Tutto è morto vivente in un perfetto equilibrio

egon schiele la famiglia 3

La tristezza sta stuprando ogni mio sentimento, ma soprattutto ogni mia pulsione inconscia. L’inconscio indossa maschere a lutto tragiche, così selvaggiamente brutali, deformi, pronte a irridere i miei giorni assetati del nettare prezioso del tempo. Sanguigna e violenta, diventa la mia lotta contro queste maschere funesti, mentre il mio inconscio non si ribella, ma si contorce in spasmi di paura, vampate di collera per lo scherno diabolico che s’annida all’apparire della maschera portatrice di morte.
Qualcuno racconta che tutto ciò che è profondo ama la maschera. Io amo la maschera per dissacrarla! La forza della mia struggente follia, splendida madre che ha infervorito il mio talento, sbizzarrito i miei precoci sensi, allungato spasmodicamente le mie dita per renderle così abili a procurar l’estremo piacere e a ritrarlo nella mia bramosa tela, mi racconta che tutto ciò che è profondo e vero, è nel ricordo dell’inconscio, o ancor meglio nell’inconscio del primo atto che sottende al ricordo.
Quel primo atto è la pulsione carica dell’eros: la pulsione che porta ad esultare la bellezza. E dove la tristezza sembra che possieda una forza immane, la mia follia mi concede di ritornare alla pulsazione del ricordo, allo stato originario del mio eros.
In silenzio aggiogo con sforzo immenso ogni spasmo delle mie dita, divento il contorsionista del mio corpo per svincolarmi dall’agguerrito dolore e poter condurre a compimento il sublime atto dell’eros: l’ atto che si sta prodigando a realizzare la mia vera opera: la nascita di un figlio…

La tua nascita.

Sto aiutando tua madre, la dolcissima mia Edith, a continuare la sua opera, il vero significato della nostra immortalità, perché deve proseguire il flusso dei tuoi vasi sanguigni, la proliferazione del tuo sviluppo.
Tuo padre continuerà quest’opera, anche se la nostra dolcissima Edith ti sta nutrendo con la sorgente della morte.
Gracchia la morte nel grembo gravido di angoscia di tua madre!

Esiste un veleno invisibile che prende possesso dei nostri corpi, per annientarci, flagellarci con il suo nome maledetto: influenza spagnola. E s’ergono a templi di preghiera colonne di necrologi, ma tu non farai parte di nessun templio.

Le mie mani stanno diventando, solo per te, lavoratrici instancabili.

egon schiele autoritratto with hands on chests

Ora ascoltale…

Sono sempre state avverse alla preghiera, perché già possiedono un credo sublime: la forza della loro arte! E il flusso dei miei colori, sarà la forza della tua nascita. Io porterò a compimento il tuo respiro…
con te ritornerò al mio primo pianto.
Perché nascerai…
Sarai la mia opera immortale!
Io sarò la tua forza, la tua magnifica follia!

Improvvisamente ti vedo…

Arazzi di luce formano un involucro limpidissimo attorno allo spazio materno di tua madre. Nella trasparenza della visione osservo il tuo sviluppo, mentre scompongo i pigmenti coloristici della tua pelle, della tua leggera muscolatura, della tua iniziale formazione ossea.
Quell’unione di cellule si districherà abilmente nel fondere lo sguardo del futuro con la silenziosa geografia del tuo volto. I tuoi occhi saranno dune di lontani paesaggi, il sentiero di un piccolo naso odorerà di latte e fiori, mentre le tue minute labbra galopperanno fresche parole. L’idea semplice di un’intima abitudine ci accompagnerà con il passo quotidiano del nostro giorno.

egon schiele ritratto di anton Peschka Jr.

E ora rispecchio nella mia opera il piano incessante della tua crescita, ma ricordati…durante la nascita brillerai di luce propria, in un unico testamento genetico, in un’unica tensione cromatica.
vivrai…
Per tuo padre sarà il tempo della sopravvivenza…
Mentre la tua luce proromperà nella mia tela gravida di colore.
E poi… cosa racconterai a tuo padre?
Saranno così vere le tue parole?
“Conoscerò molta tristezza e molta bellezza… a volte mi sembrerà che la tristezza abbia più forza di quanto non si possa sopportare, in quel momento, però, la bellezza si rafforzerà e tornerà a commuovere la mia anima”
Ma s’inaspriscono i miei movimenti singhiozzando sulla funesta resa d’azioni volte ad un possibile proseguimento. Sono costretto a concentrare le mie forze, come un alchimista le distillo da ogni lacerante dolore, raccatto mozziconi d’azione …poi, con passi pallidi, m’incammino per dirigere la mia opera.
Anche se il cuore scoppia in un silenzioso pianto.

