La ricerca della verità

L’anziano professore d’arte possedeva  la capacità di risolvere razionalmente ogni problema che gli si presentasse nella vita quotidiana. Con raziocinio e con spiccato equilibrio era sicuro di poter delineare la soluzione per evitare futili incomprensioni con i colleghi, con i dirigenti, con i conoscenti che incontrava di buon grado durante l’abituale passeggiata pomeridiana.

Andando a ritroso nella sua vita non scorgeva nessuna macchia riguardante il suo comportamento, in quelle azioni dettate dal buon senso e da un’innata cordialità che lo rendevano agl’occhi della società un professore particolarmente apprezzato da studenti, famiglie e dai colleghi, sempre pronti ad affidargli amorevolmente nuovi incarichi, nuove ore da aggiungere alla sua attività lavorativa. E così per anni, per decenni, era proceduta in modo lineare la sua vita, i suoi rapporti sociali, il suo operato all’interno della realtà scolastica. Mai uno screzio, mai un’incomprensione. Alcuni colleghi addirittura si rivolgevano a lui per qualche strategia didattica o per ricavare dal suo modo flemmatico e paziente di relazionarsi qualche suggerimento per affrontare con equilibrio le varie modalità comunicative.

Tutto quindi così perfetto, tutto così semplice, così ammirevole…

Fino a quando comparve ad un risveglio uno strano malessere, pronto a dissuaderlo dall’affrontare gli impegni quotidiani per allungare la permanenza nel letto e cancellare lo strillo della sveglia divenuto  improvvisamente così gracchiante, fastidioso all’udito. Per alcuni giorni sentì annidarsi dentro di sé uno strano malessere, una sorta di tristezza indefinibile, vaga, assurdamente irrazionale. Tentò di ascoltarlo, di comprenderne le cause magari nascoste in qualche remoto strato dell’inconscio(termine che fino allora aveva sempre rinnegato). Ma non riuscì a decifrarne il significato, a individuare il motivo dell’insoddisfazione che lo coglieva al risveglio. Forse era necessario solo assecondarlo e continuare a svolgere scrupolosamente le semplici abitudini mattutine prima di recarsi al lavoro.

Ecco, era pronto!

Lo sguardo sormontato da due spessi occhiali racimolò lo spazio visivo della stanza: gli abiti erano disposti sopra il letto, sul comodino era già predisposta la valigia con i libri da portare a scuola. Iniziò a leggere la lista degli impegni scolastici della settimana, rammentò che quest’anno con la Buona Riforma della scuola avrebbe dovuto organizzare nei minimi dettagli i percorsi di studio per gli alunni,le prove oggettive, tutto doveva essere magistralmente predisposto per creare un nuovo individuo adattabile alla moderna società, ad un futuro nuovo, cancellando quindi ogni inutile legame con la storia di un vecchio e nostalgico passato. Tutto parve tornato alla normalità! Rimaneva solo da eliminare la peluria che delineava una barba cresciuta da giorni, attività che al massimo avrebbe richiesto due, tre minuti… Poi  si sarebbe avviato a compiere la sua encomiabile giornata lavorativa.

Ma il volto smarrito allo specchio tranciò ogni inutile rassicurazione e le domande s’imposero  prepotentemente: “Quali pensieri potrà dedicarmi la gioventù che mi aspetta ogni mattina?  Io, vecchio uomo abitudinario, entrerò in qualche loro ricordo? E come?” Stanche lacrime solcarono lo sguardo mentre l’anziano professore, divenuto consapevole della sua solitudine, tentava inutilmente di comporre una possibile risposta. Ma con il passar dei giorni sentì di avere una grande responsabilità nei confronti di sé stesso e nei confronti dei giovani che lo attendevano a scuola. Doveva raccontare la verità, nient’altro che la verità della sua vita e per far questo era necessario ricomporre il mosaico della sua esistenza ricordandone i momenti decisivi . Libera, dirompente, piombò la frase decisiva di sua madre, pianista, frase che pronunciò alla fine di uno dei suoi ultimi concerti: “Ricorda…solo l’arte coglie l’essenza della vita, vi è un’intima complicità tra l’arte e l’essenza di noi”.

