Non andare via…

quadro Ofelia di Milliais

Specchio la mia vita sul tuo bellissimo volto, ma con il succedersi del tempo, con la tua morte, sento demolire la cattedrale della mia arte. Macerie si spargono ovunque tra i meandri dei miei pensieri, tra gli anfratti delle mie solitarie parole. Dalle macerie non ricompongo più nulla e quel nulla attanaglia la mia disperazione.

Tento di forbire qualche parola con il lento fluire della mia scrittura, ma i movimenti singhiozzano, s’arrestano alla funesta resa di una funebre paralisi che sta riducendo in scheletrici rovi le mie membra.

Qualche medico oggi verrà a visitarmi, il compromesso sarà così chiaro: qualche mio recondito pensiero, un nuovo delirio da studiare, e in cambio l’offerta di una nuova dose di cloralio per sedare le mie visioni, quelle che loro chiamano: “allucinazioni di una mente delirante”.

Ma io ti vedo, mia Elizabeth… Ti vedo in quel frullo di battito d’ali, e nel tuo battito ritorna la mia arte, ritorna la spiritualità del mio passato. Ho vissuto ogni mutamento della mia vita attraverso i tormenti della passione che la mia arte così sublime infondeva alla mia realtà. Ardore per la mia esistenza nella quale il prodigio delle forme, dei colori, del tratto distintivo dei miei dipinti che riuscivo incredibilmente a realizzare, vivevano con la nascita delle mie poesie. E nella piena consapevolezza della mia profondità, ho esplorato la mia interiorità per poter ricercare con la mia arte una nuova interpretazione della realtà. Ribellione! Era il principio che si radicava nella mia arte. Rifiuto totale contro le ottuse priorità di un’arte vittoriana pronta ad inquisire ogni rinnovamento. Nel farneticare dei suoi proclami, il tribunale dell’inquisizione, la famosa Royal Academy, era particolarmente rapido nel decretare mortali sentenze, sfoderando come un intrepido rapace parole affilate per tranciare le opere infedeli. Il vero artista doveva essere il discepolo dell’arte del Rinascimento e a nessuno era permesso di oltraggiare l’inconfutabile verità. Sciatte, tremendamente sciatte, erano le tecniche convenzionali insegnate alla Royal! Schernii il suo fondatore, il sommo sacerdote dal nome di Sir Joshna Reynolds, definendolo un povero imbrattatele! Era il ritrattista preferito dall’ aristocrazia britannica, ma le sue opere vivevano con l’impronta vitrea della morte. Ogni suo quadro, terribilmente smembrato dalla vita, era destinato a detenere la visione della realtà nella necrosi della tradizione. Breve fu quindi il tempo che destinai alla mia entrata alla Royal, spesso iniziai a disertare i corsi, rifiutando qualsiasi forma di autorità imposta.

Il mio primaverile tributo di gioventù alla mia arte non fu destinato a vivere  nell’ isolamento perché il fascino delle mie parole e delle mie opere avvampò lo spirito battagliero di altri giovani artisti. E fedeli alla nostra arte, uniti nella nostra consapevole ribellione, fondammo la Confraternita preraffaellita.  Mai avremmo ridotto i nostri quadri ad un’arte prigioniera dei committenti, portatori di false moralità. La nostra gioventù avrebbe nobilitato lo spettatore nella purezza e nella libertà! Portai a verità le parole del grande William Blake: “L’immaginazione non è uno stato mentale, è l’esistenza umana stessa!”

Ma non era un’immaginazione lasciata al caso, alla pura ispirazione, era la funzione unificatrice del reale con l’ideale. E nella mia vita fu da sempre il respiro della mia anima!

  Rossetti autoritratto              

Solo quando ricompari al mio sguardo, mia amata Elizabeth, le mie parole ritornano ad indossare il loro abito nuziale, per vivere con il mio corpo, la mia mente, in un’unione sacrale. Loro vivono per il grande Dante Oscar Gabriel Rossetti!

Si sta accumulando nella mia mente tutto il sillabario inerente al suicidio e improvvisamente formulo poesie d’incanto, i miei pensieri sono spinte propulsive di parole. Parole sulla vita? Mi chiederai… no, Elizabeth, parole sulla morte dentro al tuo battito d’ali.

Lo so, ho il compito di far rivivere le tue parole nel presagio di quel giorno.

“Oscuri fantasmi di un male sconosciuto fluttuano nel mio cervello stanco…le amorfe visioni della vita scorrono oltre, in processione spettrale! Alcune si fermano a toccarmi la guancia, altre disperdono lacrime in pioggia.”

Oh, Elizabeth, sto toccando le tue guance…

Ma questa volta le lacrime sono le mie!

Tocca a me svelare la tua annunciazione nel racconto della nostra storia.

quadro Rossetti l'annunciazione 1855

Eri così strana e stupefacente, incantatrice dei miei sensi, portatrice di una memoria lontanissima che solo qualche Dea poteva possedere, o forse eri solo magia delle mie illusioni, perché a volte mi chiedo se appartieni alle creature dei miei sogni, ma dopo la prima esitazione non ricerco nessuna risposta…il mio amore non è stato emblema dell’illusione.

Io ti amo come specchio della mia anima, e come specchio della mia anima iniziasti tu, per prima, il traguardo del suicidio. Ora spetta a me specchiarmi nel tormento della tua fine e innalzare la mia morte al trionfo della vittoria! Con la mia morte realizzerò l’eternità delle tue parole, l’eternità di quella lettera che avevo ostinatamente rinchiuso nello scrigno della tua fine. Nessuno doveva sapere il motivo della tua fine apparente…ripeto, solo apparente, perché sei ancora la trama del mio racconto, il volto dei miei colori, l’opalescenza della mia notte che brilla col tuo splendido volto fantasma.

Sai, mia Elizabeth, sebbene la tua anima navighi per leghe e ancora leghe, pure oltre a quelle leghe c’è ancora il mare.

E io ritorno a te nel racconto della nostra storia, perché la mia anima possa scorgere quel mare non più lontano.

Dimmi quand’è meglio che ti veda, mia amata?

Nell’abisso della tua morte? Quando la mia anima vide per la prima volta la tua come la sua? Perché in quell’abisso compresi il mio amore, la tua vera essenza, ma anche il raziocinio della mia follia.

Potrei iniziare costellando il racconto di un languore stilnovista o affrontarlo come una cruenta battaglia medioevale, ma la tecnica, i principi poetici, non possono essere soggiogati alla realtà cruda, esangue.

Nella trama della narrazione i punti cardini sono pallide parole: una fiala di laudano vuota e un foglio su cui comparivano le tue parole destinate ad Harry, in quella tua supplica verso di me perché potessi prendermi cura del tuo adorato fratello afflitto da disturbi mentali.

Nel periodo focoso della mia arte poetica, avrei potuto ordire un racconto seguendo le tracce del grande Edgard Allan Poe, ma la terrificante visione che mi si presentò era netta, tagliente, precisa nell’assediare la mia mente, nel tumulare il mio corpo. Non riuscii a formulare parole, ma l’immagine della mia disperazione diventò pura visione. E questa volta era l’esistenza stessa, il mio atroce dolore, a fomentare la mia immaginazione.

