Cosa rimarrà di me?

malinconia1

Caro Jaeger,

sono giorni che mi ostino a dipingere il cielo, a osservarlo con il mio occhio, la mia anima.  Sto diventando uno strano astronomo, uno scienziato che si occupa di un pianeta all’apparenza conosciuto da molti, raggiungibile dalla mente umana, un pianeta dai confini delineati, precisi. Questo pianeta appare per un circostanziato arco di tempo, ci offre l’illusione di conoscerlo per poi sparire nel vortice di un moto irraggiungibile, sconosciuto.

Questo pianeta non è nient’altro che il destino della vita, mistero dell’uomo. E mentre osservo il cielo, mi trasformo così in un “astronomo della vita”, voglio riscoprire le parole che tu, anarchico ribelle, hai conferito fin dall’inizio alla nostra amicizia, alla verità della nostra esistenza, senza false illusioni, senza tradimenti di false ideologie dettate dalle dottrine del tempo.

“Ricorda Edvard, ogni uomo deve saper progettare la propria esistenza, ogni uomo deve eliminare dal proprio vocabolario la parola destino, perché esiste una morte diversa da quella naturale: la morte dei nostri sogni, la morte delle nostre idee. Questa è la vera e unica morte. Ti sei mai chiesto perché nessuno ne parli? La rinnegano, Edvard…fanno finta che non ci sia, mascherano una finta indifferenza. Riconoscerla significa mettere a nudo la nostra vita, la nostra apparente tranquillità. Siamo realmente ciò che vogliamo che gli altri vedano di noi? O dentro a questa nostra misera offerta, stiamo vivendo la nostra inesorabile morte? Ti sei mai chiesto che cosa significhi la fedeltà dell’amicizia? Quando tu comprenderai la tua vera morte dimostrerai il tuo vero volto…

Quel volto rimarrà leale e fedele all’amicizia. Non saremo più volti d’illusione ma vita vera, senza tradimenti, senza tradire noi stessi.” Oh caro Jaeger, quanti benemeriti critici hanno tentato di profanare le tue parole, di tumularle in qualche luogo inaccessibile gridando allo scandalo! Un pazzo anarchico pronto a trucidare l’alto valore della morale! Ma ora, Jaeger, tocca a me il compito di scrivere i miei pensieri, raccontarli in quello che tu chiami “il diario dell’anima”.

Sono pronto…

Il mistero di quest’uomo si presenta a te…

Con i miei quadri ho riscritto la mia vita…

Ora tocca alle parole…

Perché finché scrivo so che esisto, che riuscirò a sconfiggere di nuovo questa maledetta angoscia, che ritorna sovente dentro alla domanda che forgia la mia esistenza.

“Cosa rimarrà di me? Chi vivrà il racconto dei miei quadri?”

Dove me ne sto andando, Jaeger?

L’assillo dell’oblio, funesti pensieri, presagio della fine…

A volte, sono convinto di aver ereditato fin dalla nascita due dei più spaventosi nemici dell’umanità: il patrimonio della follia e della consunzione.

ritratto munch

Mi credi, Jaeger?

Ritorna una luce pronta ad acquietare i miei tormentati dubbi. Avvampa la luce dei ricordi, dentro allo sguardo ritrovato della mia infanzia, nella risata spensierata di Sophie. Rivedo le sue piccole mani in volo…

Io e lei…nati dalla stessa madre…

Io e lei…pronti a duellare contro il grigiore funesto che celebrava trionfante la vita a Christiania.

Con lo sguardo della meraviglia, ci incantavamo ad osservare i nostri colori, il nostro passaggio di linee nel creare divertenti ritratti, nel comporre il volto della felicità.