Improvvisamente per il vecchio professore diventò indispensabile sradicarsi dalle abitudini, scardinare quella finta e apparente tranquillità per avvicinarsi a un uomo che più di ogni altro aveva compreso l’intimo rapporto con la vita: Antonio Ligabue

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L’ARTE CHE IMITA LA VITA

La vicenda umana di Antonio Ligabue si innesta nella dolorosa odissea dell’emigrazione italiana della fine del diciannovesimo secolo. Egli infatti nacque a Zurigo nel 1899, il 18 dicembre alle ore 21.40 nell’ospedale delle donne e fu registrato come Antonio Costa, assumendo così il cognome della madre, che non era sposata. Allora Maria Elisabetta Costa abitava nel cantone di Turgau e si recò a Zurigo per l’imminente parto, forse per far nascere questo figlio senza che troppi pettegolezzi continuassero a diffondersi, forse perché se ne voleva disfare. Chi fosse il padre rimase comunque un enigma mai risolto. Nel 1900 Bonfiglio Laccabue sposò Maria Elisabetta Costa e legittimò il piccolo Antonio dandogli il proprio cognome (che nel 1942 il pittore cambiò in Ligabue). La vicenda di Antonio non si collega in alcun modo con quella della sua vera famiglia, che egli praticamente non conobbe perché a nove mesi fu affidato ad una coppia svizzera-tedesca : i Gobel , presso la quale rimase fino al 1919. Antonio era un bimbo gracile, con il gozzo, e nel primo anno di vita era stato colpito da rachitismo, che aveva determinato una malformazione cranica. Tra il piccolo e la donna, madre adottiva, si sviluppò un attaccamento eccessivo, straordinario. L’uno aveva bisogno dell’altra e viceversa. La Gobel , chiusa in sé stessa e con una frustrante ansia di maternità, riconosceva nel piccolo Antonio l’unico essere umano che ella amava con un affetto viscerale. Per la “madre” il fanciullo aveva degli slanci improvvisi di affetto, quando ne era separato le scriveva lettere, eppure era anche lunatico, indomabile; anche così manifestava il suo affetto morboso per la Gobel.  Di Antonio disse : “Questo figlio non ama le bibite, i divertimenti, la sua soddisfazione è giocare con le bestie che sente come fratelli e riesce a parlare con loro”. Sin da piccolo Antonio aveva una sensibilità particolare che purtroppo a scuola non venne capita. Il maestro lo dichiarò “debole di comprendonio” e lo fece inserire in una classe differenziale senza accorgersi della straordinaria abilità nel disegno del piccolo allievo. Antonio a scuola diceva parolacce, bestemmie(forse aveva appreso queste abitudini dal padre adottivo che spesso rientrava a casa ubriaco). All’età di undici anni  la famiglia adottiva, forse per difficoltà economiche o per una reazione violenta di Antonio, affidò il ragazzo ad un istituto per giovani non normali di Tablat.  Nel maggio del 1913 Antonio Ligabue, venne trasferito nell’istituto di Marbach. Anche nei profili annuali tracciati in questo istituto non si trova nessuna annotazione relativa alla sua straordinaria abilità pittorica; si trovano solo appunti riguardanti una forte carenza nell’ortografia e nella numerazione.  Di quel periodo vissuto a Marbach, rimarrà in Antonio, il ricordo ossessivo del suono delle campane. Molti anni dopo, nelle notti insonne trascorse nei fienili, immerso in un buco scavato nel fieno, nel quale si calava in modo da rimanere in piedi, il pittore avrebbe ripetuto ad alta voce i rintocchi di quelle campane, ricostruendo un suono che lo rassicurava, lo calmava, lo allontanava dalle sue paure.