Il laudano ti trasformò, mia Elizabeth, nelle vesti della Beatrice di Dante. Avvolta dalla luce mistica ricevesti da una colomba di color rosso fuoco, messaggera di morte, un papavero bianco: l’oppio da cui deriva il laudano, diventato la maledizione del tuo destino. Rifiutai ostinatamente di rappresentare la tua morte, ma volli renderla sotto forma di uno stato ipnotico, nel quale seduta al balcone affacciato sulla città saresti stata d’un tratto rapita in cielo, mentre l’occhio sapiente di Dante Alighieri continuava a posare il suo sguardo verso di te.

Beata Beatrix 1

 In realtà in quell’ occhio vi era la mia vita afflitta dalla disperazione e dalla speranza. E nell’afflizione di due sentimenti così opposti, riuscii finalmente a formulare brevi parole in quella mia arte poetica che sopravvenne alla mia disperazione: “Non perdere nulla di questo viaggio…io ti seguirò nell’apparente lontananza terrena”.

Quale appannaggio di mascheramento mi donava la mia arte? In realtà la mia Elizabeth era morta, bastavano solo poche parole per decretare la sentenza che ella s’era imposta: suicidio con una fiala di laudano.

Nel quadro, mia amata Elizabeth, non misi le parole che lasciasti sulla tua lettera, nemmeno la tua implorazione perché Harry non rimanesse da solo in balia dei suoi deliri, della sua angoscia.

Nel mio quadro, la Firenze deserta, quel ponte Vecchio, indica il mondo terreno al quale Beatrice, la mia Elizabeth, non apparteneva più.

Eri pronta per innalzarti alle sfere celesti, ma il mondo terreno non doveva sapere del tuo suicidio e nemmeno delle parole che mi avevi scritto anni addietro da Brighton, dove ti trovavi, con tua sorella Lidia, nel vano tentativo di curare la tua salute da quello che i medici definivano un esaurimento cerebrale per troppa intensa ed improvvisa fatica. E queste furono le tue parole: “Caro Gabriel, mi piacerebbe ricevere i miei acquerelli il prima possibile, poiché mi sento priva di tutti i miei mezzi per mantenermi in vita. Sono sopravvissuta finora andando al mare con la più piccola barca che ho trovato”

Anche per te, la tua piccola barca era la tua arte, ma in quest’epoca vittoriana non è consentito a nessuna piccola barca di condurti al suicidio. Gli alti ufficiali della giustizia, dannati rapaci, alla notizia del suicidio, sorvolano la casa del defunto pronti con i loro artigli a depredare le sue ricchezze e con i loro versi maledetti a diffondere per miglia e miglia la macabra notizia.

Nel vortice di poche ore la folla inferocita avrebbe gridato allo scandalo, insultato la famiglia della bastarda! Come si può decidere di morire se Dio ci ha concesso il dono della vita? Pura concessione, nient’altro! Non puoi sporcare la sua voce, non puoi oltraggiare la sua onnipotenza.

Saresti stata considerata “criminale di guerra”, ti sarebbe stata negata un’adeguata sepoltura, solo la notte avrebbe consentito che il tuo corpo venisse scaricato in una fossa. Nessuna offerta di preghiera, ma la punizione non si sarebbe conclusa: la famiglia del suicida doveva obbligatoriamente essere espropriata dai suoi averi.

Nessuno avrebbe potuto accudire il tuo amato Harry, perché l’immagine della bastarda non avrebbe risparmiato nemmeno Harry, costretto a far dimorare la sua insana mente al “Bethlem Royal Hospital”: il girone infernale per i dannati della follia.

Ma non fu così, mia dolcissima Elizabeth, nascosi questo segreto infernale per far circoscrivere la tua morte ad un errato dosaggio di laudano ritenuto indispensabile per calmare le tue atroci nevralgie.

Una morte che sarebbe passata in fretta nell’indifferenza del tempo scolpito sul ritmo naturale della vita e della morte. Per gli altri saresti diventata un numero, un ennesimo numero che avrebbe aumentato il cifrario di morti nel cimitero di Highgate.

La mia arte mi sarebbe servita a racchiudere ogni mio dolore nella verità delle parole che ti ostinavi a dirmi: “Quando me ne andrò Gabriel, non dovrai piangere la mia morte, perché ci ritroveremo al di là della mia morte apparente”

Oh Elizabeth, avevi predetto l’impresa trionfante del mio suicidio?

Come ti riconoscevo, mia dolcissima Elizabeth, nata insieme con l’anima mia! Ti avrei riconquistato, e questo fu quanto mi stava concedendo la mia arte, mentre il verdetto dei medici abiurò la verità del tuo suicidio decretando alla tua morte un banale verdetto: “dose involontaria di laudano”, ti era stato concesso, quindi, anche il dono del funerale.

Quel giorno il corteo funebre si avviò verso il cimitero, mentre i miei pensieri tentavano di tramutare il mio dolore nella rassegnazione che il tempo mi avrebbe concesso. Era l’insano germe dell’illusione che fremeva nella mia mente, ma in fondo del corteo funebre, riconobbi la tua adorata sorella Lidia e le sue preghiere erano le parole del poeta Tennyson, scoperto nell’ebbrezza della vostra condivisa adolescenza.

“E’ meglio aver amato e perso che non aver mai amato” a te Lidia porse la tua consolazione, a me, invece, aveva offerto giorni prima un’inaspettata verità: “Sono una parte di tutto ciò che ho trovato sulla mia strada”.

Ecco, Elizabeth, il punto in cui eravamo maggiormente simili era la suprema perfezione nella bellezza, ma la mia perfezione era dentro di te…io ero quella parte di tutto ciò che avevo scoperto nella nostra storia, nel nostro incontro al di là del tempo destinato agli uomini.

quadro Rossetti regina cordium

Ma dove stavi andando, Elizabeth?

Improvvisamente ricomparve quella paura latente, chiusa nelle celle anguste costruite abilmente dal mio istinto di sopravvivenza per rinchiudere quell’angoscia spietata che nella fanciullezza sentivo soccombere alla mia volontà.

La paura che con l’ira della morte, di me non rimanesse più nulla, senza immagine così dannatamente legata all’entità del corpo. La fanciullezza, senza pregiudizi, modelli imitativi, avvicendava il piccolo Gabriel a domande tortuose, inquietanti.

La minaccia dell’assenza della mia forma permeava il vuoto della mia identità. Arrivai ad un’unica conclusione: solo le parole forbite dal mio pensiero avrebbero lasciato il segno eterno della mia presenza. E riuscivo finalmente a soverchiare questa paura solo scrivendo, scrivendo, dannatamente scrivendo: a sei anni stesi la mia prima composizione, il mio primo poema “The slave”.

quadro Rosetti le due madri

 Anche a te la mia arte consacrava la tua immagine che non si sarebbe dissolta nel nulla. La mia opera “Beata Beatrix” ti conferì all’eternità.

Perché ricomposi la tua bellezza, feci trionfare il rosso sensuale della tua chioma, m’appagai dei tuoi sensi ritraendoti nel mio dipinto. E creai i primi fogli preparatori proprio mentre impietosi corvi, poveri becchini, stavano oltraggiando la tua bellezza catapultandoti nelle viscere della terra. Un pozzo nero nel contrasto virulento con la tua stupefacente bellezza: nessuna ombra sul tuo viso, nessuna scalfittura sulla tua liscia pelle. Dovevo farti costruire una piramide per te, mia regina, e lasciai tra la tua lunga e fluente chioma rossa un quaderno con le mie poesie incompiute.