Tra i due, Sophie, era la prima ad ascoltare i consigli di nostra madre, attenta e premurosa nell’indicarci la via migliore per raggiungere con i nostri disegni un’intima e spensierata allegria. Ma la piccola Sophie iniziava a tratteggiare sul foglio la melodia della felicità, solo dopo aver osservato come nostra madre diventasse improvvisamente altera, regale, meravigliosamente fiera, nel proclamare a sé stessa l’impegno a non tradire nessun’ ombra di tristezza, nessuna velatura di rimpianto. Perché finalmente quelle piccole mani che galoppavano sul foglio trasformato in prateria, riuscivano a schernire quel maledetto grigiore funesto che da tempo ottenebrava la nostra famiglia. Quel nefasto grigiore che, ben presto, avrebbe trasformato la nostra risata infantile in un peregrinare di giorni luttuosi. Le mani di nostra madre invece erano mani usurpate dal freddo, dall’acqua malsana di quell’unico canale adibito ai lavaggi dei miseri vestiti delle  famiglie povere di Christiania. Le sue, erano mani deformate dall’urlo soffocato della miseria. La paga percepita da mio padre era molto bassa, eravamo costretti ad una perenne povertà. “Sai Edvard…io non morirò mai…i colori non moriranno mai…vedi…io sono un colore!” Queste erano le parole di Sophie, che giungevano sempre alla fine dei suoi disegni. Ma quale segreto nascondevano le sue parole? Cosa scopriva mentre osservava nostra madre? Da dove nasce questo mio senso di inquietudine?

Oblio, amore, paura, vita, morte…

Dimmi Jaeger…Com’è possibile vivere la paura dell’oblio nel fulgore della vita?

O forse la risposta sta nel mio convincimento che la mia arte ha le radici nelle mie riflessioni sul perché non sono uguale agli altri, sul perché ci fu una maledizione sulla mia culla, sul perché sono stato gettato nel mondo senza poter scegliere. Anche per Tulle, non ero uguale agl’altri…

Anche Tulle iniziò a detestare le mie paure, ridicolizzandole, creando addirittura per loro il teatrino del divertimento.

La mia amata Tulle, quel giorno, preparò perfettamente il suo macabro scenario, trasformò il suo volto, il suo corpo, in una maschera funeraria. Aprii la porta e la ritrovai dentro ad una bara costellata da candele. Sconvolto urlai il suo nome, supplicando per la prima volta Dio, di non lasciarmi solo, di allontanare la morte da chi mi aveva donato il mistero dell’amore, perché nonostante il nostro “inseguirci e fuggire”, Tulle rappresentava la mia storia d’amore.

ceneri

Piansi disperato.

Piansi senza accorgermi che un leggero tremore si stava profilando sul volto di Tulle. Era il tremore sopito che, da lì a poco, avrebbe annunciato la risata beffarda, non più trattenuta, con la quale Tulle metteva a nudo il suo piano. E la sua maledetta recita si concludeva così: “Sapevo che saresti venuto. Vedi Edvard …si può ridere anche della morte…” Soffocai l’urlo, mentre la rabbia devastò la stanza, mi trasformai rapidamente in un acerrimo soldato pronto a combattere fino alla fine il suo nemico. Un uccello da preda si era fissato dentro di me, i suoi artigli erano penetrati nel mio cuore, il suo becco aveva trafitto il mio petto e il battito delle ali aveva offuscato il mio cervello. Ma chi stavo in realtà combattendo? La macabra farsa di Tulle o un’antica eredità che aveva infierito nella mia mente, fin dalla mia nascita?

La maledizione del dolore? La maledizione della morte?

A cinque anni vidi lo scempio della morte sul bellissimo volto di mia madre.

La morte diventò padrona del suo respiro e fu particolarmente abile nello sconfiggere ogni possibile tentativo di ripresa del suo dolcissimo volto stremato. La morte richiuse mia madre in una bolla d’aria di un pesantissimo scafandro. Inutili furono i miei sforzi nell’aprire lo scafandro, nel porgere a mia madre le mie lacrime di bambino per farla vivere ancora accanto a me. Non servirono nemmeno i disegni miei e di Sophie.

L’aria si consumò mentre mia madre stava perdendo il respiro della vita, mentre mia madre, qualche istante prima di morire, riprese solo per noi figli il suo tono regale, il suo sguardo fiero nel chiederci di continuare a far galoppare le nostre piccole mani sul foglio magico della vita per raccontare il mistero dell’esistenza.