Un mistero che non sembra ancora risolto

Prima ancora che Antonio entrasse nell’istituto di Marbach, a pochi chilometri di distanza, si era consumata l’orribile tragedia che aveva distrutto la sua famiglia d’origine escluso il padre Bonfiglio Laccabue. Al mattino del sabato del 25 gennaio 1913 furono scoperti  i cadaveri dei figli di Laccabue: Amedeo, Bonfiglio, Maria Elisabetta, in un ambiente di miseria, denutrizione, con a capofamiglia il padre definito dai giornali locali “diavolo della grappa”, i corpicini erano sul letto ancora vestiti. Stupì l’atteggiamento distaccato e apatico della madre. Si sospettò subito del padre accusato di aver avvelenato i figli, ma ci fu anche chi insinuò che la morte dei bambini poteva essere opera della madre che, colta da una crisi di disperazione per la miseria in cui viveva la famiglia, aveva deciso di farla finita uccidendo i piccoli con uno spillone conficcato nel cervello. La donna aveva poi accusato dei forti dolori, per cui era stata ricoverata all’ospedale di San Gallo, mentre il padre veniva trattenuto fino a quando le indagini non avessero appurato la verità. La madre morì dopo pochi giorni per sopravvenute complicazioni circolatorie. Fu eseguita l’autopsia sul corpicino della piccola Maria Elisabetta che concluse che la famiglia Laccabue era stata annientata da avvelenamento causato da grasso guasto con il quale era stata condita una frugale cena. Il padre fu liberato, questi rientrò in Italia, dove andò girovagando in estrema miseria. Solo nel 1917 Antonio venne a conoscenza del triste destino che aveva travolto la vera madre ed i fratelli, che del resto non aveva mai conosciuto. Alla fine degli anni Trenta, Antonio nell’ospizio di Gualtieri, dove si recava per  dormire e  mangiare ogni tanto, vide arrivare un vecchietto ingobbito e senza un soldo: era il vecchio padre Laccabue. Antonio si rifiutò di incontrarlo e se per caso  il vecchio padre gli capitava davanti si infuriava dandogli dell’assassino.

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L’attimo del presente:

Nel periodo della sua adolescenza Antonio viveva esclusivamente nel presente, nella sensazione che dominava il suo animo, attimo per attimo nel rapporto intimo con il mondo. Egli si sentiva libero solo disegnando ed esplorando il mondo magico della natura. Spesso lo troviamo vagabondare lasciando in estrema  apprensione la madre adottiva ed è lei stessa che si reca in municipio a Romanshorn, chiedendo che colui che aveva “allevato per diciannove anni come un vero figlio” fosse rimandato in Italia. Questa donna che per anni aveva vissuto nell’incubo che questo “figlio” le venisse tolto, non si rendeva conto delle implicazioni che il suo gesto avrebbe prodotto in Antonio. Ella  pensava che in questo modo Antonio si sarebbe spaventato, avrebbe capito l’importanza di vivere con lei e non avrebbe più compiuto i suoi lunghi vagabondaggi.

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La mia vita in Italia, Antonio racconta:

Scendo dal traghetto, finalmente metto il piede a terra: sono a Gualtieri, in Italia…quei due, carabinieri pieni di boria, fanno finta di essere i miei custodi. La gente mi guarda perplessa! Chi è ? Chi è ? Rispondo, ma non capiscono niente di quello che dico! D’altra parte l’unica lingua che conosco è lo svizzero-tedesco.  I “due angeli custodi”, mi portano da una vecchia che mi ospiterà nella sua locanda. Dormo per venti ore, ma quando mi sveglio non riconosco il posto dove mi trovo…guardo le persone come se fossero dei marziani. Un vecchio si accende una sigaretta e inizia a tossire…Non può !non può farlo!! Lui non capisce, ma la tosse per me è segno di debolezza, lacera l’aria, le mie orecchie, è insopportabile….Mi calmo solo quando vedo un ragno che scende dal soffitto. Io ho l’abitudine di parlare con gli animali, li conosco tutti, solo loro mi capiscono.

Passano i mesi e vivo solo di elemosina, per fortuna che ho adottato un povero cane, bastardo come me. La matrigna mi scrive  e io piango, piango, perché la odio per quello che ha fatto, ma nello stesso momento sento la sua mancanza, solo che nessuno mi riporta da lei. L’ultima volta che sono scappato avevo quindici conigli, quel bastardo del patrigno voleva ucciderli! Solo tu mi capisci…povera bestia…anche tu senza mamma! Io a scuola la disegnavo sempre la mia mamma con le povere bestie e gli alberi. Solo che i bambini erano invidiosi dei miei disegni: uno me l’ha strappato! E io, dalla rabbia, mi sono sporcato coi colori dalla testa ai piedi. Ero già grande più degli altri, sentivo già il richiamo del sesso. Ero curioso, tanto curioso, e quando vedevo un nudo di donna, mi mettevo a toccarmi. Mi hanno espulso dalla scuola per “immoralità”. Valli a capire sti fottuti insegnanti!