egon schiele colui che vede se stesso
Perché l’estenuante dolore catapulta la mia mente nella sorte lugubre della premonizione.
Il quadro è spettrale, nessun corpo emana luce.
Il respiro vitale di tua madre si sta necrotizzando.
Nessuna fuga è permessa all’occhio clinico che mi ha provvisto la mia arte.
Lo sguardo non si ribella all’angoscia! E’ l’inevitabile condanna inflittami dal mio occhio diabolico per proseguire la sua opera anche nell’atto mortale.

Nuvole limacciose scoperchiano il cielo, inghiottendo ogni barlume di luce. Una grondante nebbia s’inerpica lungo le pareti della casa, mentre l’umidità oleosa zittisce ogni legame con le naturali disposizioni quotidiane. Lacerante è l’arsura del caldo che lievita ammuffendo ogni respiro vitale. Vedo tua madre, la mia dolce Edith, stritolata da una morsa metallica che le attanaglia il grembo contraendolo in un ritmo straziante, intercalato da spasmi appuntiti. Il suo respiro si trasforma in un mantice frenetico, dilatato dall’avvampar dell’aria che la travolge di un implacabile dolore. Pareti fibrose del tessuto materno iniziano a crollare in un fragoroso boato.
Indecifrabile il dolore…
Macchie informi, imputridite dal rosso sanguinolento, diventano flaccide in un grasso oleoso. Fuligginose s’aggrumano rapidamente.

egon schiele la madre morta 3
Ancora qualche istante…tento di approvvigionare il mio corpo di qualche movimento solidale con la mia speranza: tu devi nascere…devo ricomporre la mia opera!
Riprendo il tuo ritratto trincerato nella solitudine perché tutto è morto vivente.
La morte è nella vita sin dal suo nascere e la vita stessa è un’esistenza per la morte.
Per morire dovrai aver prima esplorato tutte le pulsioni vitali, le dovrai sedurre, nei continui giorni destinati alla tua vita.
Tuo padre è pronto per iniziare la prima seduzione: La tua nascita.
Ma un rosso vermiglio gronda nel quadro imputridito dalla feroce verità, mentre l’occhio, il mio diabolico occhio, tenta di riprendere ogni minuto dettaglio visivo.
Scompare, rapita dal verso della morte, la dose necessaria per creare la tua immagine. Invoco la tua identità! Nessun colore si sta unendo all’altro per dare origine alla forza della tensione cromatica destinata alla tua nascita. S’annulla ogni testamento genetico, ogni cellula riproduttiva, ogni variazione coloristica di un ritratto senza volto! E il delirio soggioga il mio funesto pianto! Schizzo linee, avvampo movimenti sulla tela, ma il vuoto è insondabile!
Si affievoliscono le membra del mio corpo, l’architettura della mia anatomia, costruita da me stesso per realizzare l’esecuzione perfetta dell’opera, si sta impietosamente demolendo.
Gli indizi sono così chiari e circonstanziati… I miei colori, scolpiti su lacrime pietrose, stazionano sulla tela simile al grembo vuoto di una rancida vecchia.
Ma attendo, anche se è la prima volta che attendo…
Egon non ha dimestichezza con l’ovvio dell’attesa…
Egon agisce!
Egon non si arrende!

egon schiele autoritratto con le dita allargate

Ti chiedi chi sia il vero artista?
Ecco il vero artista! Dissacratore della morte!

Perché tutto è morto vivente.

Mia madre offrì il mio pianto al mondo in un’angusta casa della stazione ferroviaria a Tulln.

egon schiele la piccola città

Già allora, nel momento decisivo della mia nascita, il destino si stava beffando del mio travaglio, del mio doloroso travaglio per venire al mondo. Dicono che nessuno lo possa ricordare, ma nella mia memoria ancestrale, progenitrice di tutte le mie visioni, risiede l’origine della mia deriva, di quel punto lancinante in cui le mie forze vacillano mentre scrutano avidamente il baratro, il possibile baratro. Lo scrutano avidamente, saziandosi di ogni particolare perché nel tremore contratto della paura riescono a scovare un macigno che s’erge dal fondale improvvisamente. Quel macigno rosso sangue pulsa di vita…
S’erge sempre di più fino a collocarsi ad una brevissima distanza dal mio passo…
Ecco! Lo vedo ancora! Pulsa…rosso sangue…

Mi avvicino…batte forte…sempre più forte…

È la sua pulsazione…

E’ il mio cuore! Assordante, vivo, inquieto.