Ma dopo la morte della nostra adorata madre, scomparve in Sophie ogni intenzione comunicativa con il tratto grafico.

la bambina e la morte della madre 1

Vuoti furono i suoi fogli, s’ammutolì la sua splendida voce. Iniziò a girovagare da una stanza all’altra della casa per poi correre, uscire in giardino, e scrutare il cielo per un tempo scelto solo da lei. Il mistero del tempo doveva appartenere solo a lei; quel mistero sarebbe diventato esclusivamente suo, di Sophie, della piccola Sophie, l’unica custode del tempo, l’unica custode del suo destino. Mentre la osservavo scrutare il cielo, intuivo che mi supplicava di aiutarla, di scovare assieme a lei, nell’infinito cielo, una nuova stella, un nuovo pianeta pronto ad accoglierla, pronto a non farla cadere nella voragine dell’oblio.

Improvvisamente dentro al suo sguardo malinconico, Sophie, si dimenticava di farsi ricordare e nessun colore era in grado di farle vivere la sua esistenza. A volte mi chiedo se in quel gioco di colori, nella nostra conquista di un tratto sempre più rappresentativo della realtà, ci stavamo comunicando il nostro testamento, la nostra intima, dolorante, eredità. Per lunghi giorni, sentimmo l’odore della malattia di nostra madre, l’odore della morte aleggiava in ogni stanza. Ascoltammo il suo passo nei tormentati silenzi di nostro padre, sempre più cupo, sempre più irraggiungibile.

Stavo ereditando il patrimonio della follia.

Poi un giorno, di fronte allo sguardo struggente di nostro padre, porsi a Sophie il mio nuovo colore…le offrii in dono un foglio bianco.

Quel foglio non rimase più anonimo, Sophie ricominciò a disegnare.

Disegnò il volto di nostra madre. E così scoprimmo il nostro pianeta, la nostra nuova stella. Lo trovammo nelle linee melodiche dei nostri disegni…Insieme, ancora insieme, il destino ci riservò di nuovo la forza dei colori, la forza dei nostri racconti. Ma tu, amico mio, ben conosci il destino che travolse il nostro racconto, che mi portò via per sempre Sophie a soli quindici anni.

La morte l’attese per giorni…

primavera

 

Aspettò il decorso nefasto della tisi e mi concesse una squallida provvista di giorni affinché potessi assistere all’avanzar della malattia, al progressivo e rapido indebolimento di Sophie fino al suo pallore esangue, alla sua tosse striata di sangue, al tremore delle sue mani. Per la morte, io, giovane adolescente, dovevo raggiungere la piena consapevolezza del decorso della malattia. Spesso mi chiedo se sia stata la morte a guidarmi alla convinzione che senza paura e malattia, la mia vita sarebbe una barca senza remi.

Con la morte di Sophie volevo morire anch’io, ma al desiderio di morte si susseguiva l’impulso ancestrale a vivere. E così, giovane adolescente, già allora, mi sentivo sospeso tra il desiderio di morte e la volontà di vivere. Quale dei due prevalse non me lo chiesi mai. Con il passar dei giorni, desideravo che nel tempo destinato al futuro, potessi riuscire a far vivere i miei colori, i miei dipinti. Ma per far questo avrei dovuto rendere visibili le forze dell’anima, il mio dolore, i miei tormenti. Solo così i miei quadri sarebbero diventati eterni. Solo così avrei potuto sconfiggere la morte.

Già allora ero in preda dei miei deliri? No, Jaeger…perché in quel fortissimo desiderio prevaleva la vita…E Sophie, la mia incantevole Sophie, sarebbe rimasta per sempre con me.

Da allora vivo con la morte.

Mia madre, Sophie…mio nonno…mio padre…

“Ucciditi e poi è finita…perché vivere?” A volte queste sono le uniche parole che riesco a scrivere, a raccontare.

Ma poi trovo la risposta nei miei quadri, i miei racconti, quelli che tu chiami “le tele dell’anima”. E allora vivo per raccontare …voglio dipingere uomini e donne che hanno respirato, sofferto e amato. Voglio che la carne prenda forma e che i colori vivano.