“Questa parte di me è solo tua” furono le ultime parole che ti sussurrai perché avresti ultimato le mie poesie…la tua era solo una morte apparente.

Poi d’improvviso, l’apparizione…brevi fremiti di una strana farfalla sfinge luminescente nel sussulto della mia anima.

Quale sublime messaggio mi stava offrendo nel calice della sua luce?

Non fu una visione, ma realtà perché le mie poesie si trasformarono in polvere di stelle.

Nei giorni seguenti al tuo funerale una leggerissima farfalla sfinge riprodusse il suo volo al mio sguardo.

Imparai ad attenderla, a scrutarla in perfetto silenzio per avvicinarmi al suo segreto.

Poi d’incanto, il suo volo così sensuale librò nella mia anima il ricordo delle tue parole: “A volte chiedo perdono a Dio se ho trasformato la mia vita in un sogno d’amore. Le lacrime dell’angoscia non laveranno mai la passione dal mio sangue?”

Oh Elizabeth! Non più lacrime d’angoscia, solo il tuo volo nella mia attesa quotidiana, sempre più impaziente. Nell’ora del crepuscolo ritornavo a vivere la tua essenza. Era la grazia che mi concedevi e quel volo diventò la nostra abitudine crepuscolare.

Rossetti Roman de la Rose

Per gli altri il tuo volo, quando lo raccontavo, era l’ennesima prova del naufragio della mia disperazione, senza più remore della buona norma sociale vittoriana, pronta a confinare il lutto nel silenzio della preghiera, nella visione che il dolore si sarebbe concluso come il naturale corso della vita. Futili parole! Con la realtà del tuo volo, io annunciavo la tua nuova venuta al mondo con il dono di una mia opera.

quadro Rossetti ritratto di Elizabeth siddal

Sai a volte penso che ti conobbi realmente non nella tua presenza, spesso uomini e donne s’avvicendano per incontrarsi nella loro presenza terrena, ma dentro ad un quadro nel quale la tua straordinaria bellezza era fusa con un coraggio che solo una Dea poteva possedere.

La Dea fu scoperta dall’amico Walter Howell Deverell. La scoperta fu insolita perché trasformasti il tuo tempio, in un’angusta bottega nella quale raccontavi di lavorare come modista. Nascondesti fin dall’inizio l’origine della tua bellezza incantatrice, il fascino del tuo sguardo che andava al di là di un’essenza terrena.

Ma forse Walter intuì subito il luogo della tua origine e condusse questa Dea anche alla nostra visione. E’ con il quadro “Ofelia” dell’amico Millais che il tuo coraggio diventò leggenda! Lì rivelasti come il trapasso alla morte in te non sortiva nessuna paura, nessuna inquietudine. Millais scelse la Dea Elizabeth per riprodurre fedelmente la morte di Ofelia, protagonista dell’Amleto di Shakespeare. Dovevi rappresentare la giovane Ofelia, il suo dolore dopo l’uccisione del padre per mano di Amleto. Dovevi migrare nei suoi canti misteriosi che continuarono anche quando cadde nel ruscello mentre stava raccogliendo dei fiori.

Il canto e la morte…

Il canto e l’abbandono di Ofelia all’inesorabile destino.

quadro Ofelia di Milliais

Immagino le parole di Millais: “Preparati mia cara Elizabeth, poserai anche tu nella vitrea corrente per scorrere dalla melodia della vita alla morte infelice” Per Millais tutto doveva essere perfettamente realistico, non solo il paesaggio che doveva rappresentare quando il suo sguardo s’incantò lungo il fiume Hogsmill, ma tu dovevi essere Ofelia nella tua più sublime recitazione.

 Millais passò cinque mesi lungo il fiume, si trasformò in un agilissimo colibrì in grado di nutrire il suo occhio dei colori dei fiori che dominavano nella flora fiabesca ai bordi del fiume Hogsmill. Le sue tele dovevano risultare perfette: finzione e realtà si sarebbero compenetrate l’una nell’altra, trasformando il dipinto nel puro inganno della perfezione.

Il visionario, l’adulatore della perfezione, preparò tutto nei minimi dettagli, dapprima i fiori che dovevano accompagnare la tua finzione della morte, poi il ruscello, il cui compito era destinato alla grande vasca costellata da candele per riscaldare l’acqua.

Il tuo corpo sfidò la sorte, dentro alla vasca rimasi immobile per ore e questo per ben quattro mesi; sembravi trasmigrata in un lungo sonno, placido, destinato ad un luogo sacro.

Ma  quel giorno dell’ennesima posa, la minaccia di un freddo glaciale si avverrò…le candele spensero la loro luce, il loro calore.

E per ore Millais proseguì nella sua opera totalmente cieco di quanto ti stava capitando, ma completamente attento alla perfetta esecuzione della sua opera. La sua Ofelia non poteva subire il freddo dei mortali, la sua Ofelia viveva il calore del prodigioso miracolo che si stava compiendo nel suo dipinto.

Perché non reagisti Elizabeth? Era solo un atto di coraggio? Una forma di sublime devozione all’arte? O stavi portando a compimento le tue parole: “Il fiume scorre eterno nel mio letto erboso. Le voci di migliaia di uccelli risuonano sul mio capo. Mi porteranno un sogno ancora più triste di quando questo triste sogno avrà fine”

Desideravi così tanto la morte?

Perché?

disegno preparatorio per Ofelia

Anch’io sai riuscivo a posare, a recitare il ruolo di personaggi che ispiravano la creazione di opere.

 L’amico Walter Derevell diresse perfettamente con i suoi colori l’orchestra delle mie pose, del mio travestimento.

Posavo per il suo quadro “Dodicesima notte”, ma lo spazio vitale del quadro si diramava solo verso la tua magnifica posa: non serviva nessun mascheramento, nei panni di Viola eri perfetta!

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Il tuo corpo rappresentava quello che il critico William Gount dirà delle tue poesie: “Una perfetta ballata medioevale”. E nella ballata medioevale il solista, all’inizio, è il direttore della danza.

Solo tu, mia Elizabeth, volevi dirigere la tua vita…il destino della tua morte nel mistero della tua esistenza.

Fino alla tua morte non mi chiesi mai se ti amassi…eri decisamente la mia conquista e in quella conquista la tua bellezza diventava la trascendenza verso il divino. Con te ero metà Uomo e metà Dio in cerca della bellezza universale, assoluta, attraverso il canto delle tue forme. Ma poi tutto questo, Elizabeth, mi sfuggiva, anzi, io sfuggivo alla vera contemplazione e iniziavo a ricercare le grazie di altre conquiste, anche se i loro volti dovevano possedere dei dettagli visivi che mi riconducessero a te. Perché, mia dolce Elizabeth? In quei momenti non me lo chiesi mai, ero volutamente traditore del tuo amore, ma della tua immagine mai! Ritrovavo ogni tuo piccolo dettaglio nei volti che mi appartenevano solo per breve tempo. E allora questo, mia Elizabeth, non era tradimento perché la ricerca della tua eterna immagine continuava. Il mio era solo il desiderio di scoprire quanto la tua bellezza si estendesse alle altre forme femminili.