Trovo rifugio nella pulsazione del mio cuore, mentre i treni sferragliano in stazioni.
Mentre mio padre deraglia un’altra volta nell’ennesimo delirio.
Offuscata la sua mente, chiaro e preciso, invece, il travaglio della mia nascita!
Ora faccio parte del battito del mio cuore dentro alle radici della mia nascita.

egon schiele il mulino

Nei giorni successivi alla mia nascita, mia madre, stremata, osservava minuziosamente i dettagli del mio volto.
Forse era l’azione abituale, consona alle giovani madri allietate dalla nascita del figlio, quell’azione che diventava affine con la scoperta di quanto il figlio le appartenesse.
Ma tutto questo non rientrava in quella scena quotidiana che mia madre devolveva al mio piccolo essere.
Improvvisamente scomparve in lei il sentimento della tenerezza e affiorò con aculei pungenti un’ inquieta pietà! Questo figlio assomigliava troppo al padre! Con il trascorrere del tempo questo figlio avrebbe percorso il labirinto della follia.
I deliri di mio padre sarebbero appartenuti anche a me.
I miei primi giochi infantili sarebbero stati avulsi dalla realtà, avrei navigato in parole che nessuno sarebbe riuscito a comprendere.
Poi avrei recluso ogni labile intenzione comunicativa in un ostinato silenzio.
Ai fotogrammi dei miei primi anni di vita, la mente di mia madre ne aggiungeva altri terribilmente inquietanti di un’adolescenza nella quale avrei vissuto di collera, avrei scatenato la mia rabbia.
Proprio come mio padre.
Proprio come il verso minaccioso della follia che latrava nel grigiore diurno della nostra casa.
Sarei stato devastato dalla mia collera improvvisa, ma avrei anche pianto supplicando la mia mente di lasciarmi stare, di abbandonarmi, perché finalmente mi sarei rifocillato con una nuova provvista di pensieri non più sudditi della pazzia.
Per mia madre ero destinato ad una strana morte, senza prima aver compreso la vita.
Per vari giorni, sopraggiunse nel volto di mia madre un’esangue tristezza che scarnificava lentamente il suo volto finora impreziosito dai tratti della gioventù.

egon schiele female images

Ma già allora, comprendevo tutto! Con la mia nascita stavo rischiando di andare alla deriva.
E quel giorno porsi a mia madre il mio primo sorriso, e al senso di pietà comparve in lei il senso della sfida! Un’ intima tenerezza languì per la prima volta nel suo sguardo. Io, Egon, sarei stato un eterno fanciullo, avrei tracciato nella mia esistenza percorsi all’ apparenza insuperabili, ma avrei anche riso, in una sorta di compassione verso chi non mi avrebbe ascoltato, rifiutando l’imperativo della mia esistenza!
Io c’ero! Come mi vedevano i miei occhi!
E la mia vita era un affare unicamente del mio essere!

Egon schiele boy in multi colored coot or robe mouton

“Egon…guarda c’è il treno…lo vedi come va veloce? Chissà dove andrà?”
Era il saluto giornaliero di mia madre che si modulava con queste sue parole.
“Dove andrà?” ripeteva la mia mente
“Dove andrà?”  sfavillava il mio sguardo incuriosito
“Nei luoghi dell’ invisibile” rispondeva la mia fertile fantasia.
Invisibile per gli altri, ma non certo per il piccolo Egon, bastava solo scovare le prime forme, la loro composizione sullo sfondo di un foglio, poi le mie piccole mani avrebbero proceduto trasformando la mia mente in un’infinita tela. E più dipingevo, più il desiderio della scoperta, eccitava il mio sguardo, il tratto inquieto delle mie mani. La mia opera veniva ultimata nel presagio della fine e allora iniziavo a comporre un’altra volta, incessantemente, perché già allora tutto era morte vivente.
Ma vi erano anche luoghi invisibili il cui solo pensiero mi riconduceva all’angoscia della deriva.
Erano i luoghi della mente di mio padre.
Quei luoghi che comparivano improvvisamente quando la supplica di mio padre verso la follia, rimaneva vana.
Quel giorno, la follia di mio padre bruciò ogni mio disegno! Ero stato terribilmente punito senza nessun processo, senza nessuna possibilità di difendermi!
Ma non piansi…risi! Sì risi! In una sorta di compassione, non maledissi mio padre! Risi, continuai a ridere perché la mia arte era un affare unicamente del mio essere!