Caro Jaeger, tutto ciò che ho da dire sono i miei quadri: senza di essi non sono nulla. I miei quadri sono i miei diari. Credo che nessun pittore abbia vissuto il tema del dolore, della malattia, fino all’ultimo grido di dolore come quando ho dipinto il mio quadro “La bambina malata”.

la fanciulla malata 1

Ho ridipinto questo quadro molte volte, ho raschiato il colore perché doveva diventare il corrispettivo ottico della malattia di Sophie. L’ho diluito con la trementina, ho cercato parecchie volte, di riprodurre esattamente la mia prima impressione, perché non ci si salva dimenticando. Nel mio quadro ho portato a verità le parole del nostro caro Kierkegaard: la sua filosofia e la mia pittura si compenetrano in questo mio quadro. “Ripresa e reminiscenza rappresentano lo stesso movimento ma in direzione opposta, perché ciò che si ricorda è stato, ossia si riprende retrocedendo, mentre la vera ripresa è un ricordare procedendo.” In questo ricordare procedendo ho preso possesso di me stesso. La verità, come ci insegna Kierkegaard, è interiorità.

Io, posso conoscere me stesso solo con i miei quadri…

Ed è per questa mia verità che ho voluto mettere a nudo il dramma della morte di Sophie anche nel mio quadro “Morte nella camera della malata”.

al capezzale del defunto 1

Ho ritratto ognuno di noi isolato nel proprio dolore, nel proprio dramma. Siamo ritratti in età adulta e non in quella che avevamo al momento della morte di Sophie, perché la sua morte, l’immenso dramma, avrebbe perdurato nel tempo.  Ho rappresentato quadri di solitudine racchiusi nel quadro maledetto della morte, dentro allo spettro dell’incomunicabilità del dolore. In quel tragico momento, ognuno di noi viveva nella più completa solitudine la morte di Sophie. Forse avevamo l’estremo bisogno di ascoltare il nostro dolore. E mentre ascoltavo il mio infinito dolore compresi che volevo vivere e non semplicemente esistere.

Cosa sarei senza le mie sofferenze? I miei drammi? Sai Jaeger, ho considerato che non voglio rinunciare alla sofferenza. Quanto debbo a lei nella mia arte! E’ grazie a lei che voglio restituire sacralità alla vita.

Ti sembra strano, Jaeger? Voglio rendere sacra la vita mentre vivo il tormento di questa maledetta paura che mi assilla da giorni: la paura di cadere nell’oblio.

Spesso sento di seguire un sentiero lungo un precipizio, una voragine senza fondo.. salto da una pietra all’altra. Qualche volta lascio il sentiero per buttarmi nel vortice della vita. Ma poi ritorno in questo sentiero, sul ciglio del precipizio.

Oh Jaeger…come le sento ancora le loro risate beffarde, le loro parole, lance acuminate, pronte a squartare la mia arte. Quell’articolar di suoni ossessivi, mi flagella nuovamente la mente, la percuote, prolungandosi nell’eco del mio dolore, un sottile ghigno intento a far sbraitare le loro parole in un ritmo assordante, cupo, minaccioso. Quegl’individui si accalcavano di fronte alla mia opera “La bambina malata”, esposta per la prima volta, solo per trucidarla.

Vedo di nuovo la loro torbida risata, pronta a violentare ogni  intimo colore rappresentato sulla mia amata tela, a far morire di nuovo la mia amata Sophie, il mio quadro, il mio immenso dolore.

In quel periodo stavo trascorrendo la mia vita sospeso a metà tra la realtà e il sogno. Gli uomini l’avevano capito e, mentre la mia anima era lontana, si accanivano come belve sul mio corpo indifeso. Si ostinavano a dichiararmi un “inutile malato di mente”, un “povero allucinato”,  un “imbrattatore di tele”. Capisci Jaeger? Si stavano beffando di me! Stavano oltraggiando la morte di Sophie, la vera rappresentazione del mio dolore. Ho sempre conosciuto me stesso con i miei quadri, dentro al mio dolore. E con il quadro sulla morte della mia amata Sophie, ho dimostrato il coraggio di rivivere il mio dolore. Ma è il mercato a rovinare l’arte, le pretese che i quadri facciano un bell’effetto appesi alla parete, continuavo a ripetermi, mentre un’ostinata domanda si presentava con angoscia ad ogni mio risveglio: “Sarei caduto per sempre nella voragine dell’oblio? Chi avrebbe ascoltato il racconto autentico delle mie opere?” Sai…c’è ancora un segreto che ti voglio svelare…nel momento in cui pensi di non farcela più, quando ascolti dentro di te il presagio della morte delle tue idee, della tua vita, il destino ti riserva per l’ultima volta una chiave misteriosa, una chiave per entrare in un mondo fino allora inaccessibile. O forse un mondo che prima non ti apparteneva. Oh… Jaeger… è l’emozione più forte che abbia mai vissuto! E tutto incominciò da quel lieve fruscio che screziò l’aria soffusa da un vellutato passo.

