Gabriel Rossetti

Ma cosa volevi Elizabeth? Scoprire fino in fondo la loro consacrazione? Fu un’impietosa battaglia con te stessa per tradire ciò che volutamente era prevedibile. Si accentuarono le tue acute nevralgie e quell’eredità nefasta che subì il tuo corpo dopo l’impresa come modella dell’opera di Millais “Ofelia”, riemerse dal passato martoriando il tuo corpo.

Ti ricordi cosa invocavi?  Solo il laudano riusciva ad acquietare il tuo dolore. Raschiavi la luce che s’insinuava famelica nelle pareti della stanza, la dovevi distruggere, perché solo al buio il tuo dolore s’arrestava, ti concedeva una tregua. E finalmente nel buio vivevi il tuo vero desiderio: la nascita di nostro figlio.

Fiorì la gravidanza nel tuo grembo, ma la fioritura si tramutò in soli sei mesi in rovi selvatici, senza linfa: nostra figlia nacque esiliata dal nutrimento materno con un parto prematuro.

“Dammi mia figlia! Dammela!!” l’urlo fu lancinante, dannatamente penetrante.

All’urlo seguì un silenzio agghiacciante, spettrale, dentro all’inferno della nostra sorte. Ti stavi trasformando in un animale dotato di un udito raffinatissimo in grado di rintracciare il possibile respiro flebile di nostra figlia. Oh Elizabeth… la tua ricerca inabissò nella tua totale follia che mascherò la visione funesta di quell’esile corpo martoriato dall’ira della morte.

Sfidasti la morte vestendo nostra figlia, accompagnando i tuoi movimenti con la melodia di parole di un tempo lontanissimo. La tua mente ritornò al canto ancestrale dei tuoi primi mesi di vita in cui tua madre ti sussurrava dolci ninna nanne.

“Guardala ti assomiglia…non vedi? Oh come ti assomiglia.” poi porgesti il seno nell’atto consueto alla vita. Il tuo volto non fu più addestrato ad essere vigile, ormai eri sicura: nostra figlia si stava nutrendo della tua vita, nostra figlia era in grado di sconfiggere il verso minaccioso della morte…

Nostra figlia era nata immortale!

Perché Elizabeth? Perché negasti la sua morte?

Era solo il tuo dolore che anneriva ogni barlume di raziocinio?

E a quella mortale visione, la mia arte avrebbe placato il mio dolore?

 Il mio occhio tumulò la mia arte nella visione terrea di un piccolo pupazzo malconcio dal colorito verdastro, dalla smorfia asprigna, dalla posizione scheletrica inusuale alla vita. Lo supplicai di non infliggermi questa pena, ma invocò solo due parole: eros e thanatos! Il ritratto dell’esistenza era costruito anche sulla morte. E in quel momento, nella mia assoluta disperazione, compresi il potere nefasto e a volte lusingatore che l’arte aveva infierito alla mia mente: la completa padronanza della verità! Certo la mia arte nelle duplici vesti di pittore e di poeta, mi avrebbe dato la possibilità di dar voce al mio dolore, ma perché ciò avvenisse dovevo prima comprendere la completa verità. E man mano che ne afferravo la piena comprensione, diventavo sempre più cinico, indifferente ai tuoi atti istintivi di madre, come continuare a cullare quel piccolo essere e addomesticarlo al servizio del tuo seno pronta a nutrirlo.

Continuasti così per ben dieci lunghissimi, insopportabili giorni.

In quei giorni non riuscii a rintracciare una parola che potesse iniziare l’alchimia di qualche mia poesia. Anche i colori continuarono ad essere ostili alle mie mani, al lavorio della mia mente. Perché? Quale altro trucido dolore avrei dovuto sopportare? No! Non era quello il motivo dell’assenza di qualsiasi mia ispirazione…questo lo compresi più tardi.

La mia arte desiderava concedermi ancora il tempo per comprendere la nuova morte di nostra figlia! Per te lei viveva, non era una finzione delirante, ma il tuo atto di essere madre significava anche il mistero della nuova morte.

Quel giorno, la tua chioma fluente sparì! Gettasti al rogo ciocche dei tuoi lunghissimi capelli, tranciasti parte della tua rigogliosa e avvenente chioma con delle rozze forbici. Compisti questo atto impietoso in assoluto silenzio, poi con il lievitar del tuo passo fantasma giungesti alla mia presenza per pronunciare le tue trasecolate parole: “Vieni, Gabriel…nostra figlia oggi è morta…ha vissuto fino a oggi…ora non c’è più…il suo respiro è svanito nel nulla…il suo pianto ora tace…ma non l’ho uccisa io…è morta nella spontanea creazione della morte. Se vuoi puoi farne un ritratto…tu mi vedi Gabriel? Ho onorato la sua morte con il taglio dei miei lunghi capelli.”

Ti scrutai avidamente, mia dolcissima Elizabeth. Il tuo Gabriel nutriva in quel momento, verso di te, una devozione religiosa e mi avvicinai alla tua sacrale sofferenza. La sofferenza di una Dea in grado di soffiare il respiro della vita per dieci giorni! Ma non era una vita apparente, lei per te esisteva, e trepidavi come una giovane madre inesperta alle iniziali conquiste del figlio, mentre assumevi la piena consapevolezza che l’avvenenza della tua straordinaria bellezza era legata all’istinto segreto della maternità. Poi scendesti dal Monte degli Dei e riuscisti a ricondurre la tua anima nel mondo mortale degli uomini.

Tua figlia doveva quindi possedere il principio della vita, ma anche l’emblema della morte. La sua morte non era più un evento discutibile…era il tratto ultimo della sua vita. Per morire bisogna prima aver vissuto…quella era la vera morte.

Ma la morte precedente di nostra figlia? Rifiutavi di apporre la sentenza che nostra figlia era nata morta!

“Per morire bisogna  prima aver vissuto, non credi mio poeta?”

Queste erano le parole che ripetevi nei giorni seguenti alla vera morte di nostra figlia.

Quale? Quella scoperta dal mio occhio impietoso in quell’immagine raziocinante e funebre? O la tua visione scarnificata dal dolore di madre?

Solo l’arte ebbe un effetto positivo sulla tua salute, pensavo a quanti, senza un decimo del tuo genio o grandezza di spirito, gli era stato concesso un’ abbondanza di salute. Forse le loro anime non dovevano sfuggire al degrado di quella casa oscura in cui eri nata, non avrebbero mai detto: “A nessuno importa della mia anima”.

quadro Rossetti la ritrovata

Mi sentivo sempre più sicuro di avere accanto a me un vero genio. Avresti dipinto quadri come nessuna donna aveva ancora dipinto.

Ma tu specchio della mia anima, avresti riflesso in te anche l’arte delle mie parole per far vivere d’incanto solo le tue, unicamente tue, diventate un’opera compita.

Nel riflesso della mia arte la tua creazione era sublime!

Elizabeth Siddal the ladies lament

Ricordo ancora Ruskin, fervido sostenitore della mia arte, dirmi che l’allieva avrebbe  superato il maestro nella composizione, nell’originalità e intensità dei colori. Ruskin diventò il tuo mecenate acquistando con entusiasmo ogni tuo disegno, ogni tua produzione pittorica.

Il tuo Gabriel fu il creatore della tua stanza da disegno, la tappezzai con un mio disegno che rappresentava alberi alti quanto la stanza, in alto le stelle.

In alto ti osservavo, mentre le tue mani si appropriavano della mia arte. E quando diventasti conquistatrice di parole, le tue poesie assunsero una forma finora a me sconosciuta: la forma della ribellione, una sfida contro il ruolo della donna nell’acida epoca vittoriana.

“Vedi…siamo l’uno lo specchio dell’altro” mi suggeriva il tuo sguardo. E di me avevi già compreso tutto! Avevi compreso che il mio dipingere, diversamente dal  poetare, mi offriva mezzi di sussistenza, ed è per questo che trasfusi la mia poesia in quella forma. E proprio la necessità di trarre mezzi di sostentamento dalla pittura, ha fatto sì che gran parte dei miei dipinti venisse realizzata unicamente per questo scopo. I miei versi, invece, non recando profitti, erano rimasti incorrotti. Ma con la tua morte accadde che la pittura e la poesia si fusero in un unico viaggio e mi svelarono lo scopo della mia opera: “rappresentare emozioni personificate”. Questa volta eri tu che vegliavi le mie parole, osservavi il tuo amante dal cielo, scrutavi il mio desiderio insoddisfatto perché finora l’impresa della mia morte non s’era mai annunciata alla mia esistenza, ma i tuoi occhi erano più profondi della profondità. Ti sporgevi dalla soglia dorata del cielo, in attesa della mia morte.

Rossetti, Dante Gabriel, 1828-1882; The Blessed Damozel

Sai Elizabeth nei miei quadri desideravo coinvolgere tutti i sensi dello spettatore, ma i ritratti dei volti femminili, dopo la tua morte, non mi appartenevano più.

Mentre dipingevo i loro volti, sentivo le loro voci dirmi: “Noi siamo solo semplici raffigurazioni, ma la tua arte necessita di contemplazione. Tu appartieni solo a lei! Il dono della tua contemplazione è solo suo…”

rossetti il padiglione

Fanny, Jane, Alexa, Ada, nomi dai quali non traevo più nessun nettare. Ferme nella loro posa, ostinate nelle loro parole, non adulavano più il grande Gabriel Dante Rossetti, né consacravano la loro bellezza alla mia divinità. Improvvisamente diventai un uomo, solo un uomo, che trovava nella sua fine il vero motivo della sua arte, perché io sarei ritornato a te…io appartenevo solo al tuo dolore, ma anche all’infinita bellezza del tuo mistero, del tuo volo quando vivevi il dono di trasformarti in farfalla sfinge per asciugare le mie lacrime.

Per ritrovarti presi dimora al n.16 di Cheyne Walk, a Chelsea, in un’antica dimora del periodo Tudor. L’addobbai come la dimora di una regina: azzurre porcellane orientali dominavano il vasto salone, animali esotici e rari furono ospitati nell’immenso giardino.

quadro di Henry Treffry Dunn Rossetti leggere le prove di ballads e sonnets

Spese sconsiderate che dispersero i proventi ottenuti dalla vendita dei miei quadri. Ma non me ne avvidi, perché il tuo amato Gabriel iniziò nuovamente a sdoppiarsi: due identità completamente contrapposte iniziarono a mostrarmi i loro nuovi deliri: l’uomo Gabriel, accolto da te, mia Elizabeth, e il Dio Gabriel senza remore nel vivere un lusso sfrenato. Quale dei due sarebbe sopravvissuto?

 Io vivevo nei miei due opposti, finché il Dio Gabriel decise di annientare l’altra parte del sottoscritto infierendogli una sorte angosciosa. La creatività, l’arte divina del mio racconto, sarebbe svanita, perché sarei diventato cieco. Questa era l’angoscia pronta a ghigliottinare qualsiasi mio tentativo di ribellione. La maledizione della cecità aveva colpito mio padre, ora spettava a me la discesa negli abissi.

Ritratto del padre

L’angoscia dipinse le mie ore di un nero spettrale. I due opposti, l’uomo e il Dio, non si sarebbero più incontrati per rivedere il tuo volto, per tratteggiare il tuo volo. Caddi in un’apparente letargia interrotta da qualche visita di medici, illusionisti della scienza. E con l’illusione del cloralio, potente sedativo, pensavano di acquietare la mia angoscia.

“Risparmi le sue energie per la sua arte” Questo era il loro invito accanto all’ennesima prescrizione di sedativi.

Per lunghi giorni non ritornasti più…

Il tuo leggerissimo battito in volo non si porse al mio sguardo. Perché, mia amata Elizabeth non giungesti più nella mia nuova realtà? Mia dolcissima farfalla sfinge vi fu un tempo in cui passavi con estrema rapidità da una visione all’altra della mia mente. Sostavi in volo librata sulla tua luminosa immagine. Ero io il nettare del tuo volo, della tua essenza misteriosa. Tentavo di avvicinarmi, di delineare con precisione le tue forme sensuali in un abbraccio salvifico. Sì! Perché ti avrei ricondotta alla realtà terrena, alla dimensione del nostro abbraccio. Saresti ritornata ad essere la mia Lizzie intenta a custodire i miei segreti, a mantenere il respiro della mia arte. Ti cercai nell’inquieta vegetazione dei miei pensieri, in una ingannevole lotta contro il tempo per riprodurre alacremente la tua immagine in un ritratto. Ma il ritratto rimase allo stato amorfo e per la prima volta il mio pianto pietrificò lacrime d’ostile rabbia. Perché quest’inganno, Elizabeth?

Improvvisamente l’assenza del tuo volo si trasformò nel ricordo di quelle parole che vivevi creando il tuo passo verso la morte. L’impronta di quel passo misterioso erano le tue poesie:

“Giaccio tra l’erba verde alta che si piega sopra la mia testa e mi copre la faccia sprecata e mi piega nel suo letto teneramente e amorevolmente. Un’ombra cade lungo l’erba e indugia ai miei piedi. Un nuovo volto si trova tra le mie mani”

Ma questa volta era così diverso…quel giorno ti ascoltai, Elizabeth e iniziammo a tessere il dialogo della nostra eternità.

“Oh Gabriel…nostra figlia non è morta…non siamo più alla fine…spalanca la finestra e fa entrare la luce del giorno. Ma non scrivere parole sulla sabbia, parole che verranno cancellate dalle onde del mare.

Rossetti quadro scrivendo sulla sabbia 1859

L’hai già fatto, Gabriel, lasciando cadere come polvere di stelle tra i miei capelli le tue poesie. Ma la polvere di stelle, ben presto, si trasformerà in parole cieche e vane se continui a guardarle attraverso l’oscurità della mia apparente morte. Fai entrare la luce del giorno e siedi non più accanto alla mia ombra. Solo allora il mio sguardo rimarrà vivo e non sarai maledetto dalla cecità. Ritorno a te nelle parole che mi hai donato, ma le parole devono vivere di speranza…vivere nell’esistenza degli sguardi altrui.

Anche tua figlia te lo chiede…non far tramontare le sue lacrime nel buio crepuscolo della tua fine. Sei nato per creare ed è per questo che il nostro è stato un amore terreno e da oggi per sempre divino”

“Oh Elizabeth! E’ proprio così! Come ti riconosco, nata insieme con l’anima mia!

Quand’è meglio che ti veda? Quando gli spiriti dei miei occhi dinanzi al tuo volto, al loro altare, celebrano il culto dell’amore che grazie a te si rivela?”

“Sono dentro alle tue parole, Gabriel…te le ricordi? “Chi cercherà il vertice della sua bellezza oltre la luce che gettano i dolci sguardi, qui scorge il puro orizzonte-cielo e mare-della sua anima. Nel puro orizzonte della tua vita, io ci sarò…ma l’orizzonte per farsi vero orizzonte attende il tuo domani. Fai vivere le tue parole…

Io ti attendo…da me dovrai ritornare se vorrai farle ammirare e vivere di speranza. Ma ora ascolta solo il mio silenzio, muto come clessidra. Il mio silenzio scandisce il tuo tempo per ritrovare le tue poesie.”

“Oh Elizabeth   il tuo volto è ora il mio tempio…io ti vivrò per renderti immortale”

Rossetti il saluto di Beatrice 1

Dopo le tue parole, sognai la vita, mia dolcissima Elizabeth, anche se non mi apparteneva più, ma la sognavo ancora nell’eternità del nostro tempo.

Ero diventato un uomo…semplicemente un uomo.

Sai, Elizabeth, ci fu un giorno in cui sognai nostra figlia che finalmente mi rivolgeva qualche parola, ma l’effetto fu straziante perché queste furono le sue parole: “Guardami in volto…vuoi conoscere il mio nome? Ma il mio nome sarebbe solo potuto essere…a volte sono anche chiamata: mai fu stata!” Quel giorno iniziai a scoprire che la fascinosa ideale bellezza delle mie opere celava tormentate emozioni.

Ero semplicemente un uomo la cui arte poetica aveva il bisogno ancestrale di vivere sulle labbra altrui, in quel fluire della melodia dell’occhio dedito alla lettura.

Decisi di ritornare nel tempio della tua morte, mentre la luna si faceva regina della notte decisa di osservare la scena di esigue ombre umane intente ad aprire il tuo scrigno, qualcuno lo chiama tomba ma mi allontano da tale termine perché era solo un bozzolo tessuto dal tuo dolore che io stavo dipanando per recuperare il mio dono: quel quaderno di poesie che avrei pubblicato assieme alle tue. Le tue parole sarebbero nate un’altra volta per essere cullate nella luce di intimi luoghi…altre case le invocavano, nuovi innamorati nella casa della vita le attendevano come messaggio del domani. Ma improvvisamente torbidi dubbi si insinuarono tra i miei pensieri, disincantando gli attimi precedenti al ritrovamento. Districato il bozzolo, eliminato il nero luttuoso, quali sembianze di te la morte avrebbe celebrato acclamando il suo trionfo al mio sguardo?

Il cifrario matematico del tempo mi stava dando la risposta:

11 febbraio 1862     —- 1869

Sette anni erano trascorsi dalla tua morte e in questi anni la morte aveva avuto il compito di saccheggiare la tua bellezza, di trasformarti in una macabra immagine, in una sfida ineluttabile al ricordo della tua splendida bellezza che la mia memoria mi aveva riservato. Giurai a me stesso che avrei gridato alla morte tutta la mia disperazione, perché la mia Elizabeth non poteva essersi inabissata in un’immagine spettrale, anche se mi rimaneva la consolazione di averti vissuto.

L’ultimo filo da dipanare…

L’ultimo istante…

Oh Elizabeth…non urlai nessuna mia disperazione…

Il silenzio ordì solo la mia estatica contemplazione verso di te…

Solo verso di te…

Quanto eri bella, mia Elizabeth! Avvolta nella tua chioma ancora più fluente, avevi ammaliato anche la morte che subì il tuo fascino rendendo intatta ed eterna la tua bellezza. I tuoi lunghi capelli avevano creato due bellissime ali. La pelle morbida e delicata era meravigliosamente luminosa, nessun languore di stanchezza appariva sulle tue palpebre. Ti porsi l’ultimo bacio, mentre lungo l’orizzonte tra il cielo e la terra le tue mani donarono a nuova vita il mio quaderno di poesie.

Il mio tempo ora era fatto di speranza.

Ti rinchiusero nuovamente nel bozzolo, m’incamminai con il mio quaderno di poesie verso l’uscita del cimitero, ma non ti avevo abbandonata, perché all’apparir del sole avrei visto il tuo volo librarsi come un filo azzurro sciolto dal cielo…

Eri di nuovo la mia farfalla sfinge e il tuo volo era immortale.

Rossetti il sogno di Dante alla morte di Beatrice

Ma oggi che questa funesta paralisi sta mettendo al rogo ogni mio movimento, perché non vieni più?

Dove ti ritrovo, mia amata Elizabeth?

“Oh non affliggerti con le tue lacrime amare la vita che passa veloce…

Le porte del cielo si spalancheranno.

Quindi siediti dolcemente e guarda la mia giovane vita fuggire…

Ma vero amore cercami nella folla di spiriti che fluttuano oltre,

e ti prenderò per mano con le tue dolci parole: nato insieme con l’anima mia

per sempre,

Elizabeth”.

Rossetti quadro acqua d'oro

Perché questo mio scritto?
Per chi vivo e vivrò?
Vivo per le sue parole, per il suo coraggio che mi conduce per mano: “Non preoccuparti perché tutto si risolverà…nascerà un giorno senza più dubbi” Dovrei essere io, come madre, ad infondergli coraggio, ma anche questa volta il vero guerriero rimane sempre lui! E con il suo sguardo, con i suoi immensi occhi neri, il mio tempo dell’attesa diventa il suo. E’ mio figlio che attende con amorevole pazienza di farmi compiere i miei primi passi, che mi incoraggia a non cadere.
E’ lui, splendido uomo, che aspetta la sua bambina pronta ad accoglierla dentro alla forza del suo coraggio…
ad ascoltare la voce delle mie lacrime: “Non andare via…”
Perché si può andare via per tanti motivi…
Per la disperazione di non riuscire a trattenere quell’impeto silenzioso alla vita che ci ha sempre distinto in mezzo alla folla degli urlatori…
ma si può andare via nella melodia del silenzio che racconta, nell’attesa che qualcuno ci ascolti…
e mentre  compio i miei primi passi ascolto con orgoglio il suo racconto.
Questa volta è mio figlio ad aprire il sipario della mia vita…
Entro in scena…
e scopro che queste parole “Non andare via”, sono vissute anche nella travolgente storia d’amore tra Oscar Gabriel Dante Rossetti ed Elizabeth Siddal.
  Mi documento seriamente, e finalmente nella trama tessuta dalla fantasia di questo mio racconto, vivo anch’io la conquista del vero, inestimabile coraggio!
A mio figlio Alvise,
perché nascerà il giorno senza più dubbi, nel tempo  del nostro sorriso 

Brano musicale: Chopin piano concerto n 1 –  Movimento 2 – largo- Romance –  pianista: Krystian Zimerman

quadri postati:

Ofelia di Milliais (1851-1852)-

di  Oscar Gabriel Dante Rossetti: Autoritratto (1847)- L’ Annunciazione (1855) – Beata Beatrix ( 1864-1870)- Regina Cordium (1860) – Le due madri (1849-1866)- Roman de la Rose (1864) – Ritratto di Elizabeth Siddal (1854 circa)

Disegno preparatorio per Ofelia di Milliais –  quadro “La dodicesima notte” di Walter Derevell (1850) – quadro di Oscar Gabriel Dante Rossetti: “Bocca baciata” (1849)- Ritratto di Rossetti eseguito da George Frederic Watts nel 1871- quadro di Rossetti “Ritrovata “(1854)- quadro di Elizabeth Siddal “The ladies lament”  il lamento delle donne dalla ballata di Sir Patrick Spens (1856)-  quadro di Rossetti “Il Beato Damozel” (1875-1808 con aggiunta della pradella) quadro di Rossetti “Il padiglione nel prato” (1871-1872)- quadro di Henry Treffry Dunn “Rossetti legge le prove di ballate e sonetti a 16 Cheyne Walk (1882)- di Rossetti “Ritratto del padre” (disegno a lapis) -quadro di Rossetti “Scritto sulla sabbia” (1858-1859) – quadro di Rossetti “Il sogno di Dante alla morte di Beatrice”  (1856)- quadro di Rossetti “Acqua d’oro” (1858)

A presto

Adriana Pitacco

Tutto è morto vivente in un perfetto equilibrio

egon schiele la famiglia 3

La tristezza sta stuprando ogni mio sentimento, ma soprattutto ogni mia pulsione inconscia. L’inconscio indossa maschere a lutto tragiche, così selvaggiamente brutali, deformi, pronte a irridere i miei giorni assetati del nettare prezioso del tempo. Sanguigna e violenta, diventa la mia lotta contro queste maschere funesti, mentre il mio inconscio non si ribella, ma si contorce in spasmi di paura, vampate di collera per lo scherno diabolico che s’annida all’apparire della maschera portatrice di morte.
Qualcuno racconta che tutto ciò che è profondo ama la maschera. Io amo la maschera per dissacrarla! La forza della mia struggente follia, splendida madre che ha infervorito il mio talento, sbizzarrito i miei precoci sensi, allungato spasmodicamente le mie dita per renderle così abili a procurar l’estremo piacere e a ritrarlo nella mia bramosa tela, mi racconta che tutto ciò che è profondo e vero, è nel ricordo dell’inconscio, o ancor meglio nell’inconscio del primo atto che sottende al ricordo.
Quel primo atto è la pulsione carica dell’eros: la pulsione che porta ad esultare la bellezza. E dove la tristezza sembra che possieda una forza immane, la mia follia mi concede di ritornare alla pulsazione del ricordo, allo stato originario del mio eros.
In silenzio aggiogo con sforzo immenso ogni spasmo delle mie dita, divento il contorsionista del mio corpo per svincolarmi dall’agguerrito dolore e poter condurre a compimento il sublime atto dell’eros: l’ atto che si sta prodigando a realizzare la mia vera opera: la nascita di un figlio…

La tua nascita.

Sto aiutando tua madre, la dolcissima mia Edith, a continuare la sua opera, il vero significato della nostra immortalità, perché deve proseguire il flusso dei tuoi vasi sanguigni, la proliferazione del tuo sviluppo.
Tuo padre continuerà quest’opera, anche se la nostra dolcissima Edith ti sta nutrendo con la sorgente della morte.
Gracchia la morte nel grembo gravido di angoscia di tua madre!

Esiste un veleno invisibile che prende possesso dei nostri corpi, per annientarci, flagellarci con il suo nome maledetto: influenza spagnola. E s’ergono a templi di preghiera colonne di necrologi, ma tu non farai parte di nessun templio.

Le mie mani stanno diventando, solo per te, lavoratrici instancabili.

egon schiele autoritratto with hands on chests

Ora ascoltale…

Sono sempre state avverse alla preghiera, perché già possiedono un credo sublime: la forza della loro arte! E il flusso dei miei colori, sarà la forza della tua nascita. Io porterò a compimento il tuo respiro…
con te ritornerò al mio primo pianto.
Perché nascerai…
Sarai la mia opera immortale!
Io sarò la tua forza, la tua magnifica follia!

Improvvisamente ti vedo…

Arazzi di luce formano un involucro limpidissimo attorno allo spazio materno di tua madre. Nella trasparenza della visione osservo il tuo sviluppo, mentre scompongo i pigmenti coloristici della tua pelle, della tua leggera muscolatura, della tua iniziale formazione ossea.
Quell’unione di cellule si districherà abilmente nel fondere lo sguardo del futuro con la silenziosa geografia del tuo volto. I tuoi occhi saranno dune di lontani paesaggi, il sentiero di un piccolo naso odorerà di latte e fiori, mentre le tue minute labbra galopperanno fresche parole. L’idea semplice di un’intima abitudine ci accompagnerà con il passo quotidiano del nostro giorno.

egon schiele ritratto di anton Peschka Jr.

E ora rispecchio nella mia opera il piano incessante della tua crescita, ma ricordati…durante la nascita brillerai di luce propria, in un unico testamento genetico, in un’unica tensione cromatica.
vivrai…
Per tuo padre sarà il tempo della sopravvivenza…
Mentre la tua luce proromperà nella mia tela gravida di colore.
E poi… cosa racconterai a tuo padre?
Saranno così vere le tue parole?
“Conoscerò molta tristezza e molta bellezza… a volte mi sembrerà che la tristezza abbia più forza di quanto non si possa sopportare, in quel momento, però, la bellezza si rafforzerà e tornerà a commuovere la mia anima”
Ma s’inaspriscono i miei movimenti singhiozzando sulla funesta resa d’azioni volte ad un possibile proseguimento. Sono costretto a concentrare le mie forze, come un alchimista le distillo da ogni lacerante dolore, raccatto mozziconi d’azione …poi, con passi pallidi, m’incammino per dirigere la mia opera.
Anche se il cuore scoppia in un silenzioso pianto.

egon schiele colui che vede se stesso
Perché l’estenuante dolore catapulta la mia mente nella sorte lugubre della premonizione.
Il quadro è spettrale, nessun corpo emana luce.
Il respiro vitale di tua madre si sta necrotizzando.
Nessuna fuga è permessa all’occhio clinico che mi ha provvisto la mia arte.
Lo sguardo non si ribella all’angoscia! E’ l’inevitabile condanna inflittami dal mio occhio diabolico per proseguire la sua opera anche nell’atto mortale.