egon schiele boy with hand to face 1910

Col passar dei giorni, io eterno fanciullo, parlavo e non parlavo, seguivo il passo della gente all’apparenza focosa, e quando ascoltavo volevo vederli dentro! Dissacrare le loro mortuarie maschere. E a quelli che mi facevano compassione, a quelli che mi erano distanti anche se il nostro spazio era facilmente raggiungibile, ma volutamente distante era il loro sguardo per comprendere la forza della mia arte, portavo a loro in dono le mie domande, il mistero dei miei tormenti, lo spirito vitale della mia angoscia. Presto, alcuni di loro, riconobbero nel fanciullo Egon l’arte dello scrutatore, un’ arte, per le loro stolte menti, dannatamente perversa, in attesa di essere purificata con una sacrale vita scolastica, quella scuola senza vita, nei giorni macinati dalla supplizia del dovere. Dovevo diventare uno scolaro, cioè un morto vivente, dentro alla mia camicia di forza, con il grembiulino impacchettato a lutto!
I miei rozzi maestri furono spesso i miei acerrimi nemici! La mia arte non poteva dimorare nella loro guida! Per rivedere ogni giorno il sole generoso della mia arte dovevo gioire della mia libertà.
Ma non ero certo un allucinato isolato, un negletto della società…No! Con la mia libertà avvertivo la grande luce vibrante, il calore, il respiro degli esseri viventi, il loro arrivo, ma anche la loro inesorabile scomparsa.
Lungo i viali di eterne primavere, prima dell’infuriar della tempesta, osservavo incantato gli uccelli nei cui occhi mi vedevo riflesso, padrone dell’azzurro del cielo.

E all’arrivo dell’autunno, si presentava il mio pianto…

egon schiele quattro alberi

gli uccelli erano morti?

La loro partenza migratoria rappresentava ai miei occhi la loro morte.
Ma al pianto, all’angoscia inconsolabile, improvvisamente giungeva ad Egon, eterno fanciullo, il riso dell’estate e gli uccelli ritornavano ad acquietare i miei tormenti.
E allora ridevo! Ridevo! Sì ridevo! Perché mentre l’angoscia mi assaliva, il senso di impotenza tardava a raggiungere il suo compimento. Due sentimenti diametralmente opposti, in pochi minuti, s’intrecciavano, si avvinghiavano in un abbraccio non più mortale: piangevo e ridevo…
Ridevo, perché rivedevo lo sfarzo dell’estate, l’inoppugnabile vittoria sulla morte!
Solo più tardi, la mia mente intuì che il persister del mio pianto non era dettato dal dolore della scomparsa di anime così complementari alla mia. In realtà quel pianto invocava ancora l’inquieto presagio della morte! E più ascoltavo il funesto presagio della morte, più tutto il mio corpo invocava la vita, ne ammiravo la sua forza ammaliatrice…sognavo la musica universale del vivente!
Senza il passo della morte, senza la sua pulsazione distruttiva, io, Egon, non avrei mai potuto confrontarmi con l’Impero trionfante della Vita! E allora compresi che la morte m’apparteneva ancor più della vita!
E finalmente d’inverno imparai a dipingermi d’estate!
Continuai a sentire la natura dei miei avi, e con loro ascoltai il canto di fiori prodigiosi.

schiele field of flower 1

Col passar degli anni, alla risata di compassione, si aggiunse l’ira della ribellione contro certi corvi maledetti, definiti dai benpensanti “Alti accademici”, in realtà, dannati torturatori della mia libertà, pronti ad inquisire la mia arte con i loro maledetti verdetti! Quel giorno “il Corvo” entrò nella visione del mio sguardo, con la sua voce sempre più cupa gracchiò l’ordine: “Alzati! Togli dalle tue mani quei pennelli sporchi della tua merda! Ripeto merda!! Perché l’unico compito che si propone la tua povera mente è quello di annientare la coscienza del bene, la coscienza ineccepibile della Divina Provvidenza! Nei tuoi dipinti, anzi nella tua insaziabile provvista di deliri, racconti di essere energia pura, violenta, indomabile! Guardati! Hai mani tozze affaticate dal lungo perdurar dei tuoi deliri! Se ti ostinerai con la tua volontà di dipingere, in breve, si dissolverà la tua dannata immagine!”. Il mio ingresso all’Accademia di Belle Arti di Vienna dal benemerito Professore Christian Griepenkerl venne considerato un atto diabolico, orripilante! Col passar dei giorni il suo sguardo era sempre più terreo: “ l’allievo Egon Schiele era stato inviato dal diavolo!”
Quel giorno, dopo esser stato assalito dalle vampate d’odio del Professor Griepenkerl, scorsi una fittissima ragnatela tessuta con la sua saliva, pronta ad imprigionarmi, pronta a dissanguare lentamente la mia arte, la provvista dei miei giorni a venire. In quel momento sentii il mio corpo scomporsi, parti del corpo si stavano estraniando dalla mia mente.