Rividi la mia amata sorella.

quadro volto sophie

Sophie uscì dal quadro, uscì dal dipinto tessuto dalla tavolozza di verdi pallidi e di malinconici marroni. Solitarie lacrime velavano il suo volto chiedendomi di ricomporre la mia esistenza. Questa volta sarebbe stata lei a trovare un nuovo pianeta, una nuova stella che cullasse i miei tormenti, che mi riportasse al vero motivo della mia nascita.

Non ero più solo…

Sophie mi offrì in dono le sue ultime parole…

non l’avrei più rivista, ma le sue parole rimasero eterne.

“Mio creatore, amatissimo Edvard, vieni qui accanto a me…risiedi tra le mie labbra solo per ascoltarmi e trovar risposta ai tuoi dubbi, alla tua angoscia. Ti sei mai chiesto che cos’è il dolore Edvard? L’annientamento di noi stessi, la nostra vita che si perde in labirinti inesplorabili per ricercare il consenso altrui. Ma ora rispondimi… Come vuoi vivere? Annaspando continuamente nell’intento di far aderire la tua opera allo sguardo dei vari passanti, di chi l’afferra e la tormenta nell’isola della morte, nell’isola destinata a consacrare il successo? Ma tu, dove sarai? Sarai catapultato nel vortice ossequioso degli applausi per sentire che la tua opera sarà diventata un’opera compiuta, perfetta per i commenti, per le parole fornite da qualche critico di circostanza. Ma sarà ancora l’arte il convincimento della tua esistenza? E allora tu vivrai perché gli altri te lo consentiranno, perché il successo idolatrerà ogni tua creazione. Sarà proprio così? …Ora prova a dare un’immagine, una vera immagine alla tua interiorità. Prova a seguire il tuo destino, tenta di svelarlo con l’incalzar del tempo, in quel consenso con la morte che ogni uomo deve dare alla fine della propria esistenza. Quali pensieri vivrai nell’atto finale della tua vita?”

Improvvisamente sentii il tempo fermarsi, si annichilì nella sorte di duplici destini. La morte mi offrì la visione del suo passaggio. Emigrai nel corpo della mia vecchiaia; si rimodellò il mio volto, si smembrarono i lineamenti della mia gioventù, si persero in un eco muto, senza ritorno. Si sigillò la bellezza nello scrigno del tempo passato, mentre si mimetizzavano i miei lineamenti con il passo della morte. Ma si sdoppiò la vita, mi ritrovai di fronte a due esistenze diverse: l’una consacrata alla ricerca vana del successo, l’altra a conseguire la mia arte. Non ero più un unico Edvard, ma due individui opposti, due racconti di vita che si rinnegavano a vicenda: impossibile ogni tentativo di stabilire un accordo, l’uno rifiutava l’altro in una sorta di odio remoto, mentre la morte porse a loro un’inquieta domanda: “Chi sono?”

“Un fruitore di successo!” rispose la mia prima identità.

Diabolica la morte la schernì, rise di un riso sfrenato, perché la domanda infieriva su un corpo malandato, su una mente abbandonata al delirio di una vita vana, alla tormentata ricerca del successo. Si pietrificò il giorno, mentre le domande scarnificarono l’ultimo istante di vita. “Cos’ho vissuto? Cos’ho vissuto?” ripeté la prima identità tentando di devolvere ogni sforzo a rintracciar la risposta. Ma penetrò il vuoto, raggelando il silenzio. Non s’udì più nessun respiro. Nel sudario della fine non si trovò nessuna risposta. Solo la morte assaporò l’inganno…

Osservai rimanere in vita la seconda identità, la mia seconda esistenza e ascoltai le sue dolci parole: “Vivo fino all’ultimo istante il racconto della mia arte.”