Nuvole limacciose scoperchiano il cielo, inghiottendo ogni barlume di luce. Una grondante nebbia s’inerpica lungo le pareti della casa, mentre l’umidità oleosa zittisce ogni legame con le naturali disposizioni quotidiane. Lacerante è l’arsura del caldo che lievita ammuffendo ogni respiro vitale. Vedo tua madre, la mia dolce Edith, stritolata da una morsa metallica che le attanaglia il grembo contraendolo in un ritmo straziante, intercalato da spasmi appuntiti. Il suo respiro si trasforma in un mantice frenetico, dilatato dall’avvampar dell’aria che la travolge di un implacabile dolore. Pareti fibrose del tessuto materno iniziano a crollare in un fragoroso boato.
Indecifrabile il dolore…
Macchie informi, imputridite dal rosso sanguinolento, diventano flaccide in un grasso oleoso. Fuligginose s’aggrumano rapidamente.

egon schiele la madre morta 3
Ancora qualche istante…tento di approvvigionare il mio corpo di qualche movimento solidale con la mia speranza: tu devi nascere…devo ricomporre la mia opera!
Riprendo il tuo ritratto trincerato nella solitudine perché tutto è morto vivente.
La morte è nella vita sin dal suo nascere e la vita stessa è un’esistenza per la morte.
Per morire dovrai aver prima esplorato tutte le pulsioni vitali, le dovrai sedurre, nei continui giorni destinati alla tua vita.
Tuo padre è pronto per iniziare la prima seduzione: La tua nascita.
Ma un rosso vermiglio gronda nel quadro imputridito dalla feroce verità, mentre l’occhio, il mio diabolico occhio, tenta di riprendere ogni minuto dettaglio visivo.
Scompare, rapita dal verso della morte, la dose necessaria per creare la tua immagine. Invoco la tua identità! Nessun colore si sta unendo all’altro per dare origine alla forza della tensione cromatica destinata alla tua nascita. S’annulla ogni testamento genetico, ogni cellula riproduttiva, ogni variazione coloristica di un ritratto senza volto! E il delirio soggioga il mio funesto pianto! Schizzo linee, avvampo movimenti sulla tela, ma il vuoto è insondabile!
Si affievoliscono le membra del mio corpo, l’architettura della mia anatomia, costruita da me stesso per realizzare l’esecuzione perfetta dell’opera, si sta impietosamente demolendo.
Gli indizi sono così chiari e circonstanziati… I miei colori, scolpiti su lacrime pietrose, stazionano sulla tela simile al grembo vuoto di una rancida vecchia.
Ma attendo, anche se è la prima volta che attendo…
Egon non ha dimestichezza con l’ovvio dell’attesa…
Egon agisce!
Egon non si arrende!

egon schiele autoritratto con le dita allargate

Ti chiedi chi sia il vero artista?
Ecco il vero artista! Dissacratore della morte!

Perché tutto è morto vivente.

Mia madre offrì il mio pianto al mondo in un’angusta casa della stazione ferroviaria a Tulln.

egon schiele la piccola città

Già allora, nel momento decisivo della mia nascita, il destino si stava beffando del mio travaglio, del mio doloroso travaglio per venire al mondo. Dicono che nessuno lo possa ricordare, ma nella mia memoria ancestrale, progenitrice di tutte le mie visioni, risiede l’origine della mia deriva, di quel punto lancinante in cui le mie forze vacillano mentre scrutano avidamente il baratro, il possibile baratro. Lo scrutano avidamente, saziandosi di ogni particolare perché nel tremore contratto della paura riescono a scovare un macigno che s’erge dal fondale improvvisamente. Quel macigno rosso sangue pulsa di vita…
S’erge sempre di più fino a collocarsi ad una brevissima distanza dal mio passo…
Ecco! Lo vedo ancora! Pulsa…rosso sangue…

Mi avvicino…batte forte…sempre più forte…

È la sua pulsazione…

E’ il mio cuore! Assordante, vivo, inquieto.

Trovo rifugio nella pulsazione del mio cuore, mentre i treni sferragliano in stazioni.
Mentre mio padre deraglia un’altra volta nell’ennesimo delirio.
Offuscata la sua mente, chiaro e preciso, invece, il travaglio della mia nascita!
Ora faccio parte del battito del mio cuore dentro alle radici della mia nascita.

egon schiele il mulino

Nei giorni successivi alla mia nascita, mia madre, stremata, osservava minuziosamente i dettagli del mio volto.
Forse era l’azione abituale, consona alle giovani madri allietate dalla nascita del figlio, quell’azione che diventava affine con la scoperta di quanto il figlio le appartenesse.
Ma tutto questo non rientrava in quella scena quotidiana che mia madre devolveva al mio piccolo essere.
Improvvisamente scomparve in lei il sentimento della tenerezza e affiorò con aculei pungenti un’ inquieta pietà! Questo figlio assomigliava troppo al padre! Con il trascorrere del tempo questo figlio avrebbe percorso il labirinto della follia.
I deliri di mio padre sarebbero appartenuti anche a me.
I miei primi giochi infantili sarebbero stati avulsi dalla realtà, avrei navigato in parole che nessuno sarebbe riuscito a comprendere.
Poi avrei recluso ogni labile intenzione comunicativa in un ostinato silenzio.
Ai fotogrammi dei miei primi anni di vita, la mente di mia madre ne aggiungeva altri terribilmente inquietanti di un’adolescenza nella quale avrei vissuto di collera, avrei scatenato la mia rabbia.
Proprio come mio padre.
Proprio come il verso minaccioso della follia che latrava nel grigiore diurno della nostra casa.
Sarei stato devastato dalla mia collera improvvisa, ma avrei anche pianto supplicando la mia mente di lasciarmi stare, di abbandonarmi, perché finalmente mi sarei rifocillato con una nuova provvista di pensieri non più sudditi della pazzia.
Per mia madre ero destinato ad una strana morte, senza prima aver compreso la vita.
Per vari giorni, sopraggiunse nel volto di mia madre un’esangue tristezza che scarnificava lentamente il suo volto finora impreziosito dai tratti della gioventù.

egon schiele female images

Ma già allora, comprendevo tutto! Con la mia nascita stavo rischiando di andare alla deriva.
E quel giorno porsi a mia madre il mio primo sorriso, e al senso di pietà comparve in lei il senso della sfida! Un’ intima tenerezza languì per la prima volta nel suo sguardo. Io, Egon, sarei stato un eterno fanciullo, avrei tracciato nella mia esistenza percorsi all’ apparenza insuperabili, ma avrei anche riso, in una sorta di compassione verso chi non mi avrebbe ascoltato, rifiutando l’imperativo della mia esistenza!
Io c’ero! Come mi vedevano i miei occhi!
E la mia vita era un affare unicamente del mio essere!

Egon schiele boy in multi colored coot or robe mouton

“Egon…guarda c’è il treno…lo vedi come va veloce? Chissà dove andrà?”
Era il saluto giornaliero di mia madre che si modulava con queste sue parole.
“Dove andrà?” ripeteva la mia mente
“Dove andrà?”  sfavillava il mio sguardo incuriosito
“Nei luoghi dell’ invisibile” rispondeva la mia fertile fantasia.
Invisibile per gli altri, ma non certo per il piccolo Egon, bastava solo scovare le prime forme, la loro composizione sullo sfondo di un foglio, poi le mie piccole mani avrebbero proceduto trasformando la mia mente in un’infinita tela. E più dipingevo, più il desiderio della scoperta, eccitava il mio sguardo, il tratto inquieto delle mie mani. La mia opera veniva ultimata nel presagio della fine e allora iniziavo a comporre un’altra volta, incessantemente, perché già allora tutto era morte vivente.
Ma vi erano anche luoghi invisibili il cui solo pensiero mi riconduceva all’angoscia della deriva.
Erano i luoghi della mente di mio padre.
Quei luoghi che comparivano improvvisamente quando la supplica di mio padre verso la follia, rimaneva vana.
Quel giorno, la follia di mio padre bruciò ogni mio disegno! Ero stato terribilmente punito senza nessun processo, senza nessuna possibilità di difendermi!
Ma non piansi…risi! Sì risi! In una sorta di compassione, non maledissi mio padre! Risi, continuai a ridere perché la mia arte era un affare unicamente del mio essere!

egon schiele boy with hand to face 1910

Col passar dei giorni, io eterno fanciullo, parlavo e non parlavo, seguivo il passo della gente all’apparenza focosa, e quando ascoltavo volevo vederli dentro! Dissacrare le loro mortuarie maschere. E a quelli che mi facevano compassione, a quelli che mi erano distanti anche se il nostro spazio era facilmente raggiungibile, ma volutamente distante era il loro sguardo per comprendere la forza della mia arte, portavo a loro in dono le mie domande, il mistero dei miei tormenti, lo spirito vitale della mia angoscia. Presto, alcuni di loro, riconobbero nel fanciullo Egon l’arte dello scrutatore, un’ arte, per le loro stolte menti, dannatamente perversa, in attesa di essere purificata con una sacrale vita scolastica, quella scuola senza vita, nei giorni macinati dalla supplizia del dovere. Dovevo diventare uno scolaro, cioè un morto vivente, dentro alla mia camicia di forza, con il grembiulino impacchettato a lutto!
I miei rozzi maestri furono spesso i miei acerrimi nemici! La mia arte non poteva dimorare nella loro guida! Per rivedere ogni giorno il sole generoso della mia arte dovevo gioire della mia libertà.
Ma non ero certo un allucinato isolato, un negletto della società…No! Con la mia libertà avvertivo la grande luce vibrante, il calore, il respiro degli esseri viventi, il loro arrivo, ma anche la loro inesorabile scomparsa.
Lungo i viali di eterne primavere, prima dell’infuriar della tempesta, osservavo incantato gli uccelli nei cui occhi mi vedevo riflesso, padrone dell’azzurro del cielo.

E all’arrivo dell’autunno, si presentava il mio pianto…

egon schiele quattro alberi

gli uccelli erano morti?

La loro partenza migratoria rappresentava ai miei occhi la loro morte.
Ma al pianto, all’angoscia inconsolabile, improvvisamente giungeva ad Egon, eterno fanciullo, il riso dell’estate e gli uccelli ritornavano ad acquietare i miei tormenti.
E allora ridevo! Ridevo! Sì ridevo! Perché mentre l’angoscia mi assaliva, il senso di impotenza tardava a raggiungere il suo compimento. Due sentimenti diametralmente opposti, in pochi minuti, s’intrecciavano, si avvinghiavano in un abbraccio non più mortale: piangevo e ridevo…
Ridevo, perché rivedevo lo sfarzo dell’estate, l’inoppugnabile vittoria sulla morte!
Solo più tardi, la mia mente intuì che il persister del mio pianto non era dettato dal dolore della scomparsa di anime così complementari alla mia. In realtà quel pianto invocava ancora l’inquieto presagio della morte! E più ascoltavo il funesto presagio della morte, più tutto il mio corpo invocava la vita, ne ammiravo la sua forza ammaliatrice…sognavo la musica universale del vivente!
Senza il passo della morte, senza la sua pulsazione distruttiva, io, Egon, non avrei mai potuto confrontarmi con l’Impero trionfante della Vita! E allora compresi che la morte m’apparteneva ancor più della vita!
E finalmente d’inverno imparai a dipingermi d’estate!
Continuai a sentire la natura dei miei avi, e con loro ascoltai il canto di fiori prodigiosi.

schiele field of flower 1

Col passar degli anni, alla risata di compassione, si aggiunse l’ira della ribellione contro certi corvi maledetti, definiti dai benpensanti “Alti accademici”, in realtà, dannati torturatori della mia libertà, pronti ad inquisire la mia arte con i loro maledetti verdetti! Quel giorno “il Corvo” entrò nella visione del mio sguardo, con la sua voce sempre più cupa gracchiò l’ordine: “Alzati! Togli dalle tue mani quei pennelli sporchi della tua merda! Ripeto merda!! Perché l’unico compito che si propone la tua povera mente è quello di annientare la coscienza del bene, la coscienza ineccepibile della Divina Provvidenza! Nei tuoi dipinti, anzi nella tua insaziabile provvista di deliri, racconti di essere energia pura, violenta, indomabile! Guardati! Hai mani tozze affaticate dal lungo perdurar dei tuoi deliri! Se ti ostinerai con la tua volontà di dipingere, in breve, si dissolverà la tua dannata immagine!”. Il mio ingresso all’Accademia di Belle Arti di Vienna dal benemerito Professore Christian Griepenkerl venne considerato un atto diabolico, orripilante! Col passar dei giorni il suo sguardo era sempre più terreo: “ l’allievo Egon Schiele era stato inviato dal diavolo!”
Quel giorno, dopo esser stato assalito dalle vampate d’odio del Professor Griepenkerl, scorsi una fittissima ragnatela tessuta con la sua saliva, pronta ad imprigionarmi, pronta a dissanguare lentamente la mia arte, la provvista dei miei giorni a venire. In quel momento sentii il mio corpo scomporsi, parti del corpo si stavano estraniando dalla mia mente.

egon schiele autoritratto come prigioniero

Perché? Chiesi disperato mentre tentavano la loro fuga. Ma la risposta si celava in una sorta di rassegnazione: non erano più in grado di isolare il nemico, “l’Arte dei benpensanti”, per poi sconfiggerlo con la profonda pulsione dell’istinto creativo che il mio corpo padroneggiava fin dalla mia nascita. Ecco! Il mio corpo in fuga mi stava suggerendo che per rimanere intatto alla mia arte, essere simmetrico con la mia opera, aveva il bisogno di ritornare allo stato primordiale della formazione del mio essere, in quell’ amalgama di pulsioni dell’eros dentro al nucleo della morte. Rassicurai ogni parte del mio corpo testimoniando la mia assoluta decisione: sarei ritornato alla completa solitudine, ma non era reclusione la mia, né istinto di sopravvivenza…era semplicemente la formazione del mio essere, le linee evolutive del mio autoritratto.

egon schiele autoritratto

Avevo il bisogno impellente di osservarmi, di provare a definire le pose che avrei riprodotto nei miei quadri. Mi guardavo, mi scrutavo avidamente davanti al grande specchio regalatomi da mia madre dal quale iniziai a non separarmi mai. Più mi osservavo, più mi sentivo costretto a guardarmi internamente e a scoprire cosa volevo che avvenisse in me, fino a dove arrivavano le mie possibilità a percepire la formazione del mio essere, di quali sostanze misteriose il mio autoritratto fosse costruito. Ma per conoscermi dovevo penetrare nel profondo la conoscenza degli esseri viventi, mentre in silenzio la mia follia mi concedeva di ritornare allo stato originario del mio eros penetrante, libero nella sua realtà più inconscia e vera.
Più ero libero più avvertivo la luce vibrante, la musica universale del vivente.
Sentivo quella musica sempre di più e la vivevo scoprendo corpi dai molti volti.
E ritornava il mio eterno sognare, colmo dei più dolci eccessi dell’esistenza.
La nudità dei corpi eccitava il traguardo della mia libertà…
Mi avvicinavo a loro in tempi diversi, mentre tutte le pulsioni del mio corpo, prima in profondo raccoglimento, tendevano al massimo spasmo, alla massima penetrazione della mia libertà.
Finalmente parlavo la lingua del Creatore! Vivevo il respiro degli esseri viventi, la loro evoluzione così fulminea, intensamente eccitante nella bramosia della mia conquista!
Il mio corpo improvvisamente diventava il mio inconscio! Folle, trepidante, ma anche specchio di latenti dolori.
Perché nel tramonto del fulgido respiro, riascoltavo il presagio della morte…

egon schiele l'abbraccio

E allora la tensione della mia forza ritornava nella sua discesa, nel suo stato originario.
Ma era solo una fine apparente, perché più percepivo l’angoscia dell’abbraccio finale, più il mio corpo ritornava a vivere… perché tutto è morto vivente!
Ritrovavo il suo sorriso, il suo inconscio, le sue mani instancabili, la frenesia del desiderio.
Si rinnovava La tempesta dei nostri sensi pronta ad acquietare l’angoscia della fine.
Eros e Thanatos: l’abbraccio continuo nella mia vita, nella mia arte.

E ora, figlio mio, ti chiedi che cos’è il genio?
Assomigli a tuo padre?

La loro lingua è quella degli Dei, per essi tutto è canto, ed è divino. Le loro arti sono quei fiori che colgono nei giardini, vivono nell’aria in melodica esistenza. Nulla di ciò che affermano hanno bisogno di sondare, perché sono scopritori divini, altamente dotati, lavorano col corpo e con la mente e godono i giorni della primavera. E allora siamo perenni sognatori, colmi d’un tracimar dolcissimo di vita e follemente viviamo! Siamo eterni fanciulli.
Anche tu figlio mio, opera mia, dirai: “Io esisto per me e per coloro ai quali l’inestimabile sete di libertà che ho in me dona tutto! Ed esisto anche per tutti, perché amo! Sono il più nobile tra gli spiriti nobili e quello che più ricambia tra chi ricambia”.
Mi chiedo se sarà proprio così… Sarò ancora dissacratore della morte?
Della tua morte?
Osservo di nuovo la mia opera “La famiglia”, opera che composi quando ebbi in dono da tua madre la notizia della dolce attesa. Io, tuo padre, suo esecutore, ora mi chiedo perché in quest’opera nessuno guardi l’altro, a chi sono rivolti i nostri sguardi?

Egon schiele la famiglia

Ma la risposta, oggi, non rimane più vana.
L’altare della guerra ha nutrito la tua morte, facendo sprofondare il mio dolore nella testimonianza di due duplici angosce: mio figlio che appartiene al regno dei non nati…
Mia moglie, tua madre, che ora appartiene al regno dei morti.
Ma per appartenere al regno dei morti, dobbiamo necessariamente aver abbracciato la vita.
A te non è stato concesso nemmeno l’esistenza di un unico abbraccio: mio e di tua madre.
Ma se tutto è morto vivente…
Tutto ritorna a vivere…

Ascolta figlio mio…
Tuo padre compirà la sua opera, il tuo ritratto, nel respiro di una nuova vita…
Nell’atto della tua creazione, io esisto.
Non piangere…non vivrai nel respiro delle tenebre.
Sono ancora un eterno fanciullo.
Ora vieni… fai con me questo gioco della mia infanzia.
“Ci sono due farfalle”
“Papà le vedo…”
“Mi stai parlando figlio mio, senza aver bisogno dei miei colori…tu sei già il tratto vitale che appartiene solo a te. E sei l’unico che riesce a comprendermi”
“Ecco due farfalle, le vedi? Tuo padre, Egon, è piccolo come te….
Cammino, passeggio oltre alla mia casa.
E oltre alla stazione ferroviaria di Tulln, il piccolo Egon, incontra un campo verde, vivo nella sua bellezza…
Ma il contrasto è forte, dirompente, violento!
Perché vicino al campo verde sosta il cimitero del paese, mentre le urla di mio padre inveiscono tutta la sua pazzia…Egon , il piccolo Egon, le sente!

egon schiele paesaggio con corvi

Sente le urla del famelico padre! Urla, urla, pronte a divorare il cuore di Egon.
No! Non ascoltarmi! Perché la mente di tuo nonno, l’ho scoperto dopo, era flagellata dalla sifilide, quella maledetta Dea travestita da donna che aveva mutilato il suo orgasmo, sì! Concesso qualche vampata d’orgasmo e in cambio la mutilazione della sua mente! Brulicavano i vermi nella sua mente, producendo gallerie, anfratti misteriosi, inaccessibili alla sua coscienza. E poi le urla! E poi…

le due farfalle, il verde del prato…
ecco…socchiudevo gl’occhi, sempre di più…

sempre di più…diventavano una sottile striscia d’orizzonte e il verde trionfava nel volo delle farfalle.

il mio occhio, il mio cuore, vedeva le due farfalle e una distesa infinita di verde…
Il cimitero non c’era più.
Mio padre non aveva più nessun delirio…
Mio padre era una delle due farfalle!

Ora mi vedo sai…
Sul lago del pesco odoroso di muschio, scivola tra la spuma dei colori dell’arcobaleno un solenne, placido armonioso cigno…
Non ho bisogno di attenderti…
Perché ritorna il “nostro eterno sognare”…

E tutto è morte vivente

egon schiele paesaggio bohemian landscape

 

Perché questo mio scritto?

Mi trovo in un luogo dove il tempo è consacrato alle opere di Egon Schiele, al suo ritmo frenetico, esasperante ma decisamente appagante.

Sono dentro al flusso continuo dei suoi quadri…

Osservo ogni minimo dettaglio della sua opera “L’ abbraccio”…

tento di rapire più indizi possibili per penetrare i dubbi tormentati dell’opera “La famiglia”.

Volutamente entro nel vortice dei suoi colori, delle sue linee inquiete che mi conducono nella sua tempesta.

Non ho paura di cadere in nessun baratro, perché quel vortice pulsa di emozioni vive,

forti, dissacranti!

Sono pronta ad ascoltare le sue parole: “Scoprimi…perché tutto è morto vivente!”

So che se riuscirò ad esplorare le sue parole, scoprirò la vera formazione del mio essere, il mio vero autoritratto

E finalmente dopo essermi seriamente documentata, apro il mio sipario…

entro nel palcoscenico della mia vera esistenza, e nell’abbraccio con le mie parole creo e vivo questo mio scritto, perché nella trama tessuta dalla fantasia del mio racconto

“Tutto è morto vivente in un perfetto equilibrio!”

foto adriana vestita da polinesiana 2

quadri postati: la famiglia (1918)- autoritratto con mani sul petto (1910)- ritratto figlio di Anton Pescka (1918)- colui che vede se stesso-l’uomo e la morte (1911)- la madre morta (1910)- autoritratto con dita aperte (1911)- piccola città (1915)- Il mulino (1914)- madre e bambino (1912)- ritratto di un  bambino (1916)- ragazzo con mani sul volto (1910)-quattro alberi (1917)- campo di fiori (1910)- autoritratto come prigioniero(1912)-autoritratto: nudo maschile accovacciato (1917)- gli amanti (1917)-paesaggio con corvi (1911)- Bohemian landscape (1910-1911)

brano musicale: Alexander Scriabin: piano concerto in F sharp minor – opera 20 – andante

La scelta di Scriabin non è stata casuale.

Scriabin: eversivo, demolitore, irrazionale! Così qualche critico ha definito la sua musica. Ma dentro l’irrazionale vi sono verità profonde.

A presto

Adriana Pitacco

C’è ancora tanto da fare…

segantini l'angelo della vita

Sentivo arrivare mio padre dal tintinnio della sua chincaglieria…accorreva mia madre a togliergli i vestiti che odoravano di rancido, di lunghe ore trascorse a racimolar del misero denaro, ad invitar la gente all’acquisto ridicolo di quell’inutile cianfrusaglia.

Mio padre… misero e ostinato venditore.

Mio padre…testardo e sognatore.

Ritornato a casa dal suo peregrinare, scommetteva con mia madre che, al prossimo mercato nel nuovo paese, la gente avrebbe litigato per acquistare il più possibile, per accaparrarsi la sua merce benedetta. Sì, benedetta dal buon Dio che presto lo avrebbe ricompensato delle sue fatiche.
E in quel giorno santificato dalla volontà divina, a casa non avrebbe riportato niente!
“Quel giorno”, ripeteva a se stesso, sarebbe arrivato da lì a poco. E gli affari avrebbero trasformato in oro, in pura luce, ogni angolo della nostra misera casa, compresa la sua “triste” chincaglieria.
Mia madre lo ascoltava pazientemente mentre osservava la bollitura delle scarne patate che giacevano nel pentolame; un soffio di intima tenerezza s’adagiava sul suo pallido volto, perché, da lì a poco, la nostra cena quasi inesistente avrebbe dissipato nei subdoli morsi della fame i tardi sogni di mio padre. E, con il lento sorseggiare di una smilza cena, si rinnovavano le parole di mio padre: “Avremmo dovuto essere in quattro…Insieme avremmo trionfato nei mercati…”
Osservavo il volto di mia madre, che io chiamavo teneramente “il mio petalo di rosa”, trasformarsi improvvisamente nella raffigurazione di una giovane donna febbricitante dal dolore, dall’immenso dolore, per poi perdersi nel labirinto di ricordi, di piccoli gesti quotidiani che rammentavano quel primo dolce sorriso che l’aveva attesa solo per sette mesi.
Solo mio padre sentiva il bisogno di pronunciare parole imprigionate in quei giorni luttuosi, in quel tempo devastante che non dimenticò mai!

Si può dimenticare la morte di un figlio?

Per mio padre avrei dovuto assomigliare a Ludovico, sforzarmi di riportare in vita il suo futuro, quel tempo che Ludovico, da primogenito, avrebbe esclusivamente condiviso con lui.
Ma gli Dei mi salvarono da questa assurda tortura. Non ebbi il tempo di conoscere Ludovico, di ingannare il dolore di mio padre falsificando il mio volto, i miei atteggiamenti con quelli del suo amato primogenito. Ludovico morì quando la sua venuta al mondo contava solo sette mesi.
Nacqui per orchestrare la mia esistenza come un’unica trionfante opera d’arte senza modelli da imitare, senza pianti da commiserare.
Non certo quelli di mio padre…
Perché niente avevamo in comune…
Nemmeno le lacrime che solcarono i nostri volti alla morte di mia madre.
Nei giorni angosciosi che travolsero mia madre, nel sudario del dolore, mai un lamento tradì il suo coraggio perché segrete dovevano rimanere le sue lacrime, mentre il suo coraggio diventava il suo lascito terreno.
Forse il suo dolore parlava con la voce degli Dei: “solo se avessi compreso il coraggio di mia madre, la sua forza, sarei riuscito a vivere la vita come un’unica opera d’arte”,
a trasformare anche la morte del suo dolcissimo sguardo.
Baciai mia madre, il mio delicatissimo petalo di rosa…
Trasformai il suo affannoso respiro nel suono di un silente ruscello, rivestii con il mio sguardo il suo esile corpo di leggerissime foglie, raccolsi i suoi capelli in ghirlande di fiori colorati…
Leggiadro diventò il suo corpo mentre mi chinavo a baciare il suo dolcissimo volto.
Gli Dei avevano concesso al mio sguardo, ai miei occhi, il dono di trasformare la presenza della morte nel canto rivelatore di un moto perpetuo, infinito.
E quel moto, quel canto si svelò nelle ultime parole del mio petalo di rosa: “Non piangere…Io ci sarò…ancora… Diventerò un uccello, padrone di un cielo speciale…
Questa volta ce la farò…Perché c’è ancora tanto da fare…”

segantini petalo di rosa

Negli attimi che precedettero la sua morte il suo sguardo chiedeva solo di poter custodire anche dopo la sua esistenza terrena, il mio sorriso, la mia venuta al mondo, il mio primo pianto affidato al respiro della nascita.
Soffocai ogni lacrima, perché arrendersi al dolore non mi avrebbe permesso di rivedere il mio “petalo di rosa”. Mia madre non stava morendo, stava semplicemente attendendo il momento di vivere il suo volo nella natura per portarmi con sé, senza il declino del tempo. Mia madre nella natura avrebbe trovato la sua eterna giovinezza.
Bastava solo attenderla mentre spalancavo la finestra e nell’intensità della forza del paesaggio penetrava nella mia anima la sua voce, il suo canto libero.
Uscivo, per seguire quel canto…
Nei miei passi fanciulleschi sostavo ad ascoltare la melodia del ruscello diventata la sua preghiera. Il suo canto, il suo volto, giungeva fino alle cime delle montagne, in quei meravigliosi acuti che componevano la visione di un’eterna melodia.
Trasformai le mie lacrime in gocce di pioggia, pronte a rendere fertile il nuovo segreto, quel dono che gli Dei avevano concesso alla mia anima. “Avrei ritrovato mia madre in ogni voce della natura…il sorriso malinconico del mio petalo di rosa si sarebbe tramutato in un inno perpetuo: l’inno alla gioia della vita.”
Mi avventurai sulle tracce del suo richiamo per scoprire la sua nuova voce, la veste delle sue nuove stagioni.
Non avevo bisogno di trovare un compromesso tra il sogno e la realtà: il dolcissimo volto di mia madre mi raccontava di un’eterna giovinezza. Fioriva il suo sorriso, la grazia dei suoi movimenti, perché le espressioni melodiche del suo volto non erano più usurpate dalla miseria.
Ora mia madre era felice perché sapeva che assieme avremmo conquistato la nostra infinita bellezza.
E l’amore rimaneva fonte della vita!

segantini l'amore alla fonte della vita

Diventai rapidissimo nel divincolarmi dal grigiore nefasto delle pareti domestiche, furtivo, adocchiavo l’ombra di mio padre che se ne andava in un altro tedioso mercato; non barattava più nessun sogno, ma non permutava nemmeno il suo dolore.
Usciva in silenzio nascondendo la sua rabbia, poi all’imbrunir di nuovi giorni, ritornava a casa, libero dal dolore, fradicio di ubriacatura, goffo nella sua esistenza.
Io invece uscivo trionfante nella mia impresa, libero di amare, di ritrovare mia madre nell’incanto mattutino che mi offriva la natura.
Mia madre riusciva a modulare il mio passo in una melodia dolcissima.
Mia madre ora non dimenticava mai di accarezzarmi con la luce dell’alba, di trasformare il mio dolore in poesia.
Ero libero di scoprire i nuovi volti di mia madre, il suo sguardo che mi indicava l’infinito paesaggio, la bellezza oltre lo sguardo degli uomini mortali…
Io ora vedevo l’oltre…

segantini primavera sulle Alpi

Poi, quel maledetto giorno, l’irriducibile generale, mio padre, proclamò la sentenza breve, coincisa, terribilmente funesta!
“Costretto a subire la visione della tua libertà, avendo obliato il ricordo di tua madre, sarai esiliato per lunghi mesi a Milano! Sorvegliante del tuo impeto ribelle sarà la tua sorellastra Irene deputata a correggere il tuo vizio di uscire, di vivere come un randagio!”
Ma era proprio questa la sua maledetta volontà? O mio padre fu solo costretto dalla povertà che funestava i suoi scarni affari?
In quelle ore che seguirono l’annuncio, l’incubo divampò nel mio pianto!
Mi sentii un eroe morto.

segantini l'eroe e maloja
E con me sarebbe morta per la seconda volta mia madre!