E tu, Elizabeth, dovevi continuare a posare solo per il tuo Gabriel, io dovevo possedere l’esclusività della tua immagine.

Vedi? In fondo al viale del cimitero è apparsa Fanny…il mio incontro con lei nacque nei giorni della tua assenza, quando ti recasti a Nizza per guarire le tue maledette nevralgie. Fosti sconvolta quando venni a sapere che Fanny soggiogò ai miei desideri, posò anche per il mio quadro “Bocca baciata”, il tradimento era quindi completo! Desiderio e musa della mia opera!

quadro bocca baciata

Al tuo ritorno da Nizza, mi lasciasti solo senza poter condividere con te le parole della tua poesia “L’amore finito”

“Non piangere mai per un amore finito perché l’amore è raramente vero…

Amore destinato ad una morte precoce. Non mostrare il tuo sorriso sul tuo grazioso viso per vincere l’estremo sospiro. Le più belle parole sulle sincere labbra scorrono e presto muoiono, e tu, resterai solo, mio caro, quando i venti invernali si avvicineranno.”

Poi quando la maledizione dei miei tradimenti colpì di nuovo questa casa, la tua bellezza si trasformò in amore e odio.

Il vento selvaggio delle tue parole esplose nel nostro cielo domestico: “Distogli i tuoi falsi occhi scuri, ma fissa il mio viso. Ora un grande occhio si siede cupamente al suo porto. Non canto, né prego e tu sei come l’albero velenoso che mi ha rubato la vita”

La tua scrittura diventò inquietante presagio…

 Perché non mi lasciasti contemplare la fine del tuo sospiro?

Ti trovai già morta…era forse una tua vendetta contro il dubbio che ti assaliva da tempo che il mio testamento genetico avessi voluto affidarlo non a nostra figlia nata morta, ma a Jane Morris moglie dell’amico William? Avevi scoperto che lo sguardo della loro bambina possedeva la stessa intensità dei miei occhi neri.

“Alla tua bambina! Ai suoi occhi neri!” infierì l’assenza del tuo sguardo.

Tradimento…parola falsificata dall’ostinato costume vittoriano, perché io vivevo semplici momentanei allontanamenti come un omaggio alla mia ricerca. Quanto mi detestavi quando nei miei occhi vedevi scorrere queste parole. Riuscivi a leggere il mio sguardo come se fosse una grande tela dove il dipinto del tradimento, quel paesaggio di sensi, ti appariva particolarmente chiaro. Ma per raggiungere la bellezza dovevo pur viverla per unirla con la vita! Toccò a me, invece, subire l’autentico tradimento, che non mi fu inflitto dalle tue grazie, ma dall’amico Millais, condottiero anche lui contro i principi rancidi della Royal Academy. Dopo anni di battaglie, il condottiero trovò rifugio nelle braccia del nemico! Millais, dopo l’esposizione del suo quadro “L’ugonotto” fu eletto membro associato della Royal.

Ma avrei chiamato a raduno altri artisti perché “Oscar Gabriel Dante Rossetti era il pianeta attorno al quale tutti gli altri giravano attorno”. Così annunciava la mia presenza l’amico pittore Valentine Cameron.

Parole adulatorie? Ero metà Dio e metà Uomo, opera incompiuta, e per raggiungere la perfezione avevo il bisogno di farmi adulare, di ascoltare le parole che mi giungevano dal fascino di donne che posavano per le mie opere, come le parole della mia modella Jane: “Chiunque ti conosca si consacra a te!”

quadro di George Frederic Watts ritratto di Gabriel Rossetti

Ma cosa volevi Elizabeth? Scoprire fino in fondo la loro consacrazione? Fu un’impietosa battaglia con te stessa per tradire ciò che volutamente era prevedibile. Si accentuarono le tue acute nevralgie e quell’eredità nefasta che subì il tuo corpo dopo l’impresa come modella dell’opera di Millais “Ofelia”, riemerse dal passato martoriando il tuo corpo.

Ti ricordi cosa invocavi?  Solo il laudano riusciva ad acquietare il tuo dolore. Raschiavi la luce che s’insinuava famelica nelle pareti della stanza, la dovevi distruggere, perché solo al buio il tuo dolore s’arrestava, ti concedeva una tregua. E finalmente nel buio vivevi il tuo vero desiderio: la nascita di nostro figlio.

Fiorì la gravidanza nel tuo grembo, ma la fioritura si tramutò in soli sei mesi in rovi selvatici, senza linfa: nostra figlia nacque esiliata dal nutrimento materno con un parto prematuro.

“Dammi mia figlia! Dammela!!” l’urlo fu lancinante, dannatamente penetrante.

All’urlo seguì un silenzio agghiacciante, spettrale, dentro all’inferno della nostra sorte. Ti stavi trasformando in un animale dotato di un udito raffinatissimo in grado di rintracciare il possibile respiro flebile di nostra figlia. Oh Elizabeth… la tua ricerca inabissò nella tua totale follia che mascherò la visione funesta di quell’esile corpo martoriato dall’ira della morte.

Sfidasti la morte vestendo nostra figlia, accompagnando i tuoi movimenti con la melodia di parole di un tempo lontanissimo. La tua mente ritornò al canto ancestrale dei tuoi primi mesi di vita in cui tua madre ti sussurrava dolci ninna nanne.

“Guardala ti assomiglia…non vedi? Oh come ti assomiglia.” poi porgesti il seno nell’atto consueto alla vita. Il tuo volto non fu più addestrato ad essere vigile, ormai eri sicura: nostra figlia si stava nutrendo della tua vita, nostra figlia era in grado di sconfiggere il verso minaccioso della morte…

Nostra figlia era nata immortale!

Perché Elizabeth? Perché negasti la sua morte?

Era solo il tuo dolore che anneriva ogni barlume di raziocinio?

E a quella mortale visione, la mia arte avrebbe placato il mio dolore?

 Il mio occhio tumulò la mia arte nella visione terrea di un piccolo pupazzo malconcio dal colorito verdastro, dalla smorfia asprigna, dalla posizione scheletrica inusuale alla vita. Lo supplicai di non infliggermi questa pena, ma invocò solo due parole: eros e thanatos! Il ritratto dell’esistenza era costruito anche sulla morte. E in quel momento, nella mia assoluta disperazione, compresi il potere nefasto e a volte lusingatore che l’arte aveva infierito alla mia mente: la completa padronanza della verità! Certo la mia arte nelle duplici vesti di pittore e di poeta, mi avrebbe dato la possibilità di dar voce al mio dolore, ma perché ciò avvenisse dovevo prima comprendere la completa verità. E man mano che ne afferravo la piena comprensione, diventavo sempre più cinico, indifferente ai tuoi atti istintivi di madre, come continuare a cullare quel piccolo essere e addomesticarlo al servizio del tuo seno pronta a nutrirlo.

Continuasti così per ben dieci lunghissimi, insopportabili giorni.

In quei giorni non riuscii a rintracciare una parola che potesse iniziare l’alchimia di qualche mia poesia. Anche i colori continuarono ad essere ostili alle mie mani, al lavorio della mia mente. Perché? Quale altro trucido dolore avrei dovuto sopportare? No! Non era quello il motivo dell’assenza di qualsiasi mia ispirazione…questo lo compresi più tardi.