egon schiele autoritratto come prigioniero

Perché? Chiesi disperato mentre tentavano la loro fuga. Ma la risposta si celava in una sorta di rassegnazione: non erano più in grado di isolare il nemico, “l’Arte dei benpensanti”, per poi sconfiggerlo con la profonda pulsione dell’istinto creativo che il mio corpo padroneggiava fin dalla mia nascita. Ecco! Il mio corpo in fuga mi stava suggerendo che per rimanere intatto alla mia arte, essere simmetrico con la mia opera, aveva il bisogno di ritornare allo stato primordiale della formazione del mio essere, in quell’ amalgama di pulsioni dell’eros dentro al nucleo della morte. Rassicurai ogni parte del mio corpo testimoniando la mia assoluta decisione: sarei ritornato alla completa solitudine, ma non era reclusione la mia, né istinto di sopravvivenza…era semplicemente la formazione del mio essere, le linee evolutive del mio autoritratto.

egon schiele autoritratto

Avevo il bisogno impellente di osservarmi, di provare a definire le pose che avrei riprodotto nei miei quadri. Mi guardavo, mi scrutavo avidamente davanti al grande specchio regalatomi da mia madre dal quale iniziai a non separarmi mai. Più mi osservavo, più mi sentivo costretto a guardarmi internamente e a scoprire cosa volevo che avvenisse in me, fino a dove arrivavano le mie possibilità a percepire la formazione del mio essere, di quali sostanze misteriose il mio autoritratto fosse costruito. Ma per conoscermi dovevo penetrare nel profondo la conoscenza degli esseri viventi, mentre in silenzio la mia follia mi concedeva di ritornare allo stato originario del mio eros penetrante, libero nella sua realtà più inconscia e vera.
Più ero libero più avvertivo la luce vibrante, la musica universale del vivente.
Sentivo quella musica sempre di più e la vivevo scoprendo corpi dai molti volti.
E ritornava il mio eterno sognare, colmo dei più dolci eccessi dell’esistenza.
La nudità dei corpi eccitava il traguardo della mia libertà…
Mi avvicinavo a loro in tempi diversi, mentre tutte le pulsioni del mio corpo, prima in profondo raccoglimento, tendevano al massimo spasmo, alla massima penetrazione della mia libertà.
Finalmente parlavo la lingua del Creatore! Vivevo il respiro degli esseri viventi, la loro evoluzione così fulminea, intensamente eccitante nella bramosia della mia conquista!
Il mio corpo improvvisamente diventava il mio inconscio! Folle, trepidante, ma anche specchio di latenti dolori.
Perché nel tramonto del fulgido respiro, riascoltavo il presagio della morte…

egon schiele l'abbraccio

E allora la tensione della mia forza ritornava nella sua discesa, nel suo stato originario.
Ma era solo una fine apparente, perché più percepivo l’angoscia dell’abbraccio finale, più il mio corpo ritornava a vivere… perché tutto è morto vivente!
Ritrovavo il suo sorriso, il suo inconscio, le sue mani instancabili, la frenesia del desiderio.
Si rinnovava La tempesta dei nostri sensi pronta ad acquietare l’angoscia della fine.
Eros e Thanatos: l’abbraccio continuo nella mia vita, nella mia arte.

E ora, figlio mio, ti chiedi che cos’è il genio?
Assomigli a tuo padre?