Il generale portò il randagio a Milano, a casa della sorellastra alla quale impartì subito i suoi ordini:
Il randagio non poteva muoversi liberamente.
Il randagio non poteva parlare se non dopo aver ascoltato la domanda.
Il randagio doveva obbedire ed eliminare qualsiasi traccia di ribellione!
Ma nessuno poteva appropriarsi del mio sguardo anche se mi sentivo un leone in gabbia!
Ogni mattina ascoltavo i passi di Irene naufragare nel grigiore di Milano, nella sua travagliata e misera giornata di operaia.

segantini ritratto della sorella irene

Avvertita la sua lontananza spalancavo, con rito quasi ossessivo, la finestra della piccola cucina, perché per vivere, ancora meglio sopravvivere, dovevo necessariamente ribadire l’esistenza della mia capacità visionaria.
Ecco! Lo squarcio nebuloso del cielo che languiva al mio sguardo sarebbe ritornato allo stato originario di azzurro…
Le linee malinconiche delle case avrebbero modulato le cime delle montagne, il verde avrebbe trionfato negli immensi prati primaverili.
Nessuna dissimulazione di finzione… io c’ero!
Esistevo ancora nella mia terra d’infanzia : ad Arco Trentino.
Ma questa volta gli Dei mi sottoposero alla prova più estenuante: non mi concessero nessuna visione! Nessuna nuova trama narrativa. Sarei stato costretto ad arrendermi?
Ritrovai il mio petalo di rosa nei luoghi della mia mente. Conquistai quei luoghi nella completa solitudine e diventai l’eroe della rinascita, perché affidai alla memoria lo sguardo della natura, quell’intima complicità con mia madre, ma soprattutto le sue splendide parole: “C’è ancora tanto da fare…ancora”
Mi sarei ripreso la mia vita, avrei seminato la mia terra, sarei ritornato al mio paese natio…

segantini ritorno dal bosco

Ma per lunghi mesi continuai a vivere in quell’abbaino della misera casa in via San Simeone. Irene partiva di buon’ora lasciandomi qualche cosa da mangiare e non ritornava che all’imbrunire. Anche gli altri inquilini del pianerottolo non li vedevo mai durante il giorno. Le due camerette che abitavamo avevano due finestre molto in alto; salivo in piedi sulla tavola, ma riuscivo a vedere solo  il cielo.
Perché solo il cielo? Trovai ben presto la risposta: spettava a me costruire il paesaggio, cimentarmi in quel connubio meraviglioso tra fantasia e ricordi. Ora la nostalgia prendeva una voce non più solitaria…
La voce dell’orgoglio di sentirmi libero, al di là delle prigioni imposte dagli uomini.
Al di là del grigiore della miseria desolante.
Di una cosa rimproveravo il cielo: di non farmi vedere più mio padre!
“Lascialo stare!” rispondeva Irene alla mia ricerca di scoprire in quale piazza di paese potessi rivederlo.
“No! Non è in nessuna piazza! Lo vuoi sapere dov’è?” chiedeva esasperata dalla mia testardaggine.
“E’ in America! Lontano…lontano capito!! E in America tu puoi andare solo con la tua stupida fantasia!!”
Una sorta di invidia, mista a rassegnazione, si nascondeva nel tono duro, pungente di Irene, perché al moccioso Giovanni il padre aveva serbato in dono, nel suo testamento genetico, la capacità di racimolare un po’ di fantasia, magari solo per sopravvivere all’abbandono, ma era pur sempre la via migliore rispetto alla cruda realtà razionale e spietata che era costretta a sopportare. Ormai la sentenza del suo destino era stata già annunciata da tempo: miseria, una lacerante miseria. Ma per il randagio la sentenza non era poi così chiara: rimaneva ancora oscura per la povera mente di Irene.
Cercai mio padre in tutti i ritagli di giornale che parlassero dell’America.

Lo cercai perché dovevo sfidarlo! Mostrargli tutta la mia rabbia contro il suo ostile cinismo: l’abbandono di un figlio per scappare via, lontano, così lontano da ripudiarlo per sempre! Vedevo mio padre diventare un ricco mercante circondato dal lusso sfrenato…Lui alla mercé solo dei suoi desideri! Noi, io e Irene, alla mercé della nostra miseria.
Solo dopo anni, scoprii che mio padre non era emigrato in America, ma era tornato al suo paese nella speranza di intraprendere qualche nuova avventura economica, quella che lui definiva “La vendita dell’anno! Il nuovo miracolo economico!”
Ma il miracolo non ci fu…

il suo sogno tacque per sempre nel silenzio ostinato della morte.

segantini ritratto d'uomo sul letto di morte

Da quel giorno iniziai a tramutare la sua chincaglieria in mazzi di fiori splendidi, colorati, ostinati a vivere anche d’inverno come ostinato era il suo coraggio di sognare.
Dentro alla mia rabbia vissuta per anni, si custodiva, non più sopito, quell’amore ancestrale che mi legava a lui, quell’amore che, sovente, Irene disprezzava scovando ogni pretesto per annientare la mia libertà nel trasformare la miseria in paesaggi, nel modellare il cielo a mio piacimento.
Come quel giorno in cui inscenai una nevicata nel cortile con pezzettini di carta lanciati dal mezzanino.
Fui punito a colpi di scopa dal portinaio, Irene fece il resto con le debite urla e vampate di collera.
Il giorno dopo mi chiuse in casa.
Comunque dopo qualche giorno riuscii a farla franca.
La sorellastra, come in tutte le fiabe che si rispettino, non era certo avida di furbizia, e di notte riuscii ad adocchiare l’ambita preda: la chiave che teneva nel suo misero portagioie.
Sgattaiolai fuori…
Per ore fui il randagio più felice! Sarei ritornato ricco, avrei ordinato le mie guardie di inscenare continue nevicate.
Quanto avrei riso!
Ma le guardie furono solo due passanti che condussero il randagio nella loro casa mostrandogli ascolto e attenzione.
E al rifiuto del randagio di essere riportato dalla sorellastra, accettarono di tenerlo con sé,
perché “a vederlo bene di profilo il randagio assomigliava ad un figlio del Re di Francia”.

segantini autoritratto da giovane

Queste furono le loro parole.
Anche se il “figlio del re di Francia”, a sette anni, lo misero a fare il guardiano di porci. Certo, questa era una “delle forze avverse” mandatemi dagli Dei per giungere con il superamento delle prove a proclamare il “carattere divino” della mia arte.
Ma alla mia investitura divina mancavano ancora altre prove da superare!
Comunque, trasformai queste forze avverse in un incontro poetico che i miei occhi, mentre il mio corpo controllava che i porci non uscissero dalle stalle, realizzavano con il cielo.
Ogni sera cambiavo d’abito alle stelle…
Ogni sera le stelle diventavano l’anima dei miei colori…
Il tratto visivo dei miei sogni.
Vagabondavo nel cielo, ma riuscivo a vagabondare anche sulla terra, a trovare il territorio della mia libertà!
Fino a quel maledetto giorno in cui venni arrestato per ozio e vagabondaggio e rinchiuso al riformatorio Marchiondi, a Milano.
In quei mesi, la solitudine non era certo padrona delle mie azioni, ma era il mio volere instancabile e testardo per rivendicare la mia libertà! La voce della libertà aveva la voce di mia madre.
Io vivevo per ascoltare il canto di mia madre e forse per trovare la ragione della sua morte.
Il piccolo randagio si stava trasformando in un poeta! Alla natura gli Dei avevano conferito la più alta sacralità, a me avevano donato il compito di rappresentarla con il prodigio dei miei colori, perché anche gli uomini sarebbero diventati sacri.
Sacra la loro vita…
Sacro il loro dolore…
Ma ancor più sacre e inviolabili rimanevano quelle dolci parole: “C’è ancora tanto da fare…tanto”
“Diventerò un Dio, osannato, venerato” sussurravo, mentre abilmente mi trasformavo in un gatto rapidissimo nei movimenti, nel contendermi il mio territorio: “Il territorio della libertà!”

segantini ragazzo della brianza intero

Fuggii di notte…

I miei occhi si appropriarono di ogni respiro di luce; il randagio si districò abilmente distinguendo gli odori nauseanti che sibilavano nel riformatorio da quelli che preannunciavano la mia libertà. Mi feci guidare da loro, li ritrovai nella mia memoria. L’elenco era interminabile, ma anche consolatorio, perché riuscì ad allontanare l’istintivo dubbio di non farcela, di finire i miei anni tra i comandi dell’alto maiale che grugniva pronto a riformare, ad educare la mia “povera” mente, ma prima di tutto a “mozzarmi le mani!”
Le mie mani ribelli sarebbero state mutilate dal loro potere divino. Per il “Maiale” dovevo diventare un ciabattino, solo così la mia mente si sarebbe addomesticata all’autorità, al rigore dell’obbedienza.
Dopo qualche mese ghigliottinarono il respiro dell’universo, la mia fuga finì e mi riportarono nel luogo deputato a riformare i randagi inselvatichiti.
Lì al riformatorio, oserei chiamarlo “al mattatoio”, prima di mandarci al macello, ci insegnavano a scrivere il proprio nome e cognome e qualche rudimentale esercizio per confabulare con la tecnica imitativa della lettura e della scrittura. Eravamo costretti a sbrogliare una matassa di lettere, ma le mie mani erano troppo libere per rispettare gli ordini ripetitivi impartiti dalla voce tempestosa del vecchio, insopportabile maestro. Le mie mani, così sacre, venivano addestrate alla ripetizione meccanica, delirante delle lettere, di quei segni che il maestro chiamava “l’alfabeto non adatto agl’ignoranti!”
“Con quelle mani non riesci a pulirti nemmeno il culo!” queste erano le parole riservate dal “grande saggio”. E ad ogni vergata infieritami compariva il suo ghigno diabolico per poi guizzare di odio con la sua domanda finale: “Merda! Ma quando imparerai a scrivere?”
Quel luogo nefasto era un’ ulteriore prova che gli Dei avevano scelto per trasformare il randagio in un abile disegnatore di parole.
Scoprii le parole scritte quando iniziai a raffigurarle come paesaggi, come volti della natura, ma per far questo avevo il bisogno ancestrale della mia libertà.
Uscito dal Riformatorio, scontata la mia “pena detentiva”, a quindici anni, ritornai nel mio amato Trentino e, in quell’anno fecondo di idee, iniziai a disegnar parole mentre i miei occhi si riappropriavano delle cime delle montagne, dei prati infiniti, del lavorio dei contadini.
Nei miei amati paesaggi, dentro la loro luce, ritornava la mia “venuta al mondo”, finalmente ascoltavo quella voce che ogni parola porgeva al mio raffinatissimo udito… Oh Mario! Era la mia voce che divertita imparava a leggere mentre la mano diventava sempre più fluida.
Stavo diventando un “perfetto disegnatore di parole”.
Da quel momento ascoltai anche la voce degli uomini, non solo quella degli Dei. Studiai il volumetto di Giulio Bellotti “Luce e colori”, il trattato di Chevrel “sulla legge del contrasto simultaneo dei colori”, la traduzione di Modern Chromatics del fisico Rood, ma non fu mai adepto della teoria. La tecnica doveva rappresentare il mezzo, mai il fine a se stesso: il fine ultimo era la vera rivelazione della natura. “Natura, materia”…specchi della mia anima. Al mio risveglio i miei pensieri si specchiavano su queste due universali parole, ma non erano solo i miei pensieri a ricevere la linfa dalla materia…era la materia stessa, fulcro della natura, che per salire a forma d’arte durevole doveva essere elaborata dal pensiero. E’ ben vero che un ideale fuori dal naturale non può avere vita duratura, ma un vero senza ideale è una realtà senza vita! Con il tempo più mi addentravo nell’arte e vivevo per essa, più sentivo il bisogno di riprodurre la vastità della natura in un’opera immensa, infinita, di dimensioni fuori dall’uso comune. Un’opera totalizzante, ricca di percorsi naturalistici che avrebbero condotto lo spettatore alle mie tele finali: al prodigio della natura che si fa arte. Per rappresentare la natura bisogna saperla vivere, sapersi trasformare a seconda dell’atto esplorativo. E svariata diventava la mia muta, la mia abilissima capacità di trasformarmi nel soggetto che volevo rappresentare, rendere immortale, sacro alla volontà degli Dei. Quella grandiosa opera sarebbe divenuta il dono sublime che la mia potenza creativa, il mio spirito della natura, avrebbe donato allo sguardo di uomini e donne che sarebbe proseguito al di là del finito, al di là dell’ ultima condizione umana: la morte.
Chiamai la mia opera “Panorama” e la presentai a degli eletti in grado di sostenere l’impresa.

Segantini e il comitato per il Panorama

A volte servono anche gli “eroi del denaro”, eroi per una giusta causa.
Ma quei poveri eroi ritornarono ben presto alla loro provvida capacità
risparmiatrice, al loro oculato e parsimonioso rapporto con il loro figliol prodigo: il denaro. Più risparmiavano, più la prole, il denaro si generava. Insomma…l’impresa, quell’opera grandiosa, universale, venne ripudiata dai miei eletti finanziatori. “Costi divenuti esorbitanti!” Questo fu il loro definitivo commiato. Comunque in due anni riuscii a ideare un’opera alternativa, dalla dimensione meno dispendiosa, mentre continuava il mio disprezzo verso il denaro che mi divertivo chiamandolo “Il signor Bugiardin”! Sì! Perché il signor Bugiardin è sempre stato una delle forze avverse mandatemi dagli Dei per mettermi alla prova.
E’ una povera “Chincaglieria” che si diverte a non mostrarmi mai il suo vero volto fatto di inganni, tradimenti.
“Spendi, spendi pure! Io e te siamo fatti per vivere nel lusso!” Per tanto tempo ho ascoltato le sue parole, ma mai ho vissuto il suo ozio, la sua noia mortale!
Con la mia nuova opera, il trittico “Dell’Engadina”, desideravo ritornare all’origine ancestrale dei colori, di quei colori che realizzarono la mia nascita.
Da sempre ho diviso i rappresentanti della mia professione in tre colori: nero, grigio, bianco.
Nero è colui che pur di vendere asseconda i gusti del pubblico non educato all’arte; il grigio, corrispondente alla maggior parte degli estimati pittori, rappresenta la mediocrità. Appartengono al bianco  coloro che sono in grado di innalzarsi verso un’ideale elevato da raggiungere. Comunque, nessun insegnamento accademico giovò alla mia arte… Ero stato scelto dagli Dei per consacrare la mia impresa: vivere la vita come un’unica perenne opera d’arte nel ritmo della nascita, della vita e della morte.
Il trittico, si presentò alla mia mente in un ordine temporale poco usuale alla cadenza umana, all’ordine temporale degli eventi: la morte, la vita, la natura.
Delle tre opere la prima ad essere concepita fu la morte ed ebbe origine a Maloja, a seguito del quadro “Dolore confortato dalla fede”.

segantini trittico (la morte)

Il dipinto rappresenta la morte apparente di tutte le cose. E’ inverno, la terra è sepolta sotto la neve, in una capanna è morta una ragazza e, in attesa dei funerali, gli angeli ne trasportano l’anima nel luogo della via eterna. Perché in questo mio trittico la prima opera ad essere generata nella mia mente fu “La morte”? Mi chiedevo se questa mia esecuzione scaturisse da un impulso mentale o nascondesse un segreto, un mistero inaccessibile anche per la mia anima elevata. Chi parlava attraverso questa mia opera? Appena si rivelò la domanda fui subito pronto ad impedire ai miei pensieri nascosti qualsiasi tentativo di risposta. Decisi solo che, nel momento dell’esposizione, i miei tre quadri sarebbero stati presentati secondo il ritmo universale del tempo: la vita, la natura, la morte. Ma una strana inquietudine stava penetrando nella mia assodata sicurezza nel creare e motivare le mie opere. Al disgelo dei miei pensieri nascosti nel formular risposte alla mia strana inquietudine, intuii che stavo dissacrando lo spirito divino delle mie opere per rappresentare quel ritmo del tempo che apparteneva solo a me, solo e unicamente al mio viaggio esistenziale. Perché perenne è il ritmo del tempo della natura, il suo rigenerarsi, ma dentro a quel tempo universale la nostra morte è solitaria, appartiene solo al nostro unico viaggio.
Cosa mi stava capitando Mario? Gli Dei mi avevano concesso anche il dono silente di avvertire la presenza della morte? Era forse un presentimento?
Non ero più un Dio, ma semplicemente un uomo alle prese con l’angoscia del declino, di non riuscire a portare a compimento la sua arte. Ma lo sguardo maestoso delle Alpi mi suggerì che l’idea della morte venne spontanea al mio cuore dalla grandiosità che la natura, dolce madre, mi offriva. Mi rifugiai nel suo grembo, non comparvero lacrime, ma il respiro della mia nascita.
Iniziai a dipingere la seconda opera “La vita”, ripresi il mio sole, la sua luce. L’immagine serena e grandiosa, rappresenta la vita di tutte le cose che hanno radici nella madre terra. Le montagne sono illuminate dal sole che tramonta. Unico elemento che attraversa il cielo è il grande albero sul quale, seduta sulle sue radici, vi è una giovane madre con il suo bambino.

segantini la vita 3

L’amore rimane ancora fonte della vita in un tempo sereno e vitale: il tempo di una nuova semina, di un nuovo raccolto.
Ma fino a quando sarebbe durato il prodigar del tempo nella sua serenità? Fino a quando la natura avrebbe cullato il respiro vitale di uomini e donne assecondando i loro desideri?
Avevo il bisogno, quasi alla stregua di un istinto di sopravvivenza, di ascoltare quella dolcissima voce che, nell’eco del tempo, mi rimandava ai luoghi della mia infanzia, ai luoghi del mio sguardo.
Desideravo solo che mia madre attraverso la natura mi donasse ancora le sue parole: “C’è ancora tanto da fare…”

Iniziò a germogliare nelle radici feconde della mia arte l’opera “La natura”.

segantini quadro la natura

Finalmente ero pronto per scoprire il mistero della sua eternità: la mia anima eletta finalmente me lo consentiva! Ma quale eternità andavo realmente in cerca? Una sconfessione della morte o un’eternità che ben andava al di là del suo semplice valore spirituale, dottrinale? Fin dove arrivava la mia indagine? Avrebbe rappresentato l’ultima fatica del giorno?

segantini ultima fatica

Avevo sempre affrontato nelle mie opere la morte con decisiva franchezza, senza note patetiche, sublimazioni di dolore e paura. Il dolore, quello vero, vissuto con la perdita totalizzante della persona amata, lo riservavo alla parte mia più intima, più solitaria che non necessitava certo di inquadrare gli eventi o di ammorbidirli. L’impasto del dolore era già dato dalla crudezza della verità, di una realtà che non offriva alternative. Con i miei quadri sulla rappresentazione della morte il mio atteggiamento era risolutamente, volutamente distaccato.
Ma di una cosa ero certo: la mia opera d’arte sarebbe stata portatrice del messaggio divino che la natura mi avrebbe rivelato. E le mie domande si sarebbero sciolte come la neve al sopraggiunger del calore diurno. Sì! Ero stato scelto dagli Dei per non accettare passivamente le impressioni della natura, quell’accettazione lasciamola pure ai comuni mortali!
La mia arte non poteva certo essere frutto di rassegnazione.
Abbattimento, avvilimento, mestizia erano parole che gli Dei avevano bandito dalla mia venuta al mondo.
Io vivevo per scoprire…
Ma forse questa volta vivevo per scoprire l’inafferrabile.
Per carpire il segreto della natura dovevo arrivare al cuore dell’immagine, ma non bastava certo una mera riproduzione fotografica della scena, quella cura doviziosa nei minimi dettagli, talmente accurata da poter indicare allo spettatore il luogo esatto da identificare nella sua versione reale.
Per compiere il primo passo verso una corrispondenza divina con la natura non era sufficiente la ricerca degli equilibri compositivi, delle tecniche raffinate sul divisionismo.
Tecniche, ricerca coloristica…parole che rimandavano a quel Giovanni Segantini che viveva della ventata dell’impeto, degli ammiratori che bussavano alla porta del suo studio, che si raggruppavano a celebrare i suoi riconoscimenti nelle gallerie.
Quel Giovanni non c’era più.
Non trovavo più nessuna ragione per la sua esistenza.
Per mesi non scrissi più a nessun mio mecenate, li lasciai vivere tormentati dai loro dubbi sulla mia mancanza di parole.
Ma le orchestravo le parole…
Le orchestravo nei miei pensieri per creare quel concerto coloristico che avrei tributato alla scoperta del vero mistero che la natura mi avrebbe rivelato.
Ma di che cosa aveva bisogno la mia arte? Perché gli Dei ora mi lasciavano solo in quest’impresa?
Mi riducevano ad un essere mortale pronti a schernirmi con la loro condanna: “Se la ricerca sarà vana lo trasformeremo in un povero satiro condannato a suonare non più una musica divina, ma una musica atta a svelare la consapevolezza angosciosa degli uomini. Impietosa la musica rivelerà come la vita umana sia basata sulla menzogna, sull’occultamento del dolore…perché l’uomo appare fragile, destinato alla morte”
Non era certo con la sola bellezza della natura che potevo creare la mia opera d’arte. Questa creazione mi era possibile se non per un impulso dello spirito.
Per creare la mia opera avevo bisogno di ritrovare un’innocenza perduta.
Spogliai completamente l’occhio dalle mescolanze tonali finora vissute e incominciai a dipingere la mia ricerca in pennellate divise che, all’atto finale dell’opera, si sarebbero compenetrate pronte a svelare il segreto sotteso alla rappresentazione di ciò che il mio sguardo aveva penetrato.
Ma per ritrovare la mia innocenza perduta dovevo nascere un’altra volta…su, su, sulle piramidi della mia esistenza…
In alto sulla vetta dello Shafberg!
Eri con me Mario, salivamo su penetrando il candore della neve per raggiungere Schafberg dove erano visibili tutti i monti che dovevano formare sfondo e corona al mio quadro.
Indaffarato per la salita non porgesti attenzione al mio silenzio, alla mia mancanza di parole.
Non ero in grado di rivolgerti nessuna parola perché la mia mente era tormentata dal continuo migrar di domande: “Sarei riuscito a rendere l’eterno significato dello spirito della natura? Avrei saputo dare alla natura da me dipinta quella luce che dona vita al colore e rende infinito il cielo?”
Ma più m’incamminavo verso lo Schafberg, più mi convincevo che ero l’unico uomo che aveva visto per primo le Alpi! Il mio occhio si assorbiva nella contemplazione del cielo azzurro, nei candori delle cime nevose. Feci portare l’imponente tela da una squadra di uomini e, raggiunto Schafberg, diedi ordine di piantarlo con i suoi ripari in cima al monte. Mi sentivo fatto solo di occhi e di mani, il resto del corpo non mi apparteneva più, né desideravo preservarlo dall’ostinato freddo. Iniziai a dipingere mentre il gelo tentava di tramortire il colore, il movimento laborioso delle mie mani. Ascoltavo il silenzio e sentivo rifiorire la mia nascita…
Udii il mio primo pianto mentre mia madre, il mio petalo di rosa, mi porgeva il suo dolcissimo sorriso. Compresi che stavo realizzando un’opera d’arte infinita, al di là del tempo programmato dagli uomini.
Quest’opera d’arte è l’opera totalizzante dell’amore.
Cercai quell’amore anche di notte, dipinsi nel buio, sicuro che anche nella notte avrei trovato il segreto della voce che forgiava l’anima della mia opera.
In quell’ampia veduta che racchiudeva tutto il grande sentimento dell’armonia alpina, scoprii che la mia arte era stata scelta dagli Dei per proclamare una verità troppe volte defraudata dalla sua bellezza: “La vita è immensa!”

segantini e bice davanti alla prima versione dipinto aratura

Immensa era la visione che si porgeva al mio sguardo ogni mattino fino a quel tempo recentissimo che ha gettato nell’angoscia il mio corpo inflitto da dolori implacabili, come quel rabbioso vento che ululava giorno e notte, mentre la mia opera proclamava la sua verità.
E oggi giunto alla fine del mio racconto, tu, mio giovane figlio, hai voluto far entrar dentro la luce del sole perché mi avvolga nella sua luce dorata.
Vuoi vedere tuo padre ancora inebriato dal bacio della luce…
Il bacio della vita.
Ritraggo con lo sguardo la fierezza del tuo volto, il coraggio dei tuoi anni…
Io e te…
Così simili…
Anche se spesso il proceder dei miei pensieri apparteneva alla mia arte, alla mia ricerca, nel mio silenzio.
Ricordati, ero silente non solo con te, ma anche con tua madre, la mia amata Bice.

segantini ritratto di Bice

Eppure mio amato figlio, i tuoi sguardi sono sempre stati colmi non solo di devoto riconoscimento, ma anche di tenerezza che non mancavo mai di custodire nei miei pensieri.
Nel silenzio comprendevi tuo padre, perché come tuo padre hai vissuto tra i pascoli alpini immersi in un bagno di sole, e hai teso le orecchie per accogliere le voci che scaturivano dalle Alpi pronto poi a colmarti del sacro silenzio di fronte all’infinità del cielo azzurro.
Anche di fronte al nostro sacro silenzio ho sempre desistito nel raccontarti la mia vita.
Vuoi sapere il motivo di questa mia scelta? Ricordati che questa mia decisione non è mai stata dettata da una tregua nei confronti di lontani dolori.
Volevo raccontarti la mia vita alla fine del mio viaggio per farti scoprire quel dono che la mia vita possedeva fin dalla nascita: lo splendido dono della resilienza!
Io credo ormai d’aver studiato tutte le cose della terra e di averne compreso il suo valore estetico e spirituale, e credo finalmente di poter comporre il mio ultimo pensiero verso la bellezza suprema.
Sono io che ti sono devotamente riconoscente.
Ma ora mio amato figlio, non piangere…tuo padre, non se ne va…la morte non si farà dura e inconsolata realtà. Sono l’ultima luce del tramonto e sarò dopo questa notte l’aurora del tuo avvenire…
Avvicina il letto alla finestra…aprila, voglio vedere ancora le mie montagne…
Perché c’è ancora tanto da fare…

Sotto il pennello la gamma deve ancora scorrere smagliante, il colore deve essere intenso e puro…

perché la luce sia profonda e vera, il vero si deve oltrepassare…
davanti all’osservatore tutto si deve fondere in una commozione profonda di vita palpitante.