La vecchia padrona della locanda, oggi, mi ha buttato fuori!! Adesso sono qui, dentro la barca,  con questo vecchio barcaiolo che quando mi ha visto mi ha urlato: “Vecchia bestia!! Che ci fai qui?” Io non me la prendo perché le bestie sono meglio degli uomini!Se passo il fiume riesco a tornare a casa.

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Mi trovo in campagna tra Piacenza e Pavia, ho trovato da mangiare perché lavoro in un circo. Sì! Il padrone del tirassegno mi ha fatto dipingere il suo cartellone:  ho dipinto anche una grande tigre, l’ho dipinta così bene che sembra viva! Prima di dipingerla ho ruggito come fa lei, mi sono sentito una tigre. Una zingara mi ha chiesto di farle il ritratto; in cambio mi porta da mangiare per una settimana e mi concede di vedere gli spettacoli che fa al circo. Non ho più soldi per tornare a casa.

Ho trovato un nuovo lavoro: faccio lo scariolante in mezzo al fango, ma quando non ce la faccio più sogno di essere in una foresta. Solo che i due stronzi che lavorano con me, si divertono a lanciarmi di peso e a farmi cadere nella cava dove l’acqua è più profonda. Loro non lo sanno, ma quando fa tanto caldo faccio il bagno vestito, poi corro nel bosco e mi ruzzolo per terra: così divento bello pulito.

Ho trovato finalmente una casa: vivo in un casotto lungo l’argine. Quando il fiume si arrabbia, non esco dalla mia tana e sto con i miei animali: cani, conigli, porcellini d’india, topi, uccelli e rettili. Ho imparato a parlare come loro e conosco ogni loro comportamento. Li dipingo sui quadri e faccio statue con l’argilla. Devo diventare come loro, il mio corpo deve diventare potente! Con le orecchie devo cogliere gli ultrasuoni, voglio un naso come quello dell’aquila perché solo l’aquila riesce a vedere il sole! Ecco perché spesso mi batto il naso con un sasso, devo farlo diventare come  l’aquila.

E’ venuto a trovarmi un pittore, un tale che si chiama Mazzacurati. Era venuto con una donna, ma l’ho mandata via! Mi ricordava la mia “matrigna”. Comunque a quel tale ho combinato proprio un bello scherzo… Aveva lasciato lì la sua tela e io ho cancellato quell’aborto di disegno che aveva fatto e ho dipinto la figura di un cane. Poi mi sono nascosto e ho sentito dire:” Questo è un uomo che sa dipingere!”

 Il Mazzacurati mi vuole a casa sua. Lui mi ha promesso che non tossirà mai! Perché se uno tossisce mi si ferma il pensiero e devo toccarmi i coglioni. Gli ho promesso che farò il ritratto di Elba, quella povera bambina che è caduta in un paiolo di acqua bollente. Era l’unica bambina che mi era amica, anche lei amava le bestie e colorava con i colori della terra.

E’ proprio bella ! Quasi bella come una donna! Per averla ho dato al meccanico tre quadri. Li vale proprio!! E’ una moto rossa che ruggisce come una tigre, oggi monto su e assieme andiamo a farci vedere in paese; ci lego anche i miei quadri.

 Quel figlio di puttana stamattina  ha ucciso uno dei miei cani. E’ una guardia, con tutte le mie bestie sono andato dal podestà; solo che nessuno mi faceva passare. Mi sono proprio incazzato e ho lanciato il vaso di fiori contro quei cretini. Poi sono caduto a terra, è arrivato il Kaki, l’unico mio amico, che mi ha detto di alzarmi, ma non ce l’ho fatta. Ho sentito solo dire che mi portavano nel manicomio di Reggio.

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Qui in manicomio mi permettono di dipingere. Un  medico, un tale Bertolini, quando ha visto il mio autoritratto, si è commosso. Mi ha detto che tra un mese potrò uscire. A me basta avere la mia moto rossa. Dicono che fuori sono pronti per far scoppiare la guerra! Sono tutti matti! La chiamano la seconda guerra mondiale.