La loro lingua è quella degli Dei, per essi tutto è canto, ed è divino. Le loro arti sono quei fiori che colgono nei giardini, vivono nell’aria in melodica esistenza. Nulla di ciò che affermano hanno bisogno di sondare, perché sono scopritori divini, altamente dotati, lavorano col corpo e con la mente e godono i giorni della primavera. E allora siamo perenni sognatori, colmi d’un tracimar dolcissimo di vita e follemente viviamo! Siamo eterni fanciulli.
Anche tu figlio mio, opera mia, dirai: “Io esisto per me e per coloro ai quali l’inestimabile sete di libertà che ho in me dona tutto! Ed esisto anche per tutti, perché amo! Sono il più nobile tra gli spiriti nobili e quello che più ricambia tra chi ricambia”.
Mi chiedo se sarà proprio così… Sarò ancora dissacratore della morte?
Della tua morte?
Osservo di nuovo la mia opera “La famiglia”, opera che composi quando ebbi in dono da tua madre la notizia della dolce attesa. Io, tuo padre, suo esecutore, ora mi chiedo perché in quest’opera nessuno guardi l’altro, a chi sono rivolti i nostri sguardi?

Egon schiele la famiglia

Ma la risposta, oggi, non rimane più vana.
L’altare della guerra ha nutrito la tua morte, facendo sprofondare il mio dolore nella testimonianza di due duplici angosce: mio figlio che appartiene al regno dei non nati…
Mia moglie, tua madre, che ora appartiene al regno dei morti.
Ma per appartenere al regno dei morti, dobbiamo necessariamente aver abbracciato la vita.
A te non è stato concesso nemmeno l’esistenza di un unico abbraccio: mio e di tua madre.
Ma se tutto è morto vivente…
Tutto ritorna a vivere…

Ascolta figlio mio…
Tuo padre compirà la sua opera, il tuo ritratto, nel respiro di una nuova vita…
Nell’atto della tua creazione, io esisto.
Non piangere…non vivrai nel respiro delle tenebre.
Sono ancora un eterno fanciullo.
Ora vieni… fai con me questo gioco della mia infanzia.
“Ci sono due farfalle”
“Papà le vedo…”
“Mi stai parlando figlio mio, senza aver bisogno dei miei colori…tu sei già il tratto vitale che appartiene solo a te. E sei l’unico che riesce a comprendermi”
“Ecco due farfalle, le vedi? Tuo padre, Egon, è piccolo come te….
Cammino, passeggio oltre alla mia casa.
E oltre alla stazione ferroviaria di Tulln, il piccolo Egon, incontra un campo verde, vivo nella sua bellezza…
Ma il contrasto è forte, dirompente, violento!
Perché vicino al campo verde sosta il cimitero del paese, mentre le urla di mio padre inveiscono tutta la sua pazzia…Egon , il piccolo Egon, le sente!

egon schiele paesaggio con corvi

Sente le urla del famelico padre! Urla, urla, pronte a divorare il cuore di Egon.
No! Non ascoltarmi! Perché la mente di tuo nonno, l’ho scoperto dopo, era flagellata dalla sifilide, quella maledetta Dea travestita da donna che aveva mutilato il suo orgasmo, sì! Concesso qualche vampata d’orgasmo e in cambio la mutilazione della sua mente! Brulicavano i vermi nella sua mente, producendo gallerie, anfratti misteriosi, inaccessibili alla sua coscienza. E poi le urla! E poi…

le due farfalle, il verde del prato…
ecco…socchiudevo gl’occhi, sempre di più…

sempre di più…diventavano una sottile striscia d’orizzonte e il verde trionfava nel volo delle farfalle.

il mio occhio, il mio cuore, vedeva le due farfalle e una distesa infinita di verde…
Il cimitero non c’era più.
Mio padre non aveva più nessun delirio…
Mio padre era una delle due farfalle!

Ora mi vedo sai…
Sul lago del pesco odoroso di muschio, scivola tra la spuma dei colori dell’arcobaleno un solenne, placido armonioso cigno…
Non ho bisogno di attenderti…
Perché ritorna il “nostro eterno sognare”…

E tutto è morte vivente

egon schiele paesaggio bohemian landscape

 

Perché questo mio scritto?

Mi trovo in un luogo dove il tempo è consacrato alle opere di Egon Schiele, al suo ritmo frenetico, esasperante ma decisamente appagante.

Sono dentro al flusso continuo dei suoi quadri…

Osservo ogni minimo dettaglio della sua opera “L’ abbraccio”…

tento di rapire più indizi possibili per penetrare i dubbi tormentati dell’opera “La famiglia”.

Volutamente entro nel vortice dei suoi colori, delle sue linee inquiete che mi conducono nella sua tempesta.

Non ho paura di cadere in nessun baratro, perché quel vortice pulsa di emozioni vive,

forti, dissacranti!

Sono pronta ad ascoltare le sue parole: “Scoprimi…perché tutto è morto vivente!”