“C’è ancora tanto da fare…”
ricorda Mario, in queste parole vive la vera eternità

per sempre
tuo padre

segantini autoritratto con le montagne
Il 18 settembre 1899
Segantini con l’amato
figlio Mario e la
fedelissima modella Baba
sale a 2700 sullo
Schafberg per lavorare
“Alla Natura”, parte
centrale del trittico
dell’Engadina.
Pochi giorni dopo lotta
con un’acuta
appendicite
trasformatasi in
peritonite.
Muore Il 28 settembre,
allo Schafber, assistito dal
figlio Mario, dall’amata
compagna Bice e dall’amico
dottore Oskar Bernhard

 

Perché questo mio scritto?

Era da tempo che desideravo far migrare le mie parole in volo verso il grande Segantini, sentivo che avrei scoperto il mistero dell’esistenza.

Perché dopo essermi seriamente documentata, la trama del mio racconto mi riconduceva sempre al  vero segreto della vita custodito in  queste parole : “C’è ancora tanto da fare”…

Questo mio scritto è dedicato a tutti i Peter Pan.
Grandi uomini che trasformano il dolore in prove della vita, in attimi puri di conquista.
La conquista della Resilienza!

A presto

Adriana

quadri postati: L’Angelo della Vita(1894)- Petalo di rosa (1884/1890)- L’amore alla fonte della vita (1896)- Primavera sulle Alpi (1897)- Eroe morto (1878 circa)- ritratto della sorellastra Irene (senza data)- Ritorno dal bosco (1890)- Ritratto d’uomo sul letto di morte (1884-1886)-Autoritratto da giovane(1879-1880)-Ragazzo della Brianza (1880-1881) La Morte (parte destra del Trittico della Natura-1898-1899)- La Vita (parte sinistra del Trittico della Natura-1897-1899)-La Natura (parte centrale del Trittico della Natura)-L’ultima fatica del giorno (1884)- Ritratto di Bice-Autoritratto (1895)-

Foto: Segantini con il comitato del Panorama- Segantini e l’amata Bice Bugatti davanti alla prima versione del dipinto Aratura (1888-1889)

Brano musicale: Beethoven 6 sinfonia-secondo movimento

 

IO SONO LA LUCE!

Turner la Temeraria

Sono al buio, Ruskin…
Sono al buio.
Volontariamente da giorni ho chiuso la finestra, immerso nel buio totale…
Volontariamente non concedo a nessun abitante di questo quartiere di conoscere la mia identità.
Anche fuori, tra la gente, vivo nel buio.
Turner, il grande, il Magnifico, con ferma e inoppugnabile decisione ha voluto inabissare nel buio la sua vera identità. E se qualcuno mi chiede
chi sono? Rapida diventa la risposta…pensa un po’, proprio ieri ho risposto che sono un militare in pensione, un certo Peggy Booth.
Tu per caso lo conosci? Nel buio di questa stanza, vecchio testardo, riesco a divincolarmi dal passo della decadenza, fiero padroneggio ancora il movimento per afferrare il mio graditissimo bicchiere di rum.
Rum, amico di vecchia data! Rum, ricchezza nobile che tu ben conosci, dato che tuo padre era un facoltoso commerciante di liquori.
Ora ascoltami, Ruskin…aiutami a chiamare Sophie, la mia povera damigella, lei sa cosa devo fare….
Lei sa cosa voglio! Capito? Il comandante William lo esige! E’ un ordine che dovete eseguire per la sopravvivenza della mia arte! Della mia luce! Ho voluto rimanere al buio per giorni…
Ma oggi, all’infuriar di mezzogiorno, quando la luce avvampa nel cielo, vi ordino senza indugio di spalancare la finestra! Devo scoprire la
potenza della luce, devo sperimentarla su me stesso, devo viverla in tutta la sua forza!
Attendo ancora qualche istante…
Oh Ruskin! Com’è disumanamente crudele il bagliore della luce solare! La crudeltà, la spietatezza è la stessa della mia opera “Regolo”. Quell’opera feroce nata nella mia mente per rappresentare il
supplizio del valoroso console e generale romano, Marco Attilio Regolo, fatto prigioniero dai Cartaginesi. In cambio della sua libertà egli avrebbe dovuto convincere i Romani a desistere dalla guerra, ma il vero eroe non baratta mai la sua dignità, nemmeno se la tortura è straziante, orribile.
Gli vennero recise le palpebre e fu esposto come carne da macello
alla luce accecante del sole.

E io, William, ora, tragicamente sto sfidando questa ferocia! La mia arte mi chiede di conoscere la potenza della luce anche nel suo dramma!

quadro Turner regolo

Poi…
ritorno nel mio buio…chiudi la finestra
sono diventato di nuovo una falena notturna…
Mi stai chiedendo che cosa si può scoprire nel buio?
Diventiamo parti di noi, molteplici personaggi, pronti a viaggiare nel buio…
Ma siamo senza difese.
Il mio, Ruskin, è il viaggio della reminiscenza. In questo mio ultimo viaggio divento il Platone dell’arte per scoprire idee eterne, immortali, come la mia arte.
Nel buio vivo il risveglio della mia memoria.
Un’ impresa che mi è stata concessa solo ora, terribilmente condannato a non viaggiare più, perché questo mio corpo brutalmente
denigrato dal tempo si sottrae al mio desiderio di conquista.
Ti sei mai chiesto che cosa rappresenti il viaggio? Da dove nasce questo desiderio così forte, sigillo del coraggio, ma a volte dannatamente
drammatico?

Come il viaggio della follia di mia madre.
Di nostra madre, mia e di Helen.
Dopo il grande William, a distanza di anni, nacque la piccola Helen.
Fu una vita improvvisa, rapida come la sua morte. Non feci nemmeno in tempo ad insegnarle l’arte della pittura. Nessuno mi spiegò la causa
della sua morte. In un lampo di luce nacque, in un lampo morì.
Mi ripetevo che era meglio così, perché nella sua fugace comparsa, non avrei sofferto il tempo delle aspettative, dell’attesa.
Comunque, ad essere sinceri, per quel suo occhio così azzurro, io avrei deposto il mio scettro di figlio unico.
Feci in tempo invece a vedere mia madre attendere inerme il tifone della follia.
La sua mente navigò solitaria, solcò onde impetuose, provai a dirle che il tifone era in arrivo, lo feci prima che venisse scaraventata fuori
dall’impeto della vita e rinchiusa in manicomio, al “Bethlehem
Hospital”, in quel maledetto luogo chiamato “Belam” per indicare luogo di confusione, di caos, di disperazione!
Sai Ruskin, solo alla morte di mia madre seppi che al “Belam”, il popolo londinese pagava un biglietto per assistere allo spettacolo dei malati,
ai loro accessi, ai loro sguardi allucinati, alla loro richiesta di aiuto.
Un biglietto d’ingresso senza pietà, pronti per saccheggiare le loro vite per poi ordinare di gettarli in mare, senza via di scampo.
Quella notte quando la portarono via da casa sentii solo alcuni suoni brevi, striduli, simili al canto maledetto di una civetta.
“Non può certo essere mia madre”,pensai.

Frances Elizabeth Wynne Casa natale di Turner

Ma quei suoni diventarono presagio di morte.
Solo più tardi compresi che erano i suoi lamenti, le sue imprecazioni
verso chi la stava portando via, costretta a diventare schiava dentro una “nave negriera”, “il Bethlehem Hospital”. Al Bethlehem, il
commercio dei folli risultava lucroso per i nuovi esperimenti sulle loro povere menti. Anche lei sarebbe stata incatenata, costretta a dormire
nuda, a subire macabri esperimenti per sconfiggere la follia come
l’essere seduti su una sedia sospesa dal soffitto e patire l’inferno della roteazione per un tempo stabilito dal carnefice. Ma queste orribili
torture vennero scoperte più avanti, quando mia madre si dissolse nel
mistero della nullità…

a volte mi chiedo se la morte sia condizione per il nulla….
anche William si dissolverà nel nulla?

Turner la nave negriera

Iniziai ad odiare mia madre perché se mi avesse amato avrebbe
trovato dentro sé stessa un modo per sconfiggere la pazzia, un modo per restarmi accanto ed osservare ammirata le mie opere.
Lo fece mio padre, il mio buon padre.
La Divina Provvidenza mi donò un padre che adorava il suo figliol prodigo.
Uomo dotto, perfetto conoscitore di fini crini per fabbricare
parrucche, uomo dalle molteplici attitudini. Come il più abile
anatomista, conosceva perfettamente i rapporti matematici che si fissano sui volti, con lui il taglio della barba era perfetto! Era uno dei barbieri più richiesti. Dentro alla sua bottega m’impartì lezioni di lettura e scrittura e mai si dimenticò di far trionfare sulla sua vetrina
i miei disegni, quelli che lui chiamava: i tratti geniali del piccolo, meraviglioso Billy.
Il suo Billy aveva solo cinque anni e i suoi disegni erano già opere.
A cinque anni la luce conquistò i miei giochi infantili, desideravo
rincorrerla, scoprire l’ombra, mi chiedevo come potesse rendere agli alberi e alle piante un carattere mutevole in base al suo sopraggiungere con l’avanzata delle ore. La luce diventò la mia inseparabile compagna, ma, più desideravo scoprirla, più si ostinava
a mostrarsi fiera nel proclamare al mio sguardo come la conquista
necessitasse di un tempo lungo, laborioso, affine solo al patto che avrei stabilito esclusivamente con lei, in un vincolo indissolubile, vitale.
“Sfiderò con te ogni avversità, ogni pericolo, ovunque tu vada sarò la
regina dei tuoi giorni, ma in cambio promettimi che scoprirai il mio segreto nel mio passaggio quotidiano”. In quella giovanissima età,
intuii  che l’unico modo per avvicinarmi al suo segreto era la sua rappresentazione.
Iniziai a disegnare la luce, a cogliere il suo linguaggio in ciò che il mio occhio bambino amava di più: la natura. Imparai ad ascoltare la
sua voce nei colori lussureggianti dei fiori, nei primati coloristici che mi offriva ogni cambio di stagione.
Di notte ne sentivo la mancanza, spalancavo gl’occhi per percepirne intimamente la presenza. Mi convinsi che questa mia compagna
sarebbe riapparsa solo se avessi continuato a dipingerla. Ma quale segreto sarei riuscito a scoprire nel suo passaggio quotidiano?
Con il passar del tempo, concessi a mio padre il dono di conoscerla, di
scoprirla aiutandomi nel procedimento della formazione dei colori. La sua mente fervida si occupò del mio blu oltremare, della biacca,
della ricchezza del giallo ocra.
Anche per mio padre l’ocra giallo era un colore disceso dal cielo.
Anche per papà l’alba non soffriva mai di cali di luce.
L’alba era perfetta per dimenticare tutte le sue, le nostre sofferenze.
Simili nel carattere? Simili nel temperamento? Di un fatto evidente ero certo! Ne acquisii subito la piena consapevolezza: ci assomigliavamo
nella bruttezza!

Turner ritratto del padre

Non riesci a frenare le tue risa, Ruskin? Il magnifico
William Turner in grado di rappresentare con tocco divino la pura bellezza, ha il volto, il corpo di un Gargoyle! Sono un omuncolo…
un brutto omuncolo.
Il buon Dio ha voluto storpiare la mia immagine per rendere ancora più nobile la mia arte? Dalla visione dei miei quadri qualche buon
buon estimatore si aspetta di trovarsi di fronte ad un uomo dai tratti
aristocratici, perfetti e raffinati come la sua arte. Anche Delacroix attese questa nobiliare presenza…
Si presentò invece ai suoi occhi un uomo che assomigliava a un vecchio lupo di mare….io, William, colsi subito la sua delusione. Agli occhi
di Delacroix apparivo come uno scherzo del destino.
Ma il giorno dopo ritornò alla Royal ad ammirare le mie opere. “La sua luce incanta” furono le parole che accompagnarono il suo ritorno a
Parigi.

Turner veduta verso snowdon

Da quel giorno, della mia inesorabile bruttezza non me ne avvidi più; mi sentii solo il “Magnifico” William, unico detentore
di un’arte di suprema bellezza. La mia arte era magistrale!
Vuoi sapere se caddi mai nella debolezza dell’innamoramento di opere
altrui? Il mio occhio fu implacabile nel mostrarmi le meraviglie di Cozens! All’apparizione delle sue opere, bastò solo una domanda per
scardinare la mia assoluta supremazia, finora così devota alla mia
arte. “Sarei stato costretto a riconoscere che tutta la mia felicità consisteva nel desiderio prepotente di qualcosa che non avrei mai
raggiunto?” Mi misi all’opera, Ruskin, perché per diventare l’ultimo
uomo universale a vivere sulla terra, dovevo aspirare alle verità dell’arte di Cozens per poi superarle, inevitabilmente…
La mia arte l’avrebbe dimostrato senza indugio, senza paragoni.
Ora ascolta attentamente, perché mia madre si presentava ovunque….
la follia non smarriva mai la sua strada!

Sorprese anche John Robert Cozens, e lo sorprese quando iniziai a considerarlo il mio maestro.
Conobbi Cozens scoprendo la voce di un inquieto dottore, quel tal Monro, che al contrario della buona morale pronta ad eliminare
qualsiasi traccia di follia, lui la follia l’ascoltava, semplicemente
l’ascoltava perché in fondo in fondo la comprendeva. Il dottor Monro aveva in cura Cozens, acquarellista dal tocco assoluto, la cui mente
fu assediata dal giudizio nefasto dato dalla Royal Academy alla sua
splendida serie di disegni: “Delineation of the general characters of forest trees”. La Royal definì il suo lavoro: “Arte impropria!”
era l’anno 1784, Cozens era nel pieno del suo folgore pittorico, a trentun anni custodiva il mistero della solennità, dell’immenso
che la natura rivelava al suo sguardo.

Cozens

Perché la Royal sconsacrò la sua arte? Quel giorno Monro chiamò a raduno i suoi amati folli in quelli che lui definiva “incontri artistici”,
ma forse era solo la sua strategia per farci comunicare con la nostra arte le nostre paure, i nostri desideri più oscuri.
Si presentarono due nuovi folli: il sottoscritto William Turner e l’abilissimo Thomas Girtin, a dirtela tutta un potenziale nemico
per la mia carriera. Desideravamo entrambi scoprire se le parole di
Constanble a riguardo di Cozens fossero vere: “Il più grande genio che abbia mai trattato il paesaggio”.
Quel tributo avrebbe dovuto spettare esclusivamente a William Turner! Ma prima era necessario scoprire le verità delle parole di
Constanble e, se l’arte di Cozens fosse stata conforme alle sue parole, il
mio compito sarebbe stato quello di indagarne il perché e conquistare i segreti dei suoi dipinti. Attesi impaziente di conoscere Cozens…
Nei suoi occhi ritrovai  il delirio della follia, ma quel delirio andava oltre la follia di mia madre…possedeva ancora il desiderio dell’incanto.
“L’arte e il profondo sublime dentro alla voce della follia”. Era questo che voleva conoscere il dottor Monro nell’arte di Cozens?
Ti sembra strano? A volte i medici sono più folli di noi artisti. Al povero William e a Girtin spettò il compito di ultimare i disegni che Cozens
non terminava. Perché lo feci?
Perché le parole di Constanble erano decisamente vere! E in quella lontana promessa stipulata nella mia infanzia, dovevo pur trovare
una risposta: “Ovunque tu vada dovrai scoprire ogni mio segreto nel passaggio quotidiano”.
Quel giorno lontano mi parlò la luce.
Nei dipinti di Cozens, la luce era la voce di Dio.

Poi a ventiquattro anni fui folgorato dalla pittura di Lorrain. La sua opera “Porto di mare con l’imbarco della regina di Saba” si presentava
ai miei occhi come una sirena ammaliatrice: più ascoltavo la voce di
quell’opera, più la solarità di Lorrain, la sua luminosità cromatica, mi apparivano ineguagliabili.

Lorrain porto di mare con l'imbarco regina di Saba

Per la prima volta pensai che mai sarei riuscito a dipingere
come quell’opera che mise a nudo la mia vulnerabilità.
Una tenera commozione pervase anche il mio gelido sangue. Impreziosii i miei occhi del suo “Liber Veritas”, il suo album
di disegni tratti dai suoi dipinti. Straordinario era l’uso della luce!
Quella sua luce zittiva ogni mia conquista fino ad allora raggiunta. Ero un uomo che di fronte alla grandezza di Lorrain, avrebbe potuto
svanire nel nulla. Provai invidia? Oh No! Semplicemente un’inquieta paura di tradire me stesso, le mie innate, eccezionali
capacità. Solo papà comprese il mio affranto.
Il povero William Turner che non brillava certo per eloquenza, iniziò a parlare solo con il suo taccuino di schizzi. Quel taccuino diventò il mio diario.
Quel diario raccontava il mio rapporto intimo, esclusivo, con la luce.
Ormai ero ossessionato! La luce diventava padrona della mia mente.

Divenni suddito della luce: lei sovrana, io suddito pronto a sedurla.
Il mio desiderio era irrefrenabile… dovevo individuare tutti i modi in cui il mio occhio era in grado di registrare ogni minimo cambiamento
della luce. Mai, comunque, dichiarai quanto intendevo realizzare.
L’impresa sarebbe stata solo mia! Scomparve la paura di finire nell’ignoto. Ritornai ad essere il William fiero, oltraggioso, nobile,
irrispettoso della buona condotta. Ma anche il dispotico ha il bisogno
vitale di proclamare le sue verità.
Le verità della sua esistenza, la natura della sua arte, il trionfo della sua potenza!
Nessuno poteva essere alla mia altezza! Le mie opere proclamavano la mia presenza, la luce si sarebbe fatta conquistare solo dal magnifico
William. E gli allievi? Non ne volli nemmeno uno, nessuno era in grado
di testimoniare la mia arte. Gli allievi servono solo a chi vuole sconfiggere la morte! Allievi…lascito testamentario del maestro?
Ma il grande Turner oltre alla sua inesauribile arte, è nato beffando la
morte! Io l’ho beffata scoprendo il segreto della luce, ma questo Ruskin te lo concederò più avanti…lo scoprirai anche tu.
Quel segreto si custodiva dentro al mistero della luce, e madre della luce poteva essere solo la natura, con i suoi paesaggi, i suoi volti, le
le sue carezze o quelle maledette sfide che mettevano a dura prova il
destino dell’uomo. Accadde anche al grande William sentirsi sopraffatto dalle forze della natura. Quella notte, in mare prima
di giungere a Calais, le onde urlarono la loro forza, le loro risa diaboliche.

Turner il molo di Calais

Nel loro fragore impetuoso tentarono in tutti i modi di
avvilire il mio coraggio…il duello fu lungo, estenuante, ma
giungemmo ad un tacito accordo: il mare mi avrebbe concesso di arrivare a Calais, la nave finalmente sarebbe approdata, io, in cambio,
avrei rappresentato la sua forza, violenta, indomabile, ma
magnificamente maestosa. La natura diventò soggetto vivente dei miei quadri.
Dovevo diventare parte della natura…
Per capire la sua anima dovevo sfidarla, dimostrarle tutto il mio coraggio. Decisi di farmi legare all’albero di un’imbarcazione in
balia di una tormenta per vivere in prima persona l’urlo del vento flagellante. Mi incuteva paura? Come può far paura la verità?
“Tempesta e impeto”, di questo avevo bisogno. Ero un essere che
non avrebbe mai eguagliato la sua forza, ma la sfida mi consentiva di rappresentarla! Esanime quel giorno, dopo la furia della tempesta,
tornai a casa; le mie mani padroneggiavano ancora l’uso sapiente
del colore. E magnifico fu il mio ultimo tocco dato alla luce. Ben presto la natura sarebbe diventata mia alleata, ne ero sicuro! Nella natura
volevo trovare soggetti adatti a esprimere particolari stati d’animo: la
natura silenziosa, la natura e le sue forze devastatrici. Le mie opere vivevano la percezione che la natura mi donava, che il sublime mi
elargiva. Ma cosa mi chiedeva in cambio? Forse che io dichiarassi la
mia inferiorità e fragilità di fronte alle sue forze? Tempeste, bufere, naufragi…era questo quello che mi chiedeva di rappresentare?
A volte capitava che una misteriosa avversità mi cogliesse d’improvviso…Era la natura che mi metteva alla prova
per condurmi alla sua fedele celebrazione. La mia opera “Annibale e il
suo esercito attraversano le Alpi” nacque dalla sua sfida.

Turner Anniabale e il suo esercito attraversano le Alpi

Madre Natura mi mostrò la sua terribile forza con la visione
terrificante di una tempesta, durante il mio soggiorno a Yorkshire.

Alla paura, alla sensazione d’impotenza, sopraggiunse più tardi, nel tempo del ricordo, il senso della mia contemplazione e riverenza di
fronte al mistero delle sue forze e al destino della fragilità dell’uomo.
Caro e ostinato amico, prima che tu affidassi alle conoscenze della mia illustre persona, lo sviluppo delle tue nozioni estetiche, sentivi offeso
il tuo senso estetico dallo squallore delle zone in cui gli uomini, quelli
che io chiamo “I mercanti della modernità”, avevano fatto sorgere chiamandoli “nuovi insediamenti industriali”.
Portasti avanti una dura campagna contro il mondo meccanizzato e disumanizzato creato da questi mercanti; non potevi accettare un
sistema che considerasse gli uomini come cose, strumenti, semplici
proprietà. E’ per questo che ti sei rivolto alla mia arte? Anche tu sentivi il desiderio profondo di conoscere il sublime?

quadro di turner tempesta di neve

La scienza in questi anni è divenuta strumento per dominare la natura…

non mi posi mai questo scopo…
Non si può dominare il sublime.
Volevo solo conoscerla, potermi fondere con lei, perché la mia arte me lo permetteva.
Ma il tuo, Ruskin, era un “romanticismo sociale”: l’arte deve porsi al servizio dei grandi problemi che travagliano l’uomo. Poi, tutte queste
tue idee, di fronte alla visione dei miei quadri, divennero evanescenti.
Ti rapì la mia luce, il mistero della mia ricerca. Dimmi un po’…desideravi imitarmi nella genialità delle mie idee, nella finezza del mio  disegno? Io non ho mai cercato il gusto del pubblico. Non ho mai dipinto perché la gente capisse, bensì per immortalare la scena.
Ma odiavo chi sentenziava sulle mie opere, come quando alla Royal
sputarono parole su quel primo abbozzo dell’opera “Incendio delle
Camere dei Lord e dei Comuni”, che avevo mandato. “Uno scarabocchio di colori senza forma e immagine”, parole accompagnate da risa superbe.
Poveri stupidi! Non avevano compreso che un sottile piacere pervadeva la mia mente nello sbalordire, provocare, presentare
enigmi all’apparenza irrisolvibili. Preparai come al solito il mio piano: quel giorno, due ore prima dell’entrata dei visitatori, entrai in sala, investigai rapidamente come la luce del salone illuminasse
la mia opera ancora in fase di metamorfosi, e rapidamente indagai come i colori degli altri quadri, acerrimi nemici, potessero dirottare
verso di loro gli sguardi dei visitatori. Poi iniziai a confabulare
con il mio dipinto per preparare il mio ennesimo attacco. Scelsi accuratamente le mie armi: quei colori che da lì a poco avrebbero
trionfato lasciando a terra, senza respiro, tutti gli altri quadri. A colpi
di pennello completai la mia ineguagliabile opera.

Custodita nella luce solo per lei, divenne la regina incontrastata dell’intero salone.

Turner incendio delle camere 1

Ero diventato folle? Il germe della follia s’era annidato anche nella mia mente?
Sai, la follia non sopporta il viaggio di noi uomini, il viaggio della scoperta, della conoscenza.
Da tempo avevo messo la follia alle corde, avevo allontanato il ricordo di mia madre…
Per anni viaggiai…
Ma non era una fuga la mia, nemmeno mi sentivo un esule senza radici, volevo solo scoprire, penetrare il mistero della luce, custodirne il  segreto nelle mie opere. Non solo durante i miei viaggi studiai
Tiziano, Rembrandt, Raffaello, ma li feci trionfare anche nei miei quadri. Possedevo già allora un tempo speciale distinto in due unità,
che solo dopo una serie di miei atti artistici potevano compenetrarsi:
il tempo della memoria e il tempo del vissuto. E anche se non ero presente nel luogo dell’evento della scena, la mia opera sarebbe stata
in grado di rappresentare fedelmente la veridicità dei fatti perché il tempo del vissuto, di ciò che provavo di fronte all’elaborazione dell’evento, mi permetteva di raffigurare la scena come se fosse
guidata dal tempo di una mia profonda testimonianza oculare. All’impresa dell’evento da rappresentare, alla mia completa padronanza, non mancava mai il mio perfezionismo documentaristico con il quale l’opera non avrebbe mai potuta essere tacciata di finzione.

Ma ora, Ruskin, apri questa finestra…
Ti supplico, aprila…
Il tempo della memoria mi concede il ritorno del mio vero viaggio…
Non ho più bisogno del buio per ricordare, non lo voglio più…

desidero solo rivederla…
Sono a Venezia, Ruskin
A Venezia…

quadro di Turner Venezia, il molo e palazzo

Mi abbandono alle sue acque, alla brezza di una lontanissima primavera.
Ricordo la prima volta che la vidi, il Turner eccentrico, insolente, non fu più ostile alle proprie lacrime.
Piansi…
Piansi perché tutto era poesia.
Per la prima volta il mondo di colori e luce non mi sfuggiva più.
Tu, mio fedele amico, mi dicesti che il mio sguardo era ritornato  allo stato d’innocenza dell’occhio, che è un modo di vedere dei bambini.
Quanto detestai al momento quelle tue considerazioni. “Banale frivolezza di un povero romantico!” fu il mio commento. Ma avevi ragione, Ruskin, perché il mio occhio era veramente ritornato allo
stato d’innocenza. All’improvviso sentivo la presenza di mia madre nell’intera forza espressiva della visione.
Vedevo mia madre prepararmi i colori e dirmi orgogliosa: “Diventerai un importante pittore, mio piccolo William”.
Rappresentai Venezia con la cerimonia dello sposalizio del Doge con il mare, poi chiusi gl’occhi…

Turner Sposalizio del Doge

Quell’ incantevole festa l’avrebbero tributata anche al grande William, ma questa volta mia madre era al mio fianco.
La luce aveva il bellissimo volto di mia madre.
Il segreto della luce era il segreto dell’immenso!
L’infinito amore che abbraccia l’universo.
Nelle mie opere avrei immortalato per sempre il suo volto nel nostro amore, dolcissimo segreto.
Con lei conclusi il mio viaggio perché finalmente sapevo che cosa desideravo…
Ruskin…senti anche tu il canto di mia madre? Avvicinati…William ti chiede di ascoltare assieme il suo canto…

“La morte ora mi è ospite gradita”

Rivedrò mia madre, Ruskin…

Oh Ruskin… sono di nuovo a Venezia con lei…

Perché tutto è di nuovo poesia

Turner Venezia San Giorgio maggiore primo mattino

a ricordo, William

 

 

Ma chi è Ruskin?