La mia arte desiderava concedermi ancora il tempo per comprendere la nuova morte di nostra figlia! Per te lei viveva, non era una finzione delirante, ma il tuo atto di essere madre significava anche il mistero della nuova morte.

Quel giorno, la tua chioma fluente sparì! Gettasti al rogo ciocche dei tuoi lunghissimi capelli, tranciasti parte della tua rigogliosa e avvenente chioma con delle rozze forbici. Compisti questo atto impietoso in assoluto silenzio, poi con il lievitar del tuo passo fantasma giungesti alla mia presenza per pronunciare le tue trasecolate parole: “Vieni, Gabriel…nostra figlia oggi è morta…ha vissuto fino a oggi…ora non c’è più…il suo respiro è svanito nel nulla…il suo pianto ora tace…ma non l’ho uccisa io…è morta nella spontanea creazione della morte. Se vuoi puoi farne un ritratto…tu mi vedi Gabriel? Ho onorato la sua morte con il taglio dei miei lunghi capelli.”

Ti scrutai avidamente, mia dolcissima Elizabeth. Il tuo Gabriel nutriva in quel momento, verso di te, una devozione religiosa e mi avvicinai alla tua sacrale sofferenza. La sofferenza di una Dea in grado di soffiare il respiro della vita per dieci giorni! Ma non era una vita apparente, lei per te esisteva, e trepidavi come una giovane madre inesperta alle iniziali conquiste del figlio, mentre assumevi la piena consapevolezza che l’avvenenza della tua straordinaria bellezza era legata all’istinto segreto della maternità. Poi scendesti dal Monte degli Dei e riuscisti a ricondurre la tua anima nel mondo mortale degli uomini.

Tua figlia doveva quindi possedere il principio della vita, ma anche l’emblema della morte. La sua morte non era più un evento discutibile…era il tratto ultimo della sua vita. Per morire bisogna prima aver vissuto…quella era la vera morte.

Ma la morte precedente di nostra figlia? Rifiutavi di apporre la sentenza che nostra figlia era nata morta!

“Per morire bisogna  prima aver vissuto, non credi mio poeta?”

Queste erano le parole che ripetevi nei giorni seguenti alla vera morte di nostra figlia.

Quale? Quella scoperta dal mio occhio impietoso in quell’immagine raziocinante e funebre? O la tua visione scarnificata dal dolore di madre?

Solo l’arte ebbe un effetto positivo sulla tua salute, pensavo a quanti, senza un decimo del tuo genio o grandezza di spirito, gli era stato concesso un’ abbondanza di salute. Forse le loro anime non dovevano sfuggire al degrado di quella casa oscura in cui eri nata, non avrebbero mai detto: “A nessuno importa della mia anima”.

quadro Rossetti la ritrovata

Mi sentivo sempre più sicuro di avere accanto a me un vero genio. Avresti dipinto quadri come nessuna donna aveva ancora dipinto.

Ma tu specchio della mia anima, avresti riflesso in te anche l’arte delle mie parole per far vivere d’incanto solo le tue, unicamente tue, diventate un’opera compita.

Nel riflesso della mia arte la tua creazione era sublime!

Elizabeth Siddal the ladies lament

Ricordo ancora Ruskin, fervido sostenitore della mia arte, dirmi che l’allieva avrebbe  superato il maestro nella composizione, nell’originalità e intensità dei colori. Ruskin diventò il tuo mecenate acquistando con entusiasmo ogni tuo disegno, ogni tua produzione pittorica.

Il tuo Gabriel fu il creatore della tua stanza da disegno, la tappezzai con un mio disegno che rappresentava alberi alti quanto la stanza, in alto le stelle.

In alto ti osservavo, mentre le tue mani si appropriavano della mia arte. E quando diventasti conquistatrice di parole, le tue poesie assunsero una forma finora a me sconosciuta: la forma della ribellione, una sfida contro il ruolo della donna nell’acida epoca vittoriana.

“Vedi…siamo l’uno lo specchio dell’altro” mi suggeriva il tuo sguardo. E di me avevi già compreso tutto! Avevi compreso che il mio dipingere, diversamente dal  poetare, mi offriva mezzi di sussistenza, ed è per questo che trasfusi la mia poesia in quella forma. E proprio la necessità di trarre mezzi di sostentamento dalla pittura, ha fatto sì che gran parte dei miei dipinti venisse realizzata unicamente per questo scopo. I miei versi, invece, non recando profitti, erano rimasti incorrotti. Ma con la tua morte accadde che la pittura e la poesia si fusero in un unico viaggio e mi svelarono lo scopo della mia opera: “rappresentare emozioni personificate”. Questa volta eri tu che vegliavi le mie parole, osservavi il tuo amante dal cielo, scrutavi il mio desiderio insoddisfatto perché finora l’impresa della mia morte non s’era mai annunciata alla mia esistenza, ma i tuoi occhi erano più profondi della profondità. Ti sporgevi dalla soglia dorata del cielo, in attesa della mia morte.

Rossetti, Dante Gabriel, 1828-1882; The Blessed Damozel

Sai Elizabeth nei miei quadri desideravo coinvolgere tutti i sensi dello spettatore, ma i ritratti dei volti femminili, dopo la tua morte, non mi appartenevano più.

Mentre dipingevo i loro volti, sentivo le loro voci dirmi: “Noi siamo solo semplici raffigurazioni, ma la tua arte necessita di contemplazione. Tu appartieni solo a lei! Il dono della tua contemplazione è solo suo…”

rossetti il padiglione

Fanny, Jane, Alexa, Ada, nomi dai quali non traevo più nessun nettare. Ferme nella loro posa, ostinate nelle loro parole, non adulavano più il grande Gabriel Dante Rossetti, né consacravano la loro bellezza alla mia divinità. Improvvisamente diventai un uomo, solo un uomo, che trovava nella sua fine il vero motivo della sua arte, perché io sarei ritornato a te…io appartenevo solo al tuo dolore, ma anche all’infinita bellezza del tuo mistero, del tuo volo quando vivevi il dono di trasformarti in farfalla sfinge per asciugare le mie lacrime.

Per ritrovarti presi dimora al n.16 di Cheyne Walk, a Chelsea, in un’antica dimora del periodo Tudor. L’addobbai come la dimora di una regina: azzurre porcellane orientali dominavano il vasto salone, animali esotici e rari furono ospitati nell’immenso giardino.

quadro di Henry Treffry Dunn Rossetti leggere le prove di ballads e sonnets

Spese sconsiderate che dispersero i proventi ottenuti dalla vendita dei miei quadri. Ma non me ne avvidi, perché il tuo amato Gabriel iniziò nuovamente a sdoppiarsi: due identità completamente contrapposte iniziarono a mostrarmi i loro nuovi deliri: l’uomo Gabriel, accolto da te, mia Elizabeth, e il Dio Gabriel senza remore nel vivere un lusso sfrenato. Quale dei due sarebbe sopravvissuto?

 Io vivevo nei miei due opposti, finché il Dio Gabriel decise di annientare l’altra parte del sottoscritto infierendogli una sorte angosciosa. La creatività, l’arte divina del mio racconto, sarebbe svanita, perché sarei diventato cieco. Questa era l’angoscia pronta a ghigliottinare qualsiasi mio tentativo di ribellione. La maledizione della cecità aveva colpito mio padre, ora spettava a me la discesa negli abissi.