Vidi quest’uomo specchiarsi sulle stelle che si prodigavano a rischiarare l’ultimo nato, l’ultimo suo quadro ancora in procinto di esecuzione. Poi all’ultimo rintocco del tempo, sgranò gli occhi e con lo sguardo di un bambino, velato di meraviglia, offrì alla morte l’ultimo bacio, l’ultimo consenso, sicuro di aver realmente vissuto nel gioco sapiente della vita, all’origine dell’uomo.

Foto:16.03.1999

Oh…Jaeger…Quell’uomo ero io…Sophie, mi aveva donato la chiave, finora misteriosa, che mi concedeva di aprire il mondo della mia nascita, il motivo della mia esistenza. Da allora so che il sentimento presente fin dalla mia infanzia, di una sanguinosa ingiustizia, rappresenta la base dell’inclinazione presente nella mia arte.

Non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto…

E vivo, per raccontare il diario della mia anima…

Lo racconto anche in questo luogo, da dove ti sto scrivendo…

In questo luogo, dove le mie parole vanno oltre il visibile….

Lo spazio è perfetto: nuove dimensioni, nuove vedute, io lo chiamo solo il potere magico dell’arte.

Qualcuno, questo posto, lo considera una semplice dimora per acquietare anime tormentate. Che oltraggio alla dignità di noi artisti! Come possono pensare che abbiamo bisogno di  acquietare le nostre anime?

La vera arte si nutre del sangue dell’artista.

Ma ora, caro Jaeger, ti devo lasciare…

Nessun paziente può far attendere il medico.

Il tempo che ci destinano per l’elettroshock  è un tempo preciso, scandito solo dagli elettrodi, dalla corrente che fulminea ci rende il tocco finale.

Tocca a me…

Non preoccuparti…

Ho riservato a questa diabolica macchina uno dei miei prossimi quadri.

Ma dimmi, Jaeger…sono ancora fedele alla tua amicizia?

Ricordi?…

“Quando comprenderai la tua vera morte, mostrerai il tuo vero volto…”

Munch che dipinge se stesso in clinica

Per sempre,

Edvard

 

LO SPECCHIO DELL’ AMICIZIA: Hans Henrick Jaeger ed Edvard Munch

ritratto di Jaeger

“Non disegno ciò che vedo, ma ciò che ho visto”

Queste sono le parole di Edvard Munch, parole che si riflettono sull’infinito specchio magico formatosi dall’incontro con l’amico scrittore Hans Henrick Jaeger. Perché spesso, quando l’amicizia nasce tra due artisti, le parole dell’uno si specchiano sulle verità dell’altro. Jaeger, scrittore ribelle, nato con la virtù del coraggio, pronto a sfidare l’ottusa morale che vigeva allora in Europa, in uno dei suoi articoli del 1899 scriveva: “L’artista deve raccontare anche nei suoi risvolti più scostanti e intimi la sua vita vissuta, le proprie esperienze più intime e segrete. La nuova letteratura è scritta con il sangue fumante dell’uomo”. “Scrivi, racconta la tua vita!” con queste parole Jaeger esorta Edvard a scrivere la sua vita, a raccontarla attraverso i suoi quadri, definiti da Jaeger stesso “tele dell’anima”. Qualche anno più tardi, sarà Edvard a scrivere sul suo diario: “La vera arte si nutre del sangue dell’artista”.

Quel “sangue”, quella forza nel dolore, che Edvard trova anche quando, a seguito di una crisi nervosa, si fa ricoverare, nel 1908, a Copenaghen nella clinica psichiatrica diretta dal dottor Jacobson.

foto di munch in clinica

In questa clinica Edvard viene sottoposto a massaggi col sale, docce, bagni e a trattamenti con elettroshock senza convulsioni. Anche qui riesce a trasformare la sua stanza in un atelier continuando a custodire con le sue opere, il profondo rapporto d’amicizia con Jaeger, il moto eterno delle sue parole. Una profonda testimonianza di questo periodo, Edvard, la rivela con il suo disegno dove raffigura il dottor Jacobson mentre lo sottopone all’elettroshock.

munch e l'elettroshock

Tutti i suoi quadri d’ora in poi dovranno vivere di un’energia vitale dettata dalle forze della vita, dalla dura lotta insita nel dolore. Non è raro trovare i quadri dipinti da Edvard, esposti al sole, alla pioggia e al freddo, per quella che lui chiama “cura da cavalli” e parlare così dei propri dipinti: “Sì, questo se ne starà buono solo se ne starà tranquillo lì in un attimo di raccoglimento. Basta aspettare che si sia preso qualche acquazzone, e col tempo potrebbe diventare un buon lavoro”

E Jaeger? Cosa vive del racconto dei quadri dell’amico Edvard?