Ruskin autoritratto

Capricci da ubriaco.
Pittura che si allontana dalla vera imitazione della natura.
Guardando le opere di Turner è come se si guardasse un fuoco di carbone, in cui a partire da forme mutevoli e indefinite, bisogna
lavorare di fantasia.
Il dipinto “Tempesta di neve” sembra acqua insaponata!
Queste furono le parole, scagliate come lance appuntite, da alcuni critici nei confronti di quelle opere di Turner che dichiaravano apertamente la sua evoluzione artistica.
Ben chiara fu la replica di Turner: “Non ho dipinto perché si capisse, ma perché volevo mostrare la scena in sé, che aspetto avesse un simile
evento”.
A conferma della replica di Turner, David Robert, pittore inglese amico di William, scrive: “La sua vita aveva in parte il carattere del suo
lavoro, era misteriosa e nulla sembrava fargli tanto piacere quanto lo
sbalordire gli altri e presentare loro enigmi. Quando cominciava a spiegare qualcosa a qualcuno o a raccontare, s’interrompeva a metà,
assumeva un ‘aria enigmatica, annuiva, ammiccava e sembrava voler dire: “Capiscilo se ci riesci!”
Ma chi difese con travolgente passione le opere di Turner? A soli diciassette anni il sensibilissimo e geniale John Ruskin, si entusiasmò
alle opere di Turner.
Ruskin, giovane ecclettico, nei suoi studi coltivò queste parole da lui riportate nei suoi saggi: “ Il migliore riconoscimento per la fatica  fatta non è ciò che se ne ricerca, ma ciò che si diventa grazie ad essa.”
Ed è grazie ad essa che Ruskin diventò scrittore, pittore e un illustre critico d’arte.
Nel 1840 il collezionista Thomas Griffith, in occasione di una cena nella sua casa a Norwood, presentò il giovane Ruskin a Turner. Finalmente dopo il primo contatto epistolare avvenuto nel 1836, Ruskin incontrò
William Turner.
Nel 1843 John Ruskin pubblicò il primo volume della sua opera “Pittori moderni”, con lo scopo di dimostrare la grandezza dei paesaggisti  moderni, primo tra tutti il grande Turner. Per il giovane Ruskin, la
natura ha donato a Turner un occhio particolare e un ‘immaginazione selvaggiamente bella. “Egli è un veggente” scrive Ruskin,  “Un uomo
dotato di visione profetica”.
Quella visione che solo i suoi occhi, le sue mani, erano in grado di scoprire e raccontare.
Eterne rimangono alcune frasi di Ruskin:
-Dove l’amore e la capacità lavorano assieme aspettati un capolavoro.
-Le menti più pure sono quelle che amano i colori.
-L’arte migliore è quella in cui la mano, la testa e il cuore di un uomo procedono assieme.
E così è stato per il grande, immenso, Joseph Mallord William Turner

 

Questo post è dedicato a tutti coloro che scoprono e vivono il segreto della luce, dell’immenso, nello sguardo delle persone amate.

Nei giorni dove la luce divampava a Venezia in tutta la sua bellezza, ho ripercorso i luoghi frequentati dal grande William Turner.

Dentro alla magia della luce, ho voluto trasformarmi in uno dei suoi colori, pian piano ho tessuto la trama del mio racconto nell’incanto della visione che mi donava Venezia.

Nella luce di Venezia, ho scoperto la ricerca del magnifico William…

la sua luce e l’infinito desiderio d’amore

Forse  il suo vero e unico testamento

Turner quadro Venezia canal Grande

Luoghi di Venezia frequentati da William: nel 1819 dall’8 al 13 settembre alloggia all’albergo Leon Bianco.

I suoi colori risplendono da:  Ss Giovanni e Paolo, ponte di Rialto, Scuola Grande di San Rocco, imbarco del Canal grande dal bacino San Marco.

Nel 1833 dal 9 settembre per una settimana soggiorna all’hotel Europa in Ca’ Giustinian.

La sua luce vive da: piazza San Marco-Ss Giovanni e Paolo, San Michele in isola,Santa Maria Formosa.

Nel 1840 tra il 20 agosto e il 3 settembre soggiorna nuovamente all’hotel Europa.

L’infinito della sua arte si racconta da: palazzo Ducale, Accademia, Redentore, Giudecca, San Giorgio Maggiore, Arsenale, Madonna dell’orto e dei Gesuiti.

Opere postate: La nave da guerra Temeraire viene rimorchiata al suo ultimo ancoraggio- Regolo-

di Frances Elizabeth Wyne “Casa natale di Turner”

Turner: la nave negriera-

ritratto del padre eseguito da William

Turner: Nant Peris veduta verso Snowdon

Cozens : Lake of Albano and Castel Gandolfo- Turner: il molo di Calais, con pescatori francesi che escono in mare mentre arriva la nave postale inglese- Turner: tormenta di neve: Annibale e il suo esercito attraversano le Alpi- Tempesta di neve, piroscafo all’ingresso di un porto- L’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni- Venezia, il molo e Palazzo-Venezia la piazzetta con il Doge che celebra la cerimonia dello sposalizio con il mare- Venezia San Giorgio maggiore primo mattino- Venezia e Canal Grande.

Brano musicale: Mahler-Adagietto dalla sinfonia n.5 diretta da Karajan con i Berliner Philarmoniker

A presto

Adriana

mia foto a Venezia

 

 

Ora vedo… vedo solo con i tuoi occhi

ragazza con orecchino di perla1

Una piccola fessura, l’entrata di uno spiraglio di luce…

Basta solo una manciata di luce per trasformare un uomo in un orco.

Ora lo vedo, nascosta dietro alla porta, lo vedo…

Il quadro è inquietante, angosciante: è in preda di nuovo alla sua rabbia, la prende a calci, urla sul suo bellissimo volto parole che non voglio nemmeno capire.

Ti prego, non ammazzarla!

L’orco è mio padre.

L’orco sbraita ancora, di più, di più…

Trionfante del suo potere, della sua forza.

Accanto a mia madre c’è Cornelia, mia sorella.

La tira per i capelli, la trascina furioso per la stanza.

Poi…

“Aiutatemi!! Aiutatemi!!” sono le uniche parole che riesco a dire.

Ora sono fuori sulla strada e corro, corro gridando che mio padre questa volta vuole uccidere Cornelia.

Qualcuno, Johannes, mi ascoltava?

Nessuno, tragicamente nessuno. Nei loro sguardi viveva il più ostinato silenzio, la più fredda indifferenza.

La piccola Catharina, a soli otto anni, riuscì comunque a compiere un’impresa incredibile, perché ogni bambino possiede una particolare “volontà artistica”,  decisiva per la sorte della sua vita.

Sì, perché mio padre mi odiava Johannes.

Ripudiava il volto di mia madre, il volto di mia sorella Cornelia, i miei primi passi nel mondo degli adulti.

Amava solo e unicamente William, il suo unico figlio maschio.

Viveva solo con lui e fiero proclamava a William che l’uomo doveva far sottostare la donna ad ogni forma di assoluta obbedienza, quell’assurda obbedienza vincolata dal marchio della violenza, cruda, devastante.

Per mio padre quell’attimo di pura violenza si sarebbe perpetuato all’infinito.

Ma la piccola Catharina fermò il tempo.

Fui in grado di rendere immobile la sua rabbia, la resi inanimata senza più il volto di mio padre.

La rabbia finalmente si smarriva in un eco senza ritorno.

Scomparvero nella mia mente le scene di violenza, confinai ogni dettaglio, ogni sopruso, in luoghi della mente in cui decisi di non accedervi mai più.

Dissimulai quella realtà così violenta e, come nei tuoi quadri non esistono né grida, né dolore,

anche io, Catharina, iniziai a vivere nel mio mondo senza più urla, senza più odio.

Stavo preparando i miei occhi a vivere delizie e meraviglie che avrei scoperto più tardi nei tuoi quadri, nella nostra storia d’amore, nel tuo magico silenzio.

Tu, mio amato compagno, nella tua perfezione, con i tuoi quadri hai reso reale l’illusione, ti sei preso gioco della vista altrui con il disegno e il colore e per far questo hai compreso la natura delle cose così bene da capire esattamente in che modo questo senso meraviglioso della vista venga ingannato. E grazie alla tua sublime arte sei riuscito a fermare il tempo.

 

Delft

 

Amavi il silenzio e il tuo silenzio era il primo segreto che mi ostinavo a scoprire.

Il tuo silenzio era il tuo mondo fatto di ombre e di luci.

Quel mondo che già in tenera età consideravi il tuo rifugio segreto.

Creavi il silenzio scegliendo accuratamente quella zona ben definita dello studio, l’oasi della tua felicità, dove la luce entrava dalla finestra. Con pazienza disponevi la scena da rappresentare sulla tua opera. Collocavi ogni cosa come in una perfetta scena teatrale, così sublime che realtà e finzione si compenetravano l’una nell’altra.

Niente poteva fermare la tua magia, nemmeno l’odore maleodorante del canale che sferzava la visione dalla finestra, nemmeno i venditori ambulanti che s’addossavano sulle strade per racimolar scarne monete, per elemosinare una misera dignità.

Ma il tuo non era il silenzio funerario che accompagna la morte, quel silenzio che si ostina a tradire la vita, il tuo era il silenzio della ricerca.

Il silenzio del discepolo nei confronti del proprio maestro.

Il tuo Messia era l’arte, eri nato per ascoltarne la voce e il tuo destino si celebrava solo in quell’ascolto.

Monaco, asceta del colore e della luce. Per rendere sempre più fedele ogni minuzioso dettaglio alla rappresentazione assoluta e vera della scena, ti trasformavi anche in un oculato astronomo. E allora il tuo dipinto diventava un pianeta nell’universo dei tuoi colori. Quel pianeta che appariva per approfondire le tue riflessioni sulla sua rappresentazione nello spazio della tua scena, per misurarne le proporzioni, i passaggi di luce.

l'astronomo

Con la tua arte riuscivi a sfidare l’illusione del nostro sguardo, perché i tuoi dipinti non imitavano la realtà, erano realtà loro stessi.

A casa tra le risa festose dei nostri figli, apparvero le tue insolite creature: strumenti ottici, lenti, scatole misteriose…meraviglie per le tue creazioni.

“Magia della magia” erano le parole della piccola Maria che accompagnavano le tue scoperte.

E si manteneva il tuo magico silenzio anche quando desideravi che non fosse giunto il momento di finire il dipinto; la parola “termine” poteva essere sciolta dal tuo ultimo tocco solo raggiungendo la perfezione.

Ma per far questo la tua opera doveva nutrirsi del suo tempo, il tempo della dolce attesa.

In una calma apparente lasciavi che l’opera forgiasse da sola la sua esistenza, poi, a distanza di giorni, udivi la sua voce, il suo richiamo.

Ti osservavo, Johannes, scrutavo avidamente le tue labbra mentre pronunciavano sommessamente la nascita della tua nuova opera: “Ci siamo…”

Ora la tua opera era pronta per la sublime perfezione, che per i tuoi occhi sarebbe stata una perfezione raggiunta solo per breve tempo.

Nel tuo silenzio riuscivi ad annullare addirittura il tempo…

Nei tuoi dipinti non hai voluto offrirci una successione temporale semplicemente perché vivevano senza il tempo delirante degli uomini. La tua era la voce degli Dei e gli Dei non hanno certo bisogno di ossequiare il tempo.

Riuscisti a creare il tuo silenzio magico anche quando l’esercito francese di Luigi XIV devastò le nostre terre con l’ira di un macabro potere. Di fronte alla povertà e alla distruzione, tu, mio amato maestro, rispondesti alla Francia con il tributo della tua luce. Quella luce che dominava il tuo quadro “Suonatrice di chitarra”. Quella giovane donna suonava la tua vittoria! La vittoria della libertà dei tuoi colori, di quella musica universale dell’arte che nessun esercito avrebbe potuto far tacere!

suonatrice di chitarra

Ma in seguito non riuscisti più a vendere né i tuoi dipinti, né quelli del tuo piccolo commercio di  artisti. Nei pochi mesi a venire della tua disgraziata sorte, crebbe in me una speranza, l’illusione di una moglie teneramente innamorata, ma venisti predato da una belva infamante, particolarmente esperta nel trucidare le tue parole, i tuoi colori, la tua luce.

Il tuo silenzio divenne il silenzio della follia che si manifestava nel tuo sguardo, nel tuo corpo sempre più impietoso nell’esibire la nostra decadenza, la nostra rovina economica.

Quel tragico conflitto con la Francia saccheggiò anche il tuo corpo, la tua mente flagellata dai continui debiti per poter racimolare un misero pasto ai tuoi amati figli.

In silenzio passasti alla morte…così improvvisa…misteriosa…

segreta.

E solo con la tua morte ti riappropriasti del silenzio degli Dei.

Io ora vivo il silenzio della tua morte, quel silenzio agghiacciante che hai sempre rinnegato, ma provo ad annientare questo silenzio per arrivare al tuo…

al segreto che nascondevi senza proferir parole mentre il tuo sguardo indugiava su nuove linee, in quella luce così intima che dipanavi sulla tua nuova opera.

E nella tua intima luce i tuoi dipinti respiravano la vita.

Sai, a volte mi chiedevo se il tuo silenzio fosse dettato da un’inquieta rassegnazione nata dalla tua convinzione che l’epoca nella quale era destinata la tua esistenza terrena, non avrebbe compreso quel che facevi.

Ma non era così e questo più tardi lo scoprii. Perché quel silenzio aveva un volto dal fascino senza tempo…

Un volto che parlava con i tuoi occhi…

Ma da dove nasceva la tua luce, Johannes? Ti eri innamorato dei dipinti di Carel Fabritius, dei suoi  meravigliosi sfondi luminosi, della pittura di Pietr de Hooch, ma questo non basta per trovare la risposta. La tua scena poteva essere dominata anche da una “meravigliosa” luce grigia del cielo, come nel tuo capolavoro “la stradina di Delft”, ma la tua non era mai una luce minacciosa.

la stradina di Delft 1

In quella tua piccola tela, la luce grigia, assonnata, assumeva tratti umani particolarmente precisi nell’indicare a noi spettatori la sobria operosità della vita domestica. Forse in quella sobria operosità si mascherava la tua inquieta denuncia sulla tristezza e rassegnazione che dominavano a Delft.

So che tu il popolo lo amavi…

Hai dipinto opere che raccontano un eroismo diverso da quello trionfante delle grandi battaglie capeggiate da valorosi generali.

Il vero eroismo te lo dimostrava il coraggio della povera gente e nella tua opera “La lattaia”, hai voluto rappresentare la vera eroina! Quell’umile donna impegnata a concentrare tutti i suoi sforzi nel provvedere ai bisogni primari della famiglia. Quell’eroina era legata al vincolo indissolubile del sentimento.

Lattaia

Nessuna abitazione a Delft s’adombrava di tristezza, nessuna donna dimenticava di amare i propri figli.

Con la tua arte hai trasformato la virtù domestica nella virtù dell’amore, così solenne di fronte al sacrificio quotidiano. Fino allora quei volti non mi turbavano affatto, anche se non potevo certo specchiare nei loro volti la mia virtù all’ozio, alle corse in sartoria per nuovi abiti dediti all’eleganza di una giovane sposa.

Quei volti, quelle tue opere rimanevano lì, fisse, appese al biancore del muro, senza corteggiare i miei pensieri.

Poi cambiasti, Johannes…

Cambiarono i tuoi umori,

cambiarono i volti delle tue opere.

Fanciulle elegantemente vestite iniziarono ad apparire sulle tue tele…

Fanciulle con uno strano sorriso, con sguardi suadenti che si rivolgevano ad un misterioso osservatore.

ragazza con cappello rosso

Quell’amore finora ritenuto perfetto era rivolto ancora ad una sola persona?

Quei volti iniziarono a conquistare i miei pensieri, i miei dubbi.

Chi stavi amando?

Tentai con tutte le mie forze di esiliare la domanda in qualche zona della mia mente irraggiungibile dai miei pensieri quotidiani. La domanda si mimetizzò rapidamente assumendo il colore del mio risveglio, dello svolgere dei piccoli eventi che scandivano il ritmo abituale del giorno. Quella domanda si insinuò anche in quell’inquieta, doviziosa cura che ora destinavo alle faccende domestiche, all’educazione improvvisamente rigorosa che imponevo ai nostri figli. M’imposi un autocontrollo ferreo, rigido, riscoprendo la capacità di calibrare con la virtù della temperanza qualsiasi barlume d’emozione che potesse derivare dal contenuto delle tue opere. Ero decisa! Mi sarei riappropriata della più rigida tradizione cattolica. Nei tuoi quadri avrei visto solo scene di vita quotidiana con precisi significati simbolici e morali. Tu eri il mio devoto marito, io, Catharina, la tua ossequiosa moglie. Passavano i giorni mentre incatenavo i miei pensieri in un apparente senso di immobilità. Dovevo solo allenare la mia mente alla ricerca di un perfetto equilibrio stilistico. Certo era uno stile inusuale, magari per molti poco affine con la tua ricerca coloristica. Il mio era l’equilibrio della donna perfetta, moglie evangelica aggraziata dal riverente rispetto di uno sano stile coniugale. Gli unici tuoi quadri che ai miei occhi avrei consentito di osservare sarebbero stati quadri di scene domestiche. Avrei rapito ogni dettaglio, ogni minuzioso tassello rappresentato sulle tue tele, per poi viverlo nella scena quotidiana della nostra vita domestica. Io, Catharina, dovevo essere la fedelissima riproduzione di quella donna, la “Lattaia”, che il tuo occhio, le tue mani, avevano incredibilmente consacrato al lavoro.

Ma continuavo a catturare la tua immagine mentre uscivi preparandoti nella tua sacrale vestizione. Cosa nascondevi dentro a quel rito? Quale racconto tessevano i tuoi abiti mentre uscivano dalla nostra scena domestica? Mi rassicuravo, placavo il mio tormento pensando che le tue uniche avventure fossero i tuoi colori, la pittura così melodica nella nostra casa. Ero felice all’idea di paragonarti ad un eremita dentro la sua trascendente meditazione, concentrato solo su te stesso nella scoperta del dono di nuovi colori, la provvidenza divina dentro la luce dei tuoi quadri.

“Ce la farò…ce la farò…” continuavo a ripetere mentre lacrime disperate solcavano il mio infernale riposo notturno.

Lontana dallo studio meticoloso delle faccende domestiche, dall’atmosfera pacata che si scioglieva nel ritmo diurno, la notte diventava particolarmente abile a smascherare la mia angoscia, ad avvampare il mio tormento e a presentarmi la mia maschera funeraria.

Perché sarei morta dall’insano germe della gelosia se non avessi scoperto il segreto di quei volti, le loro storie, la loro anima.

Sopraggiunse l’istinto vitale di sopravvivenza, mentre una luce nitida, precisa, collocò nello scenario del mio dolore un’innegabile considerazione: lo spazio dei tuoi dipinti era dominato dalle tue avventure amorose. Quei volti di donne nascondevano il racconto dei tuoi sensi.

Iniziai ad assumere uno strano atteggiamento meditativo, indispensabile per scovare tracce, indizi delle tue avventure nei tuoi minuziosi dettagli, in quella tua arte mirabilmente consacrata a raffigurare con la regia del tuo occhio la rappresentazione veritiera della realtà.

Johannes…lo compresi più tardi…ma stavo vedendo con i tuoi occhi.

Il mio occhio stava assumendo il tuo stesso sguardo minuzioso, mille sfaccettature, un prisma in grado di catturare ogni frammento, ogni dettaglio, in una visione che andava al di là dello sguardo umano. I tuoi quadri nascondevano un dettagliato cifrario, un codice fino a quel momento accessibile solo ai tuoi occhi, ma ora il mio occhio si stava appropriando della tua infinita capacità investigativa. Finalmente studiavo, correggevo, collocavo le proporzioni degli oggetti, le composizioni con il tuo perfetto rigore matematico. Avrei decifrato tutti i tuoi segreti, quei volti sarebbero appartenuti anche a me.

Con il passar del tempo il loro sguardo senza nessun pudore incitava il mio avvicinamento, le loro labbra attendevano solo di pronunciare la parola tradimento. E quel giorno, persi ogni potere raziocinante della mia mente: chiusi disperatamente gli occhi, colarono le immagini nel buio, diventarono solo putride macchie.

Avevo vinto la mia battaglia, quei volti non vivevano più!

Ma in fondo al tuo studio rimaneva ancora il richiamo di un volto languido dai morbidi passaggi tonali, dal sapiente uso delle vernici trasparenti nella parte del copricapo.

Quel copricapo, simile ad un turbante, non trovava nessuna corrispondenza con gli abiti alla quale il mio sguardo s’era finemente abituato. In quegli anni, per la prima volta sentii udire la parola moda e finalmente riconquistai con il cambiamento negli abiti, un po’ di gioia. O forse era solo la speranza di ricevere in dote dai nuovi abiti una vera sensualità. Ci si vestiva seguendo l’usanza della moda. Incominciai anch’io, Johannes: lasciai tramontare il nero, sui miei abiti apparivano tinte nuove, colori pastello, ma anche l’azzurro in tutte le sue sfumature. Quell’azzurro che tu amavi così tanto. Te ne accorsi?

Per lei creasti una nuova moda, oltre il tempo.

Splendidamente sola, raffigurasti il suo giovane volto senza collocarlo in una delle tue doviziose scene domestiche, nessuna allegoria, nessuna dimostrazione dell’ideale insito nelle virtù domestiche. Lei esisteva nel suo atteggiamento naturale, dentro all’attimo eterno del tuo tempo, del tuo silenzio.

ragazza con orecchino di perla1

E io per la prima volta vedevo realmente solo con i tuoi occhi.

Scomparvero i sentimenti a me tristemente noti…

gioivo nel vedere quel dolcissimo volto, gioivo nello scoprire ogni tua minuzia, nell’avvertire una tacita armonia.

Per realizzare quell’incantevole volto non avevi avuto bisogno di nessun disegno preliminare.

Il volto era fatto di luce, la tua arte ora rappresentava la tua vita.

Io ti vedevo, dentro al suo sguardo così interrogativo, misterioso. I suoi occhi erano gli occhi stessi della tua pittura, ma la tua vita, il tuo quadro, stava diventando anche la mia vita.

Con il suo sguardo volevi indicarmi una via finora irraggiungibile, volevi farmi sognare Johannes, anche se non avrei mai penetrato fino in fondo il mistero delle tue opere, il mistero del tuo silenzio.

Il tuo silenzio divenne la mia musica, il motivo della mia esistenza, perché ti amavo Johannes, ma in modo così diverso…

E iniziai ad amarti in modo così diverso proprio da quel volto anche se non scoprii mai la sua identità. Quel volto, il tuo silenzio, mi stava raccontando che nella vita niente è come appare. Dentro alla tua apparente solitudine vi era la grande forza della tua esistenza ma anche quel forte senso di impotenza che flagellava le tue ore alla ricerca della perfezione. La tua arte doveva essere in grado di rappresentare fedelmente tutte le nozioni, le idee che la natura è capace di produrre. La tua ricerca non era certo legata ad un desiderio di successo, l’arte della tua pittura rappresentava solo la tua interiorità e senza di essa avresti detestato la tua esistenza, la tua venuta al mondo. A volte mi chiedo se l’arte possa svelare la sua sublime bellezza solo in questa costante ricerca, dentro a tormentati dubbi, nell’atroce paura di non saper più creare. Le tue opere reclamavano la perfezione, e forse era l’unica via per rendere le tue opere immortali. Ma la tua arte, la tua sublime ricerca, non aveva dignità d’esistenza senza il tuo sguardo malinconico.

Io ho avuto la fortuna di cogliere la tua malinconia, quella fortuna speciale la colsi come l’atto rivelatore dello Spirito Divino…

Avrei continuato ad amarti, ma la mia non era certo tolleranza.

Da quel momento in poi ti avrei amato in modo così diverso…

Perché era ciò che mi chiedevi.

Me lo chiedeva la luce della tua malinconia.

In quella luce

Vedevo Dio

L’infinito

L’infinita bellezza

 

“Tu mi ami in modo così diverso” sono le parole con le quali hai accompagnato il tuo sguardo, la tua mano fremente e stanca nell’indicarmi il tuo testamento, la tua opera “Allegoria della pittura”, omaggio alla tua musa, al trionfo della tua luce.

allegoria della pittura

Ma nei tuoi ultimi giorni, nemmeno la luce riuscì a placare la tua disperazione. Perché la fine della guerra con la Francia, portò nella nostra casa la più cupa miseria, gli sguardi dei nostri figli furono costretti a supplicare un misero pasto, le loro notti tormentate dall’incubo della fame.

Non riuscisti a reggere i loro sguardi, le loro risa sempre più rade, i loro giochi confinati in un sommesso pianto. Ne soffristi a tal punto da cadere in delirio, tanto che, nel giro di un giorno, da uomo sano passasti alla morte.  Ora tocca a me, non lascerò che nessun creditore possa diventare padrone della tua luce.

Ma promettimi che continuerai a dipingere, Johannes…

Sarò la tua donna vestita d’azzurro, Clio, la musa di un tempo senza fine

Il cielo…

sarà la tua tela grezza

La luce delle tue opere…

la musica della mia esistenza

 

Perché ti amo in modo così diverso, Johannes

E vedo…

Vedo solo con i tuoi occhi

Per sempre

Catharina

Donna che scrive

 

 

Dalle lettere di Van Gogh a E.Bernard

“Conosci un pittore di nome Jan Van der Meer? Ha dipinto una signora olandese, bella, molto distinta, che è incinta. La tavolozza di questo strano artista comprende l’azzurro, il giallo limone, il grigio perla, il nero e il bianco. E’ vero che nei quadri che ha dipinto si può trovare l’intera gamma di colori; ma riunire il giallo limone, l’azzurro spento e il grigio chiaro è in lui caratteristico…

gli olandesi non avevano immaginazione ma avevano un gusto straordinario e un senso infallibile della composizione”.

Donna in blu che legge

Spetta allo studioso V.Lucas, nel 1922,  aver avanzato l’identificazione della protagonista del quadro con la moglie di Johannes Vermeer: la giovane Catharina Bolnes.