Ritratto del padre

L’angoscia dipinse le mie ore di un nero spettrale. I due opposti, l’uomo e il Dio, non si sarebbero più incontrati per rivedere il tuo volto, per tratteggiare il tuo volo. Caddi in un’apparente letargia interrotta da qualche visita di medici, illusionisti della scienza. E con l’illusione del cloralio, potente sedativo, pensavano di acquietare la mia angoscia.

“Risparmi le sue energie per la sua arte” Questo era il loro invito accanto all’ennesima prescrizione di sedativi.

Per lunghi giorni non ritornasti più…

Il tuo leggerissimo battito in volo non si porse al mio sguardo. Perché, mia amata Elizabeth non giungesti più nella mia nuova realtà? Mia dolcissima farfalla sfinge vi fu un tempo in cui passavi con estrema rapidità da una visione all’altra della mia mente. Sostavi in volo librata sulla tua luminosa immagine. Ero io il nettare del tuo volo, della tua essenza misteriosa. Tentavo di avvicinarmi, di delineare con precisione le tue forme sensuali in un abbraccio salvifico. Sì! Perché ti avrei ricondotta alla realtà terrena, alla dimensione del nostro abbraccio. Saresti ritornata ad essere la mia Lizzie intenta a custodire i miei segreti, a mantenere il respiro della mia arte. Ti cercai nell’inquieta vegetazione dei miei pensieri, in una ingannevole lotta contro il tempo per riprodurre alacremente la tua immagine in un ritratto. Ma il ritratto rimase allo stato amorfo e per la prima volta il mio pianto pietrificò lacrime d’ostile rabbia. Perché quest’inganno, Elizabeth?

Improvvisamente l’assenza del tuo volo si trasformò nel ricordo di quelle parole che vivevi creando il tuo passo verso la morte. L’impronta di quel passo misterioso erano le tue poesie:

“Giaccio tra l’erba verde alta che si piega sopra la mia testa e mi copre la faccia sprecata e mi piega nel suo letto teneramente e amorevolmente. Un’ombra cade lungo l’erba e indugia ai miei piedi. Un nuovo volto si trova tra le mie mani”

Ma questa volta era così diverso…quel giorno ti ascoltai, Elizabeth e iniziammo a tessere il dialogo della nostra eternità.

“Oh Gabriel…nostra figlia non è morta…non siamo più alla fine…spalanca la finestra e fa entrare la luce del giorno. Ma non scrivere parole sulla sabbia, parole che verranno cancellate dalle onde del mare.

Rossetti quadro scrivendo sulla sabbia 1859

L’hai già fatto, Gabriel, lasciando cadere come polvere di stelle tra i miei capelli le tue poesie. Ma la polvere di stelle, ben presto, si trasformerà in parole cieche e vane se continui a guardarle attraverso l’oscurità della mia apparente morte. Fai entrare la luce del giorno e siedi non più accanto alla mia ombra. Solo allora il mio sguardo rimarrà vivo e non sarai maledetto dalla cecità. Ritorno a te nelle parole che mi hai donato, ma le parole devono vivere di speranza…vivere nell’esistenza degli sguardi altrui.

Anche tua figlia te lo chiede…non far tramontare le sue lacrime nel buio crepuscolo della tua fine. Sei nato per creare ed è per questo che il nostro è stato un amore terreno e da oggi per sempre divino”

“Oh Elizabeth! E’ proprio così! Come ti riconosco, nata insieme con l’anima mia!

Quand’è meglio che ti veda? Quando gli spiriti dei miei occhi dinanzi al tuo volto, al loro altare, celebrano il culto dell’amore che grazie a te si rivela?”

“Sono dentro alle tue parole, Gabriel…te le ricordi? “Chi cercherà il vertice della sua bellezza oltre la luce che gettano i dolci sguardi, qui scorge il puro orizzonte-cielo e mare-della sua anima. Nel puro orizzonte della tua vita, io ci sarò…ma l’orizzonte per farsi vero orizzonte attende il tuo domani. Fai vivere le tue parole…

Io ti attendo…da me dovrai ritornare se vorrai farle ammirare e vivere di speranza. Ma ora ascolta solo il mio silenzio, muto come clessidra. Il mio silenzio scandisce il tuo tempo per ritrovare le tue poesie.”

“Oh Elizabeth   il tuo volto è ora il mio tempio…io ti vivrò per renderti immortale”

Rossetti il saluto di Beatrice 1

Dopo le tue parole, sognai la vita, mia dolcissima Elizabeth, anche se non mi apparteneva più, ma la sognavo ancora nell’eternità del nostro tempo.

Ero diventato un uomo…semplicemente un uomo.

Sai, Elizabeth, ci fu un giorno in cui sognai nostra figlia che finalmente mi rivolgeva qualche parola, ma l’effetto fu straziante perché queste furono le sue parole: “Guardami in volto…vuoi conoscere il mio nome? Ma il mio nome sarebbe solo potuto essere…a volte sono anche chiamata: mai fu stata!” Quel giorno iniziai a scoprire che la fascinosa ideale bellezza delle mie opere celava tormentate emozioni.

Ero semplicemente un uomo la cui arte poetica aveva il bisogno ancestrale di vivere sulle labbra altrui, in quel fluire della melodia dell’occhio dedito alla lettura.

Decisi di ritornare nel tempio della tua morte, mentre la luna si faceva regina della notte decisa di osservare la scena di esigue ombre umane intente ad aprire il tuo scrigno, qualcuno lo chiama tomba ma mi allontano da tale termine perché era solo un bozzolo tessuto dal tuo dolore che io stavo dipanando per recuperare il mio dono: quel quaderno di poesie che avrei pubblicato assieme alle tue. Le tue parole sarebbero nate un’altra volta per essere cullate nella luce di intimi luoghi…altre case le invocavano, nuovi innamorati nella casa della vita le attendevano come messaggio del domani. Ma improvvisamente torbidi dubbi si insinuarono tra i miei pensieri, disincantando gli attimi precedenti al ritrovamento. Districato il bozzolo, eliminato il nero luttuoso, quali sembianze di te la morte avrebbe celebrato acclamando il suo trionfo al mio sguardo?

Il cifrario matematico del tempo mi stava dando la risposta:

11 febbraio 1862     —- 1869

Sette anni erano trascorsi dalla tua morte e in questi anni la morte aveva avuto il compito di saccheggiare la tua bellezza, di trasformarti in una macabra immagine, in una sfida ineluttabile al ricordo della tua splendida bellezza che la mia memoria mi aveva riservato. Giurai a me stesso che avrei gridato alla morte tutta la mia disperazione, perché la mia Elizabeth non poteva essersi inabissata in un’immagine spettrale, anche se mi rimaneva la consolazione di averti vissuto.

L’ultimo filo da dipanare…

L’ultimo istante…

Oh Elizabeth…non urlai nessuna mia disperazione…

Il silenzio ordì solo la mia estatica contemplazione verso di te…

Solo verso di te…

Quanto eri bella, mia Elizabeth! Avvolta nella tua chioma ancora più fluente, avevi ammaliato anche la morte che subì il tuo fascino rendendo intatta ed eterna la tua bellezza. I tuoi lunghi capelli avevano creato due bellissime ali. La pelle morbida e delicata era meravigliosamente luminosa, nessun languore di stanchezza appariva sulle tue palpebre. Ti porsi l’ultimo bacio, mentre lungo l’orizzonte tra il cielo e la terra le tue mani donarono a nuova vita il mio quaderno di poesie.