Jaeger, uomo dello scandalo, uomo che innalza l’erotismo a elemento dominante dell’individuo, quando finisce in carcere a causa dello sdegno suscitato dal suo romanzo “Dalla Bohème di Christiania”, appende sulla parete della cella il quadro dell’amico Edvard “La Madonna”.

Madonna di Munch

A metà degli anni Trenta, settantenne e malato agli occhi, Edvard, crea l’ultimo riconoscimento alla profonda amicizia che lo lega ad Hans Jaeger, scomparso nel 1910. L’artista completa una nuova versione litografica del ritratto, eseguito nel 1889, del suo caro amico.

Indimenticabili sono le parole che Edvard pronuncia con orgoglio negli ultimi anni della sua vita:

“La mia arte è in realtà una confessione fatta spontaneamente, un tentativo di chiarire a me stesso in che relazione sto con la vita. E’ fondamentalmente una specie di egoismo, ma non perdo la speranza che grazie ad essa riuscirò ad aiutare altri a vedere più lontano”

Munch da vechio 1

 

Perché questo mio scritto?

Vivo ancora il suo sguardo…

siamo nella nostra piccola stanza, nella nostra isola ai confini del mondo, nella completa libertà dei nostri pensieri. Si riflette la mia domanda sullo specchio magico formatosi dal nostro primo incontro: “Cosa rimarrà di me, quando la mia vita volgerà alla fine?”

Ho bisogno di trovare la risposta nella vita dei miei amati pittori. E così, apro di nuovo il mio sipario, e dopo essermi documentata seriamente sulla vita di Edvard Munch, vesto il suo abito.

Entro in scena…

nel gioco della finzione del mio scritto, nella trama tessuta dalla fantasia del mio racconto…

finalmente trovo la risposta.

Questo mio scritto è dedicato a tutti coloro che vivono per raccontare il “diario” della loro anima…

a chi vive, fino all’ultimo istante, il racconto della sua inestimabile arte…

per sempre

A presto

Adriana Pitacco

quadri postati: Melanconia (sera) 1891- Autoritratto all’inferno(1903)- Ceneri (dopo la caduta) 1894- La madre morta e la bambina (1897-1899)- Primavera (1889)- La bambina malata (1885-1886)- Morte nella camera della malata (1895) – La bambina malata (litografia) 1896- Notte stellata (1922-1924) – Autoritratto in clinica ( 1909)- Ritratto di Hans Jaeger (1889)- Madonna ( 1893-1894)-

Foto: Munch nella clinica di Copenaghen- Munch nel suo studio con le sue opere nella tenuta di Ekeley (1943)

Brano musicale: da Edvard Grieg, compositore e pianista norvegese “Homesickness op.57-n. 6 da Lyric Pieces”

19 pensieri su “Cosa rimarrà di me?

  1. una pagina corposa e malinconicamente affascinante, struggente per alcuni versi. Notevole il dipanarsi epistolare tra i due maestri, profonde e graffianti alcune citazioni (quella di Munch in particolare).
    A volte capita di farsi questo tipo di domande, cercare e ricercare quel vento d’animo che non lascia eredità o che proprio per trovarne una vola dentro incapace di sosta. Anche a me capita di chiedermi che rimarrà della mia vita, se e quale traccia avrà lasciato, quale disegno avrà colorato, quale deserto avrà riempito. Domande alle quali non so rispondere, poi mi consolo (senza per questo esserne del tutto convinto) che forse mi basterà sapere che è stata la mia, l’unica vita che mi è stata data da vivere! So che probabilmente è un pensiero di poco conto ma, forse, non è del tutto da buttare. Poi, certo, si potrebbe dire che la vita non è destinata, che in qualche modo è suscettibile di modificazioni, che non è del tutto scontata, ma alla fine rimane credo rimanga solo un modo, provare ad esserne degni e di questa dignità farne misura e latitudine, appartenenza e sogno.
    Ciao carissima