Nella sua opera “Hollandische Kuttur des siebenzehuten Jahrhunderts” del 1932, il critico Hols scrive: “Le opere di Vermeer con personaggi quasi tutti raffiguranti giovani donne sembravano appartenere ad un mondo sconosciuto. Vermeer s’è creato un mondo per metà immaginario e ha trasfigurato questo mondo con la chiarezza, l’armonia incredibile dei suoi colori e con la sua semplicità della sua anima ingenua. In tutto ciò che dipinse Vermeer, aleggia un tempo, un’atmosfera di ricordi d’infanzia, una calma di sogno, un’incredibile complicità”.

Ricordi felici d’infanzia…

La luce…il suo mondo misterioso

Ma quali drammatici momenti fu costretta a vivere la sua giovane sposa, Catharina, nell’età dell’innocenza?

La piccola Catharina visse un’infanzia segnata costantemente dalle sopraffazioni, dalla violenza del padre che in breve tempo si trasformò in una specie di orco.

Sembra che i parenti e i vicini di casa avessero visto il padre insultare la moglie, prenderla a calci, trascinarla nuda, ammalata, per la casa. E non mancarono le violenze nemmeno quando Maria, la moglie, era incinta.

A soli nove anni, la piccola Catharina, corse da alcuni vicini gridando che il padre voleva uccidere la sorella Cornelia. Il padre Bolnes, si difese dicendo che aveva trascinato per la casa Cornelia perché la moglie aveva sgridato l’unico figlio maschio, l’amato William.

Con tono compiaciuto affermò: “Lo farò di nuovo ogni volta che toccherà William”.

La madre dopo anni di maltrattamenti si trasferì con le figlie Catharina e Cornelia nel 1941 a Delft; in seguito le fu concessa la separazione e l’affidamento delle figlie.

Catharina sposò Vermeer il 20 aprile del 1653 a Schipthluy, paese nei pressi di Delft.

La splendida moglie accolse con il suo sguardo ogni scoperta di Johannes, con amore e gioia, felice di poter cogliere quell’attimo di eternità che il silenzio magico di Johannes riuscì a svelare e fissare per sempre sulle sue opere.

Ma nel 1669 Catharina e Johannes dovettero affrontare la morte di due dei loro amati figli; nel 1673, un loro bimbo, probabilmente nato morto, fu seppellito nella tomba di famiglia nella Chiesa Vecchia. Un figlio, di cui non si conosce il nome, venne al mondo nel 1674 ma visse solo quattro anni. Nel frattempo le truppe di Luigi XIV continuarono a devastare con la guerra il redditizio equilibrio che i Paesi Bassi avevano conquistato. Il 22 maggio 1672 il re Luigi condusse il suo esercito sul Maas a nord di Masastricht. L’esercito francese commise numerose atrocità riprodotte nelle incisioni di Romeyen de Hooghe. Per impedire l’avanzata francese gli olandesi aprirono le chiuse e scavarono delle brecce nelle dighe allagando il Paese. L’apertura delle dighe, diede un grosso colpo alle finanze di Vermeer dal momento che causò l’allagamento di alcune fattorie di proprietà della suocera che avevano da sempre rappresentato una fonte di reddito per la famiglia e i numerosi figli, ben undici, di Johannes e Catharina. Dal 1672 Johannes non riuscì a vendere più le sue tele, né a commerciare con quadri di altri artisti. Il 26 marzo del 1675 si recò a Gouda per rinnovare l’affitto delle proprietà terriere della suocera; nel mese di luglio andò ad Amsterdam per chiedere un prestito di mille fiorini a Jacob Rombouts, un mercante locale. Intanto gravi malattie si diffusero per tutta l’Olanda. Una settimana dopo la festa di San Nicola, Johannes morì. Non si sa esattamente la causa della sua morte, ma appaiono alquanto eloquenti le parole di Catharina che raccontano la sua drammatica fine: “Durante la lunga e rovinosa guerra con la Francia, non solo non era stato in grado di vendere alcuno dei suoi dipinti, ma a suo detrimento non aveva potuto vendere alcuna delle opere di altri artisti in cui commerciava. Come risultato, anche a causa del grande peso dell’allevare i figli, e non avendo mezzi propri, era caduto in tale rovina e decadenza, e ne aveva sofferto a tal punto da cadere in delirio, tanto che nel giro di un giorno, o di un giorno e mezzo, da uomo sano era passato alla morte”. Sul registro della Chiesa Vecchia è annotato il funerale di “Jan Vermeer”. Jan è il diminutivo affettuoso con cui Catharina chiamava il suo amato marito. Nella scatola inviata come di consuetudine dalla Camera di Carità affinché gli eredi deponessero una donazione per i poveri, Catharina fu costretta a non donare nulla. Drammatico risultò il suo bilancio economico, i creditori erano ormai alle porte, ma Catharina fece di tutto per mantenere di sua proprietà l’opera “Allegoria della pittura” che Johannes aveva voluto tenere per sé fino alla morte.  Il 24 febbraio 1676 Catharina, a titolo di rimborso debiti, cedette alla madre l’opera; probabilmente l’intenzione di Catharina era che in questo modo il dipinto rimanesse in famiglia e non sotto il giogo dei creditori. Catharina continuò a battersi per sottrarre a una vendita forzosa le opere di Johannes ma l’impresa, nonostante il dispiego di energie, risultò vana.

A distanza di otto anni dalla morte di Catharina, ad Amsterdam, il16 maggio 1696, il mercante Gerard Houet tenne un’asta con ventuno dipinti di Vermeer. L’elenco delle opere e delle vendite fu scoperto da Thore-Burger, qui di seguito lo stralcio con parti relative ai titoli dati allora e ai prezzi:

-Una giovane che scrive ( titolo attuale: signora che scrive una lettera)-63 fiorini

-Una giovane che lavora (titolo attuale: la merlettaia) -28 fiorini

– Una giovane che si abbiglia-30 fiorini

-Una giovane che suona il clavicembalo- 42 fiorini

-Un soldato con una giovinetta che ride- 44 fiorini e 10 stuyvers.

Un operaio dell’industria tessile di allora guadagnava 18 stuyvers al giorno, un fiorino era formato da venti stuyvers, a Delft cinque chili di pane costavano un fiorino. L’opera del grande Vermeer “La merlettaia”, fu venduta al solo costo di 140 chili di pane!!

Alla vendita Braam-ad Amsterdam nel 1882-  il capolavoro “Ragazza con l’orecchino di perla” fu acquistato per soli due fiorini e 30 stuyvers da A. des Tombe, il povero valore di qualche chilo di pane…

Ma forse bastano le parole di Proust per provare a vivere per qualche attimo l’incanto, la pura magia delle opere di Vermeer:

“La vera arte non sa che farsene dei proclami

Si compie nel silenzio”

 

Perché questo mio scritto?

Ho bisogno di vivere la magia del silenzio…

in punta di piedi ascolto la sua voce

ed è grazie alla voce del silenzio che mi trasformo in Catharina,

la giovane sposa di Vermeer

per troppo tempo dimenticata.

In silenzio ne conquisto la storia,

giorno dopo giorno, il silenzio diventa, di nuovo, il motivo della mia esistenza,

del mio racconto.

 

Questo mio scritto è dedicato a tutti coloro che vivono la voce del silenzio

per non dimenticare mai chi siamo

 

Adriana Pitacco

 

Brano musicale postato: Bach-Siloti  Preludio in si minore

pianista: Vitaly Pisarenko

 

 

 

Cosa rimarrà di me?

malinconia1

Caro Jaeger,

sono giorni che mi ostino a dipingere il cielo, a osservarlo con il mio occhio, la mia anima.  Sto diventando uno strano astronomo, uno scienziato che si occupa di un pianeta all’apparenza conosciuto da molti, raggiungibile dalla mente umana, un pianeta dai confini delineati, precisi. Questo pianeta appare per un circostanziato arco di tempo, ci offre l’illusione di conoscerlo per poi sparire nel vortice di un moto irraggiungibile, sconosciuto.

Questo pianeta non è nient’altro che il destino della vita, mistero dell’uomo. E mentre osservo il cielo, mi trasformo così in un “astronomo della vita”, voglio riscoprire le parole che tu, anarchico ribelle, hai conferito fin dall’inizio alla nostra amicizia, alla verità della nostra esistenza, senza false illusioni, senza tradimenti di false ideologie dettate dalle dottrine del tempo.

“Ricorda Edvard, ogni uomo deve saper progettare la propria esistenza, ogni uomo deve eliminare dal proprio vocabolario la parola destino, perché esiste una morte diversa da quella naturale: la morte dei nostri sogni, la morte delle nostre idee. Questa è la vera e unica morte. Ti sei mai chiesto perché nessuno ne parli? La rinnegano, Edvard…fanno finta che non ci sia, mascherano una finta indifferenza. Riconoscerla significa mettere a nudo la nostra vita, la nostra apparente tranquillità. Siamo realmente ciò che vogliamo che gli altri vedano di noi? O dentro a questa nostra misera offerta, stiamo vivendo la nostra inesorabile morte? Ti sei mai chiesto che cosa significhi la fedeltà dell’amicizia? Quando tu comprenderai la tua vera morte dimostrerai il tuo vero volto…

Quel volto rimarrà leale e fedele all’amicizia. Non saremo più volti d’illusione ma vita vera, senza tradimenti, senza tradire noi stessi.” Oh caro Jaeger, quanti benemeriti critici hanno tentato di profanare le tue parole, di tumularle in qualche luogo inaccessibile gridando allo scandalo! Un pazzo anarchico pronto a trucidare l’alto valore della morale! Ma ora, Jaeger, tocca a me il compito di scrivere i miei pensieri, raccontarli in quello che tu chiami “il diario dell’anima”.

Sono pronto…

Il mistero di quest’uomo si presenta a te…

Con i miei quadri ho riscritto la mia vita…

Ora tocca alle parole…

Perché finché scrivo so che esisto, che riuscirò a sconfiggere di nuovo questa maledetta angoscia, che ritorna sovente dentro alla domanda che forgia la mia esistenza.

“Cosa rimarrà di me? Chi vivrà il racconto dei miei quadri?”

Dove me ne sto andando, Jaeger?

L’assillo dell’oblio, funesti pensieri, presagio della fine…

A volte, sono convinto di aver ereditato fin dalla nascita due dei più spaventosi nemici dell’umanità: il patrimonio della follia e della consunzione.

ritratto munch

Mi credi, Jaeger?

Ritorna una luce pronta ad acquietare i miei tormentati dubbi. Avvampa la luce dei ricordi, dentro allo sguardo ritrovato della mia infanzia, nella risata spensierata di Sophie. Rivedo le sue piccole mani in volo…

Io e lei…nati dalla stessa madre…

Io e lei…pronti a duellare contro il grigiore funesto che celebrava trionfante la vita a Christiania.

Con lo sguardo della meraviglia, ci incantavamo ad osservare i nostri colori, il nostro passaggio di linee nel creare divertenti ritratti, nel comporre il volto della felicità.

Tra i due, Sophie, era la prima ad ascoltare i consigli di nostra madre, attenta e premurosa nell’indicarci la via migliore per raggiungere con i nostri disegni un’intima e spensierata allegria. Ma la piccola Sophie iniziava a tratteggiare sul foglio la melodia della felicità, solo dopo aver osservato come nostra madre diventasse improvvisamente altera, regale, meravigliosamente fiera, nel proclamare a sé stessa l’impegno a non tradire nessun’ ombra di tristezza, nessuna velatura di rimpianto. Perché finalmente quelle piccole mani che galoppavano sul foglio trasformato in prateria, riuscivano a schernire quel maledetto grigiore funesto che da tempo ottenebrava la nostra famiglia. Quel nefasto grigiore che, ben presto, avrebbe trasformato la nostra risata infantile in un peregrinare di giorni luttuosi. Le mani di nostra madre invece erano mani usurpate dal freddo, dall’acqua malsana di quell’unico canale adibito ai lavaggi dei miseri vestiti delle  famiglie povere di Christiania. Le sue, erano mani deformate dall’urlo soffocato della miseria. La paga percepita da mio padre era molto bassa, eravamo costretti ad una perenne povertà. “Sai Edvard…io non morirò mai…i colori non moriranno mai…vedi…io sono un colore!” Queste erano le parole di Sophie, che giungevano sempre alla fine dei suoi disegni. Ma quale segreto nascondevano le sue parole? Cosa scopriva mentre osservava nostra madre? Da dove nasce questo mio senso di inquietudine?

Oblio, amore, paura, vita, morte…

Dimmi Jaeger…Com’è possibile vivere la paura dell’oblio nel fulgore della vita?

O forse la risposta sta nel mio convincimento che la mia arte ha le radici nelle mie riflessioni sul perché non sono uguale agli altri, sul perché ci fu una maledizione sulla mia culla, sul perché sono stato gettato nel mondo senza poter scegliere. Anche per Tulle, non ero uguale agl’altri…

Anche Tulle iniziò a detestare le mie paure, ridicolizzandole, creando addirittura per loro il teatrino del divertimento.

La mia amata Tulle, quel giorno, preparò perfettamente il suo macabro scenario, trasformò il suo volto, il suo corpo, in una maschera funeraria. Aprii la porta e la ritrovai dentro ad una bara costellata da candele. Sconvolto urlai il suo nome, supplicando per la prima volta Dio, di non lasciarmi solo, di allontanare la morte da chi mi aveva donato il mistero dell’amore, perché nonostante il nostro “inseguirci e fuggire”, Tulle rappresentava la mia storia d’amore.

ceneri

Piansi disperato.

Piansi senza accorgermi che un leggero tremore si stava profilando sul volto di Tulle. Era il tremore sopito che, da lì a poco, avrebbe annunciato la risata beffarda, non più trattenuta, con la quale Tulle metteva a nudo il suo piano. E la sua maledetta recita si concludeva così: “Sapevo che saresti venuto. Vedi Edvard …si può ridere anche della morte…” Soffocai l’urlo, mentre la rabbia devastò la stanza, mi trasformai rapidamente in un acerrimo soldato pronto a combattere fino alla fine il suo nemico. Un uccello da preda si era fissato dentro di me, i suoi artigli erano penetrati nel mio cuore, il suo becco aveva trafitto il mio petto e il battito delle ali aveva offuscato il mio cervello. Ma chi stavo in realtà combattendo? La macabra farsa di Tulle o un’antica eredità che aveva infierito nella mia mente, fin dalla mia nascita?

La maledizione del dolore? La maledizione della morte?

A cinque anni vidi lo scempio della morte sul bellissimo volto di mia madre.

La morte diventò padrona del suo respiro e fu particolarmente abile nello sconfiggere ogni possibile tentativo di ripresa del suo dolcissimo volto stremato. La morte richiuse mia madre in una bolla d’aria di un pesantissimo scafandro. Inutili furono i miei sforzi nell’aprire lo scafandro, nel porgere a mia madre le mie lacrime di bambino per farla vivere ancora accanto a me. Non servirono nemmeno i disegni miei e di Sophie.

L’aria si consumò mentre mia madre stava perdendo il respiro della vita, mentre mia madre, qualche istante prima di morire, riprese solo per noi figli il suo tono regale, il suo sguardo fiero nel chiederci di continuare a far galoppare le nostre piccole mani sul foglio magico della vita per raccontare il mistero dell’esistenza.

Ma dopo la morte della nostra adorata madre, scomparve in Sophie ogni intenzione comunicativa con il tratto grafico.

la bambina e la morte della madre 1

Vuoti furono i suoi fogli, s’ammutolì la sua splendida voce. Iniziò a girovagare da una stanza all’altra della casa per poi correre, uscire in giardino, e scrutare il cielo per un tempo scelto solo da lei. Il mistero del tempo doveva appartenere solo a lei; quel mistero sarebbe diventato esclusivamente suo, di Sophie, della piccola Sophie, l’unica custode del tempo, l’unica custode del suo destino. Mentre la osservavo scrutare il cielo, intuivo che mi supplicava di aiutarla, di scovare assieme a lei, nell’infinito cielo, una nuova stella, un nuovo pianeta pronto ad accoglierla, pronto a non farla cadere nella voragine dell’oblio.

Improvvisamente dentro al suo sguardo malinconico, Sophie, si dimenticava di farsi ricordare e nessun colore era in grado di farle vivere la sua esistenza. A volte mi chiedo se in quel gioco di colori, nella nostra conquista di un tratto sempre più rappresentativo della realtà, ci stavamo comunicando il nostro testamento, la nostra intima, dolorante, eredità. Per lunghi giorni, sentimmo l’odore della malattia di nostra madre, l’odore della morte aleggiava in ogni stanza. Ascoltammo il suo passo nei tormentati silenzi di nostro padre, sempre più cupo, sempre più irraggiungibile.

Stavo ereditando il patrimonio della follia.

Poi un giorno, di fronte allo sguardo struggente di nostro padre, porsi a Sophie il mio nuovo colore…le offrii in dono un foglio bianco.

Quel foglio non rimase più anonimo, Sophie ricominciò a disegnare.

Disegnò il volto di nostra madre. E così scoprimmo il nostro pianeta, la nostra nuova stella. Lo trovammo nelle linee melodiche dei nostri disegni…Insieme, ancora insieme, il destino ci riservò di nuovo la forza dei colori, la forza dei nostri racconti. Ma tu, amico mio, ben conosci il destino che travolse il nostro racconto, che mi portò via per sempre Sophie a soli quindici anni.

La morte l’attese per giorni…

primavera

 

Aspettò il decorso nefasto della tisi e mi concesse una squallida provvista di giorni affinché potessi assistere all’avanzar della malattia, al progressivo e rapido indebolimento di Sophie fino al suo pallore esangue, alla sua tosse striata di sangue, al tremore delle sue mani. Per la morte, io, giovane adolescente, dovevo raggiungere la piena consapevolezza del decorso della malattia. Spesso mi chiedo se sia stata la morte a guidarmi alla convinzione che senza paura e malattia, la mia vita sarebbe una barca senza remi.

Con la morte di Sophie volevo morire anch’io, ma al desiderio di morte si susseguiva l’impulso ancestrale a vivere. E così, giovane adolescente, già allora, mi sentivo sospeso tra il desiderio di morte e la volontà di vivere. Quale dei due prevalse non me lo chiesi mai. Con il passar dei giorni, desideravo che nel tempo destinato al futuro, potessi riuscire a far vivere i miei colori, i miei dipinti. Ma per far questo avrei dovuto rendere visibili le forze dell’anima, il mio dolore, i miei tormenti. Solo così i miei quadri sarebbero diventati eterni. Solo così avrei potuto sconfiggere la morte.

Già allora ero in preda dei miei deliri? No, Jaeger…perché in quel fortissimo desiderio prevaleva la vita…E Sophie, la mia incantevole Sophie, sarebbe rimasta per sempre con me.

Da allora vivo con la morte.

Mia madre, Sophie…mio nonno…mio padre…

“Ucciditi e poi è finita…perché vivere?” A volte queste sono le uniche parole che riesco a scrivere, a raccontare.

Ma poi trovo la risposta nei miei quadri, i miei racconti, quelli che tu chiami “le tele dell’anima”. E allora vivo per raccontare …voglio dipingere uomini e donne che hanno respirato, sofferto e amato. Voglio che la carne prenda forma e che i colori vivano.

Caro Jaeger, tutto ciò che ho da dire sono i miei quadri: senza di essi non sono nulla. I miei quadri sono i miei diari. Credo che nessun pittore abbia vissuto il tema del dolore, della malattia, fino all’ultimo grido di dolore come quando ho dipinto il mio quadro “La bambina malata”.

la fanciulla malata 1

Ho ridipinto questo quadro molte volte, ho raschiato il colore perché doveva diventare il corrispettivo ottico della malattia di Sophie. L’ho diluito con la trementina, ho cercato parecchie volte, di riprodurre esattamente la mia prima impressione, perché non ci si salva dimenticando. Nel mio quadro ho portato a verità le parole del nostro caro Kierkegaard: la sua filosofia e la mia pittura si compenetrano in questo mio quadro. “Ripresa e reminiscenza rappresentano lo stesso movimento ma in direzione opposta, perché ciò che si ricorda è stato, ossia si riprende retrocedendo, mentre la vera ripresa è un ricordare procedendo.” In questo ricordare procedendo ho preso possesso di me stesso. La verità, come ci insegna Kierkegaard, è interiorità.

Io, posso conoscere me stesso solo con i miei quadri…

Ed è per questa mia verità che ho voluto mettere a nudo il dramma della morte di Sophie anche nel mio quadro “Morte nella camera della malata”.

al capezzale del defunto 1

Ho ritratto ognuno di noi isolato nel proprio dolore, nel proprio dramma. Siamo ritratti in età adulta e non in quella che avevamo al momento della morte di Sophie, perché la sua morte, l’immenso dramma, avrebbe perdurato nel tempo.  Ho rappresentato quadri di solitudine racchiusi nel quadro maledetto della morte, dentro allo spettro dell’incomunicabilità del dolore. In quel tragico momento, ognuno di noi viveva nella più completa solitudine la morte di Sophie. Forse avevamo l’estremo bisogno di ascoltare il nostro dolore. E mentre ascoltavo il mio infinito dolore compresi che volevo vivere e non semplicemente esistere.

Cosa sarei senza le mie sofferenze? I miei drammi? Sai Jaeger, ho considerato che non voglio rinunciare alla sofferenza. Quanto debbo a lei nella mia arte! E’ grazie a lei che voglio restituire sacralità alla vita.

Ti sembra strano, Jaeger? Voglio rendere sacra la vita mentre vivo il tormento di questa maledetta paura che mi assilla da giorni: la paura di cadere nell’oblio.

Spesso sento di seguire un sentiero lungo un precipizio, una voragine senza fondo.. salto da una pietra all’altra. Qualche volta lascio il sentiero per buttarmi nel vortice della vita. Ma poi ritorno in questo sentiero, sul ciglio del precipizio.

Oh Jaeger…come le sento ancora le loro risate beffarde, le loro parole, lance acuminate, pronte a squartare la mia arte. Quell’articolar di suoni ossessivi, mi flagella nuovamente la mente, la percuote, prolungandosi nell’eco del mio dolore, un sottile ghigno intento a far sbraitare le loro parole in un ritmo assordante, cupo, minaccioso. Quegl’individui si accalcavano di fronte alla mia opera “La bambina malata”, esposta per la prima volta, solo per trucidarla.

Vedo di nuovo la loro torbida risata, pronta a violentare ogni  intimo colore rappresentato sulla mia amata tela, a far morire di nuovo la mia amata Sophie, il mio quadro, il mio immenso dolore.

In quel periodo stavo trascorrendo la mia vita sospeso a metà tra la realtà e il sogno. Gli uomini l’avevano capito e, mentre la mia anima era lontana, si accanivano come belve sul mio corpo indifeso. Si ostinavano a dichiararmi un “inutile malato di mente”, un “povero allucinato”,  un “imbrattatore di tele”. Capisci Jaeger? Si stavano beffando di me! Stavano oltraggiando la morte di Sophie, la vera rappresentazione del mio dolore. Ho sempre conosciuto me stesso con i miei quadri, dentro al mio dolore. E con il quadro sulla morte della mia amata Sophie, ho dimostrato il coraggio di rivivere il mio dolore. Ma è il mercato a rovinare l’arte, le pretese che i quadri facciano un bell’effetto appesi alla parete, continuavo a ripetermi, mentre un’ostinata domanda si presentava con angoscia ad ogni mio risveglio: “Sarei caduto per sempre nella voragine dell’oblio? Chi avrebbe ascoltato il racconto autentico delle mie opere?” Sai…c’è ancora un segreto che ti voglio svelare…nel momento in cui pensi di non farcela più, quando ascolti dentro di te il presagio della morte delle tue idee, della tua vita, il destino ti riserva per l’ultima volta una chiave misteriosa, una chiave per entrare in un mondo fino allora inaccessibile. O forse un mondo che prima non ti apparteneva. Oh… Jaeger… è l’emozione più forte che abbia mai vissuto! E tutto incominciò da quel lieve fruscio che screziò l’aria soffusa da un vellutato passo.

Rividi la mia amata sorella.

quadro volto sophie

Sophie uscì dal quadro, uscì dal dipinto tessuto dalla tavolozza di verdi pallidi e di malinconici marroni. Solitarie lacrime velavano il suo volto chiedendomi di ricomporre la mia esistenza. Questa volta sarebbe stata lei a trovare un nuovo pianeta, una nuova stella che cullasse i miei tormenti, che mi riportasse al vero motivo della mia nascita.

Non ero più solo…

Sophie mi offrì in dono le sue ultime parole…

non l’avrei più rivista, ma le sue parole rimasero eterne.

“Mio creatore, amatissimo Edvard, vieni qui accanto a me…risiedi tra le mie labbra solo per ascoltarmi e trovar risposta ai tuoi dubbi, alla tua angoscia. Ti sei mai chiesto che cos’è il dolore Edvard? L’annientamento di noi stessi, la nostra vita che si perde in labirinti inesplorabili per ricercare il consenso altrui. Ma ora rispondimi… Come vuoi vivere? Annaspando continuamente nell’intento di far aderire la tua opera allo sguardo dei vari passanti, di chi l’afferra e la tormenta nell’isola della morte, nell’isola destinata a consacrare il successo? Ma tu, dove sarai? Sarai catapultato nel vortice ossequioso degli applausi per sentire che la tua opera sarà diventata un’opera compiuta, perfetta per i commenti, per le parole fornite da qualche critico di circostanza. Ma sarà ancora l’arte il convincimento della tua esistenza? E allora tu vivrai perché gli altri te lo consentiranno, perché il successo idolatrerà ogni tua creazione. Sarà proprio così? …Ora prova a dare un’immagine, una vera immagine alla tua interiorità. Prova a seguire il tuo destino, tenta di svelarlo con l’incalzar del tempo, in quel consenso con la morte che ogni uomo deve dare alla fine della propria esistenza. Quali pensieri vivrai nell’atto finale della tua vita?”

Improvvisamente sentii il tempo fermarsi, si annichilì nella sorte di duplici destini. La morte mi offrì la visione del suo passaggio. Emigrai nel corpo della mia vecchiaia; si rimodellò il mio volto, si smembrarono i lineamenti della mia gioventù, si persero in un eco muto, senza ritorno. Si sigillò la bellezza nello scrigno del tempo passato, mentre si mimetizzavano i miei lineamenti con il passo della morte. Ma si sdoppiò la vita, mi ritrovai di fronte a due esistenze diverse: l’una consacrata alla ricerca vana del successo, l’altra a conseguire la mia arte. Non ero più un unico Edvard, ma due individui opposti, due racconti di vita che si rinnegavano a vicenda: impossibile ogni tentativo di stabilire un accordo, l’uno rifiutava l’altro in una sorta di odio remoto, mentre la morte porse a loro un’inquieta domanda: “Chi sono?”

“Un fruitore di successo!” rispose la mia prima identità.

Diabolica la morte la schernì, rise di un riso sfrenato, perché la domanda infieriva su un corpo malandato, su una mente abbandonata al delirio di una vita vana, alla tormentata ricerca del successo. Si pietrificò il giorno, mentre le domande scarnificarono l’ultimo istante di vita. “Cos’ho vissuto? Cos’ho vissuto?” ripeté la prima identità tentando di devolvere ogni sforzo a rintracciar la risposta. Ma penetrò il vuoto, raggelando il silenzio. Non s’udì più nessun respiro. Nel sudario della fine non si trovò nessuna risposta. Solo la morte assaporò l’inganno…

Osservai rimanere in vita la seconda identità, la mia seconda esistenza e ascoltai le sue dolci parole: “Vivo fino all’ultimo istante il racconto della mia arte.”