Il mio tempo ora era fatto di speranza.

Ti rinchiusero nuovamente nel bozzolo, m’incamminai con il mio quaderno di poesie verso l’uscita del cimitero, ma non ti avevo abbandonata, perché all’apparir del sole avrei visto il tuo volo librarsi come un filo azzurro sciolto dal cielo…

Eri di nuovo la mia farfalla sfinge e il tuo volo era immortale.

Rossetti il sogno di Dante alla morte di Beatrice

Ma oggi che questa funesta paralisi sta mettendo al rogo ogni mio movimento, perché non vieni più?

Dove ti ritrovo, mia amata Elizabeth?

“Oh non affliggerti con le tue lacrime amare la vita che passa veloce…

Le porte del cielo si spalancheranno.

Quindi siediti dolcemente e guarda la mia giovane vita fuggire…

Ma vero amore cercami nella folla di spiriti che fluttuano oltre,

e ti prenderò per mano con le tue dolci parole: nato insieme con l’anima mia

per sempre,

Elizabeth”.

Rossetti quadro acqua d'oro

Perché questo mio scritto?
Per chi vivo e vivrò?
Vivo per le sue parole, per il suo coraggio che mi conduce per mano: “Non preoccuparti perché tutto si risolverà…nascerà un giorno senza più dubbi” Dovrei essere io, come madre, ad infondergli coraggio, ma anche questa volta il vero guerriero rimane sempre lui! E con il suo sguardo, con i suoi immensi occhi neri, il mio tempo dell’attesa diventa il suo. E’ mio figlio che attende con amorevole pazienza di farmi compiere i miei primi passi, che mi incoraggia a non cadere.
E’ lui, splendido uomo, che aspetta la sua bambina pronta ad accoglierla dentro alla forza del suo coraggio…
ad ascoltare la voce delle mie lacrime: “Non andare via…”
Perché si può andare via per tanti motivi…
Per la disperazione di non riuscire a trattenere quell’impeto silenzioso alla vita che ci ha sempre distinto in mezzo alla folla degli urlatori…
ma si può andare via nella melodia del silenzio che racconta, nell’attesa che qualcuno ci ascolti…
e mentre  compio i miei primi passi ascolto con orgoglio il suo racconto.
Questa volta è mio figlio ad aprire il sipario della mia vita…
Entro in scena…
e scopro che queste parole “Non andare via”, sono vissute anche nella travolgente storia d’amore tra Oscar Gabriel Dante Rossetti ed Elizabeth Siddal.
  Mi documento seriamente, e finalmente nella trama tessuta dalla fantasia di questo mio racconto, vivo anch’io la conquista del vero, inestimabile coraggio!
A mio figlio Alvise,
perché nascerà il giorno senza più dubbi, nel tempo  del nostro sorriso 

Brano musicale: Chopin piano concerto n 1 –  Movimento 2 – largo- Romance –  pianista: Krystian Zimerman

quadri postati:

Ofelia di Milliais (1851-1852)-

di  Oscar Gabriel Dante Rossetti: Autoritratto (1847)- L’ Annunciazione (1855) – Beata Beatrix ( 1864-1870)- Regina Cordium (1860) – Le due madri (1849-1866)- Roman de la Rose (1864) – Ritratto di Elizabeth Siddal (1854 circa)

Disegno preparatorio per Ofelia di Milliais –  quadro “La dodicesima notte” di Walter Derevell (1850) – quadro di Oscar Gabriel Dante Rossetti: “Bocca baciata” (1849)- Ritratto di Rossetti eseguito da George Frederic Watts nel 1871- quadro di Rossetti “Ritrovata “(1854)- quadro di Elizabeth Siddal “The ladies lament”  il lamento delle donne dalla ballata di Sir Patrick Spens (1856)-  quadro di Rossetti “Il Beato Damozel” (1875-1808 con aggiunta della pradella) quadro di Rossetti “Il padiglione nel prato” (1871-1872)- quadro di Henry Treffry Dunn “Rossetti legge le prove di ballate e sonetti a 16 Cheyne Walk (1882)- di Rossetti “Ritratto del padre” (disegno a lapis) -quadro di Rossetti “Scritto sulla sabbia” (1858-1859) – quadro di Rossetti “Il sogno di Dante alla morte di Beatrice”  (1856)- quadro di Rossetti “Acqua d’oro” (1858)

A presto

Adriana Pitacco

21 pensieri su “Non andare via…

      1. Auguri carissimi a te!

        ……………. ((⁀`̗❇´̖⁀))
        …………… ~ ༺❤❀❤༻ ~
        ……….´❤❀✯………..✯❀❤`
        ………/✯❀❤…Buon…❤❀✯\
        ………❤❀✯.…Natale!….✯❀❤
        ………\✯❀❤……………❤❀✯/
        ………..`❤❀✯……….✯❀❤´
        ………-……`° * ❀✯❀ *°

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  1. l’intensità dolorante della scrittura e la forte carica emozionale di questo tuo pezzo credo siano le direttrici di fondo per “empatizzare” quello che ci stai dicendo, soprattutto il dolore, quel dolore soffuso e graffiante che sento sgorgare lento, persistente. Allora ho pensato a Baruch Spinoza che nella sua Etica afferma: “Per gioia intenderò la passione per la quale la mente passa ad una perfezione maggiore. Per tristezza invece quella per la quale essa passa ad una perfezione minore…l’affetto della tristezza lo chiamo dolore o melanconia”. Ecco, proprio quel dolore malinconico, privo di ogni forma di materialità, quasi metafisico che si trasforma in un amore sproporzionato. Un amore talmente puro da amare persino il dolore, persino quel male che sembra offuscare e annichilire, un amore che esonda e tramortisce attraverso le parole. Come affermava Wittgenstein, il linguaggio restituisce un senso al dolore tanto da provocare un sollievo alla sofferenza anche se l’espressione verbale del dolore sostituisce ma non descrive il grido.
    Ti lascio un carissimo abbraccio Adriana, con la speranza che il domani possa regalarci quella “tranquillitas” di cui parla Seneca, “l’Eutimia” di Democrito, una sorta di tranquilla soddisfazione, di appagamento interiore.