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    1. Carissimo poeta, le tue parole emanano un canto bellissimo, il canto della consapevolezza della nostra esistenza, di quell’attimo unico e irripetibile al quale noi non possiamo rinunciare….
      Perché la vita, il nostro “dipinto” giornaliero, è fatto di piccoli attimi nei quali posiamo il nostro sguardo, il nostro respiro vitale per vivere ancora “l’attimo della meraviglia”, lo “stupore” che incanta nello sbocciare di una rosa, nel sorriso di un bambino, nel passaggio di chi non ti è più estraneo.
      Un abbraccio e un grazie infinito
      Adriana

      Piace a 1 persona

      1. Splendide le tue parole che leggerò, se me lo permetti, in classe parlando della voce dei poeti: “Provare ad essere degni e di questa dignità farne misura e latitudine appartenenza e sogno”

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      2. Grazie a te per questa bellissima pagina. Le mie parole seguono questa tua dissertazione e ne sono soltanto una piccolissima parte. Se ti va leggile pure. Un abbraccio

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  2. Del tuo splendido post mi sono piaciuti in particolare 2 passaggi, molto vicini tra loro: quello in cui parli de “La bambina malata”, rivelando come tecnica realizzativa e significato dell’opera siano qui strettamente correlati, e quello in cui spieghi con grande chiarezza e acume il quadro “Morte nella camera della malata”, facendo risaltare tanti dettagli apparentemente secondari ma in realtà decisivi per una piena comprensione dell’opera. Sai cogliere degli aspetti a cui nessun altro fa caso, neanche tra gli intenditori d’arte, e questo è uno dei tanti fattori che fanno di te una preziosissima divulgatrice culturale.

    Piace a 1 persona

  3. Grazie, Adriana! Condivido anch’io il fatto che tu sai cogliere, nei vari dipinti, aspetti che magari ad altri sfuggono. Qui, come sempre, hai fuso vita e morte, arte e amicizia, colori e sofferenza. Ma stavolta a colpirmi più di tutto è stata la musica.
    Sarà certo una coincidenza, ma il brano di Grieg ha come tema una frase musicale identica all’ inizio dell’ “Ingemisco tamquam reus” del Requiem di Verdi, scritto qualche anno dopo il pezzo di Grieg. Un caso, certo, e niente più. Ma prova ad ascoltarlo e poi mi dirai.
    Un abbraccio e grazie!!!

    Piace a 1 persona

    1. Quando si vive l’arte, si vive quello che io chiamo “l’abbraccio universale”, e in questo abbraccio le arti si incontrano…
      non è un caso la scelta di Grieg
      Sono d’accordo con te con quanto hai scritto sul grande Verdi
      Un abbraccio

      Mi piace

  4. Quando ti leggo rimango sempre colpita dal tuo saper vedere fino in fondo l’artista che ti poni davanti, per entrare in contatto diretto con la sua anima. Sai coglierne persino le sfumature. E poi la profondità dei tuoi pensieri coinvolge e trascina. Domande che chiunque penso si ponga, sul significato della vita, della morte. Se rimarrà traccia del nostro percorso. Cara Adriana, sai scavare nell’intimo attraverso i tuoi dialoghi immaginari. Ed è un viaggio bellissimo, affascinante, unico, poterti seguire. I quadri di Munch, dove il dolore è di casa, trasmettono molto bene quel senso di angoscia che viveva interiormente . Del resto la sua vita segnata dalle morti della madre e della sorella, non poteva non lasciare un segno nella sua pittura. Ogni artista riversa sempre nella propria arte, che sia poesia o pittura o musica , il proprio travaglio interiore. Tu sei speciale perché sai entrarci dentro , analizzarlo e in un qualche modo superarlo anche. Grazie per questo modo particolarissimo di vivere l’arte e la bellezza . Ti abbraccio forte forte. Un bacione. Isabella

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