Vidi quest’uomo specchiarsi sulle stelle che si prodigavano a rischiarare l’ultimo nato, l’ultimo suo quadro ancora in procinto di esecuzione. Poi all’ultimo rintocco del tempo, sgranò gli occhi e con lo sguardo di un bambino, velato di meraviglia, offrì alla morte l’ultimo bacio, l’ultimo consenso, sicuro di aver realmente vissuto nel gioco sapiente della vita, all’origine dell’uomo.

Foto:16.03.1999

Oh…Jaeger…Quell’uomo ero io…Sophie, mi aveva donato la chiave, finora misteriosa, che mi concedeva di aprire il mondo della mia nascita, il motivo della mia esistenza. Da allora so che il sentimento presente fin dalla mia infanzia, di una sanguinosa ingiustizia, rappresenta la base dell’inclinazione presente nella mia arte.

Non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto…

E vivo, per raccontare il diario della mia anima…

Lo racconto anche in questo luogo, da dove ti sto scrivendo…

In questo luogo, dove le mie parole vanno oltre il visibile….

Lo spazio è perfetto: nuove dimensioni, nuove vedute, io lo chiamo solo il potere magico dell’arte.

Qualcuno, questo posto, lo considera una semplice dimora per acquietare anime tormentate. Che oltraggio alla dignità di noi artisti! Come possono pensare che abbiamo bisogno di  acquietare le nostre anime?

La vera arte si nutre del sangue dell’artista.

Ma ora, caro Jaeger, ti devo lasciare…

Nessun paziente può far attendere il medico.

Il tempo che ci destinano per l’elettroshock  è un tempo preciso, scandito solo dagli elettrodi, dalla corrente che fulminea ci rende il tocco finale.

Tocca a me…

Non preoccuparti…

Ho riservato a questa diabolica macchina uno dei miei prossimi quadri.

Ma dimmi, Jaeger…sono ancora fedele alla tua amicizia?

Ricordi?…

“Quando comprenderai la tua vera morte, mostrerai il tuo vero volto…”

Munch che dipinge se stesso in clinica

Per sempre,

Edvard

 

LO SPECCHIO DELL’ AMICIZIA: Hans Henrick Jaeger ed Edvard Munch

ritratto di Jaeger

“Non disegno ciò che vedo, ma ciò che ho visto”

Queste sono le parole di Edvard Munch, parole che si riflettono sull’infinito specchio magico formatosi dall’incontro con l’amico scrittore Hans Henrick Jaeger. Perché spesso, quando l’amicizia nasce tra due artisti, le parole dell’uno si specchiano sulle verità dell’altro. Jaeger, scrittore ribelle, nato con la virtù del coraggio, pronto a sfidare l’ottusa morale che vigeva allora in Europa, in uno dei suoi articoli del 1899 scriveva: “L’artista deve raccontare anche nei suoi risvolti più scostanti e intimi la sua vita vissuta, le proprie esperienze più intime e segrete. La nuova letteratura è scritta con il sangue fumante dell’uomo”. “Scrivi, racconta la tua vita!” con queste parole Jaeger esorta Edvard a scrivere la sua vita, a raccontarla attraverso i suoi quadri, definiti da Jaeger stesso “tele dell’anima”. Qualche anno più tardi, sarà Edvard a scrivere sul suo diario: “La vera arte si nutre del sangue dell’artista”.

Quel “sangue”, quella forza nel dolore, che Edvard trova anche quando, a seguito di una crisi nervosa, si fa ricoverare, nel 1908, a Copenaghen nella clinica psichiatrica diretta dal dottor Jacobson.

foto di munch in clinica

In questa clinica Edvard viene sottoposto a massaggi col sale, docce, bagni e a trattamenti con elettroshock senza convulsioni. Anche qui riesce a trasformare la sua stanza in un atelier continuando a custodire con le sue opere, il profondo rapporto d’amicizia con Jaeger, il moto eterno delle sue parole. Una profonda testimonianza di questo periodo, Edvard, la rivela con il suo disegno dove raffigura il dottor Jacobson mentre lo sottopone all’elettroshock.

munch e l'elettroshock

Tutti i suoi quadri d’ora in poi dovranno vivere di un’energia vitale dettata dalle forze della vita, dalla dura lotta insita nel dolore. Non è raro trovare i quadri dipinti da Edvard, esposti al sole, alla pioggia e al freddo, per quella che lui chiama “cura da cavalli” e parlare così dei propri dipinti: “Sì, questo se ne starà buono solo se ne starà tranquillo lì in un attimo di raccoglimento. Basta aspettare che si sia preso qualche acquazzone, e col tempo potrebbe diventare un buon lavoro”

E Jaeger? Cosa vive del racconto dei quadri dell’amico Edvard?

Jaeger, uomo dello scandalo, uomo che innalza l’erotismo a elemento dominante dell’individuo, quando finisce in carcere a causa dello sdegno suscitato dal suo romanzo “Dalla Bohème di Christiania”, appende sulla parete della cella il quadro dell’amico Edvard “La Madonna”.

Madonna di Munch

A metà degli anni Trenta, settantenne e malato agli occhi, Edvard, crea l’ultimo riconoscimento alla profonda amicizia che lo lega ad Hans Jaeger, scomparso nel 1910. L’artista completa una nuova versione litografica del ritratto, eseguito nel 1889, del suo caro amico.

Indimenticabili sono le parole che Edvard pronuncia con orgoglio negli ultimi anni della sua vita:

“La mia arte è in realtà una confessione fatta spontaneamente, un tentativo di chiarire a me stesso in che relazione sto con la vita. E’ fondamentalmente una specie di egoismo, ma non perdo la speranza che grazie ad essa riuscirò ad aiutare altri a vedere più lontano”

Munch da vechio 1

 

Perché questo mio scritto?

Vivo ancora il suo sguardo…

siamo nella nostra piccola stanza, nella nostra isola ai confini del mondo, nella completa libertà dei nostri pensieri. Si riflette la mia domanda sullo specchio magico formatosi dal nostro primo incontro: “Cosa rimarrà di me, quando la mia vita volgerà alla fine?”

Ho bisogno di trovare la risposta nella vita dei miei amati pittori. E così, apro di nuovo il mio sipario, e dopo essermi documentata seriamente sulla vita di Edvard Munch, vesto il suo abito.

Entro in scena…

nel gioco della finzione del mio scritto, nella trama tessuta dalla fantasia del mio racconto…

finalmente trovo la risposta.

Questo mio scritto è dedicato a tutti coloro che vivono per raccontare il “diario” della loro anima…

a chi vive, fino all’ultimo istante, il racconto della sua inestimabile arte…

per sempre

A presto

Adriana Pitacco

quadri postati: Melanconia (sera) 1891- Autoritratto all’inferno(1903)- Ceneri (dopo la caduta) 1894- La madre morta e la bambina (1897-1899)- Primavera (1889)- La bambina malata (1885-1886)- Morte nella camera della malata (1895) – La bambina malata (litografia) 1896- Notte stellata (1922-1924) – Autoritratto in clinica ( 1909)- Ritratto di Hans Jaeger (1889)- Madonna ( 1893-1894)-

Foto: Munch nella clinica di Copenaghen- Munch nel suo studio con le sue opere nella tenuta di Ekeley (1943)

Brano musicale: da Edvard Grieg, compositore e pianista norvegese “Homesickness op.57-n. 6 da Lyric Pieces”

Io morirò così

il bacio 3

“Notte dei cristalli”
Arrivano, Gustav!
Sono giovani uomini vestiti con abito civile, dall’aspetto camaleontico, che iniziano a latrare la loro rabbia, il loro odio. Ad ogni parola d’odio s’innalza una nuova fiamma, un nuovo incendio pronto a distruggere sinagoghe, a divampare nelle case degli ebrei, ad annunciare il ghigno diabolico di Hitler, l’ordine imposto da Goebbels, l’ordine che trasforma questa notte nella notte della follia.
“Bruciate le sinagoghe, violate i cimiteri, tumulate ogni forma di aggregazione per gli ebrei, perché il morbo, quel virus malsano che ogni ebreo porta con sé dalla nascita potrebbe moltiplicarsi, diffondersi in tempi rapidissimi”. Nessuna lacrima potrà essere versata….Agli ebrei non spetta nemmeno il diritto al pianto. Dachau, Buchenwald, Sachsenhausen….d’ora in poi saranno le uniche parole che sarà loro consentito sentire. Ma prima saranno costretti a vedere demolite le loro case, violentate le loro donne. Ci hanno imposto di chiamare questa notte “La notte dei cristalli”, l’ennesimo scherno, l’ennesimo oltraggio per richiamare ogni giorno la forza dei soldati del fuhrer, così abili nel distruggere le vetrine, così abili a smascherare ogni ebreo. Devastano città, mutilano le nostre vite, ma non riescono a saccheggiare i ricordi. Il ricordo del tuo volto…. Il ricordo della nostra storia. Ci hanno provato in tanti. Per primo si schierò l’urlo bellicoso della prima guerra mondiale. Impietoso ci mostrò i volti orrendamente deturpati della gioventù, volti in trincea, senza più dimora. Quei volti, nella solitudine notturna, imploravano la morte di portarli via, di porre fine al dolore straziante, ai deliri imposti dalla guerra. Nessun armistizio riuscì a ricondurre quella gioventù al ritmo naturale delle abitudini, a quell’intima dimestichezza con il tempo. E dopo quell’undici novembre, la fame, la miseria, usurparono ogni dignità, tradirono di nuovo la gioventù, s’impadronirono di ogni desiderio.
“Vorbei!” E’ finita! parole che gli eventi ci accordarono… uniche parole rimaste. Ma all’urlo della fine, con il suo esercito pronto a trucidare i ricordi, io, Emilie, opposi tutta la mia resistenza, opposi la forza inestimabile dei miei ricordi. E scomparve l’urlo, s’affievolì ogni traccia sonora. Quei volti ritornarono alla mia mente, tra i miei pensieri, nella melodia della loro gioventù, dentro ad una risata cristallina, testimoni del loro primo amore. Ogni volto riprese il suo nome così chiaro e preciso nel differenziarlo dalla moltitudine della folla. Ogni volto il suo sguardo, la sua storia.
Con i ricordi ritornai alla mia Vienna, alla nostra Vienna, dove tutto era musica…
Dove tutto era vita!

l'interno del vecchio teatro

Ma oggi? Ogni giorno provano di nuovo a sguainare la crudeltà delle loro parole, rinnovando l’oltraggio alla dignità umana. Anche la tua arte dovrà essere saccheggiata, secondo loro, sarai costretto a morire un’altra volta. Ma non lo permetterò, Gustav, non lo permetterò mai! A volte mi chiedo se si divertiranno a trovare qualche mia discendenza, qualche incontro peccaminoso di qualche mio avo con una compagna di origine ebrea. “Tu! Portatrice di arte degenerata!” Sono parole che saranno pronti ad usare come lance per colpirci di nuovo improvvisamente, con il loro modo sinistro di colpirci alle spalle, senza darci il tempo di rispondere, di vivere il nostro ultimo ricordo. Poi la loro risata sempre più beffarda: “Spudorati ebrei pronti ad avvelenare la gente proclamando i più meschini atteggiamenti come principi”. Ma non si rendono conto che quest’accusa mi è familiare perché appartiene alle accuse che tu dovetti subire: “Arte indecente, arte di chi può solo appartenere alla cerchia degli ebrei”. Quella rabbia sprezzante si insinuava già allora. Ti odiavano perché eri fedele all’arte stessa, perché eri fedele alla vita. Ma non riuscirono mai ad umiliarti, rispondesti con le tue parole: “E’ soltanto sulla compenetrazione continua tra vita e arte che deve fondersi il progresso dell’artista”. Nella tua vita vivevi una musica particolare, riuscivi ad accordare il tema prezioso della nascita con l’amore e i tuoi colori raccontavano la vita nella sua incantevole bellezza. Fino a quel giorno dove provai a penetrare il segreto di queste tue parole: “La nostra vita, Emilie, è come una sonata, è musica suddivisa in uno schema compositivo ben chiaro, preciso. All’inizio troviamo l’esposizione, la nostra nascita, la nostra venuta al mondo…poi segue il fluir di esperienze nel ritmo della vita. D’ora in poi il movimento si fa sempre più intenso, più acceso. E più prende forma questo movimento, più si forma in noi l’idea che questo movimento sia perpetuo, continuo. Al pari di un compositore, ci convinciamo che il tema finale, conclusivo, lo scriveremo noi.” Poi ti fermasti Gustav, riuscii ad ascoltare solo il tuo silenzio mentre il tuo sguardo, divenuto improvvisamente struggente e malinconico, mi supplicò di andarmene, di uscire dalla stanza, dalla nostra stanza.
Uscii…
Perché ti spettava il diritto di essere solo, di trovare nella tua completa solitudine, gli ultimi tocchi di colore, l’ultima nascita del tuo nuovo dipinto, solo allora saresti riuscito a trovare quell’accordo finale…
Quell’accordo nel tuo incontro con la morte.
L’arte, la tua amata arte, ti aveva svelato la fine del tuo tempo . Ma quel quadro intitolato “La sposa” non lo finisti mai. Quadro incompiuto perché incompiuta è la tua morte…

quadro la sposa 1

Io ti vivo ancora…
Quell’accordo lo trovasti per te, riuscisti a modulare un accordo che poteva appartenere solo esclusivamente a te. Poi, a distanza di mesi, nella fine dei tuoi movimenti pietrificati dall’ictus, nel silenzio della tua voce improvvisamente muta, la morte ci concesse una breve tregua.
Riuscisti a ricomporre la tua scrittura magica e scrissi le tue nuove e ultime parole: “Voglio che venga Emilie”.
Di che cosa stavi morendo, Gustav?
Lo scoprii dopo giorni, perché il governo aveva censurato ogni notizia sulla maledizione che stava annientando uomini e donne nel fiore della vita. La maledizione dell’influenza spagnola! Vennero censurati i sintomi, la sua rapida diffusione e per parecchi mesi, le uniche notizie le scovammo solo nel pianto di chi rimaneva, nel dolore delle madri costrette ad assistere alla sepoltura di notte in fosse comuni dei propri figli. Decine di milioni di morti… Questa fu l’immensa tragedia! Ma solo l’agenzia di stampa spagnola “Fabre”, ai primi di febbraio del 1918, proprio mentre stavi morendo, trasmise un inquieto comunicato “Una strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid” La nuova malattia venne chiamata “Spagnola” perché solo la Spagna cominciò a parlarne. La sua non partecipazione alla guerra, aveva garantito ai cittadini il diritto all’informazione; noi, con la guerra, perdemmo anche quello.
E in quel momento in cui te ne stavi andando, non ti sentivi più minacciato dal tempo…
Come avrei voluto trasformarmi in una farfalla per essere custodita per sempre nello scrigno dei tuoi segreti.
Oggi, caro Gustav, ricompongo il mosaico della mia vita…
Il mosaico della nostra storia…nessun frammento potrà andare perduto…
Nessuno…
Desideravi vivere per celebrare il trionfo di un’opera totale. Un’opera dentro lo sguardo della musica, dentro all’anima del tuo amato Beethoven. Tu, grande artista, volevi immortalare la sua musica nella tua arte. Il tuo profondo rispetto verso di lui, si era trasformato in un esclusivo amore. Con la realizzazione di un’opera d’arte totale avresti guidato lo spettatore fino alla statua che Klinger, tuo devoto amico, avrebbe realizzato per rappresentare Beethoven.

statua di beethoven 1

Klinger avrebbe avuto l’onore di scegliere i preziosi marmi, il sublime avorio, con i quali avrebbe rappresentato il vero volto di Beethoven: l’inno alla gioia, l’inno al trionfo dell’amore. Con Beethoven, con la sua musica, saresti partito in quel viaggio verso la felicità per arrivare all’attimo sublime che per sempre avrebbe fissato l’abbraccio universale tra i destini dell’umanità. Finalmente avresti contribuito a consacrare per l’eternità “l’Inno alla Gioia di Beethoven!”
E nella tua opera “Il fregio di Beethoven”, tu diventavi il cavaliere errante…
Quel viaggio non era certo senza ostacoli… Dovevi liberare l’uomo dalla sofferenza, dalla solitudine, per incontrare il volto della poesia, il volto dell’amore.major-ode-to-joy-from-4th-movement.mp3″][/audio]

il fregio di beethoven 1

Di chi era quel volto, Gustav? Te lo chiesi varie volte.
Nei tuoi quadri hai quasi sempre dipinto donne, i loro volti, rappresentando la loro essenza, le loro storie, ma soprattutto il fulgore dei loro desideri, non più nascosti, ma improvvisamente alteri, regali, di fronte al tuo sguardo incantatore. Io esisto…perché tu possa dare forma ai miei desideri, questo era quello che ti chiedevano. E mentre con il tuo dipinto davi forma ai desideri, iniziava quel fatale incontro, quel completo abbandono all’impeto travolgente di un eros trionfante.

danae

Ma dimmi, Gustav, i tuoi quadri, le tue opere, sono nate per sedurre? Sapessi quante volte me lo sono chiesta. O forse la risposta si trova nel personaggio nato dalle parole rivelatrici di chi ha voluto rappresentare la tua arte della seduzione attraverso la scrittura. E questo certo non lo sopportavi, nemmeno quando sotto la parvenza di un tuo ammiratore, con veste di scrittore, Arthur Schnitzler tentò di raccontare la tua arte e il tuo sguardo nel suo libro:
“Commedia della seduzione”. Certo ti aveva camuffato abilmente nel personaggio di Gyser, ma il giardino era lo stesso, la dimora (quella che io chiamo la “dimora delle pose”) era innegabilmente il luogo dei tuoi dipinti. Io, donna libera, fino ad allora mai pervasa dal timore di un’inquieta gelosia, richiusi per sempre il libro quando iniziai a leggere parole che mi ostinavo a non voler comprendere.

“Tra quelle mura, come un harem, stazionavano in permanenza giovani donne svestite attendendo un cenno dal maestro; di ogni amante Gyser dipinge due ritratti: uno ufficiale, l’altro nello splendore dell’intimità”.

Di ogni donna hai rappresentato il volto più intimo, più vero. E quel volto desiderava trasformarsi in un’opera vivente, in un tuo quadro, mentre ogni tua sfumatura, ogni tuo effetto cromatico, diventava puro desiderio.

eros 3

Forse questa era l’unica via per carpire il segreto della tua arte e poter rimanere con te ovunque. Ma per amor tuo, Gustav, queste donne diventarono ben presto nemiche tra di loro perché solo per breve tempo riuscirono ad ostentare una finta indifferenza verso quei sentimenti insiti in un atto d’amore. Invidia, rabbia, ai quali sopraggiunsero una profonda solitudine e una mortale rassegnazione. Come potevano comprendere la ferrea volontà delle tue parole: “Ogni legame esclusivo è nemico dell’arte!”
Io, Gustav, rimasi fuori da ogni gioco, da ogni sorta di ostilità verso le altre donne, verso i tuoi intimi volti. Era l’unico modo per rimanerti accanto senza che potesse giungere la parola fine. Era l’unico modo perché tu attendessi le mie parole, le mie lettere, il mio invito a trasformare con la tua arte il mio atelier, a creare disegni per i miei abiti dalla forma ampia, dalle idee rivoluzionarie. Ogni mio abito avrebbe avuto necessariamente l’essenza di ogni donna, il diritto del suo corpo a rivendicare la sua voce. Al bando le torture del busto, del corsetto, di quelle gabbie pronte ad ingabbiare il corpo. Ogni donna, da sola, avrebbe scritto il racconto della sua vita, senza ostacoli, senza subir pregiudizi, finalmente libera! Anch’io avrei creato la mia Secessione formulando il connubio tra queste parole: donna, rinnovamento, emancipazione. E così riuscii a trasformare i miei abiti con le parole che tu amavi tanto, quelle parole che spiccavano sulla facciata del tempio della tua nuova arte: “Ad ogni epoca la sua arte, all’arte la sua libertà”.

la secessione 1

Con queste parole noi due corteggiammo la nostra splendida amicizia, la nostra complicità. Insieme nell’oro dell’estate si univano le nostre esistenze, sulla riva dell’Attersee. Poi i tuoi colori scelsero il mio volto, le tue mani, con la pura bellezza dell’armonia composero il nostro BACIO.
E più osservavo le tue mani che dirigevano la melodia delle forme, più non riuscivo a rinnegare il desiderio che si celava già dal nostro primo incontro, in quella stretta di mano giovanissima con la quale congedavo il tuo sguardo. Quel tuo bacio, quel tuo dipinto doveva diventare il tripudio del nostro amore anche allo sguardo altrui. Sarebbe diventato un Bacio al mondo intero.
E finalmente entro, Gustav…
Entro nella nostra stanza dove vivono ancora i tuoi colori, i tuoi disegni.
Qui dentro c’è la nostra vita.
Li vedi? Sono centinaia di disegni che lasciavi sparsi ovunque, a terra, in giardino…. Li raccoglievo come fiori spontanei perché non potevo lasciarli alla mercé dei tuoi gatti così numerosi che si aggiravano indisturbati. Li chiamavi a uno a uno, non sapevi allontanarti da nessuno di loro. Sorridevo, Gustav, perché nel grande maestro viveva ancora lo sguardo meraviglioso dell’infanzia.

gustav e i gatti

Hai sempre considerato te stesso come un privilegio della vita…qualcuno potrebbe definire queste parole come una forma di narcisismo: quale errore! Ti consideravi un privilegio perché amavi immensamente la vita e chi ti stava accanto viveva questa tua magia.
Ora ti vedo…
Indossi ancora l’abito che tu stesso avevi disegnato…
Indossi ancora l’aria leggera della nostra intima allegria…
Riconosco il profumo delle tue mani, l’impronta del tuo sguardo rivelatore di un’assenza che ora non c’è più.
Tu sei il mio cielo azzurro!
E io morirò così…
Dentro a questo cielo…
Di nuovo la tua opera trasformerà il tempo con i nostri sensi, con i nostri desideri…
Perché ti è rimasta un’arte sublime nel creare e vivere il colore dell’orgasmo.
Guardami Gustav…
Nuda invoco il tuo sguardo…
mentre s’irradia la pelle all’ardore del turgido movimento, pronto a delineare il profilo del nuovo giorno…
Variegati desideri assume il tratto del clitoride…
Ne sento il vigore tattile, la forza
Trattengo gli ultimi respiri, fulgidi attendono il tuo, mentre i tuoi colori discendono in nuove linee avvampate dal calore di floride labbra. Dune di sconfinati paesaggi modellano il calice dei seni, sferici glutei presentano nuove vedute in un lusingo sguardo.
E al caldo rossor del desiderio prosegue il movimento delle mie mani, delle mie labbra…
Sempre…
Verso di te…

Nella sinfonia della nostra musica
Questo è il nostro inno alla gioia!
Nei sensi rivelatori del nostro Amore, si svela l’Abbraccio Universale

Questo, mio amato Gustav
È il tuo e
nostro ultimo segreto

Per sempre.
Io morirò così…

eros 2

 

LA VOCE DEI QUADRI

ritratto di emile

“La gente deve vedere quadri, deve potersi di nuovo ricordare che la loro materia è una scrittura magica che, con macchie di colore in luogo delle parole, ci trasmette una visione interiore del mondo. L’arte del colore domina l’anima umana non meno di quella dei suoni.” Con queste parole, il grande scrittore austriaco Hugo Von Hoffmannstal, ci indica la via per arrivare a comprendere la “Voce” dei quadri, seguendo quella che lui stesso definisce la loro “scrittura magica”. Ed è sempre Hoffmannstal ad affermare: “ La pittura ha qualcosa di magico in comune col pensiero, col sogno, con la poesia”.
Pittura e musica…
Pittura e poesia…
E’ arrivato il momento di seguire la sua via per scoprire quella voce, quella scrittura magica che vive nell’arte di Gustav Klimt.
Si presentano a questo invito anche le parole di Klimt, quel suo “commentare a un ritratto inesistente”.
“Tutto ciò che c’è da sapere su di me è nei miei quadri. Se qualcuno vuole sapere qualcosa sul mio conto in quanto pittore, ed è l’unica cosa che vale la pena di prendere in considerazione, non ha che osservare attentamente le mie tele, cercando di scoprire ciò che sono e ciò che voglio.”
Ma chi riuscì a scoprire la voce dei suoi quadri?
Forse la risposta è racchiusa nelle parole che Klimt pronunciò in punto di morte: “Voglio che venga Emilie”.
Chi era Emilie? Perché a lei fu riservato questo dono?
Emilie, sorella della cognata di Klimt, nacque a Vienna il 30 agosto del 1874.
Quando incontrò per la prima volta Gustav Klimt, divenuto tutore della nipote Helene a seguito della morte del fratello Ernst, aveva diciassette anni, Gustav trenta; la differenza d’età non si presentò mai come un ostacolo a quello che sarebbe divenuto un rapporto profondo, di splendida bellezza.
Completando un quadro che Ernst lasciò incompiuto, Gustav inserì il ritratto di Emilie,

ritratto di emilie da ragazza

intravedendo, già allora, il suo spirito battagliero e coraggioso. Caratteristiche che la portarono, con le sorelle Pauline e Helene, a creare il famoso salone di alta moda viennese il “ Schwesten Flöge”. Emilie decise che l’atelier doveva essere allestito seguendo i principi dell’innovativa comunità di artisti sorta a Vienna nel 1903 la: “Wiener Werkstätte”. Il salone venne quindi arredato nello stile secessionista con mobili disegnati da Moser e da Hoffmann, compagni di Klimt nella secessione viennese. Attraverso i suoi abiti, Emilie contribuì alla lotta per l’emancipazione femminile. I suoi abiti dalla forma ampia, senza la tortura del corsetto, rivendicavano il diritto di ogni donna di vivere liberamente il proprio corpo. Non è un segreto che Klimt rispose all’invito di Emilie di disegnare stoffe e modelli per i suoi abiti, per le sue idee innovative. Fu Klimt ad introdurre Emilie nei salotti della borghesia viennese; gli abiti di Emilie furono indossati dalle signore più in vista di Vienna.
Klimt, così poco incline all’uso della scrittura, scrisse ad Emilie anche otto missive al giorno raccontando dettagli sulla sua vita quotidiana e sulla sua salute.
I luoghi nei quali Klimt visse la sua pittura si presentarono con nomi, ambienti diversi, ma sempre accompagnati dalla presenza di Emilie.
Nel giardino del suo atelier, Gustav trovò ispirazione per i suoi quadri. Qui dipingerà disegni preparatori che, spesso, lascerà a terra, incurante della moltitudine di gatti ai quali non rifiutava mai di dare ospitalità. Disegni che Emilie raccoglierà e custodirà fino alla fine.
E’ nel suo studio che Gustav eseguì un ritratto a grandezza naturale di Emilie che indossava un abito con le stoffe, i disegni, da lui creati.
Lungo la riva di Attersee Gustav ed Emilie vissero la tranquillità e la lontananza dalla frenetica vita viennese.

emilie al lago con gustav

In questo luogo incantevole, assieme ad Emilie, Gustav trovò la solitudine necessaria dopo le violente critiche subite attorno alle sue opere per l’Università. E’ ad Attersee che Gustav iniziò a dipingere paesaggi di soggetto vario.

paesaggio ad attersse

Luoghi, creazioni delle sue opere, che Klimt visse sempre con Emilie …

amore gustav ed emilie

opere che forse tradiscono queste sue parole: “Avevo timore dell’amore, ma provavo un profondo rispetto”
Era proprio vero?

O questo timore scomparve per sempre?