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    1. Solo un vero poeta poteva regalarmi queste meravigliose parole!
      Voglio vivere questo primo giorno di un nuovo anno con loro, con l’impeto vitale che mi sanno donare, sicura che anche grazie a loro io e mio figlio vivremo la nostra splendida “Rinascita” nell’atto quotidiano del nostro infinito amore.
      Solo i poeti sanno svelarci il respiro infinito della vita!
      Un brindisi a questo tuo dono prezioso!
      Adriana

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  2. Aprendo questo tuo post, mi è successa una cosa strana. Mi chiedevo quale fosse la musica che avevi associato al tuo testo, ma – ti assicuro – prima ancora di aprire l’audio, dentro di me è partito il “Largo” del primo concerto di Chopin come se fosse qualcosa dentro di me me lo avesse suggerito.
    E’ una sorta di telepatia che mi è già capitata qualche altra volta in altre occasioni e quel pezzo di Chopin è un brano che adoro, tanto che l’ho anche postato nel mio blog anni fa.
    Grazie, Adriana, di questo tuo nuovo articolo ricco di empatia sempre più profonda.
    Ti abbraccio forte!!!
    Annamaria

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    1. Le tue dolci parole mi riportano ad un giorno speciale in cui mio figlio Gianluca di quattro anni, mi donò la sua splendida domanda: “Mamma…ma noi di che cosa siamo fatti?”
      “Di pura musica” fu la mia risposta… E dentro all’universo misterioso della musica vi è il destino delle nostre emozioni…
      il nostro affascinante dolce sentire, la melodia del palpito vitale di chi incontriamo.
      Perchè la nostra vita sia sempre un inno alla bellezza senza mai dimenticare chi siamo!
      un grazie infinito
      Adriana

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  3. “…nato insieme con l’anima mia, per sempre!” Quanto sono vere le parole di Elizabeth, la saggezza di chi ama supera il tempo e lo spazio per andare all’origine della vita. Esistono varie genesi individuali, esse sono vere e proprie creazioni, ognuna ontologicamente fondata dall’Amore che ci sostiene. E l’Amore cancella ogni dubbio sfidando il dolore e la paura, esso dimostra che vale sempre la pena di amare anche se paradossalmente solo l’amore può farci precipitare nel vero dolore causato dalla paura della perdita. Una paura umana, ma come dice Pippo Franco in un suo libro noi tutti siamo “essere spirituali nati alla vita per fare un’esperienza umana”! L’origine divina del nostro animo può superare ogni contingenza, il vero coraggio che stai dimostrando nell’affrontare questa terribile sfida, Adriana, è la dimostrazione che il Bene esiste e chi ne ha la forza può attingere dalla sua infinita energia per tornare a vivere. E speriamo che il Natale porti vera gioia nel tuo cuore!

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    1. Riporto qui le tue bellissime parole “La saggezza di chi ama supera il tempo e lo spazio per andare all’origine della vita”
      E nell’origine della vita dentro al vero amore non si può mistificare nulla, la nostra vita diventa pura realtà nell’armonia delle nostre emozioni, nei nostri atti d’amore, nei passi verso il quotidiano che mai diventa pura banalità.
      Caro amico, sono diventata una profonda radice dentro la terra, assorbo ogni giorno la mia “linfa quotidiana”: i volti delle persone che amo e il tempo che mi onora di essere vissuto al di là del dolore.
      Perchè vi è una “Rinascita” dentro ogni attimo della nostra vita!
      E oggi mentre rileggo il libro “Paesaggio” di Sibilla Aleramo, mi sono soffermata su queste sue parole: ” Cosa sarei senza le strade che ho percorso?”
      Un grazie infinito
      Adriana

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  4. La parte dedicata alla mia Firenze mi ha fatto sciogliere dalla commozione. Non solo perché amo profondamente la mia città, ma anche perché abitando in provincia negli ultimi mesi non ho potuto viverla quasi per niente. Non vedo l’ora che arrivi il momento in cui potrò passeggiare per le sue vie senza più nessuna paura né restrizione.
    Ha catturato la mia attenzione anche il riferimento allo sdoppiamento della personalità di Gabriel, perché questo tema mi ha sempre affascinato moltissimo. Colgo l’occasione per consigliarti uno splendido film sull’argomento: La donna dai tre volti. Lo trovi su Youtube, completo, gratuito e in italiano.

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    1. Carissimo amico, non è un caso che ti rispondo proprio oggi: primo giorno di un anno nuovo. Desidero vivere questo primo giorno assieme a quei doni preziosi, parole di una ricchezza inestimabile, che ho la fortuna di ricevere in questo mio viaggio dell’esistenza.
      Le tue, sono parole che rappresentano “Attimi di gioia”, quelle lucciole di pensieri che orientano la vita anche nella notte buia.
      Un grazie infinito
      Adriana

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  5. La sera del 10 febbraio 1862, dopo aver cenato in un ristorante londinese, Rossetti accompagna a casa la moglie ed esce di nuovo per andare a svolgere una lezione presso un circolo socialista.
    Questa è almeno la versione ufficiale.
    In realtà, si reca dalla sua nuova amante.
    Rientrato dopo qualche ora trova Liz in coma per l’assunzione volontaria di una dose eccessiva di laudano.
    Rossetti è disperato. Elizabeth non si riprenderà più e morirà la mattina seguente.
    Un biglietto di addio, che Elizabeth si era appuntato sulla camicia, viene fatto sparire.
    Un’inchiesta porterà ad un frettoloso verdetto di decesso accidentale, evitando così uno scandalo e il veto per una sepoltura cristiana.
    Rossetti non si darà pace e fino alla morte sarà tormentato dai rimorsi. Come ultimo gesto decide di deporre nel sepolcro, fra i capelli rossi e la guancia di lei, la cosa che gli era più cara: il manoscritto con le poesie d’amore, che lo stesso Rossetti aveva dedicato ad Elizabeth.
    Dopo la morte prematura di Elizabeth Rossetti riprende la pittura ad olio e completa un dipinto iniziato qualche anno prima, Beata Beatrix.
    Il dipinto è un omaggio interiorizzato e visionario dedicato alla memoria della moglie.
    Il volto utilizzato da Rossetti per la sua Beatrice è quello della Siddal, qui creatura terrena e trasumanata insieme.
    Beatrice, palesemente assorta in una visione celeste, tiene gli occhi chiusi, rapita in uno stato di estasi religiosa, o forse sessuale.
    La composizione è arricchita di molti simboli e riferimenti, di cui Rossetti ci fornisce una esauriente spiegazione.
    Un uccello splendente, messaggero di morte, lascia cadere un papavero bianco sulle mani aperte di Beatrice: non dimentichiamo che il laudano, di cui abusava Elizabeth e che ne causò la morte, è un derivato del papavero.
    La meridiana sul parapetto indica l’ora nona, l’ ora in cui è morta Beatrice.
    Dietro, a destra, la figura di Dante è davanti ad un pozzo, simbolo di rinascita.
    Dante fissa lo sguardo sulla figura di Amore, sul lato opposto del quadro, nella cui mano la vita della sua donna tremola e si affievolisce come un’esangue fiammella.
    Sullo sfondo si intravede il Ponte Vecchio.
    Sulla cornice, oltre alle varie iscrizioni che Rossetti vi inserì, compaiono anche dei tondi che fanno riferimento all’ultimo verso della Divina Commedia, “l’amor che move ‘l sole e l’altre stelle”.
    Dante Rossetti si era identificato per tutta la sua esistenza con Dante.
    Qui la donna rappresenta Beatrice, la donna amata dal poeta, ma anche Lizzie, la moglie di Rossetti.
    Beata Beatrix è un appassionato canto d’amore e di morte, l’addio di Rossetti alla sua musa e compagna, oltre che un fine omaggio alla figura letteraria che egli venerava più di ogni altra.
    Amore e morte sono, d’altra parte, indissolubilmente uniti nella filosofia di Rossetti.
    Nel sonetto Death in Love la morte è per Rossetti “una donna velata” che si rivolge a lui pronunciando queste parole:
    “Behold, there is no breath:/i and this Love are one, and i am Death.”
    “Osserva: non un respiro:/ io e quest’Amore uno siamo, e io sono la Morte”.

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