So che se riuscirò ad esplorare le sue parole, scoprirò la vera formazione del mio essere, il mio vero autoritratto

E finalmente dopo essermi seriamente documentata, apro il mio sipario…

entro nel palcoscenico della mia vera esistenza, e nell’abbraccio con le mie parole creo e vivo questo mio scritto, perché nella trama tessuta dalla fantasia del mio racconto

“Tutto è morto vivente in un perfetto equilibrio!”

foto adriana vestita da polinesiana 2

quadri postati: la famiglia (1918)- autoritratto con mani sul petto (1910)- ritratto figlio di Anton Pescka (1918)- colui che vede se stesso-l’uomo e la morte (1911)- la madre morta (1910)- autoritratto con dita aperte (1911)- piccola città (1915)- Il mulino (1914)- madre e bambino (1912)- ritratto di un  bambino (1916)- ragazzo con mani sul volto (1910)-quattro alberi (1917)- campo di fiori (1910)- autoritratto come prigioniero(1912)-autoritratto: nudo maschile accovacciato (1917)- gli amanti (1917)-paesaggio con corvi (1911)- Bohemian landscape (1910-1911)

brano musicale: Alexander Scriabin: piano concerto in F sharp minor – opera 20 – andante

La scelta di Scriabin non è stata casuale.

Scriabin: eversivo, demolitore, irrazionale! Così qualche critico ha definito la sua musica. Ma dentro l’irrazionale vi sono verità profonde.

A presto

Adriana Pitacco

19 pensieri su “Tutto è morto vivente in un perfetto equilibrio

    1. E in questo mistero il nostro passo vive l’incanto della scoperta!
      Ecco, carissimo amico, ogni volta che vivo le mie parole e arrivo alla fine del mio scritto sento che in me si rinnova il dono della nascita!
      E il moto perpetuo della vita si fa immensità!
      Un grazie sincero e un augurio di un felice fine settimana
      Adriana

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  1. Devo leggere e rileggere più volte il tuo articolo per capirlo meglio perchè è densisssimo di significati e suggestioni.
    Ma il brano di Skrjabin che hai scelto è a dir poco intenso e meraviglioso! E volevo dirtelo subito.
    Grazie cara Adriana e un abbraccio!!

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  2. Non mi stupisce affatto che Schiele abbia subito dei tentativi di lavaggio del cervello da parte del professor Griepenkerl, volti a convincerlo che era una nullità. Si tratta infatti di una situazione molto frequente: in qualsiasi campo, quando qualcuno dimostra un grande talento, ci sarà qualcun altro che proverà invidia per quel talento, e cercherà di distruggerlo facendogli perdere sicurezza nei suoi mezzi. E’ capitato anche a me, ma per fortuna questo tentativo di manipolazione psicologica non ebbe successo: un po’ perché la persona in questione non aveva un grande talento nel fare il lavaggio del cervello, un po’ perché ho sempre avuto una consapevolezza delle mie qualità e dei miei difetti indipendente da ciò che gli altri dicono e pensano di me. Se tutti noi imparassimo a non farci condizionare più di tanto dalle opinioni altrui e a fare in modo che non siano queste a definire ciò che siamo, sono convinto che saremmo tutti più sereni.

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    1. Le tue splendide parole rispecchiano il tratto distintivo dell’essere veri uomini nella strabiliante forza delle nostre idee!
      A lungo ho combattuto contro l’ipocrisia della gente dettata da un falso moralismo frutto di pregiudizi. Nella mia vita ho sempre detestato quelli che io chiamo ” I santoni della verità”, con poche parole si sentono i veri “dignitari” della saggezza! Li ho sfidati con le splendide parole di una donna che ho teneramente amato: mia nonna Adriana, alla quale mia madre ha dedicato la mia nascita.
      “Ricordati piccola, sii sempre te stessa! E’ la vera ricchezza che possiedi!”
      Un grazie infinito e un augurio di un felice fine settimana
      Adriana

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      1. Tua nonna era una donna molto saggia, e hai fatto bene a fare tesoro dei suoi insegnamenti. Grazie a te per la risposta, e buon fine settimana anche da parte mia! 🙂

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  3. un lungo monologo sconvolgente. Non sei mai stata così intensa. Sto scrivendo una storia che parla di famiglie con segreti atroci e fantasmi, e per questo mi sono collegata parecchio. Ti sei spinta fino in fondo per scrivere questo pezzo. Evidentemente questo pittore tocca molte delle tue corde.
    Dovrò rileggerlo, ha molti piani di lettura, e conserva dei segreti.