La risposta rimane tutt’oggi un segreto custodito nel suo quadro, nello scrigno dei suoi colori.
Anche se le parole di Rudolf Schnich, amico di Klimt, ci indicano qualche indizio:
“Egli, Klimt, ha preso in sposa la più giovane delle sorelle Flöge, una creatura di favolosa bellezza”

foto di emilie in abito lungo

Alla morte di Gustav, il 6 febbraio 1918, Emilie creò nella sua abitazione la “stanza di Gustav”. In questa stanza custodì il suo cavalletto, le sue lettere e i suoi numerosi disegni.
Nel 1938 Emilie fu costretta a chiudere il suo famoso atelier perché
a seguito dell’Anschless, dell’annessione dell’Austria alla Germania e del crescente antisemitismo, molte sue clienti ebree furono costrette ad emigrare.

io aspetto emilie

Emilie continuò a creare le sue collezioni e ad accogliere le sue clienti nel suo appartamento.
I disegni di Gustav, le sue opere, continuarono a non far morire la sua creatività.
La sua abitazione bruciò sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Emilie morì il 26 maggio 1952 a settantotto anni, portando con sé i segreti del suo lungo incontro con Klimt, della loro profonda e intima complicità.
Assieme ci hanno lasciato un inestimabile dono, quell’Abbraccio Universale, quell’Inno alla Gioia nella Voce della loro opera: “Il Bacio”

 

Questo post è dedicato al mio compagno, splendido padre dei miei figli

alle sue incantevoli parole: “Sei il privilegio della mia vita!”

perché noi moriremo così! Amanti per l’eternità

E’ una dolce promessa

dav

 

Da questa dolce promessa è nato questo mio scritto,

è nato il mio desiderio di diventare Emilie…

Perché in ognuno di noi vive il suo  splendido cielo azzurro.

Finalmente, dopo essermi seriamente documentata, ho preso per mano le mie parole, per vivere la splendida storia di chi ha scoperto il vero segreto dell’eternità

 

A presto

Adriana Pitacco

Quadri postati: Il bacio (1907-1908) – Interno del vecchio Burgtheater, Vienna (1888) – Fregio di Beethoven(1902) L’inno alla gioia (terza parete) Abbraccio tra il cavaliere e la poesia “Gioia, bella scintilla divina”- Danae (1907-1908) – La sposa (incompiuto-1917/18) Ritratto di Emilie  (1902)- Ritratto di Emilie con cornice (1891)- Il castello di Kammer sull’Attersaee (1910).

Disegni postati: Nudo femminile sdraiato sul ventre rivolto a destra (1910) – Amanti rivolti a destra (1914-1916)

il bacio 3

LUCI

l'infinito

“Se potessi esprimerlo con le parole, non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo”

Queste erano le mie uniche parole quando qualche emerito critico s’ostinava con la più stupida richiesta che si possa fare ad un pittore: “Mi dica Maestro, mi racconti l’evoluzione, la trama narrativa del suo quadro…” Evoluzione, trama narrativa, ispirazione…con queste stupide parole era sicuro di poter adulare il “Maestro” e di rapire per primo qualche segreto per poi sbatterlo su qualche suo articolo. Povero illuso, il Maestro non si è mai ossequiato di fronte agli “Alti riconoscimenti”, né ha mai piegato la sua valenza pittorica ad essi. Nessuno può essere così banalmente idiota nel richiedere l’uso delle parole per la comprensione di un quadro! Il quadro e le voci altrui? Il quadro e la sua inconfondibile voce! E oggi, Jo, ho tolto dalla galleria della Vita, un quadro che ora più di ogni altro ci appartiene. Ma lo scoprirai più avanti…non aver fretta, perché lo riconoscerai alla fine di questo mio racconto.

Oggi sembra una domenica qualunque…

la domenica

C’è chi passeggia tranquillamente sulla spiaggia, chi si diverte a riempire il tempo con qualche nuova avventura amorosa, ma questa domenica qualunque, cara Jo, si sta trasformando nella mia “solitaria domenica”, dove il senso di una prospettiva della vita volta verso la fine mi conduce a dirottare il mio sguardo, le mie parole, nell’unico quadro che non ho ancora completato: il quadro della mia stessa vita.

Questo quadro ho bisogno ancora di viverlo, e sono loro che implorano ancora questo.

Loro…i miei quadri!

Ogni quadro è rimasto dentro al suo vagone speciale, mentre il treno della vita mi concede ancora del tempo per raccontare, senza pudore, l’attesa della fine. Ti stupisci? Ti sta cogliendo un fremito di stupore? Non preoccuparti, capita anche a chi è sempre stato poco convenevole con le parole, a chi ha sempre rifiutato qualsiasi tipo di racconto sulla propria vita, lasciando solo parlare i suoi quadri. Ti ricordi? Qualche benpensante supponeva che questa mia ritrosia fosse dovuta ad un carattere scontroso, difficile da commisurare con i rapporti umani. Forse, mia cara, questo tuo solitario vecchio, sta vivendo la paura che i suoi quadri possano rimanere senza la loro inconfondibile voce. E allora, vecchio e ostinato padre, tento di dissuaderli dal nascondersi, dall’essere intimoriti da qualche dubbio, forse anche mio, e rovisto parole dal fertile terreno della mia memoria (ai pittori è concesso ancora questo dono), per conferire ad ogni quadro una voce speciale, una voce senza fine, una voce al di là della mia morte.

Ho bisogno di parole, cara Jo,

di parole…

La linea di confine di questo mio racconto verrà data dall’intima luce che c’è, che esiste a cape Cod.

Quella luce che amo, luce che tra un po’ non mi donerà più le sue inestimabili grazie…

Tu ascoltami, non lasciarmi solo…

il faro

Loro, i quadri, vennero al mondo con il mio stesso patrimonio genetico perché, come scrissi a Charles, “Il mio obiettivo è sempre stato quello di usare la natura per fissare sulla tela le mie reazioni più intime all’oggetto, così come esso appare nel momento in cui lo amo di più, quando i fatti corrispondono ai miei interessi e alle immagini che mi sono creato in precedenza.” La pittura diventava una meravigliosa sintesi della mia esperienza interiore, quella più complessa e vera.

Mi chiedi se i miei quadri siano un prolungamento della mia vita? Lascio a te, dopo il mio racconto, la risposta…

Provo a sforzarmi, tentando di riportare questa mia ostinata memoria nel punto esatto dove tutto ebbe inizio, il momento preciso dove l’arte iniziò quel moto perpetuo attorno alla mia vita.

Ma vano diventa questo tentativo, impossibile.

Con il passar degli anni, anche tu sei riuscita a scoprire quando trovavo il tema su cui concentravo la mia assoluta attenzione. La forza meravigliosa della pittura sentivo che si realizzava con lo studio della luce. Osservavo il cielo con meraviglia, amavo il sole calante dei pomeriggi estivi che proiettava ombre e luci in forme nette e lunghe. Mai il mio sguardo si disincantava di fronte al cielo, perché mai ho tradito lo sguardo magico della meraviglia, lo sguardo magico della mia infanzia. Complice la mia fertile solitudine, durante gli anni affrescati dal gioco e dal sorriso, mi divertivo a trasformare le nuvole in cavalli galoppanti, il cielo in una lussureggiante prateria, e la luce diventava una misteriosa chiave per entrare in territori finora inesplorati.

Conquistatore della luce, all’arrembaggio di nuove terre.

Così nacqui…

Così rimasi…

Anche se con il tempo, il passar degl’anni, iniziai a studiare meticolosamente, quasi al pari di uno scienziato, le traiettorie dell’illuminazione artificiale, e mi interessai sempre di più a uomini e donne immersi nell’ombra e nella luce. E nell’ombra e nella luce, ancora oggi, sebbene vecchio, ritorno in quel gioco solitario della mia infanzia, quando scoprivo, mentre s’adagiava sul volto stanco di mio padre, lo scorrere implacabile del tempo, e in quella luce comprendevo, già allora, la cronaca faticosa della sua giornata. Ogni volta che si rinnovava la scoperta sui volti delle persone amate, sentivo che il tempo si sospendeva dentro ad un inquieto senso di fragilità per ciò che sarei divenuto, per ciò che sarebbe rimasto di me.

vecchi

Da allora la luce diventò la mia inseparabile compagna. Mi chiedo se, già in quei momenti, volessi individuare nel passaggio della luce, il suo istante immutabile, fissare l’istante eterno, quell’attimo della luce così apparentemente contradditorio: l’istante eterno e il suo contrario. Quell’istante che specchiava se stesso nella sua fugacità, perché in realtà viviamo mentre una parte di noi se ne va, per sempre.

Arrivato all’età fertile delle domande, non mi interessai a dare qualche spiegazione al mio processo creativo. Un giorno, alla richiesta di un benemerito critico su cosa intendessi esprimere con l’arte, pronunciai queste parole: “La vera arte è la rappresentazione di me stesso!” Lo dissi di getto, senza pensarci su, forse senza nessi logici. Me stesso e la solitudine? Quel forte senso di fragilità, condizione della mia vita? Io, Hopper, ho sempre voluto fare me stesso! E a chi mi chiedeva se attraverso  la pittura intendessi comunicare con il pubblico, rispondevo che dipingevo solo per me stesso. Vi sono due fasi distinte nella vita di un pittore: la prima fase è la creazione di ogni particolare del quadro e in questa fase non mi sono mai interessato a comprendere perché dipingo, né ho mai sublimato qualche mio desiderio, o la vana paura della morte, con la pittura. Ho dipinto e basta, senza tanti perché, senza nessun dubbio. Nella seconda fase, quando il quadro è giunto a compimento, vuoi che il quadro comunichi con il pubblico. Il quadro finalmente ha una sua inconfondibile voce!

E solo oggi, ormai vecchio, senza avermi mai posto alcuna domanda sul perché ho concesso alla pittura il patrimonio esclusivo della mia esistenza, questa luce è pronta a svelarmi il motivo della mia arte: dipingevo per scoprire il canto malinconico della vita di ogni giorno, vita ripresa nell’intima quotidianità, e man mano che riprendevo ogni implacabile proiezione della luce su ogni minimo dettaglio visivo, la regia oculata dell’occhio diventava sempre più prodigiosa nel rapire la malinconia di ogni individuo, la sua fragilità, lo scorrere del tempo verso l’annullamento della vita, perché anche all’interno di una stanza dismessa l’arte pittorica ci svela qualche traccia atta a raccontare l’universale fragilità di questa nostra esistenza.

Qualcuno ha definito i miei quadri “icone senza tempo”, forse perché il tempo si annulla nella malinconia che ognuno di noi porta già con la sua nascita, quella malinconia che viveva dentro ai miei colori, alle linee, alla luce che catturavo con orgoglio. Comunque non ho mai voluto essere l’unico arbitro dei miei quadri, non ho mai preteso di indirizzare lo sguardo dello spettatore verso qualche fine implicito nella mia pittura. Non esiste un’unica via d’accesso per la comprensione di un quadro: ognuno scelga la propria. E non volli mai nei miei dipinti creare una sorta di complicità con il luogo della mia narrazione visiva. Quel luogo, già intimo di per sé, mi avrebbe fatto scoprire le sue geometrie, i suoi rettangoli di luce che investono le pareti, le sue zone d’ombra e le linee precise di corpi dal profilo solitario. La trama di un possibile racconto la creava la luce, spettava poi ad ogni spettatore tramare nuove storie.

La vera invenzione nasce dalla forza  dell’immaginazione.

Sai, solo oggi sono giunto alla conclusione che i miei quadri portano con sé un vago senso di morte. Mentre dipingevo sentivo che stavo distruggendo tutte le mie percezioni, distrutte attraverso la loro trasformazione sulla tela. Distruzione necessaria, inevitabile, perché i quadri potessero avere la loro inconfondibile voce. E vivevo con loro l’ intimità di un padre con i figli, l’intimità che nasce anche dalla forza dell’immaginazione che ogni padre possiede quando immagina il futuro del proprio figlio. Volevo che ognuno di loro venisse accolto con la sua inconfondibile voce, il suo temperamento, il desiderio di vivere senza subire pregiudizi. Ma questo, tu lo sai, arrivò tardi, poiché fino al 1924 i miei quadri vissero in solitudine, in completa solitudine. Gli sguardi dei miei quadri e di un possibile acquirente, stranamente, non si incontravano. Troppo diversi?

Ti ricordi, quando  qualcuno li definiva “Metafore del silenzio”? Ma il silenzio parla, racconta senza nessun pudore la più profonda verità.

C’è un unico motivo che permane in tutta la nostra vita, segno distintivo d’ogni esistenza. Solo oggi oso definire questo segno distintivo “la voce indistruttibile di ogni uomo e di ogni donna”.

Questa voce è il mistero della nostra solitudine.

penso

Non preoccuparti, non sto farneticando, possiedo ancora non solo l’arte doviziosa della pittura, ma anche l’arte del ragionamento, della profonda comprensione. Dico profonda perché a noi vecchi, mentre i movimenti diventano sempre più languidi, la comprensione della vita, o ancor meglio la vera intuizione, si trasforma in un’intuizione profonda, terribilmente vera, senza maschere e tradimenti. Tu la chiameresti un’intuizione nobile, che spetta di diritto a chi da sempre ha contemplato, con la propria arte, la vita.

Questa voce, il mistero della nostra solitudine, ci appartiene da sempre: nasciamo nel ritmo della nostra solitudine…morirò in quella sorte finale riservata ad ogni individuo. Ancora in un’assoluta solitudine, ma questa volta non più feconda, non più fertile. Senza più luce, senza poter cogliere il movimento rapido della luce su un volto, il suo tremolio sulle pareti di una stanza, senza più afferrare da quella luce il chiacchierio delle ore, l’attesa della nuova stagione.

Ma ora entra Jo, posati sulla mia tela. Questa tela possiede il potere magico di aprire il sipario della vita…

Lo so, sei stanca di acrobazie, di ulteriori imprevisti…

Puoi salire su solo lentamente, perché la vecchiaia non ci concede molta grazia nei movimenti. Non preoccuparti, ti sto tendendo la mano…abbiamo dipinto la nostra vita assieme, non possiamo perderci  ora. Annotavi sul nostro diario tutti i particolari dei miei dipinti e in quel diario scrivevamo come stavano crescendo, quali altre conquiste avremmo fatto assieme.

Poi, assieme a loro, siamo sempre andati dove c’era il sole.

Anche a loro, i quadri, ho sempre fatto rivolgere lo sguardo verso il sole. Ma quando vivevamo un’inquieta malinconia, i personaggi dei miei, dei nostri quadri, li rappresentavo mentre cercavano il sole.

Lo cercavano, Jo, lo cercavano…

In attesa…

Su, sali…non c’è la luce naturale del sole, ma si stanno accendendo le luci di un antico sipario.

Siamo due commedianti nell’atto finale, nell’ultimo saluto al nostro pubblico.

Sssh…non versare nessuna lacrima…la vita è una grande commedia umana e l’arte ha il compito di rappresentarla.

Ti ricordi durante il nostro primo incontro, la nostra amata poesia di Verlaine? Io iniziai dedicandoti le prime parole: ” Un vasto e tenero acquietamento sembra discendere dal firmamento” e, senza esitare un attimo, tu continuasti: “Che l’astro illumina. E’ l’ora squisita”.

Era l’ora del nostro primo incontro. L’ora nella quale i nostri sguardi svelavano l’incanto dell’innamoramento. In quel momento sentivo che stavo trovando la luce dell’attimo eterno dentro al tuo dolcissimo sguardo.

Oh Jo! Ti sei fatta tradire dall’emozione dei ricordi? Non piangere, il pubblico ci sta attendendo, ma dobbiamo sforzarci, a tutti i costi, perché nessuno dei presenti possa comprendere che il nostro è l’ultimo saluto, in questo atto finale.

Si sta spegnendo la luce, qui a Cape Cod.

Una luce flebile mi lascia il suo ultimo canto…Non ci sono più parole per questo mio racconto.

E’ ora di entrare in questo quadro dal titolo così chiaro e preciso: “I commedianti”.

Ancora per qualche attimo, questa esile luce ti concede il dono di carpire l’ultimo segreto…

Osserva il pubblico in sala, Jo…

Sono presenti tutti i quadri.

Ti chiedi ancora se i miei quadri siano il prolungamento di me stesso?

“L’opera è l’uomo. Non nasce mai dal nulla”

Non piangere, Jo…lo spettacolo andrà avanti con le loro Voci…

Per sempre

 

 

Hopper e la verità delle parole

autoritratto

Questo grande artista ha concesso a noi, semplici viandanti, di poter cogliere le profonde verità delle sue parole.

Ognuno scelga la propria

In una lettera a Charles Sawyer, direttore della Addison Gallery American Art, Hopper scrive: “Per me, figura, colore e forma, sono solo mezzi per raggiungere il fine, sono gli attrezzi con i quali lavoro, e non mi interessano in quanto tali. Mi sento attratto soprattutto dal vasto campo dell’esperienza e delle sensazioni. Il mio obiettivo nella pittura è sempre usare  la natura come mezzo per provare a fissare sulla tela le mie reazioni più intime all’oggetto, così come esso appare nel momento in cui lo amo di più. Perché poi io scelga determinati oggetti piuttosto che altri, non lo so neanche io con precisione, ma credo che sia perché rappresentano il modo migliore per arrivare a una sintesi della mia esperienza interiore.”

“L’ arte che racchiude una verità fondamentale è sempre moderna. Per questo Giotto è moderno come Cezanne”

“Da bambino sentivo che la luce della parete alta di una casa era diversa da quella della parete più bassa. Quella in alto ha più gioia!”

“L’opera è l’uomo. Ogni stato d’animo, per quanto banale, merita un’interpretazione”

Hopper mai dimentica nella sua arte la frase di Goethe “L’inizio e la fine di ogni attività artistica è la riproduzione del mondo attorno a me attraverso il mondo in me”

Di Goethe, ama particolarmente la poesia “La quiete”

In tutte le cime è quiete

in tutte le valli non un suono.

Tacciono gli uccelli del bosco

Aspetta presto riposerai

Anche tu

Ma la poesia più amata da Hopper è la poesia rivelatrice di quel grande amore che si svelò già al primo incontro con Josephine: la poesia di Verlaine “l’ora squisita”

Un vasto e tenero acquietamento sembra discendere dal firmamento

Che l’astro illumina

E’ l’ora squisita.

Anche noi viandanti di questo inestimabile viaggio rappresentato dalla vita, riusciamo a vivere “L’ora squisita”, quell’attimo eterno attraverso i suoi quadri.

Perché “l’opera è l’uomo”

Un uomo vero, libero, che pone nel suo viaggio quella frase battagliera, tratta dal diario di Delacroix, che Hopper mise come fondamento nella sua lotta contro false teorie, deliranti opportunismi di mercato:

“Gli uomini della nostra professione negano ai fabbricanti di teorie il diritto di muoversi impunemente nel nostro campo e a nostre spese”

 

Vi chiedo di perdonarmi se, dopo essermi seriamente documentata, ho voluto aprire il mio sipario per vivere quel palcoscenico che tra un po’ non mi concederà più la presenza di volti amati profondamente. E così, per continuare ad osservare il cielo con meraviglia, ad amare la luce che si adagia sui loro volti stanchi, consapevoli dello scorrere implacabile del tempo,

per non tradire lo sguardo malinconico della vecchiaia e poter carpirne il dolce segreto, 

ho preso per mano le mie parole e le ho condotte nell’ultimo lascito di Hopper…

i commedianti

Quel quadro “I commedianti”, con il quale Hopper, giunto negli ultimi anni della sua vita, dipinge se stesso e l’amata moglie nelle vesti di due attori che alla fine dell’ultimo atto si congedano per sempre dal loro pubblico.

Finalmente, nel gioco della finzione del mio scritto, nella trama tessuta dalla fantasia del racconto, so che vivrò per sempre quel dolce segreto,

anche quando arriverà la “metafora del silenzio”.

Questo mio scritto è dedicato allo sguardo profondo e vero della vecchiaia

A presto

Adriana Pitacco

quadri postati: camere vicino al mare(1951) – Domenica(1926)- Lighthouse Hill(1927)-Hotel accanto alla ferrovia(1952)- Sole mattutino(1952)- Due commedianti(1965)- Autoritratto(1903-1906)

Brano musicale: dal secondo concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninov, il secondo movimento, suonato da lui stesso

 

 

 

 

Gioia!

bty

Non vi è più nessun mare in tempesta…

Raminghi, i colori notturni lasciano il passo a macchie di luce pronte a svelare il giorno.

Adesco, con il sole nascente, il mio porto migliore,

il mio porto più sicuro.

Perché la vita è immensa…

 

Approdo in un magico giardino.

il giardino fiorito

Passi leggeri catturano la mia vista, quei tuoi passi che si fondono con il ritmo colorato di una rinnovata fioritura. E, nella volta celeste del tuo sorriso, riconosco il tuo volto, la tua voce, ancora così malinconica e  preziosa nel custodire la vera lezione di felicità. Da sempre desideri rimanere nell’ombra e affidare le sorti dei tuoi dipinti ai tuoi amici, alle persone che ami. Questa volta tocca a me scoprire la voce del tuo ultimo ritratto, della tua ultima opera che tu ami definire “volutamente incompiuta”, perché l’ultimo tocco spetta a chi riesce a cogliere il motivo della sua nascita, la musica della sua esistenza.

pianoforte

Qualche dubbio mi assale…forse dovrei rinunciare all’impresa perché questo ritratto mi appartiene.

Ora dovrò specchiarmi sui tuoi colori, sulle tue linee, dentro al lavorio laborioso delle tue mani, e scoprire dentro al tuo ritratto, al mio volto, la tua lezione di felicità.  Anche se questa volta non potrò barattare il dolore o assopite delusioni con l’arte della scrittura.

Decido di iniziare dalle uniche tracce che mi hai lasciato: il titolo “Gioia!” e una piccola finestra, a destra del quadro, che hai voluto rappresentare con queste parole: “La vedi quella piccola finestra? Ti custodisce sapientemente.”

Non so per quale magia, per quale alchimia del destino, ma lo sguardo profondo delle tue mani ha saputo dipingere quelle parole che hanno accompagnato la mia gioventù: “Ricordati  che nella vita l’interno e l’esterno si fondono in un’unica e dolcissima sensazione, sta a te saperla cogliere”

Come fai a conoscerle?

L’invisibile orchestra dei ricordi ora suona la melodia di un volto che ho amato: il dolcissimo volto di mia nonna.

Finalmente comprendo…

Nei tuoi ritratti cogli l’anima di ogni donna, di ogni uomo, in quelle tracce della memoria che scolpiscono il loro presente. Ma nessun segreto ti appartiene senza prima averlo vissuto nella trama del tuo quadro.

E mentre i tuoi colori si trasformano in delicatissime finestre aperte al mondo, all’attimo della gioia, si sciolgono i nostri dubbi, le nostre paure, i nostri dolori.

“Perché vi è sempre un punto di contatto tra la realtà filtrata attraverso una finestra e l’armonia della nostra anima musicale.”

Così parlasti quando ti rinchiusero dentro alle antiche mura, dentro a terre alimentate dal sangue delirante dei pregiudizi, dentro all’odio ostile verso tutto ciò che era diverso.

In esilio, ai confini del mondo.

QUADRO MARA DONNE

 

Pronti a dilapidare la forza delle tue idee, la forza del tuo coraggio.

Ma non dimenticasti mai di aprire la tua piccola finestra.

Mai.

Ti ritrovai dopo anni, nella luce di settembre, pronta a raffigurare un nuovo giorno ancora scortato dall’estate.

Lacrime silenziose scendevano come perle sul tuo volto, usurpato dal dolore ma mai smarrito, poi un minuscolo battito d’ali, e in quel capriccio del volo iniziò il levar delle tue parole: “La vedi?  Quell’inquieta farfalla si sta tuffando nel calice e s’infiora di vita disponendo il progredir dei suoi giorni. Vive la cadenza dei suoi giorni verso la morte, osservando la vita. Non perde nulla del suo viaggio, nulla! Si diverte a mostrarci la calligrafia della sua morte, ma per ogni volo vive ogni giorno come una vera e unica opera d’arte. Sarà così anche per me, lo so!”

le ballerine

E oggi, di nuovo,  si riempie d’azzurro il confine del tuo occhio

Si librano in volo nuovi volti

i tuoi nuovi ritratti di gioia

nel giardino dell’anima

rosa rugiada

 

con le parole del grande Cesare Pavese

 

Girerò per le strade finchè non sarò stanca morta

Saprò vivere sola e fissare negli occhi ogni volto che passa e restare la stessa

Questo fresco che sale a cercarmi le vene 

è un risveglio che mai nel mattino ho provato

soltanto mi sento più forte

che il mio corpo accompagna il mattino

 

Son lontani i mattini che avevo vent’anni

e domani ventuno: domani uscirò per la strada,

ma ricordo ogni sasso e le strisce di cielo.

Da domani la gente riprende a vedermi e sarò ritta in piedi

e potrò soffermarmi a specchiarmi in vetrine.

I mattini di un tempo, ero giovane e non lo sapevo, e nemmeno sapevo di essere io che passavo, una donna padrona di se stessa.

La magra bambina che fui si è svegliata da un pianto durato per anni

Ora è come quel pianto non fosse mai esistito

E desidero solo colori.

I colori non piangono, sono come un risveglio: domani i colori torneranno.

Ciascuna uscirà per la strada, ogni corpo un colore, perfino i bambini.

Questo  corpo vestito di un rosso leggero

dopo tanto pallore riavrà la sua vita

Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi

e saprò d’esser io: gettando un’occhiata mi vedrò tra la gente

Ogni nuovo mattino uscirò per la strada cercando i colori

 

L’ARTE E LA VITA: finestre aperte al mondo

Henri Matisse

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“L’esterno e l’interno si fondono nella mia sensazione”.

Sono le parole pronunciate da Matisse che svelano la trama del quadro “Finestra a Coilloure”

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Attraverso il suo sguardo, Matisse ci racconta quella narrazione modulata a due voci, quel canto e controcanto, tra la sua voce più intima e la Vita. Un’arte, quindi, che nella sua profonda intimità, coglie con i suoi quadri quella finestra aperta al mondo, preludio della gioia di vivere. Nel suo saggio “Note di un pittore”, Matisse scrive di voler esprimere con la sua arte il sentimento in tutte le sue forme. Indimenticabili rimangono le sue inestimabili parole: “Solo la figura mi permette di esprimere al meglio il sentimento in qualche modo meraviglioso che ho per la Vita. La pittura mi ha mostrato il Paradiso!”

Anche verso la fine della sua vita, sebbene debilitato da una grave malattia, questo grande Uomo, non rinuncia a scoprire quotidianamente nei volti amati la vera essenza dell’arte e della vita. Apre quindi la sua magica finestra e trasforma in una dolcissima melodia due realtà apparentemente dissimili: l’interno e l’esterno.

Poco prima di morire, Matisse fissa un carboncino su una lunga canna di bambù e traccia sul soffitto della sua camera, i volti sorridenti dei suoi amati nipotini.

bty

E nell’infinito attimo del presente, nel sorriso di chi amiamo, nella forza delle nostre idee

per sempre

vivremo l’interno e l’esterno in una gioia eterna!

 

Dedicato a Mara, al destino di un incontro

per sempre

Adriana

 

quadri postati:

di Mara – Gioia! – ritratto del mio esilio-Opera

Di Matisse – Autoritratto 1918- Finestra a Coilloure 1905

brano musicale: Renele Fleming- canta “Vocalise” op 34 di Rachmaninov

Un angolo del mio magico giardino è rappresentato dall’ulivo in giallo e da una delle mie dolcissime rose vestita di rugiada.

a presto

Adriana Pitacco