Una promessa

” Camminerò, vedrai…tra quattro, cinque mesi ritornerò a camminare, tu non ti preoccupare!”

Esiste ancora la parola Amore?

Poi mi fa un cenno per farmi capire di leggere quel misto di rifiuti(sì! Ci sono anche rifiuti di parole) con il quale la premiata ditta che ha sentenziato il suo esilio lavorativo, risponde alla nostra richiesta di documentazione, di carte, per denunciare quel falso denigrante mondo lavorativo all’apparenza perfetto, così encomiabile e generoso con i suoi lavoratori, pronto a gratificarli in ogni occasione…   Pronto a rispondere, dopo vari solleciti, in un tono così amichevole: “La informiamo che tutto nella nostra azienda è perfettamente a norma! Collaudato con adeguata certificazione. Se lei dovesse continuare con le sue richieste saremmo costretti a richiederle ingenti danni per la nostra immagine”

Parlano della loro immagine, così patinata, lustrata da una miriade di pubblicità.

 “Salviamo la salute dei vostri bambini! I nostri prodotti sono adatti ad uno stile di vita sano! Con noi la crescita dei vostri “Cuccioli ” sarà perfetta!”  Mi domando quale “stile di vita” potrà avere quest’uomo, questo compagno, questo valoroso “guerriero” che mi sta di fronte.  Ci osserviamo come al tempo del nostro primo incontro: esiste uno sguardo complice che da anni ci accompagna.

“Il diritto a camminare” mi annuncia il suo sguardo

“Il diritto a lottare” aggiungo mentre gli avvicino la macchina, la nuova compagna, che lo aiuta a raccattare qualche lembo di movimento.

Certo, un uomo disteso, immobile da mesi, secondo loro, non è sicuramente degno di lavorare all’interno di una ditta così piena di virtù, il cui compito essenziale è quello di abbinare alla crescita prodotti salutari, pieni di vitamine, senza particolari additivi, senza…insomma  è  una premiata ditta che rappresenta la famiglia serena!

Ma noi siamo una famiglia serena? A dir la verità non mi sono mai posta questa domanda( non era necessario) inferocita dall’invidia me l’ha chiesto quella che si definisce la “psicologa della situazione”.

“Vi sentite una famiglia serena?”

La sento ancora quell’invidia così debolmente nascosta che si annida dentro a vite sterili, inappagate e quindi pronte a dettar “sentenze”, a giudicare la serenità altrui.

“Io sono felice con il passo della mia esistenza” le rispondo.

“Sono felice perché il mio compagno, finalmente, potrà iniziare a fare cicli di fisioterapia. Sono felice perché riesco ancora a lottare, perché anche oggi continuerò a richiedere carte, documenti che la ditta sta nascondendo, o forse ha già distrutto in qualche “banale” incendio di origine “sconosciuta”. Mi guarda come se guardasse una pazza al culmine di un delirio…sono un nuovo caso da studiare, da analizzare.

Le nascondo un segreto…

Sono felice perché ho ritrovato mio padre.

Per troppo tempo abbiamo diviso le nostre esistenze in spiagge solitarie. Eppure qualcuno dice che sotto, sotto, ci assomigliamo.

Così diversi, così perfettamente uguali nell’amare l’arte.

Mio padre, cantante lirico, dotato di quella che i “grandi maestri” definivano una “voce sorprendente, passionale e drammatica”. E drammatica diventava la sua continua ricerca del canto perfetto, dell’intonazione sublime; assurdo era quel rito maniacale nel fasciare la gola contro gli “attentati”   delle intemperie stagionali perché ineccepibile doveva essere ogni suo concerto. La voce al pari di un’amante capricciosa gestiva i suoi umori, la sua tremenda paura di non farcela, di non essere all’altezza delle aspettative del pubblico.

 Poi durante  rari periodi di riposo, quel canto mi accompagnava fin da piccolissima, quando Raffaello, questo è il nome di mio padre, spingeva il passeggino fino all’estrema diga della spiaggia, per poi fermarsi ad osservare il mare nell’inquietudine che permeava la sua consapevolezza della finitudine, dell’estrema precarietà dell’esistenza umana. E così  si componeva la sua frase: “Vedi…mia piccola, viviamo…e mentre viviamo sta morendo un attimo di noi” Anche quella era arte? Perché tumulare la vita alla ricerca della perfezione?

L’ho amato troppo, amavo troppo la sua voce per aiutarlo nella sua lotta contro il tempo, nei suoi traguardi ossessivi e forse in quella sua fottuta consapevolezza che tutto prima o poi sarebbe finito. Quel duello tra eros e thanatos era il tratto distintivo della sua vita.

L’arte nella mia esistenza di donna è il sorriso dei miei figli, le loro prime parole, le loro conquiste e quest’uomo, questo guerriero che mi onora di amarlo.

L’arte e il passo della mia esistenza.

Come lo squillo del telefono che svela la voce squillante di mio padre e la sua ferma decisione di starmi accanto, di ritrovarci. Entrambi per anni abbiamo svincolato le nostre esistenze, ma ora ci troviamo nella stessa sinfonia, l’accordo di note per iniziare il fluire delle parole è lo stesso.  E’ un amore ancestrale, un canto lontanissimo formatosi nel primo atto del concepimento che modula le nostre voci. E oggi, mio padre, nel passo finale della sua esistenza, desidera conquistare ogni attimo della vita, senza più nessun duello.

A mio padre, finalmente, posso fare questa promessa…

oggi ci ascoltiamo, ci ritroviamo…

io bambina, tu giovane e splendido uomo.

Ascoltiamo la tua voce.

“Cosa rimarrà di me?” mi chiede il tuo sguardo malinconico.

Ecco vuoi che si sleghino tutti i nodi, le questioni riguardanti l’ereditarietà, quel tocco magico che ogni padre vuole lasciare ai propri figli.
“Non preoccuparti papà, la tua splendida voce  è diventata la voce dell’infinito…non mi lascerà mai!”

Non servono altre parole per questo lungo abbraccio.

Finalmente la vecchiaia ci onora di un’unica e inconfutabile verità

Tua figlia per sempre

Adriana

 

DEDICATO A TE : dalle romanze senza parole di Mendelssohn 

 

 

L’ARTE E LA VECCHIAIA

Ritratto di Degas all’amato padre: “Hilaire de Gas”, 1857. olio su tela

degas-ritratto-padre-tagliata

 

DALLA RACCOLTA “FINE DEL MONDO” DI PABLO NERUDA:

 

LO STESSO

Mi costò molto invecchiare,

accarezzai la primavera

come mobile appena comprato,

in modo odoroso e liscio,

e nei suoi cassetti nascosti

accumulai il miele selvaggio.

 

Per questo suonò la campana

portandosi via tutti i morti,

senza che l’udisse la ragione:

ci si abitua alla sua pelle,

al suo naso, alla sua bellezza,

finché per tante estati

muore il sole sul suo braciere.

 

Guardando il saluto del mare,

la sua insistenza nel tormento

rimasi a volare sulla riva

o seduto sopra le onde:

di questo apprendistato conservo

un aroma verde e amaro

che accompagna i miei movimenti

 

 

UN ABBRACCIO UNIVERSALE, IN MUSICA!

L’orchestra dell’Opera  di Edgar  Degas 1868-1869

La verità nella frase di Degas “Per viaggiare da soli bisogna percorrere paesi nei quali pulsa la vita, oppure dove ci sono molte opere d’arte!”

 

A presto,  Adriana Pitacco

degas-orchestra

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