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    1. Le tue parole sono profondamente vere e testimoniano quanto sai comprendere le mie parole. In ogni mio scritto vive una parte di me ed in questo vive il duello tra Eros e Thanatos, ma sta a noi trasformare questo duello in un profondo atto d’amore che culmina nell’atto della nascita di un figlio o ancor meglio nella piena consapevolezza della vita.
      Ho iniziato questo mio scritto vivendo le opere di Schiele all’Albertina, al Leopold Museum, in un vortice che continuava a pulsare di quel rosso sangue che vive nell’apparente follia di Egon Schiele.
      Quanto ho pianto, quanto ho vissuto, mentre entravo nella mia storia!
      E alla fine la grande felicità di averla vissuta fino in fondo.
      Un grazie infinito e un augurio di un felice fine settimana
      Adriana

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  4. Carissima Adriana, poetessa di musica e di arte,
    Di fronte alla profondità del testo, sia dove narri di Manet sia dove appari sul palcoscenico della tua esistenza, sia infine nelle tue risposte ai commenti, io non posso che tacere e senza vergognarmi far parlare il ragazzino tredicenne che risponde al nome Alberto Bevilacqua, che dedicò a sua madre , tra le tante poesie scritte poi in età adulta, anche questa:

    LUMINESCENZE DAL PROFONDO

    acqua ad acque materne corona
    … una donna incinta si bagna la pancia nel mare
    il feto scalcia per spezzare l’incantesimo

    portandomi per aggiungere mare
    alle tue acque materne
    ti fu tentazione
    l’andare oltre nel sole
    sprofondare
    … tu sola madrina
    del tuo essere madre
    né compagno né marito ad assisterti da riva
    ero
    il tuo piccolo “sì”
    ai “no” della vita
    cominciando insieme a balbettare il tuo primo
    linguaggio di madre
    essenziale
    al primo battere delle mie vene
    … strategia di affondare
    agli ultimi gradini e ai limiti estremi
    incanti del profondo
    per farmeli poi risalire
    con il loro coro abissale

    – ancora mi fai paragone
    con la vita troppo grande
    che non poteva starci tutta nel tuo ventre,
    al massimo un’imitazione
    a miniatura, un’illusione fondata:
    ed eccomi

    – io cerco un ventre
    orgoglioso e umiliato
    per morirci teneramente
    come ci sono nato.
    da “Le poesie”, Ediz. Mondadori, 2007
    Inutile sottolinearti che ci sono versi che non rispondono alla tua vita vera. Ma sono rari e da leggere come simbolo di una condizione che spiritualmente potrai apprezzare e di certo condividere.
    Ti abbraccio con infinita stima e affetto.

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    1. Caro amico, le tue parole mi hanno realmente commossa, parole che desidero riportare: “Io non posso che tacere e senza vergognarmi far parlare il ragazzino che risponde al nome di Alberto Bevilacqua.”
      Il tuo silenzio rappresenta la vera essenza del poeta! Nel silenzio il poeta vive la contemplazione della bellezza…nel silenzio nascono le sue creature poetiche e nel silenzio vive il desiderio di far condividere agli altri sguardi le altrui bellezze, come la poesia di Alberto Bevilacqua.
      Vi sono parole che unite nella loro melodia visiva dipingono veri e propri quadri.
      Sì! Perché la parole dei poeti (e tra questi metto anche la tua presenza) hanno il dono di creare un vero e proprio dipinto che il lettore osserva ammaliato dal suo fascino. E’ quanto mi succede ogni volta che leggo le tue poesie e questa magia, puro incantesimo, l’ho vissuta con questo tuo dono: la poesia del grande Bevilacqua.
      “Tu sola madrina
      del tuo essere madre
      né compagno né marito ad assisterti da riva
      era il tuo piccolo sì
      ai no della vita
      cominciando insieme a balbettare il tuo primo linguaggio di madre
      essenziale
      al primo battere delle mie vene
      strategia di affondare
      agli ultimi gradini e ai limiti estremi
      incanti del profondo
      per farmeli poi risalire
      con il loro coro abissale”

      La vita nelle acque del mare materno…
      quelle acque che con la nascita s’aprono alla riva, al domani, alla dimensione umana del tempo.
      Ma è alla fine della dimensione umana del tempo che ritorna il canto ancestrale del lontano mare, nel desiderio delle parole di questa meraviglia “Io cerco un ventre orgoglioso per morirci teneramente come ci sono nato”
      Un grazie infinito e un augurio di un felice fine settimana
      Adriana

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