Mi sono sistemato vicino al cimitero, qui non viene nessuno mentre dipingo. Finito questo quadro, vado con la moto a vendere i miei gioielli: sono i quadri con più colori.

E’ proprio vero che i tedeschi sono duri di “comprendonio”! Stamattina in osteria ho fatto il ritratto di un tedesco su un foglio, questo stronzo ha strappato il disegno! Gli ho rotto la bottiglia sulla testa! Il kaki mi ha detto di scappare, io sono rimasto a finirmi la birra. Dopo un’ora sono arrivate le brigate nere. Ho visto solo le lacrime del kaki mentre mi portavano di nuovo al manicomio.

Sto diventando come l’aquila, me l’ha detto anche il kaki. Lui ha capito …perché solo l’aquila può guardare in faccia il sole! Lo sa anche il barbiere, il Primo, che non può toccarmi il naso mentre mi fa la barba. Il Primo mi ha detto che in cambio di un mio quadro, posso vivere a casa sua. Al Primo farò un quadro con un’enorme vedova nera che sembra che esca fuori dalla tela. Voglio anche imparare a suonare l’organo, ieri in piazza ho suonato il  pianoforte :  anche Beethoven amava la natura. j

Sono sicuro che la Cesarina mi vorrà sposare. La farò vivere in un castello perché sono diventato famoso. Un regista ha fatto un documentario  sul “grande Ligabue” e hanno fatto pure la mostra a Gonzaga. Ho vinto anche una medaglia! La Cesarina la vado a prendere con la mia automobile. La faccio guidare dall’autista, e quando passo tutti devono dire: “Signor pittore Ligabue, lei è diventato proprio importante!”

Qui, alla mostra a Guastalla, mi chiedono come ho fatto a fare questi quadri; semplice…ogni quadro è un forte ricordo, una forte sensazione. Oggi chiederò alla Cesarina di sposarmi.

 Solo gli animali capiscono il mio dolore! La Cesarina mi ha detto: “Ci ho già uno …lo sanno tutti!” Le ho promesso un castello, due automobili, i miei quadri… Voglio solo sentire la musica di Beethoven.

Il dolore che mi ha lasciato quel maledetto no della Cesarina, ha fatto uscire di testa anche il mio braccio destro! D’improvviso non si è più mosso…Queste parole le ho fatte scrivere dal Kaki. Per mesi ho provato a dipingere con il braccio sinistro, il Kaki piangeva e io gli dicevo che non doveva preoccuparsi perché il Toni ce l’avrebbe fatta! Il Toni è come l’aquila: riesce a guardare in faccia il sole.

 

 

Il 27 maggio 1965 Antonio si spegne al ricovero Carri di Gualtieri. La cronaca di allora racconta che in quella fine di maggio il tempo fu burrascoso, pioveva spesso fittamente, ma il cielo talora veniva aperto inspiegabilmente da improvvisi squarci di luce.

Breve annotazione:  Al Toni, diventato un’aquila che continua a volare nella sua piena libertà, a guardare in faccia con orgoglio e coraggio il sole…

chiedo solo di avere un po’ di pazienza, se ho voluto raccontare la sua meravigliosa avventura documentandomi su vari libri per poi cimentarmi nell’arte del racconto. Così ho continuato a sognare, a scrivere fingendo di essere il Toni, il grande Ligabue…

Finalmente anch’io ho guardato in faccia il sole!

Adriana Pitacco

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6 pensieri su “La ricerca della verità

  1. Ligabue è un pittore “strambo” come la sua vita.
    Dall’11 novembre 2016 al 8 gennaio 2017 le sale del Vittoriano di Roma accolgono la mostra Antonio Ligabue .
    Sono esposti circa 100 lavori , per un excursus storico e critico sull’opera di Ligabue, resta comunque una delle figure più interessanti dell’arte del Novecento.

    Andrai a Vederla?

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    1. Ti ringrazio Caterina per la bellissima informazione che mi hai dato! Spero tanto di poterci andare,e spero di andarci con il mio compagno e il padre dei miei splendidi figli. Mi auguro tanto che a dicembre posso finalmente vivere un periodo sereno, dopo il grave incidente che ha subito il mio compagno. Siamo uniti anche dal grande amore per l’arte

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